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Archive for febbraio 2013

FRA LE PAGINE: VIAGGIO DIETRO LE QUINTE DELL’EDITORIA

dietro le quinte dell'editoriaLe Edizioni E/O hanno organizzato nei giorni di sabato 6 e domenica 7 aprile 2013 incontri rivolti a tutti quei lettori che vorranno approfondire la conoscenza del mondo dell’editoria entrando nella “bottega” editoriale della casa editrice condotta da Sandro Ferri e Sandra Ozzola.
Gli incontri si terranno presso la sede delle Edizioni E/O, per un totale di 15 ore in due giorni, nel weekend.
Per informazioni sui costi e su altri dettagli, cliccare qui…

Gli obiettivi degli incontri
Dalla prima lettura dell’editore all’avvio della macchina redazionale, dallo studio del comparto commerciale all’editing, dalla promozione dell’ufficio stampa alla produzione dell’ebook, sarà raccontata l’esperienza quotidiana della casa editrice per seguire passo passo la vita del libro, incontrando uno dopo l’altro tutti i professionisti impegnati nella lavorazione del volume.
Dall’idea all’oggetto: come nasce un libro? Chi legge i manoscritti? Che caratteristiche deve avere un testo per essere pubblicato? Chi è l’editor? Come si progetta una copertina? Come si tengono i rapporti con la stampa? Come funziona la “bottega” della casa editrice?

I docenti
Sandro Ferri e Sandra Ozzola Ferri: editori
Gianluca Catalano: marketing e commerciale
Claudio Ceciarelli: editor della narrativa italiana
Ester Hueting: ufficio stampa e organizzazione eventi
Simona Olivito: redazione e produzione
Gabriele Alese: ebook e digital media

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IL PROGRAMMA

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IL DOLCE SOLLIEVO DELLA SCOMPARSA, di Sarah Braunstein

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo IL DOLCE SOLLIEVO DELLA SCOMPARSA, di Sarah Braunstein (66thand2nd, 2012 – pagg. 360 – euro 16 – traduz. di Andreina Lombardi Bom)

Il libro
Provano un sollievo indicibile questi bambini scomparsi, rapiti o allontanatisi volontariamente – costretti a farlo. Leonora è centro e periferia di questo disturbante romanzo-specchio, Leonora è
la bambina svanita nel nulla, Leonora è la bambina che ha trasgredito le regole, il patto di famiglia.
Le bambine «dovrebbero credere che la bellezza sia qualcosa di accidentale, di irrilevante, un’illusione», le madri dovrebbero amare incondizionatamente i propri figli, ma tutto ciò non sempre accade. Leonora è un personaggio corale che sottende e amplifica la fragilità degli altri in una coalescenza di microcosmi che si innestano in altri microcosmi grazie a un ondivago slittare del punto di vista con cui la «compassione selvaggia» di Sarah Braunstein fa scomparire il lettore in un bozzolo di storie variamente connesse, annichilisce la sua rete di affetti e lo fonde ai personaggi con cui si identifica. Spazio e tempo perdono di consistenza e ci si sente legati all’incessante bussare dell’infanzia, feriti e partecipi dei sollievi che seguono ogni scomparsa, finalmente consapevoli che tutte le madri una volta sono state figlie, che tutti i bambini sono attratti dal male e che di loro non si sa niente.

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Uno stralcio del romanzo IL DOLCE SOLLIEVO DELLA SCOMPARSA, di Sarah Braunstein (66thand2nd)

L’uomo aveva la faccia rubizza e felice. Se la passava bene. Grazie a lui la bambina si sentì meglio, e riaffiorò il suo senso di permanenza. Più tardi nel negozio di souvenir comprarono qualche cartolina con le riproduzioni dei quadri. La bambina fece girare l’espositore in cerca dell’uomo con la birra, ma non riuscì a trovarlo, ed era troppo timida per chiedere.
Col tempo venne a sapere dei problemi alle tube di Falloppio, della Cambogia e di Medea, dell’analfabetismo e della sindrome da shock tossico, ma continuava a essere felice, continuava ad asciugare obbediente i piatti con uno strofinaccio a quadretti. «Che bambina felice!» diceva la gente, e a quella esclamazione lei si riempiva d’orgoglio. Era suo dovere essere felice. Era suo dovere essere curiosa ma non troppo, era suo dovere essere graziosa. Capiva che si poteva essere troppo curiose ma non troppo graziose. Leggi tutto…

STRANE COPPIE 2013: LA QUINTA EDIZIONE

STRANE COPPIE 2013: LA QUINTA EDIZIONE

[Antonella Cilento sarà ospite della puntata di Letteratitudine in Fm del 1° marzo 2013]

di Antonella Cilento

In tempi in cui la letteratura sta (letteralmente, si perdoni il bisticcio) scomparendo, insieme alle librerie che chiudono in tutte le grandi città, al mercato editoriale contratto a numeri di vendite da metà Novecento e ai progetti editoriali che abbandonano sempre più ogni idea forte di letteratura, bisogna sviluppare potenti anticorpi.
E uno dei sistemi che da sempre prediligo è quello di portare la letteratura ai lettori, di porgerla in modo semplice, da scrittori a lettori, esplorando grandi classici che tutti dovrebbero aver letto o classici di altri paesi che spesso da noi hanno una vita sotterranea o anche grandi nostri classici che, dopo decenni di fortuna, scompaiono agli occhi delle nuove generazioni. Strane Coppie nasce così, come un confronto fra letterature (la francese, la spagnola e la sudamericana e la tedesca, tutte in parallelo con l’italiana) e come una palestra fra autori che reinterpretano libri che hanno amato o che leggono la prima volta.
Questo quinto anno di una manifestazione molto fortunata si è da poco inaugurato presso il Salotto Cilento, ospiti i signori Cilento dell’Antica Sartoria, cari amici che insieme al Banco di Napoli e agli Istituti Goethe, Cervantes e Institut Français de Naples, sostengono Lalineascritta Laboratori di Scrittura (www.lalineascritta.it) che dirigo da vent’anni a Napoli in questa pratica decisamente osé, dati i tempi che corrono…
Eccoci dunque al programma: cosa accadrà?
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LEGGERE E’ NECESSARIO? Il caso della Scuola Librai Italiani – Catania, 1 marzo 2013, ore 17,30

INT’ALLU SALENTO, di Giancarlo De Cataldo

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un ampio stralcio del volume INT’ALLU SALENTO, di Giancarlo De Cataldo

A Est dell’Equatore, 2012 – pagg. 120 – euro 14

Intall’u Salento racconta storie di malavita in transito – Napoli, Roma, Puglia, Albania – che, rispetto al celebrato Romanzo Criminale, vanno invece  verso la piccola furfanteria, si occupano di miserie indigene, umanamente concentriche. Come sottolinea Davide Morganti nella prefazione al volume, i dialoghi sono spinti al massimo in un susseguirsi pirotecnico di battute che portano al baldanzoso finale. L’aspetto tragico, in De Cataldo, va sempre di pari passo con un andamento apparentemente scanzonato, fracassone che raccoglie le voci della strada fino a ridurle a suoni ben distinti di fragili cadute. Si leggono con piacere i racconti dello scrittore-magistrato di Taranto, anche perché del male lui ne fa materia da trattare non soltanto come un crimine, ma soprattutto come un luogo da disinnescare e riutilizzare in altro modo. E lo fa con eleganza ironica, disincantata e arguta. Sono storie che sembrano spuntare dall’acqua sporca che si raccoglie ai lati dei vialoni di periferia o di qualche circumvallazione suburbana. E sono sempre strade e territori del Sud che De Cataldo sceglie per condividere con il lettore questo prezioso volume.

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Prefazione

Ho visto per la prima volta Giancarlo De Cataldo in una strada laterale della Ferrovia, a Napoli, dovevamo andare a un incontro organizzato per lui alla casina van­vitelliana, al Fusaro. La sua andatura lenta, sorniona, compassata, la parlata che pensa su tutto ciò che dice, lo sguardo, dietro gli occhiali, dritto in avanti; tutto questo scompare nei suoi racconti, nella sua scrittura che ha un carattere torrentizio, impetuoso, anche quando si trat­ta, come nell’occasione dei presenti testi, di corpi brevi, leggeri. De Cataldo utilizza il dialetto tarantino con ar­guzia, sono piccoli fuochi d’artificio, come già accadde nel complesso romanzo storico I traditori, dove le lingue si sommano, accavallano, ammassano sulla faticosa unità d’Italia e che, nella incomprensibilità delle regioni, refertano la malattia dei localismi. In questo piccolo vo­lume, invece, le storie, sono di piccolo cabotaggio, van­no verso la piccola furfanteria, si occupa di miserie indi­gene, umanamente concentriche. I dialoghi sono spinti al massimo, specie nel primo racconto, in un susseguirsi pirotecnico di battute che portano al baldanzoso finale. L’aspetto tragico, in De Cataldo, va sempre di pari passo con un andamento apparentemente scanzonato, fracas­sone, che raccoglie le voci della strada fino a ridurle a suoni ben distinti di fragili cadute. Si leggono con enor­me piacere i racconti brevi dello scrittore-magistrato di Taranto, anche perché del male lui ne fa materia da trat­tare non soltanto come un crimine, ma soprattutto come un luogo da disinnescare e riutilizzare in altro modo. E lui lo fa con eleganza ironica, disincantata e arguta allo stesso tempo. Inutile spiegare trame – a che serve se uno ha deciso di comprare questo volume? – ma mi va di dire che quando De Cataldo accende la miccia, il rac­conto parte a razzo, senza indugi, coinvolgendo il lettore come se fosse salito a bordo di un ottovolante e non si ha più intenzione di scendere. Si sta comodi nella sua scrittura, perché ti avvolge immediatamente con il suo ritmo percussivo, che sa sintonizzarsi immediatamente con la storia di oggi, che poi è quella nostra. Leggere De Cataldo, dunque, non perché sia uno degli scrittori più noti e venduti, cosa che personalmente, in qualità di lettore, non ha mai solleticato il mio interesse quando ho incontrato fascette roboanti, ma per il piacere antico, sempre presente, della narrazione che, in queste pagine, hanno il gusto intenso dei frutti appena raccolti.

Davide Morganti

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Uno stralcio del volume INT’ALLU SALENTO, di Giancarlo De Cataldo

Uno

«Curu ete nu pacciu!», inorridì Tonio Lu Siccu, bloc­cando il vecchio Ape al margine della carreggiata.

«None. Curu ete nu strunzu!», filosofò Santiago, ter­gendosi il sudore dalla fronte.

Ma i due vecchi pescatori non ebbero il tempo di ri­prendersi dalla sorpresa, diciamo pure dallo choc, che alla Volvo lanciata a velocità folle sui tornanti della Du­chessa fece seguito un’altra berlina.

Tonio notò i vetri oscurati, Santiago il braccio che spor­geva dal lato passeggero, e impugnava una mitraglietta, o forse un fucile a canne mozze.

«Hai visto?», chiese Santiago.

«Aggiu visto», annuì Tonio Lu Siccu.

«Contrabbandieri?».

«O furastieri. Hai visto come fuciono?».

Perché solo due pazzi o due forestieri potevano scate­narsi a centocinquanta su quell’infame tratturo quando mancavano solo due, tre chilometri al massimo alla Cur­va Maledetta.

Cioè alla morte sicura.
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VINCENZO VITALE: LA GIUSTIZIA NARRATA

VINCENZO VITALE: LA GIUSTIZIA NARRATA

di Simona Lo Iacono

In origine, racconta Protagora, esistevano solo gli dei.
Gli esseri viventi vennero invece plasmati dalla stessa terra in un secondo momento, e su di essa si aggiravano spaesati, errabondi, maldestri.
Era dunque necessario conferire loro facoltà adatte alla sopravvivenza, alla lotta quotidiana contro le intemperie, la fame, la natura.
Purtroppo, la distribuzione venne fatta dall’imprevidente Epimeteo, il quale, come dice il suo nome, era dotato solo del senno del poi. E, giunto agli uomini nella sua elargizione di doni, si rese  conto di aver già distribuito tutte le doti naturali – denti, artigli, vista acuta, velocità nella corsa  – agli animali.
Gli uomini furono lasciati dunque indifesi, indeterminati, inadatti a padroneggiare il nuovo destino.
Il fratello di Epimeteo, Prometeo, tentò allora  di soccorrerli donando loro il fuoco e il sapere tecnico (entechnos sophia).
E gli uomini svilupparono linguaggio, cultura, religione.
Ma nonostante ciò, essi vivevano ancora isolati e chiusi, incapaci di armonizzare le esigenze di ognuno con quelle degli altri.
Allora intervenne Zeus, e comprese che era loro necessario distribuire indistintamente aido e dike, pudore e giustizia, senza le quali nessuna creatura umana avrebbe potuto relazionarsi con l’altra.
Ecco.
Il mito spiega bene l’origine divina della giustizia. Una speciale elargizione del dio supremo, preposto alla cura dell’intero creato. Zeus in persona, e non Prometeo, pur animato dal suo ardore, o Epimeteo, pasticcione e improvvido. Ma colui a cui viene chiesta armonia, capacità di sintetizzare ogni singolo col tutto.
A questa origine trascendente della giustizia si rifà anche Vincenzo Vitale nel saggio “Diritto e letteratura, la giustizia narrata” (ed. Sugarco).
Un libro che è più di una profonda e commossa elaborazione filosofica del concetto di giustizia. Perché è un testo che invita alla riflessione su di essa quale condizione precedente al diritto, come a dire che senza la riscoperta del ceppo divino e necessario che ha consentito all’uomo di convivere con l’uomo, il diritto si svuota, non è che tecnica sopraffina priva di ansia e tormento per il giusto.
Senza giustizia, cioè, senza il suo anelito affamato e furibondo – il diritto perde la propria identità, il proprio senso, e anche la propria, sorgiva, funzione:colmare lo scarto tra aspirazione e realtà, sanare quella ferita sempre aperta tra essere e dover essere, recuperare, dunque, la sua vibrante e imprescindibile natura morale.
Per far questo l’autore propone un viaggio nei testi letterari, porge al giurista una strada insolita e fantasiosa per attingere al non detto, a ciò che, in sostanza, pur restando non codificato – in quanto asse portante  della norma – è, tuttavia, per  essa vitale. Recuperare quella smarrita pre-comprensione di ogni situazione giuridica, quella arcana e immateriale aspirazione che, pure, è il suo vero volto, la sua vera immagine: la vita che esige di essere ricomposta, l’uomo che implora di essere consolato, la paura che brama di trovare pace.
Tutte queste esigenze della giustizia sono state dimenticate nell’attuale momento storico. E il diritto aleggia come forma, si ingegna nei tecnicismi, presta attenzione smodata al particolare quando, come detto, il suo ceppo è universale. Non a un solo uomo, infatti Zeus donò dike, ma a tutti indistintamente.
Esaminando dunque alcuni tra i testi letterari più significativi e proponendo un viaggio tra i racconti di Heinrich von Kleist, Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Robert Louis Stevenson, Andrè Gide – senza dimenticare i Vangeli di Matteo, Luca, Marco, Giovanni – Vincenzo Vitale spiega che la letteratura e il diritto si compenetrano non come due scienze, non come due tecniche, né come discipline pronte a spiegarsi l’una con l’altra. Ma come anime appassionate dell’uomo. Come specchi necessari della medesima e connaturata esigenza.

“Perché mentre il diritto vorrebbe oggi contentarsi del finito, la letteratura lo induce a sensibilizzarsi verso l’infinito, mentre il diritto vorrebbe chiudersi nella asfitticità dell’analisi del linguaggio giuridico, la letteratura lo induce ad affacciarsi sul mondo, mentre il diritto vorrebbe preservarsi puro e incontaminato, la letteratura lo induce a sporcarsi le mani, mentre il diritto vorrebbe dimenticarsi di sé, la letteratura lo induce a ricordarsene, mentre il diritto vorrebbe sempre appiattirsi sulla forma, la letteratura lo salva dal formalismo, mentre il diritto vorrebbe identificarsi con la pura logica, la letteratura lo salva dal logicismo, mentre il diritto è pieno di paure, la letteratura lo induce ad osare, mentre il diritto non vorrebbe avere nulla a che fare con gli uomini, la letteratura lo costringe a patirne le vicende, mentre il diritto vorrebbe esaurirsi tra articoli e massime, la letteratura lo induce a registrare l’esperienza umana, mentre il diritto vorrebbe estinguersi divenendo altro da sé, la letteratura lo induce a rinascere ogni volta” (pag 43).

Chiedo quindi a Vincenzo Vitale – già magistrato (e amico di Leonardo Sciascia), docente presso l’università di Catania, la Cattolica di Milano e quella di Piacenza, vicecapo di gabinetto presso il Ministero di Grazia e Giustizia e componente della commissione per la lotta contro le tossicodipendenze presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri –  di spiegarci questa appartenenza necessaria tra diritto e letteratura, o – come dice benissimo nel suo saggio-  “palingenetica”.
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Chiude il Festival TRA LE RIGHE

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