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Archive for febbraio 2013

FRA LE PAGINE: VIAGGIO DIETRO LE QUINTE DELL’EDITORIA

dietro le quinte dell'editoriaLe Edizioni E/O hanno organizzato nei giorni di sabato 6 e domenica 7 aprile 2013 incontri rivolti a tutti quei lettori che vorranno approfondire la conoscenza del mondo dell’editoria entrando nella “bottega” editoriale della casa editrice condotta da Sandro Ferri e Sandra Ozzola.
Gli incontri si terranno presso la sede delle Edizioni E/O, per un totale di 15 ore in due giorni, nel weekend.
Per informazioni sui costi e su altri dettagli, cliccare qui…

Gli obiettivi degli incontri
Dalla prima lettura dell’editore all’avvio della macchina redazionale, dallo studio del comparto commerciale all’editing, dalla promozione dell’ufficio stampa alla produzione dell’ebook, sarà raccontata l’esperienza quotidiana della casa editrice per seguire passo passo la vita del libro, incontrando uno dopo l’altro tutti i professionisti impegnati nella lavorazione del volume.
Dall’idea all’oggetto: come nasce un libro? Chi legge i manoscritti? Che caratteristiche deve avere un testo per essere pubblicato? Chi è l’editor? Come si progetta una copertina? Come si tengono i rapporti con la stampa? Come funziona la “bottega” della casa editrice?

I docenti
Sandro Ferri e Sandra Ozzola Ferri: editori
Gianluca Catalano: marketing e commerciale
Claudio Ceciarelli: editor della narrativa italiana
Ester Hueting: ufficio stampa e organizzazione eventi
Simona Olivito: redazione e produzione
Gabriele Alese: ebook e digital media

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IL PROGRAMMA

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IL DOLCE SOLLIEVO DELLA SCOMPARSA, di Sarah Braunstein

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo IL DOLCE SOLLIEVO DELLA SCOMPARSA, di Sarah Braunstein (66thand2nd, 2012 – pagg. 360 – euro 16 – traduz. di Andreina Lombardi Bom)

Il libro
Provano un sollievo indicibile questi bambini scomparsi, rapiti o allontanatisi volontariamente – costretti a farlo. Leonora è centro e periferia di questo disturbante romanzo-specchio, Leonora è
la bambina svanita nel nulla, Leonora è la bambina che ha trasgredito le regole, il patto di famiglia.
Le bambine «dovrebbero credere che la bellezza sia qualcosa di accidentale, di irrilevante, un’illusione», le madri dovrebbero amare incondizionatamente i propri figli, ma tutto ciò non sempre accade. Leonora è un personaggio corale che sottende e amplifica la fragilità degli altri in una coalescenza di microcosmi che si innestano in altri microcosmi grazie a un ondivago slittare del punto di vista con cui la «compassione selvaggia» di Sarah Braunstein fa scomparire il lettore in un bozzolo di storie variamente connesse, annichilisce la sua rete di affetti e lo fonde ai personaggi con cui si identifica. Spazio e tempo perdono di consistenza e ci si sente legati all’incessante bussare dell’infanzia, feriti e partecipi dei sollievi che seguono ogni scomparsa, finalmente consapevoli che tutte le madri una volta sono state figlie, che tutti i bambini sono attratti dal male e che di loro non si sa niente.

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Uno stralcio del romanzo IL DOLCE SOLLIEVO DELLA SCOMPARSA, di Sarah Braunstein (66thand2nd)

L’uomo aveva la faccia rubizza e felice. Se la passava bene. Grazie a lui la bambina si sentì meglio, e riaffiorò il suo senso di permanenza. Più tardi nel negozio di souvenir comprarono qualche cartolina con le riproduzioni dei quadri. La bambina fece girare l’espositore in cerca dell’uomo con la birra, ma non riuscì a trovarlo, ed era troppo timida per chiedere.
Col tempo venne a sapere dei problemi alle tube di Falloppio, della Cambogia e di Medea, dell’analfabetismo e della sindrome da shock tossico, ma continuava a essere felice, continuava ad asciugare obbediente i piatti con uno strofinaccio a quadretti. «Che bambina felice!» diceva la gente, e a quella esclamazione lei si riempiva d’orgoglio. Era suo dovere essere felice. Era suo dovere essere curiosa ma non troppo, era suo dovere essere graziosa. Capiva che si poteva essere troppo curiose ma non troppo graziose. Leggi tutto…

STRANE COPPIE 2013: LA QUINTA EDIZIONE

STRANE COPPIE 2013: LA QUINTA EDIZIONE

[Antonella Cilento sarà ospite della puntata di Letteratitudine in Fm del 1° marzo 2013]

di Antonella Cilento

In tempi in cui la letteratura sta (letteralmente, si perdoni il bisticcio) scomparendo, insieme alle librerie che chiudono in tutte le grandi città, al mercato editoriale contratto a numeri di vendite da metà Novecento e ai progetti editoriali che abbandonano sempre più ogni idea forte di letteratura, bisogna sviluppare potenti anticorpi.
E uno dei sistemi che da sempre prediligo è quello di portare la letteratura ai lettori, di porgerla in modo semplice, da scrittori a lettori, esplorando grandi classici che tutti dovrebbero aver letto o classici di altri paesi che spesso da noi hanno una vita sotterranea o anche grandi nostri classici che, dopo decenni di fortuna, scompaiono agli occhi delle nuove generazioni. Strane Coppie nasce così, come un confronto fra letterature (la francese, la spagnola e la sudamericana e la tedesca, tutte in parallelo con l’italiana) e come una palestra fra autori che reinterpretano libri che hanno amato o che leggono la prima volta.
Questo quinto anno di una manifestazione molto fortunata si è da poco inaugurato presso il Salotto Cilento, ospiti i signori Cilento dell’Antica Sartoria, cari amici che insieme al Banco di Napoli e agli Istituti Goethe, Cervantes e Institut Français de Naples, sostengono Lalineascritta Laboratori di Scrittura (www.lalineascritta.it) che dirigo da vent’anni a Napoli in questa pratica decisamente osé, dati i tempi che corrono…
Eccoci dunque al programma: cosa accadrà?
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LEGGERE E’ NECESSARIO? Il caso della Scuola Librai Italiani – Catania, 1 marzo 2013, ore 17,30

INT’ALLU SALENTO, di Giancarlo De Cataldo

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un ampio stralcio del volume INT’ALLU SALENTO, di Giancarlo De Cataldo

A Est dell’Equatore, 2012 – pagg. 120 – euro 14

Intall’u Salento racconta storie di malavita in transito – Napoli, Roma, Puglia, Albania – che, rispetto al celebrato Romanzo Criminale, vanno invece  verso la piccola furfanteria, si occupano di miserie indigene, umanamente concentriche. Come sottolinea Davide Morganti nella prefazione al volume, i dialoghi sono spinti al massimo in un susseguirsi pirotecnico di battute che portano al baldanzoso finale. L’aspetto tragico, in De Cataldo, va sempre di pari passo con un andamento apparentemente scanzonato, fracassone che raccoglie le voci della strada fino a ridurle a suoni ben distinti di fragili cadute. Si leggono con piacere i racconti dello scrittore-magistrato di Taranto, anche perché del male lui ne fa materia da trattare non soltanto come un crimine, ma soprattutto come un luogo da disinnescare e riutilizzare in altro modo. E lo fa con eleganza ironica, disincantata e arguta. Sono storie che sembrano spuntare dall’acqua sporca che si raccoglie ai lati dei vialoni di periferia o di qualche circumvallazione suburbana. E sono sempre strade e territori del Sud che De Cataldo sceglie per condividere con il lettore questo prezioso volume.

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Prefazione

Ho visto per la prima volta Giancarlo De Cataldo in una strada laterale della Ferrovia, a Napoli, dovevamo andare a un incontro organizzato per lui alla casina van­vitelliana, al Fusaro. La sua andatura lenta, sorniona, compassata, la parlata che pensa su tutto ciò che dice, lo sguardo, dietro gli occhiali, dritto in avanti; tutto questo scompare nei suoi racconti, nella sua scrittura che ha un carattere torrentizio, impetuoso, anche quando si trat­ta, come nell’occasione dei presenti testi, di corpi brevi, leggeri. De Cataldo utilizza il dialetto tarantino con ar­guzia, sono piccoli fuochi d’artificio, come già accadde nel complesso romanzo storico I traditori, dove le lingue si sommano, accavallano, ammassano sulla faticosa unità d’Italia e che, nella incomprensibilità delle regioni, refertano la malattia dei localismi. In questo piccolo vo­lume, invece, le storie, sono di piccolo cabotaggio, van­no verso la piccola furfanteria, si occupa di miserie indi­gene, umanamente concentriche. I dialoghi sono spinti al massimo, specie nel primo racconto, in un susseguirsi pirotecnico di battute che portano al baldanzoso finale. L’aspetto tragico, in De Cataldo, va sempre di pari passo con un andamento apparentemente scanzonato, fracas­sone, che raccoglie le voci della strada fino a ridurle a suoni ben distinti di fragili cadute. Si leggono con enor­me piacere i racconti brevi dello scrittore-magistrato di Taranto, anche perché del male lui ne fa materia da trat­tare non soltanto come un crimine, ma soprattutto come un luogo da disinnescare e riutilizzare in altro modo. E lui lo fa con eleganza ironica, disincantata e arguta allo stesso tempo. Inutile spiegare trame – a che serve se uno ha deciso di comprare questo volume? – ma mi va di dire che quando De Cataldo accende la miccia, il rac­conto parte a razzo, senza indugi, coinvolgendo il lettore come se fosse salito a bordo di un ottovolante e non si ha più intenzione di scendere. Si sta comodi nella sua scrittura, perché ti avvolge immediatamente con il suo ritmo percussivo, che sa sintonizzarsi immediatamente con la storia di oggi, che poi è quella nostra. Leggere De Cataldo, dunque, non perché sia uno degli scrittori più noti e venduti, cosa che personalmente, in qualità di lettore, non ha mai solleticato il mio interesse quando ho incontrato fascette roboanti, ma per il piacere antico, sempre presente, della narrazione che, in queste pagine, hanno il gusto intenso dei frutti appena raccolti.

Davide Morganti

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Uno stralcio del volume INT’ALLU SALENTO, di Giancarlo De Cataldo

Uno

«Curu ete nu pacciu!», inorridì Tonio Lu Siccu, bloc­cando il vecchio Ape al margine della carreggiata.

«None. Curu ete nu strunzu!», filosofò Santiago, ter­gendosi il sudore dalla fronte.

Ma i due vecchi pescatori non ebbero il tempo di ri­prendersi dalla sorpresa, diciamo pure dallo choc, che alla Volvo lanciata a velocità folle sui tornanti della Du­chessa fece seguito un’altra berlina.

Tonio notò i vetri oscurati, Santiago il braccio che spor­geva dal lato passeggero, e impugnava una mitraglietta, o forse un fucile a canne mozze.

«Hai visto?», chiese Santiago.

«Aggiu visto», annuì Tonio Lu Siccu.

«Contrabbandieri?».

«O furastieri. Hai visto come fuciono?».

Perché solo due pazzi o due forestieri potevano scate­narsi a centocinquanta su quell’infame tratturo quando mancavano solo due, tre chilometri al massimo alla Cur­va Maledetta.

Cioè alla morte sicura.
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VINCENZO VITALE: LA GIUSTIZIA NARRATA

VINCENZO VITALE: LA GIUSTIZIA NARRATA

di Simona Lo Iacono

In origine, racconta Protagora, esistevano solo gli dei.
Gli esseri viventi vennero invece plasmati dalla stessa terra in un secondo momento, e su di essa si aggiravano spaesati, errabondi, maldestri.
Era dunque necessario conferire loro facoltà adatte alla sopravvivenza, alla lotta quotidiana contro le intemperie, la fame, la natura.
Purtroppo, la distribuzione venne fatta dall’imprevidente Epimeteo, il quale, come dice il suo nome, era dotato solo del senno del poi. E, giunto agli uomini nella sua elargizione di doni, si rese  conto di aver già distribuito tutte le doti naturali – denti, artigli, vista acuta, velocità nella corsa  – agli animali.
Gli uomini furono lasciati dunque indifesi, indeterminati, inadatti a padroneggiare il nuovo destino.
Il fratello di Epimeteo, Prometeo, tentò allora  di soccorrerli donando loro il fuoco e il sapere tecnico (entechnos sophia).
E gli uomini svilupparono linguaggio, cultura, religione.
Ma nonostante ciò, essi vivevano ancora isolati e chiusi, incapaci di armonizzare le esigenze di ognuno con quelle degli altri.
Allora intervenne Zeus, e comprese che era loro necessario distribuire indistintamente aido e dike, pudore e giustizia, senza le quali nessuna creatura umana avrebbe potuto relazionarsi con l’altra.
Ecco.
Il mito spiega bene l’origine divina della giustizia. Una speciale elargizione del dio supremo, preposto alla cura dell’intero creato. Zeus in persona, e non Prometeo, pur animato dal suo ardore, o Epimeteo, pasticcione e improvvido. Ma colui a cui viene chiesta armonia, capacità di sintetizzare ogni singolo col tutto.
A questa origine trascendente della giustizia si rifà anche Vincenzo Vitale nel saggio “Diritto e letteratura, la giustizia narrata” (ed. Sugarco).
Un libro che è più di una profonda e commossa elaborazione filosofica del concetto di giustizia. Perché è un testo che invita alla riflessione su di essa quale condizione precedente al diritto, come a dire che senza la riscoperta del ceppo divino e necessario che ha consentito all’uomo di convivere con l’uomo, il diritto si svuota, non è che tecnica sopraffina priva di ansia e tormento per il giusto.
Senza giustizia, cioè, senza il suo anelito affamato e furibondo – il diritto perde la propria identità, il proprio senso, e anche la propria, sorgiva, funzione:colmare lo scarto tra aspirazione e realtà, sanare quella ferita sempre aperta tra essere e dover essere, recuperare, dunque, la sua vibrante e imprescindibile natura morale.
Per far questo l’autore propone un viaggio nei testi letterari, porge al giurista una strada insolita e fantasiosa per attingere al non detto, a ciò che, in sostanza, pur restando non codificato – in quanto asse portante  della norma – è, tuttavia, per  essa vitale. Recuperare quella smarrita pre-comprensione di ogni situazione giuridica, quella arcana e immateriale aspirazione che, pure, è il suo vero volto, la sua vera immagine: la vita che esige di essere ricomposta, l’uomo che implora di essere consolato, la paura che brama di trovare pace.
Tutte queste esigenze della giustizia sono state dimenticate nell’attuale momento storico. E il diritto aleggia come forma, si ingegna nei tecnicismi, presta attenzione smodata al particolare quando, come detto, il suo ceppo è universale. Non a un solo uomo, infatti Zeus donò dike, ma a tutti indistintamente.
Esaminando dunque alcuni tra i testi letterari più significativi e proponendo un viaggio tra i racconti di Heinrich von Kleist, Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Robert Louis Stevenson, Andrè Gide – senza dimenticare i Vangeli di Matteo, Luca, Marco, Giovanni – Vincenzo Vitale spiega che la letteratura e il diritto si compenetrano non come due scienze, non come due tecniche, né come discipline pronte a spiegarsi l’una con l’altra. Ma come anime appassionate dell’uomo. Come specchi necessari della medesima e connaturata esigenza.

“Perché mentre il diritto vorrebbe oggi contentarsi del finito, la letteratura lo induce a sensibilizzarsi verso l’infinito, mentre il diritto vorrebbe chiudersi nella asfitticità dell’analisi del linguaggio giuridico, la letteratura lo induce ad affacciarsi sul mondo, mentre il diritto vorrebbe preservarsi puro e incontaminato, la letteratura lo induce a sporcarsi le mani, mentre il diritto vorrebbe dimenticarsi di sé, la letteratura lo induce a ricordarsene, mentre il diritto vorrebbe sempre appiattirsi sulla forma, la letteratura lo salva dal formalismo, mentre il diritto vorrebbe identificarsi con la pura logica, la letteratura lo salva dal logicismo, mentre il diritto è pieno di paure, la letteratura lo induce ad osare, mentre il diritto non vorrebbe avere nulla a che fare con gli uomini, la letteratura lo costringe a patirne le vicende, mentre il diritto vorrebbe esaurirsi tra articoli e massime, la letteratura lo induce a registrare l’esperienza umana, mentre il diritto vorrebbe estinguersi divenendo altro da sé, la letteratura lo induce a rinascere ogni volta” (pag 43).

Chiedo quindi a Vincenzo Vitale – già magistrato (e amico di Leonardo Sciascia), docente presso l’università di Catania, la Cattolica di Milano e quella di Piacenza, vicecapo di gabinetto presso il Ministero di Grazia e Giustizia e componente della commissione per la lotta contro le tossicodipendenze presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri –  di spiegarci questa appartenenza necessaria tra diritto e letteratura, o – come dice benissimo nel suo saggio-  “palingenetica”.
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Chiude il Festival TRA LE RIGHE

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13 SOTTO IL LENZUOLO

https://i0.wp.com/www.giulianopavone.it/wp-content/uploads/Copertina13def.jpgIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo 13 SOTTO IL LENZUOLO di Giuliano Pavone (Marsilio, 2012 – pagg. 216, euro 16)

IL LIBRO
Nel settembre 1982 a Sprusciàno, un insignificante paese della bassa Puglia, Federico Nugnes Peluso, ventiduenne rampollo di una famiglia nobile in decadenza, aspetta a riprendere gli studi universitari a Milano per lavorare, nel finale della stagione estiva, all’Hotel Paradise. In quel “candido eden cementizio di recente costruzione” stanno per iniziare le riprese di una delle ultime commedie sexy, in voga per un decennio ma ormai in declino: questa in lavorazione a Sprusciàno (senza ancora un titolo e con una troupe formata da personaggi variamente abbrutiti dalla vita) è particolarmente sgangherata e rappresenta il livello zero del genere. Ma nel cast spicca Morena Dani, starlette di secondo piano, che per avvenenza non ha nulla da invidiare alle più note Fenech, Cassini e Bouchet. E proprio la presenza della bella del film ad accendere la miccia di una storia ritmata e irriverente legata alla finta vincita di un 13 miliardario che cambierà in maniera imprevedibile le vite dei protagonisti. A distanza di trent’anni, Federico è un uomo di successo e ci racconta la fine della vicenda, svelando come il destino, battendo strade tortuose e sbilenche, sia l’unico a comandare la partita.

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LO STRALCIO di 13 SOTTO IL LENZUOLO di Giuliano Pavone

C’è un momento, al crepuscolo, in cui tutto diventa silenzioso. Può durare solo pochi istanti, e il silenzio può essere relativo, il più delle volte neanche ce ne accorgiamo. Ma accade ogni giorno, e ovunque. Tregua pensosa, muto bilancio quotidiano. Lancette in surplace. Poi tutto riprende a scorrere, e tornano voci e rumori.
In quei giorni al Paradise, il crepuscolo era per me l’ora del “giro”: una rapida passeggiata intorno all’albergo per verificare che tutto fosse a posto. Un rituale istituito da Tonio Colazzo, sostanzialmente inutile ma rassicurante. La gente ama sapere che è tutto a posto, molto meno chiedersi cosa ciò significhi davvero. “Tutto a posto?”. “Tutto a posto”.
Quella sera nella hall, mentre mi apprestavo a iniziare il giro, incrociai Donato, che era passato dal Paradise per raccogliere tazze e vassoi. Ebbi una piccola esitazione prima di invitarlo ad accompagnarmi: il giro mi piaceva farlo da solo. In fondo serviva anche a me per sapere che era tutto a posto. Ma ero sicuro che Donato sarebbe stato una compagnia discreta.
“Vieni con me ?”
“Scià” accettò lui, senza bisogno di chiarimenti.
Uscii fuori – Donato un passo dietro di me – e percorsi metà del vialetto di ingresso, poi piegai verso la piscina. Mi assicurai che il cancelletto fosse chiuso e che gli arnesi per la manutenzione stessero al sicuro nel piccolo magazzino. Svoltai un altro angolo e mi trovai sul retro dell’albergo, la sua parte più tranquilla: lì, fra piccoli pini appena piantati, c’erano solo alcune piazzole di cemento dalla funzione ancora non definita. Più oltre, ulivi a perdita d’occhio. Il silenzio di Sprusciano era vento lontano oltre le fronde, un vago rombo di aerei e una macchina che passava sulla strada per il mare, trecento metri più in là. La mole bianca dell’albergo invece taceva del tutto: sembrava disabitata.
Camminavamo senza parlare. Donato scandiva spazio e tempo dando dei colpi ritmici al terreno con un lungo ramo raccolto da terra e, di tanto in tanto, scalciando lontano un sasso. Leggi tutto…

Presentazione ULTIME NOTIZIE: FINE DEL MONDO – Catania, libreria Cavallotto – 26.2.2012

Per approfondimenti cliccare qui e qui.

ULTIME NOTIZIE - FINE DEL MONDO
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Intervista a Stéphanie Hochet

Intervista a Stéphanie Hochet

di Claudio Morandini

 

Del romanzo di Stéphanie Hochet, “Le effemeridi”, uscito nel 2012 in Francia presso le Éditions Rivages con il titolo “Les éphémérides” e ora pubblicato in Italia dalle Edizioni La Linea di Bologna (nella traduzione di Monica Capuani), ho parlato nel post di ieri. Nonostante la giovane età (è nata nel 1975), Stéphanie ha all’attivo altri sette romanzi, pubblicati da editori importanti come Laffont, Fayard, Stock, Flammarion, e sta per vedere pubblicato il nono, il breve “Sang d’encre”, dalle Éditions des Busclats. È il momento di conoscerla più da vicino.

 

C. M.  Stéphanie, come vorresti presentarti al pubblico italiano, al di là delle notizie biografiche?
S. H.  Sono uno scrittore che è in cerca e non sa se trova, ma questa frustrazione è probabilmente all’origine del mestiere di scrittore e io ho bisogno di pormi delle domande fondamentali nel momento in cui invento una storia. E proprio attraverso l’invenzione di questa storia l’essenziale della mia riflessione sulla natura umana può prendere forma: il romanzo mi pone nella condizione, mi consente di tracciare un senso in un universo ridotto a qualche centinaio di pagine. Un mondo senza creazione letteraria per me sarebbe solo un deserto. Da studentessa mi sono appassionata al teatro di Shakespeare, alla sua raffinatezza popolare, al suo dinamismo poetico. E sento spesso il bisogno di andare a cercare altrove le mie fonti di ispirazione: l’Inghilterra e la letteratura inglese per “Le effemeridi”, e prima ancora gli Stati Uniti del sud con il “Combat de l’amour et de la faim” e l’Italia con “La distribution des lumières”.

C. M. Come si collocano “Le effemeridi” nell’insieme della tua produzione narrativa? Quali sono i temi che vi si possono ritrovare, qual è il percorso che hai tracciato da “Moutarde douce” fino a qui? Conosco tutti i tuoi romanzi e in essi tendo a avvertire la continuità piuttosto che le differenze; e vedo ne “Le effemeridi” una sorta di grandiosa sintesi dei tuoi temi e della tua ricerca espressiva. Vedo giusto?
S. H.  Con “Le effemeridi” ho la sensazione di avere realizzato un libro molto importante per me, sia sul piano del contenuto sia su quello della forma. “Le effemeridi” riunisce tutti i miei demoni : l’esperienza gemellare dell’arte e della sofferenza, l’attesa dell’amore, la frenesia del vivere e la violenza, il terrore, i percorsi di libertà aperti dalla poesia. Non avrei potuto scriverlo se non ci fossero stati prima gli altri romanzi che mi hanno permesso di essere più ambiziosa.
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LE EFFEMERIDI, di Stéphanie Hochet

Le effemeridiLE EFFEMERIDI, di Stéphanie Hochet
Edizioni La Linea, 2013 – Traduzione di Monica Capuani – Pag. 160

di Claudio Morandini

Ho la fortuna di avere letto tutti i romanzi di Stéphanie Hochet, dall’esordio, “Moutarde douce”, del 2001, a questo “Les éphémérides”, del 2012, il primo libro della scrittrice francese pubblicato in Italia (“Le effemeridi”, Edizioni La Linea, 2013, traduzione di Monica Capuani). In quest’ultima opera mi ha colpito l’attenzione riservata a una gamma di sentimenti piuttosto insolita nella produzione letteraria dell’autrice francese. Sì, la Hochet ha sempre sondato le grandi profondità del mondo interiore dei personaggi, soffermandosi in particolare sulle pulsioni distruttrici o prevaricatrici, inseguendo la tensione crescente nelle relazioni; ma più ancora che nel penultimo romanzo, “La distribution des lumières” (Flammarion, 2010), qui assistiamo alla caparbia ricerca da parte dei personaggi di una dimensione affettiva, li vediamo abbandonarsi l’uno all’altro, scoprirsi insomma bisognosi di amore e cercare ostinatamente segni di una fiducia reciproca. Questa constatazione non vale soltanto per il pittore Simon Black, che si innamora della cantante di fado Ecuador, ma anche, ad esempio, per i clienti del club sadomaso nel quale di notte lavora Tara, la principale voce del romanzo; e vale anche per la stessa Tara nei confronti della sua amica francese Alice, e per tutti insieme nei confronti del personaggio più sorprendente e prodigioso del libro, la piccola Ludivine, una presenza non saprei dire se cristologica o demoniaca – così differente da Embrun, la protagonista de “L’apocalypse selon Embrun” (Stock, 2004), ma ugualmente perturbante.
Questo bisogno di amore, questo desiderio di farsi colmare d’amore dagli altri, che Hochet descrive magnificamente attraverso gli sguardi, i pensieri, gli impulsi e gli umori dei corpi, i gesti inaspettati, anche aggressivi, sembra temperare il senso di sofferenza, il dolore che la vita suscita negli esseri umani semplicemente perché è vita. Soprattutto, questa solidarietà amorosa consente di dare un significato all’esistenza, un significato non illusorio ma in qualche modo definitivo, perché è la risposta (non la sola risposta, ma certo la più solida e la più coerente) all’Annuncio traumatico di una prossima fine. Affronterete meglio l’attesa della fine del mondo se qualcuno è al vostro fianco, vi aiuta e vi ama. Questo bisogno di amore sorprende gli stessi personaggi, li rende irrequieti ma alla fine permette loro di uscire dalla dimensione egotistica e di scoprirsi diversi da come credevano di essere. Leggi tutto…

BOOKANDWINE: in ricordo di Maria Grazia Castrovinci

maria grazia castrovinciBOOKANDWINE: in ricordo di Maria Grazia Castrovinci

di Massimo Maugeri

Stamattina ho appreso una terribile notizia. Di quelle che ti scuotono, ti feriscono l’anima e ti lasciano svuotato dentro…
Avevo avuto modo di conoscere e apprezzare Maria Grazia Castrovinci nel corso della presentazione di un libro, per poi incontrarla in tante altre occasioni “libresche”. Di lei ricordo, in particolare, il sorriso smagliante e la voglia di leggere più libri possibile.
L’amore per la lettura è contagioso e Maria Grazia ne è stata una testimonianza vivente. Ha fondato BOOKANDWINE: viaggio itinerante tra libri e vini. Sulla home page del sito, troverete queste parole: “Condividere il gusto della lettura, confrontando emozioni e suggestioni con vecchi e nuovi amici lettori, in un viaggio  sempre stimolante e coinvolgente“. Il viaggio di Maria Grazia è stato bellissimo e – appunto – coinvolgente. Si è concluso ieri sera, poco prima dell’inizio di un nuovo evento bookandwine. È stata trovata con il libro che doveva presentare. Il suo cuore si era fermato.
Maria Grazia, ancora giovanissima, lascia questa terra… ma il suo sogno rimane. Sono pronto a supportarlo con Letteratitudine. Lo sarò sempre.
Ciao, Maria Grazia. Ciao.

[Di seguito, l’affettuoso saluto di Simona Lo Iacono]

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di Simona Lo Iacono

Carissima Maria Grazia,
solo qualche giorno fa ci eravamo abbracciate, in occasione della presentazione di “Capo Scirocco” di Emanuela Abbadessa, alla Galleria Roma, di Siracusa.
Mi eri venuta incontro sorridente, stretta in un vestitino rosso, con gli occhi lucidi per l’emozione.
Ti avevo dato – con molto ritardo – i miei pensierini natalizi e tu, in cambio, un libro: I girasoli ciechi di Alberto Mendez. Poi hai voluto a tutti i costi regalarmi il libro di Emanuela.
Durante la presentazione a due voci con Luigi Amato, mi sono lasciata cullare, perché improvvisamente la tua voce si è levata dolce e con un timbro mai udito, quasi definitivo: parlavi della bellezza.
Ma come mai avevi fatto, con una passione struggente e tenera, con un trasporto che – in un solo attimo – ti ha reso imperiosa nell’affermarne la necessità.
Poi hai detto: “L’arte mi fa ricordare di avere un’anima. E che quest’anima è eterna”.
Oggi, quando mi hanno detto che in un attimo eri volata via, lontano, a raggiungere quella bellezza che ti chiamava, di cui sentivi già la malinconia, oggi… ho ripetuto quelle parole che mi avevano folgorata. E che avevano fatto dire anche ad Emanuela Abbadessa: “E’ la definizione di arte più bella che abbia mai sentito”.
Oggi voglio dire a tutti quelle parole. Oggi voglio dire a tutti che l’anima è eterna, e che tu l’hai capito con urgenza e con amore, e quindi sei viva, Maria Grazia. Ti sento.
Che queste tue intuizioni laceranti e vere siano la tua testimonianza, tesoro mio. Che siano la tua traccia, il tuo lascito a noi che dobbiamo continuare a cercare la bellezza tra le mille pastoie di una vita spesso cattiva e troppo veloce.
Che risuonino, che ci scuotano, che ci ammoniscano che l’arte è una strada per ritrovare la scintilla divina che ci abita, e che questa è la sua unica logica, il suo unico destino. E che non c’è altro scopo, dopo aver trovato l’anima, che farla germogliare nel bene che deve unirci.
Come hai detto tu, Maria Grazia. Abbiamo un’anima. E quest’anima è eterna.
Ti voglio quel bene, quello che nasce dopo essersi ricordati dell’anima.
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E/LEGGIAMO: DOMENICA 24 FEBBRAIO 2013 LIBRERIE APERTE IN TUTTA ITALIA

spot in evidenzaL’Associazione Forum del libro, che raggruppa editori, librai, bibliotecari, insegnanti e tanti operatori del mondo, sta lavorando da due anni a un progetto di legge sul libro e la lettura. Dopo quattro incontri a Milano, Orvieto e Napoli, l’associazione ha lanciato la proposta ai librai italiani di tenere aperte le librerie nella giornata di domenica 24 febbraio per condividere i punti programmatici che sintetizzano la bozza di legge sul libro (disponibile sul sito www.forumdellibro.org).

Leggi l’articolo di Giuseppe Culicchia pubblicato su La Stampa del 3  febbraio e intitolato: “Facciamo la rivoluzione: andiamo in libreria il 24 febbraio

L’elenco delle librerie che hanno aderito all’iniziativa.

CINQUE PUNTI PER FAR CRESCERE L’ITALIA CHE LEGGE: la lettera ai candidati.
Gentili candidate e candidati,
ci rivolgiamo a voi, che vi candidate a governare il Paese, chiedendovi un impegno concreto a operare nella prossima legislatura a favore del libro e della lettura.
Tutti gli indicatori di cui disponiamo mostrano l’esistenza di una stretta correlazione tra lettura dei libri e condizioni favorevoli a una migliore qualità della vita e al benessere complessivo della persona e delle comunità, non misurabile solo attraverso il PIL. Dove si leggono più libri si leggono anche più giornali, si va più spesso al cinema o al teatro, si ascolta più musica, si frequentano di più i musei. Non solo: la lettura di libri si combina positivamente anche con l’uso delle nuova tecnologie e in particolare di Internet.
Ancora: dove la lettura è abitudine più diffusa, in molti casi è anche più alto il reddito, è migliore la qualità della vita, la società è più coesa, sono maggiori la capacità di innovazione e la propensione alla crescita, è più forte la difesa della legalità, sono minori la corruzione, la criminalità e la discriminazione nei confronti delle donne. Secondo i dati diffusi dai pediatri di ‘Nati per leggere’, anche la salute e il benessere complessivo dei bambini traggono vantaggio dalla pratica dei genitori di leggere libri ai figli fin dai primi anni di vita.
Come mai allora le classi dirigenti italiane, con poche eccezioni, hanno prestato così scarsa attenzione al libro, alla lettura e ai loro luoghi, dalle biblioteche alle librerie, dalla scuola all’università e agli enti di ricerca? E questo proprio in un paese come l’Italia in cui la propensione alla lettura è più bassa della media europea. La responsabilità principale è dei tagli a scuola, cultura e università effettuati dai governi recenti.
Particolarmente pesante è la situazione nelle regioni meridionali, dove a una storica arretratezza si aggiunge la debolezza del tessuto delle biblioteche e delle librerie.
(Continua a leggere qui…)
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TRA LE RIGHE, CON IRONIA

TRA LE RIGHE, CON IRONIA

Al Festival della piccola e media editoria indipendente ( Cinisello, 22 – 24 Febbraio), il comico Alberto Patrucco, e il celebre “Gufo” Roberto Brivio 

Trentaquattro le case editrici,  più di cinquanta gli eventi tra incontri, presentazioni e seminari.
Dal 22 al 24 febbraio Cinisello Balsamo  sarà la città della piccola e media editoria indipendente. Sui tre piani del futuristico centro culturale “Il Pertini”, inaugurato lo scorso settembre, troveranno spazio gli stand di 34 case editrici provenienti da tutta Italia che, insieme al Consorzio del Sistema Bibliotecario del Nordovest (CSBNO), a Media Library Online (MLOL), Bookrepublic e all’Università Cattolica di Milano, daranno vita a più di cinquanta eventi tra presentazioni, incontri, workshop e tavole rotonde.
Inizierà Alberto Patrucco (venerdì 22, ore 18:15), commentando l’Autobiografia dei Monty Python (Sagoma ed.) e chiuderà Roberto Brivio (domenica 24, ore 17:30), che darà vita a un  momento goliardico in puro stile meneghino, a partire dal suo El gran liber di parolasc (ed. Meravigli). Ma non ci sarà solo da ridere: nei tre giorni del festival,  molti saranno gli incontri con gli autori e non mancheranno  laboratori e letture per bambini. Per chi si affaccia al  mondo della lettura digitale, molto utili i workshop digital reader”organizzati dal CSBNO  in collaborazione con MLOL: incontri di mezz’ora ciascuno, dedicati al prestito digitale e all’uso dei dispositivi digitali per la lettura.  Per il pubblico più raffinato, da non perdere la tavola rotonda ‘Fatti ad arte: tra bibliofilia e innovazione’, (sabato, ore 16) organizzata dal Master di Editoria dell’Università Cattolica (intervengono: Giovanni Biancardi, Alberto Casiraghy, Mauro Chiabrando, Edoardo Barbieri). Per gli amanti delle contaminazioni di generi, Autodafé Edizioni propone “Narrativo Presente” (sabato, pre 18:30) incontro sul tema del racconto che prende spunto dall’attualità (con un intervento del musicista Stefano Covri).
Inoltre, nei giorni del festival il CSBNO lancia il concorso “Vieni a Tra Le Righe e vinci con MLOL”: ogni giorno, tra tutti partecipanti sarà estratto un Kobo mini.
 
L’ingresso al festival è libero. Tutto il programma, le informazioni e il regolamento del concorso su http://festivaltralerighe.wordpress.com
Tra le Righe. Festival della piccola e media editoria indipendente. Centro Culturale Il Pertini, Cinisello Balsamo,
venerdì 22: ore 16-22.00; sabato 23: ore 10-22; domenica 24: ore 10-19
Facebook: Tra Le Righe Festival di Editoria
@tralerighe2013
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«LETTERATITUDINE» di Massimo Maugeri (di Sergio Sciacca, da “La Sicilia”)

letteratitudinelibroii«Letteratitudine» di Massimo Maugeri
Il blog come simposio letterario

da LA SICILIA  –  13 Febbraio 2013, OggiCultura, pagina 21

di Sergio Sciacca

Se amate i blog «Letteratitudine» di Massimo Maugeri (voll. 2 (2008-11), vasto saggio armonicamente articolato in paragrafi, offre una prospettiva di lungo periodo di cui la Rete, con il suo eterno presente, difetta; se non amate i blog, compratene due copie: una per ricredervi e l’altra per fare ricredere qualche adoratore della letteratura standardizzata su modelli rituali.
Questo volume è composto quasi tutto di brani comparsi sul blog che l’autore, uno scrittore di attentissima sensibilità e vivace osservatore del panorama culturale e umano che tutti ci circonda, ha intitolato con quel nome sorprendente di Letteratitudine, invitando i visitatori ad esprimere le proprie idee, le proposte, gli slanci, sui tre anni indicatisi in copertina.
Non discussioni banali, ma essenziali, non dissertazioni accademiche, ma profonde, non barocche esternazioni, ma comunicazioni efficaci. Si parla dei massimi testimoni della cultura contemporanea come Sciascia, Bonaviri, Dacia Maraini; delle voci più intriganti della attuale critica militante, da Sarah Zappulla Muscarà ad Antonio Di Grado, delle voci nuove che sorgono numerose in Sicilia, che trovano eco nel Mediterraneo da Salamanca a Tunisi, alla Grecia, all’Albania, dove si studia la nostra civiltà letteraria attuale.
Lo stesso fondatore del blog è scrittore in proprio, pluripremiato (Identità distorte; La coda di pesce che inseguiva l’amore, – scritto a quattro mani con Simona Lo Iacono-; Viaggio all’alba del millennio), e ovviamente inserisce i propri interventi, calibrati, lucidi e soprattutto stimolanti: tanto è vero che bloggano sul suo sito le voci più rilevanti della cultura europea (c’è stato anche un forum con traduzione simultanea per favorire la reciproca comunicazione tra Italia e paesi di lingua tedesca). Leggi tutto…

FEGATO A TUTTE LE ORE, PREFERIBILMENTE DI NOTTE

FEGATO di Ico Gattai
Felici editore, 2012 – pagg. 200 – euro 14

In collegamento con il forum di Letteratitudine dedicato al rapporto tra Letteratura e Musica

di Chiara Tommasi

Capita a volte di incappare in libri che compri per caso, senza un motivo preciso, colpita ed affascinata dalla copertina, convinta che sarà la solita storiella trita e ritrita. Lo inizi mediamente interessata e  scopri che non è poi così malvagio, che al contrario di quel che pensavi, è scritto bene, che ha un suo peso, che ti ha catturata e che.. oh no! E’ già finito ed è già mattina. Hai appena letto e divorato in una notte – in una notte, come non ti capitava più tempo – un bel libro.

Fatevi prendere da Fegato, terza opera di Ico Gattai, pisano quarantenne, che ha dato alle stampe in novembre il suo terzo romanzo edito da Felici Editore, di cui oggi si trova in commercio la seconda edizione.

Letto in poche ore, o meglio, divorato in una sola notte, perché va preso di petto e assaporato con gusto, mi sono lasciata andare nell’atmosfera di quella Pisa che è soprattutto (passatemi il termine tanto caro ai livornesi) PisaMerda. Pur non sentendola quasi mai citata o geograficamente disegnata in modo chiaro e diretto, c’è in piccoli particolari, calata in un’atmosfera perfetta per chi la conosce non dal suo lato standard.
Non cercatevi la Torre, non vi troverete l’ambiente universitario, non conteranno i luoghi simbolo della città, le tante chiese quanti i musei, i lungarni e le altre mete turistiche. Tutto questo non sarà la Pisa che vi si presenterà. Pisa è un’aria che respirerete e uscirà dalle parole, dai caratteri dei suoi protagonisti, provinciali con le manie di persecuzione, armati dalla grandeur di chi si crede vivere in un ambiente cosmopolita, corazzati eppure così fragili, così trasparenti nelle loro mai troppo sbandierate ferite.

Incentrato sulla storia di una rock band e sugli equilibri interni della stessa, sul suo capo carismatico e su chi è stato lasciato indietro, il libro si snoda attraverso ritmi propri del mondo della musica. Sfogliare una pagina significa sentire materializzati passaggi musicali interi, percorsi, suoni e strutture rock, solo apparentemente nascosti dentro alla narrazione della storia. Leggi tutto…

ULTIME NOTIZIE: FINE DEL MONDO

In collegamento con il dibattito su Letteratitudine intitolato “Arriva la fine del mondo“…

Il volume ULTIME NOTIZIE: FINE DEL MONDO (Navarra editore) sarà presentato a Catania martedì 26 febbraio, h. 17,30 presso la libreria Cavallotto di C.so Sicilia. Introdurrà Massimo Maugeri

Come trascorreremo l’ultimo giorno sulla terra?
Cosa accadrà all’alba del giorno dopo?
Ultime notizie: fine del mondo raccoglie sentimenti e paure di un’umanità che si interroga sull’apocalisse.

La data del 21 dicembre 2012 è ormai entrata nell’immaginario collettivo e porta con sé l’attesa di un evento straordinario. Ma invita anche alla riflessione su concetti paralleli, quali la rottura radicale con il passato, lo stravolgimento delle leggi della Natura, una nuova era spirituale, una rivelazione che potrebbe cambiare le nostre coordinate di riferimento.
Ultime notizie: fine del mondo raccoglie i racconti vincitori della quarta edizione del concorso nazionale
letterario Giri di parole.
All’interno si alternano scenari apocalittici e cambiamenti più intimi e personali, che non riguardano il destino dell’intera umanità ma di singoli individui.
I protagonisti dei racconti affrontano il peso di questa data con differenti atteggiamenti.
C’è chi confida nella veridicità della profezia e sceglie il 21 dicembre 2012 come data di un matrimonio non voluto, chi le affida le sorti di un’avventura con un nuovo amante, o chi spera di potersi liberare da una moglie traditrice; chi, immerso nella propria routine, si perde l’appuntamento con la fine e chi, di quella fine sarà l’artefice, perché chiamato a pigiare il bottone che metterà fine a tutto.
Dieci ipotesi sull’eventualità più temuta e, nello stesso tempo, più affascinante della storia.

In quale dei racconti è contenuta la verità sul nostro futuro? Leggi tutto…

L’INFERRIATA, di Laura Di Falco

LInferriataL’INFERRIATA, di Laura Di Falco
Verbavolant, 2012 – pagg. 272 – euro 15,00

di Simona Lo Iacono

Il sole cola a picco sulle pietre. Le arrossa, le ingravida, le riempie della sua stessa sostanza: luce. Poi le lascia, ma le pietre non dimenticano. Restano a barbagliare dei raggi che hanno bevuto,  ardenti anche nella notte.
E’ Ortigia. L’isola di pietra, lo “scoglio”.
Qui si è svolta tutta la storia della città di Siracusa, dal v secolo a.c al dopoguerra. Qui hanno smerciato gli ebrei, hanno pregato gli arabi, hanno poetato i greci. E qui la nobiltà baronale ha vissuto fino alla metà del novecento, nei palazzi dalle corti d’arenaria, nei salotti buoni e costellati di consolle a specchi, felpando il passo sui pavimenti cigolanti ma impreziositi dalle scene accecanti dei mastri di Caltagirone.
Una vita circoscritta dal mare, dalle invisibili barricate sociali, dalle usanze delle buone famiglie e dai segreti da non confessare. Un piccolo mondo, insomma, dove pietre e cristiani hanno pari cittadinanza, e in cui la decadenza delle une coincide con il declino degli altri.
Qui vive Diletta, studentessa all’ultimo anno di liceo, che cresce tra le sale affrescate del grande palazzo di famiglia e tra le strade ammalorate dallo sfascio  che sta per travolgere lo scoglio, abbandonato dai cittadini per andare ad abitare al di là del mare, nella città nuova, la città di cemento.
Una città senza storia e senza  gerarchie, quella nuova, però, dove riconoscersi è impossibile, dove le case non hanno pareti gonfie d’umido ma termosifoni, e dove i solai reggono al tempo, senza lasciar cadere giù pericolanti lampadari di murano. Una città che segna cioè i tempi che avanzano, la vita che cambia e diventa moderna, con buona pace delle famiglie nobiliari.
Ortigia diventa così regno di ombre, di macerie che avanzano e che nessuno ha più voglia né interesse a mantenere in piedi, luogo di fantasmi che si aggirano spaesati e senza memoria, sfrattati dalla loro identità, dal loro passato.
La vicenda  di Diletta diventa allora la storia del tempo e delle sue inevitabili rovine, della famiglia che si evolve, dei costumi che mutano.
Non a caso siamo a metà tra gli anni sessanta e settanta e pare che si stia  scavando tra il tempo che è stato e quello che sarà, un muro mai più valicabile, una gigantesca inferriata.
“L’inferriata” è infatti il titolo del libro di Laura Di Falco, finalista al premio strega nel 1976, ed adesso riedita da Verba volant.
Con uno stile immaginifico e secco a un tempo, la scrittrice sgretola le apparenze, racconta i cambiamenti della fine del novecento, si fa cronista delle sfaldature del destino.
Chiedo quindi all’editrice, Fausta  Di Falco (nipote della scrittrice), di parlarci di quest’ opera di recupero, di questo libro che è un omaggio alla capacità  di fare dei luoghi (Ortigia) e del tempo che scorre il vero protagonista della storia.

Fausta, cosa ha significato per te ripubblicare Laura Di Falco? Leggi tutto…

PREMIO STREGA 2013: i nuovi giurati e le date

premio stregaIl Comitato direttivo del Premio Strega – composto da Alessandro Barbero, Giuseppe D’Avino, Valeria Della Valle, Tullio De Mauro (presidente), Giuseppe De Rita, Fabiano Fabiani, Alberto Foschini, Dino Gasperini, Melania G. Mazzucco, Ugo Riccarelli – ha designato 8 nuovi Amici della domenica. Oltre ad Alessandro Piperno, Premio Strega 2012, che entra di diritto a far parte della giuria, sono stati scelti: Laura Bosio, scrittrice, finalista al Premio Strega 2007 con il romanzo Le stagioni dell’acqua (Longanesi); Massimo Gramellini, vicedirettore de “La Stampa” e scrittore; Sergio Luzzatto, saggista e docente di Storia moderna all’Università di Torino; Massimo Maugeri, giornalista e scrittore, fondatore del blog Letteratitudine; Maria Laura Rodotà, editorialista del “Corriere della Sera”; Mirella Serri, saggista, giornalista e docente di Letteratura e giornalismo presso La Sapienza – Università di Roma; Chiara Valerio, scrittrice.

I nuovi componenti entrano a far parte dello storico corpo votante del Premio Strega – promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci in collaborazione con Liquore Strega – che comprende circa 400 tra uomini e donne di cultura e dal 1947 attribuisce il riconoscimento a un libro di narrativa italiana pubblicato tra il 1° aprile dell’anno precedente e il 31 marzo dell’anno in corso. Concorre ad assegnare il Premio Strega anche un gruppo di 60 lettori forti, che ruotano di anno in anno, selezionati dalle librerie indipendenti italiane. A questi si aggiungono i voti collettivi espressi dalle 40 scuole del progetto 2013. Un anno stregato, dal Liceo Einstein di Berlino e dai gruppi di lettura coordinati da 10 Istituti Italiani di Cultura all’estero. Il LXVII Premio Strega sarà dunque assegnato da un totale di 460 votanti.
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DIVERGENZE, di Antonio Di Grado

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un ampio stralcio del saggio DIVERGENZE, di Antonio Di Grado
A Est dell’Equatore, 2012 – pagg. 120 – euro 14

Un altro Novecento. Non il novecento di Pirandello e Svevo, di Montale e Moravia, di Gadda e Calvino. Non il novecento della “Ronda” o di “Solaria”; del neorealismo o delle sedicenti avanguardie. Quattro scrittori ed intellettuali remoti, viceversa, da tendenze e schieramenti, isolati dal loro stesso sdegno o dalla loro irrequietezza. La consuetudine con la cultura mitteleuropea e l’esilio negli Stati Uniti per Borgese; le due guerre e le rivoluzioni totalitarie per Malaparte, il romitaggio intellettuale e il reiterato rifiuto degli editori patito fino al suicidio per Morselli e infine la Sicilia del crimine mafioso per Sciascia. Divergenti esperienze che tuttavia convergono in un’accigliata, gridata, desolata o pensosa solitudine. Parlare di un “altro Novecento” non significa, perciò, soltanto rivendicare l’importanza di alcuni scrittori ma pure rileggere con i loro occhi un secolo di furori ed emergenze.

* * *

Uno stralcio del saggio DIVERGENZE, di Antonio Di Grado

Istruzioni per l’uso

Giuseppe Antonio Borgese, Curzio Malaparte, Guido Morselli, Leonardo Sciascia: fisionomie intellettuali, modalità di scrittura, scelte di vita assai diverse, le loro. Perché allora schie¬rarli fianco a fianco in una improbabile armata delle ombre? Parrebbe un accostamento arbitrario e fortuito, come in quelle rapsodie raccogliticce di saggi e articoli che noi docenti universitari cuciamo alla svelta, senza curarci della coerenza, per sottoporre più pagine che sia possibile all’arcigna e sbadata commissione d’un concorso.
No, questa non è una raccolta di saggi. È l’immodesta proposta di un altro Novecento. Non il Novecento di Pirandello e Svevo, di Montale e Moravia, di Gadda e Calvino, giusto per fare i nomi consacrati dal “canone” corrente. Non il Novecento della “Ronda” o di “Solaria” o del neorealismo o delle sedicenti neoavanguardie. Quattro scrittori (e intellettuali) remoti, viceversa, da tendenze e schieramenti, isolati dal loro stesso sdegno o dalla loro irrequietezza, trascurati da una critica che accorpa anziché distinguere e che accorre sempre – avrebbe detto un Flaiano – in soccorso del vincitore.

La critica. Da critico, la detesto: anche la mia. Attività parassitaria, morbosa metastasi, delega deresponsabilizzante. Per conto mio, auspico come Lutero o meglio come gli anabattisti il sacerdozio universale e il libero esame. Diffido dei ragionieri della letteratura espertissimi in tecniche da laboratorio con cui selezionare i testi e dissezionarli, così come diffido dei chirurghi della psiche che sminuzzano i sogni o li battezzano, o degli storici delle religioni che mettono in fila delle vuote spoglie. Il torto più grande che si possa fare a una poesia, a un mito, a una fede, a un sogno, a una narrazione, è quello di soppesarne l’involucro: la forma, i moventi, gli esiti. Credere: questa è la parola giusta. Lasciare che quella scorza si schiuda senza forzarla, che si riveli, che il suo segreto innominabile ci invada.
In ogni libro cercare il Libro. Pretesa insensata, che carica ogni pagina di delusa fatica. Ma è proprio quando hai ceduto alla deriva del senso, e stai attraversando con rassegnata in-differenza pagine inerti, che all’improvviso ti ferisce un fiotto di luce. Ti sei imbattuto in un’anima che aspettava solo te per svelarsi, in un compagno segreto che ha valicato secoli e continenti per raggiungerti, e per aprire quel varco anche a te. E la scrittura di chi ne tratta asseconda quella voce, non la sovrasta e non ne sospetta: vola e divaga, accarezza e non fruga, dubita e non asserisce.
Da quella critica che, come Minosse, «giudica e manda secondo ch’avvinghia», o almeno da più d’un compilatore di beneducate storie delle patrie lettere, i quattro autori in questione sono stati trattati da “irregolari” se non addirittura da “minori”, non rientrando nelle opposte schiere (ma per ciò stesso gratificate da una legittimazione bipartisan) dei distillatori d’innocue metafore autorizzate dal pulpito o dei fabbri d’eroici furori be¬nedetti dal partito, anzi disertando le sedi deputate all’italico certame per riprendere fiato nelle ariose temperature d’oltralpe. Perciò eccoli confinati nel limbo sovraffollato in cui sgomitano gli inclassificabili, eccoli costretti alla quarantena in cui espiano i cosiddetti irregolari.

Quanto a una condizione “irregolare”, estranea o addirittura eversiva rispetto a una norma, dovrebbe a rigore parlarsene laddove la norma stessa risultasse indiscutibile ed effettualmente indiscussa: il che non è dato in alcun’epoca o contesto, neppure in quelli che pigre storiografie o strumentali mitografie si ostinano a tramandarci compatti e aureolati. Il Rinascimento, per esempio: questa categoria dello spirito che ha fatto aggio sulla complessa realtà e sul tortuoso svolgimento d’un secolo che a tal punto la smentisce da costringerla a ritrarsi sempre più nei suoi primi decenni; e anche lì a scalpitare tra corpi estranei e inassimilabili tensioni, talmente ingombranti da invadere opere e figure (perfino Ariosto, perfino Bembo) invano tenute al riparo di olimpiche icone; e talmente esigenti da obbligare all’invenzione critica di un “anti-Rinascimento” o di un Rinasci¬mento “inquieto”, suggestive ma infruttuose formule che non rendono conto in alcun modo dei contenuti ideologici, religiosi, estetici di quell’antagonismo o astratta inquietudine che fosse. E si fingono schieramenti contrapposti dove fu accesa pluralità d’idee e polverizzazione di scelte e di destini; e si spingono i classici nell’olimpo della infalsificabilità mentre negl’inferi della trasgressione si ammassano figure tra loro inassimilabili come Cellini o Folengo, Aretino o Doni, Berni o Gelli o Castelvetro.
E il Novecento? Una valutazione più coraggiosa del moralismo dei vociani o delle oltranze di Tozzi rischierebbe di scompaginare certe rassicuranti raffigurazioni dell’età giolittiana e prefascista come scampagnata di fanciullini, superometti e calligrafi; e l’auspicabile riscoperta delle stralunate avanguardie e degli impuri “contenutisti” degli anni Venti-Trenta scardinerebbe l’ossatura di una ricostruzione di parte largamente ac-creditata, che alle raffinatezze iniziatiche e all’“aura” eterea e sfocata del côté ermetico-solariano fa seguire senza soluzioni di continuità un neorealismo pedagogico e buonista, ammansito con consolante leggiadria. Leggi tutto…

NON PASSARE PER IL SANGUE, di Eduardo Savarese

NON PASSARE PER IL SANGUE, di Eduardo Savarese

Viaggio al termine della notte

di Anna Vasta

Non passare per il sangue, nell’omonimo romanzo di Eduardo Savarese (Edizioni e/o. Pag.188 € 16,00) suona come  una di quelle affermazioni perentorie-dinieghi o formule di scongiuro-sulle labbra  di una Pizia: monito a chi voglia intraprendere un cammino iniziatico. Un “viaggio al termine della notte”,  una discesa agl’Inferi, il percorso di conoscenza, di consapevolezza di Agar- personaggio reale, vero di soggettivi, autobiografici vissuti, e di  quel surplus di verità che solo la letteratura può dare- la yayà(nonna)- di Creta, più che nonna, madre; di quelle madri del mito, enigmatiche creature impastate nell’argilla primordiale. Dure, battute, piegate, mai vinte da tempeste personali e collettive bufere, refrattarie e impermeabili alla compassione, scorbutiche e solitarie, eppure nell’intimo fragili, e quanto indifese. Nonna-madre di Marcello, l’ufficiale in missione umanitaria in Afganistan, morto in un un agguato, restituito alla famiglia, senza corpo, senza gli onori della sepoltura e del pianto, senza quei miseri, eppure sacrosanti, irrinunciabili conforti che Achille non negò neppure all’acerrimo nemico, Ettore. E per cui si batté sino a morirne Antigone.
Di Marcello nemmeno le ceneri, solo gli effetti personali in una plumbea valigetta che Luca, compagno-amante del giovane militare, anche lui soldato di una guerra  feroce, fatta passare ipocritamente per operazione di pace, ha il compito di consegnare alla madre, Sofia. Una madre sorella, quasi amica, schiacciata dal dolore, dalle sconfitte, dai fallimenti esistenziali, repressa nei suoi slanci materni dalla soffocante onnipresenza di Agar; madre di entrambi, figlia e nipote, come in una tragedia greca,  dove i confini tra  pulsioni,  passioni e  ruoli famigliari sono labili e violabili.
L’arrivo improvviso di Luca-anche lui in cerca di un barlume che possa fare luce nel mistero di Marcello e della sua morte-incrina sino a spezzarlo l’instabile equilibrio di silenzi, omissioni, rancori, risentimenti, accuse reciproche, incomprensioni intenzionali e funzionali a nascondere ciò che madre e figlia hanno da sempre saputo, senza volerne prendere atto, per  non  assumersene il carico: l’omosessualità di Marcello.
Agar, nel ripercorrere insieme e in contrasto con il giovane militare che va rivelando, ogni giorno che passa, una sospetta, inquietante intimità col  nipote, momenti, episodi, gesti, comportamenti, parole di Marcello bambino, e poi giovane adulto, va indietro coi suoi ricordi, alla sua prima giovinezza a Creta, alla malattia, l’insufficienza polmonare che ne aveva bloccato la crescita e la possibilità di emancipazione nel lavoro, tanto da spingerla a cercare una forma di indipendenza nelle nozze con l’ufficiale italiano, il nemico invasore di stanza nell’Isola. Sino alla paura atavica della sterilità. Paura che affonda in archetipi di fecondità e procreazione, che identificano la fisicità femminile in  natura naturans. Questa paura della sterilità, dell’impossibilità di procreare vissuta come una deminutio del proprio essere donna, si aggira come uno spettro tra le mura della villetta di Vico Equense, anche dopo l’avvenuta maternità  la nascita di Sofia, sino a materializzarsi nella sterilità di Marcello, nel suo amore contro natura che non passa per il sangue. Uno spettro funesto che porterà il nipote di Agar, sensibile, raffinato cultore di libri e di fiori, collezionista di Barbie, giovane bello e di gentile aspetto, a scegliere la vita militare per reprimere le proprie inclinazioni di “femmina” e affermare un’identità di maschio, che copra e nasconda il peccato d’origine: l’impossibilità di procreare, di passare per il sangue. Leggi tutto…

LA SCUOLA SOTTO IL GENERE DELLA COMMEDIA, di Roberto Sandrucci

LA SCUOLA SOTTO IL GENERE DELLA COMMEDIA, di Roberto Sandrucci
Ets, 2012 – pagg. 162 – euro 12

di Claudio Morandini

È bella la severità con cui Roberto Sandrucci, nel suo “La scuola sotto il genere della commedia” (Edizioni ETS, 2012), affronta il tema delle “rappresentazioni della scuola pubblica italiana”. Da insegnante e pedagogista, Sandrucci sa bene che cosa sia il mondo scolastico nella realtà, in cosa consista la complessità dell’insegnamento, a quali responsabilità il docente sia richiamato dinanzi al compito delicato di entrare in relazione con classi di giovani e giovanissimi; sa soprattutto che la scuola resta, bene o male, la maggiore agenzia culturale di ogni paese civile, e che così è anche qui da noi, nonostante i colpi inferti da più parti all’immagine e alla sostanza della scuola (di quella pubblica in particolare). Per questo non si ritrova dinanzi all’immagine derisoria e limitativa che della scuola viene data dalla televisione, dal cinema, da certa letteratura, e rifiuta quella che definisce efficacemente “la sottocultura del ridiamoci su”, che riduce la figura professionale del docente, i rapporti con gli alunni, gli alunni stessi, l’insegnare nel suo complesso a repertorio di macchiette, di gag, a casi umani, a bizzarrie innocue o degne al più di compatimento.
Nella lucida Introduzione, Sandrucci enuncia il problema nelle sue articolazioni. “Si ride di ciò di cui non si ha la capacità, o la volontà, di discutere seriamente”. Così, le difficoltà anche gravi, diffuse, della scuola pubblica vengono messe in caricatura ed esasperate, al punto che si ha l’impressione che tutto nella scuola vada male, non funzioni, e che tutto giri a vuoto, gigantesco meccanismo farraginoso del nulla che si delegittima da solo. Dov’è, in queste rappresentazioni, la scuola che funziona, si chiede Sandrucci, quella che, sia pure con difficoltà sempre maggiori, sa trasmettere ancora un patrimonio millenario senza il quale le giovani generazioni saranno perse e vuote? La commedia scolastica non ce lo dice, si disinteressa della complessa (e affascinante) dinamica dell’apprendimento, preferisce esercitare una comicità angusta accanendosi su figure e situazioni trite, su un repertorio di tic e frustrazioni divenuto folklore. Quanti personaggi stereotipati, allora, quanto facile degrado nei ritratti di insegnanti e alunni e altro personale – quanta denigrazione, in sostanza, della centralità che dovrebbe avere la scuola nella vita sociale e culturale di un Paese. Non cessa di sorprendere, a questo punto, che il pubblico più affezionato di questa produzione letteraria, televisiva e cinematografica sia costituito da persone che nella scuola lavorano, in particolare docenti. Forse è (anche) per questo che la scuola di oggi ha finito per assomigliare alle caricature semplificate e umilianti che la commedia scolastica insiste a proporre – di sicuro è anche per questo che il resto del pubblico, genitori e studenti e altri ancora, hanno del mondo della scuola una considerazione così bassa. Leggi tutto…

FIERA DEL LIBRO DELLA ROMAGNA – 13/14 aprile 2013

FIERA DEL LIBRO DELLA ROMAGNAFiera del libro della Romagna13/14 aprile 2013

Historica edizioni, in collaborazione con il sito internet per gli amanti della lettura e della scrittura Scrivendo Volo, organizza la prima edizione della “Fiera del libro della Romagna”, un evento che si terrà il 13-14 aprile 2013 al Palazzo del Ridotto (Palazzo del Capitano) con il patrocinio del Comune di Cesena.
Parteciperanno 20-30 editori locali e nazionali indipendenti selezionati con cura che esporranno e metteranno in vendita i loro libri.
Durante la fiera saranno organizzate presentazioni, eventi, reading in cui verranno presentati i migliori libri pubblicati dagli editori presenti e non solo.
Da oggi è inoltre possibile partecipare al concorso letterario gratuito per racconti dedicato a tutti gli scrittori.
I migliori racconti, selezionati dalla giuria, saranno pubblicati in un’antologia e gli autori verranno premiati con un evento in fiera. Il bando del concorso è disponibile all’indirizzo:
www.fieralibroromagna.it

Francesco Giubilei, direttore editoriale di Historica edizioni e organizzatore dell’evento spiega:
“La fiera del libro della Romagna nasce dalla consapevolezza della mancanza nel nostro territorio di una manifestazione di questo genere che raccoglie editori locali e nazionali.
Città come Pisa e Modena organizzano da anni una fiera del libro con un grande successo di visitatori e noi vogliamo cercare di fare lo stesso a Cesena. Ringraziamo il sindaco Lucchi e l’assessore Baredi per averci concesso il patrocinio. La scelta di organizzare questo evento nella città di Cesena non è casuale. Cesena è in una posizione geografica favorevole a metà strada tra Forlì, Rimini e Ravenna. L’obiettivo è quello di creare un occasione per i cittadini di avvicinarsi all’editoria indipendente di qualità attraverso un’esposizione di due giorni (13-14 aprile 2013) al Palazzo del Capitano a cui parteciperanno 30 editori locali e nazionali. Inoltre saranno organizzate presentazioni, reading e incontri – continua Giubilei. Leggi tutto…

VENDETTA DI SANGUE: intervista a Wilbur Smith

VENDETTA DI SANGUE: intervista a Wilbur Smith

di Francesco Musolino

Dopo ben 33 romanzi d’avventura e 122 milioni di libri venduti nel mondo, Wilbur Smith non ha affatto messo da parte la penna, la fantasia e l’ingegno. Difatti è pronto a rilanciare la sfida con una scelta nel segno del celebre Alexandre Dumas e non dimentica mai che nella vita avrebbe potuto fare tutt’altro che lo scrittore. Giunto in Italia per presentare in anteprima mondiale il suo nuovo romanzo – “Vendetta di Sangue” (Longanesi; pp. 510 euro 19,90) – lo scrittore d’origini zambiane e cresciuto in sudafrica che recentemente ha festeggiato l’ottantesimo compleanno accanto alla quarta moglie, ha risposto alle nostre domande. Per Wilbur Smith, indiscusso re dei romanzi d’avventura dal 1964 ad oggi, la scelta dell’Italia non è certo casuale visto che proprio nel nostro paese ha venduto oltre 33 milioni di copie. In “Vendetta di sangue”, vedremo il ritorno di Hector Cross – già protagonista ne “La legge del deserto” – in un fitto intreccio a base di vendetta, potere e denaro, ambientato fra la City londinese e l’Africa nordorientale. La firma di Smith? Il ritmo serratissimo e la morale salda.

Hector Cross, aveva trovato l’amore e la felicità ma in Vendetta di Sangue torna in pagina animato solo dal desiderio di rivalsa. Mr. Smith è arduo portare in pagina le emozioni più dilanianti dell’animo umano in modo realistico?
«Per prima cosa mi documento moltissimo e soprattutto scrivo solo di ambienti che conosco molto bene, ecco perché c’è sempre tanta Africa nei miei libri. Una documentazione più che esaustiva è fondamentale per la credibilità della storia. I lettori devono fidarsi di ciò che scrivo, come se si trattasse di personaggi reali. Per questa ragione le informazioni che sono sullo sfondo devono essere correttissime, altrimenti il tutto perde di veridicità e si finisce per avere la stessa sensazione che può avere un guidatore, quando supera un dosso artificiale lungo la strada: sobbalza, sente che c’è qualcosa che non va.
Per lo più scrivo di getto, per poi tornare indietro e rifinire in modo tale che ogni frase esprima al massimo emozione e forza». Leggi tutto…

IL SOGNO DI «ACHAB»

achabIl sogno di «Achab»

di Domenico Calcaterra

«Costruire una nuova città invisibile» – questo l’ambizioso progetto editoriale che fa capo ad “Achab. Scritture solide in transito“, la nuova rivista fondata e diretta da Nando Vitali ed edita dalla napoletana Compagnia dei Trovatori Edizioni. E in effetti, a voler leggere tra le righe della Premessa che accompagna l’uscita del primo numero, non possono non cogliersi certe assonanze con l’autore delle Città invisibili, per il riferimento al vivere un dinamico «tempo d’attesa»; critico, in quanto la crisi, paradossalmente – scriveva il Calvino di Dialogo di due scrittori in crisi (1961) -, è la «sola situazione che dia frutto». E più ancora, per il porre l’accento sulla necessità di scritture non effimere, durature, che scampino alla liquidità contemporanea e al naufragio, e trovino nella «forza dello stile» il solo imperativo categorico, riecheggia (certo con le dovute differenze di contesto) il Calvino de La sfida al labirinto (1962): per esempio, nel programmatico voler andare oltre le colonne d’Ercole d’un immediato istinto di restituzione mimetica del reale; nella fascinazione del labirinto, qui declinato, stando alla premessa del direttore, come attrazione per il viaggio e per il nostos, un luogo ove fare ritorno; scritture, infine, che incarnino la molteplicità conoscitiva del mondo in cui viviamo, senza snobismi di sorta, coniugando riflessione critica, narrazione, visione e immagine (ancora, come non pensare a Calvino?).
Senza dubbio di sicuro spessore gli articoli dell’Area critica, accomunati come sono dal filo rosso d’una plausibile professione di novello umanesimo. Così è nel contributo fornito dalla critica filosofica, profondamente esistenzialista, di Andrea Caterini Leggi tutto…

DIVERSAMENTE EROI, di Salvatore Ferlita

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo l’introduzione dell’antologia DIVERSAMENTE EROI, di Salvatore Ferlita
Bonanno, 2012 – pagg. 144 – euro 12

Il libro
Dalle pagine di romanzi, racconti, diari di scrittori italiani della nostra contemporaneità, si affacciano personaggi “diversamente eroi”. Eroi che non vantano certe eccezionali qualità fisiche, tra le quali sicuramente la bellezza, il vigore, una floridezza “immarcescibile” (punti di forza immancabili nel curriculum del perfetto “superuomo”); che non si distinguono per imprese titaniche, gesta prodigiose. Si tratta di protagonisti o figure laterali, colpiti da qualche menomazione, diversi per aspetto fisico, non allineati dunque alla schiera di quanti si fregiano di una normalità conclamata, troppe volte tirata in ballo, evocata a sproposito, brandita quasi alla stregua di un talismano. Perciò eroi perché “lottano non per diventare normali ma se stessi” come si legge non a caso nella dedica che apre il romanzo Nati due volte di Giuseppe Pontiggia. Insomma, questi eroi diversi rappresentano l’altra faccia della medaglia letteraria. Un rovesciamento che insensibilmente, scandalosamente ci sposta al punto che potremmo rivolgerci a ciascuno di essi con le parole di Achille “pie’ veloce” del romanzo di Stefano Benni: “Se lei riuscisse a concepire nella sua testa una qualsiasi definizione di normalità in nessun modo io rientrerei nella sua definizione”.

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L’introduzione di DIVERSAMENTE EROI

di Salvatore Ferlita

Intanto, cominciamo con quanto attiene all’uso delle parole.
Una volta si diceva cieco, oggi si preferisce “non vedente”; un tempo c’erano i sordi, soppiantati poi dai “non udenti”. I disabili, concetto recente, che identifica “abbastanza chiaramente alcune categorie di persone e una serie questioni relative alla vita associata, al diritto, alle politiche sociali” come ha ben spiegato Matteo Schianchi nella sua Storia della disabilità (Carocci 2012), sono stati battezzati “portatori di handicap”, una definizione a dir poco grottesca e ambigua, come se l’handicap fosse una cosa trasportabile, portatile, quindi da lasciare quando e dove si vuole.
Una sorta di inarrestabile deriva eufemistica ha fatto registrare sempre più di frequente smottamenti lessicali, lasciando invece intatte le plaghe delle coscienze di tanti.
Aveva ragione Natalia Ginzburg quando scriveva che “le parole non vedente e non udente sono state coniate con l’idea che in questo modo i ciechi e i sordi siano più rispettati”. Per poi così continuare: “La nostra società non offre ai ciechi e ai sordi nessuna specie di solidarietà o di sostegno, ma ha coniato per loro il falso rispetto di queste nuove parole. Le troviamo artificiali e ci offendono le orecchie e francamente le detestiamo” (Non possiamo saperlo, Einaudi 2001).
Torniamo ai disabili: gli anormali, gli inabili, i deformi, i subnormali, gli irregolari, i minorati, i ritardati, gli invalidi, gli infermi, gli incapaci, che s’è deciso poi di catalogare, in ambito scolastico soprattutto (laddove spesso prolificano le locuzioni freddamente burocratiche), quali handicappati. Per poi trasformarsi, a un certo momento, in “diversamente abili” o solamente “diversi”. Leggi tutto…

LA WEBZINE DI SUL ROMANZO: il numero di febbraio

webzine - sul romanzoÈ disponibile il numero di febbraio della Webzine di Sul Romanzo

La Webzine di Sul Romanzo nasce nel 2010 dando da subito spazio creativo ad alcune delle migliori penne del blog, oltre a numerosi collaboratori esterni alla redazione. Una vista ampia e profonda sui temi di letteratura, scrittura ed editoria. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura, con un occhio critico verso la società contemporanea.
Da qualche tempo la Webzine è un bimestrale, un numero monografico che si alterna a un numero più generale, producendo un mottetto laico di approfondimento con paradossi, curiosità e inediti. È possibile leggerla online direttamente su Issuu oppure, grazie a un’iscrizione gratuita e veloce sul sito, la si può scaricare in formato pdf.
Il suono della cultura dona la vista è il motto dell’ultimo numero di febbraio, nel quale si parla dei fumetti e dei codici perduti dell’arte, di Carmelo Samonà e di Gore Vidal, del primo editore della storia e di Edward Gorey, e molto altro.
L’intento è allargare la redazione ai contributi stimolanti esterni, per questo a pagina 12 c’è l’iniziativa Racconti contro la precarietà e a pagina 22 l’Invito a presentare articoli, entrambi dedicati ai lettori e a quanti vorranno partecipare.
A pagina 48 e 49 c’è una raccolta di eventi culturali italiani e stranieri, utile per chi volesse profittare di febbraio e marzo incontrando suggestioni e confronti.
Buona lettura… cliccando qui.
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Atletico Minaccia Football Club, di Marco Marsullo

Atletico Minaccia Football ClubAtletico Minaccia Football Club, di Marco Marsullo
Einaudi, 2013 – Stile libero Big – pp. 224 – € 17,00

In collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog: “Il Pelè del Sacro Cuore” (dedicato al rapporto tra calcio e letteratura) pubblichiamo, di seguito, uno stralcio del romanzo “Atletico Minaccia Football Club” di Marco Marsullo. L’autore del libro parteciperà al dibattito…

Il libro
Vanni Cascione ha un’unica fede, il calcio, e un unico dio, José Mourinho. Dopo anni da mister di squadre scalcagnate della provincia campana e con un’infinita collezione di esoneri, è incaricato dal direttore sportivo Lucio Magia, faccendiere dal viso gitano, di allenare l’Atletico Minaccia Football Club.
Alla promessa di poter disporre di una rosa di calciatori eccellenti corrisponde però un reclutamento spericolato, tra patteggiamenti, prostitute nigeriane e reduci di reality show. Cascione si ritrova in squadra un attaccante schiavo della colite cronica, un mediano clandestino schierabile solo in trasferta perché in casa è piantonato dalla polizia, un portiere cocainomane, uno stopper detto «Trauma» e non per caso, un ex concorrente di Sarabanda e persino un meccanico e un cuoco… Con questa improbabile formazione, vincere il torneo si prospetta complicato. Figuriamoci se ci si mette pure la camorra.
Marco Marsullo dà vita a una figura poetica e maldestra di allenatore di provincia, abituato a perdere e ostinato a vincere. E si diverte a giocare con gli stereotipi del nostro Sud liberandoli, finalmente, dalla retorica del lamento consolatorio.

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Un brano tratto da Atletico Minaccia Football Club, di Marco Marsullo

CopertinaIl pomeriggio della partita contro la Robur Marcianise c’era lo stadio pieno. Renetta e Caracas per il forcing finale di campionato ci avevano organizzato una sorpresa. Sulla scali- nata piú alta della tribuna, per tutta la lunghezza dell’ultimo gradone, avevano fatto scrivere dai ragazzi della comunità di recupero di Sputacchiaro Maggiore una frase a caratteri cubitali con la vernice gialla e rosa, i nostri colori sociali.
un sorriso sulla mia faccia nel mio cuore l’atletico minaccia. Leggi tutto…

NON LASCIARMI ANDARE VIA, di Maria Di Lorenzo

Pubblichiamo la doppia lettura del romanzo NON LASCIARMI ANDARE VIA, di Maria Di Lorenzo (a firma di Simona Lo Iacono e Narda Fattori)

La lettura e l’intervista di Simona Lo Iacono

La mano si posa sulla corteccia dell’albero. Trema al suo tocco. Sente il calore della linfa che corre.  E’ una di quelle giornate siciliane in cui la luce brilla indecentemente, e in cui ogni cosa trasmigra nell’altra, rivelando l’unicità del tutto, la segreta assonanza di ogni elemento dell’universo.
Silvana solleva lo sguardo. Gibilmanna è ai suoi piedi, scoscende fino al mare, fa galoppare il cuore verso l’azzurro. Tutto sembra ora solo un sogno. La malattia, il passato, le parole non dette. Per pudore, per dolore, per paura.
Resta questo tempo che – lo sa – non è che una concessione breve del destino. Un’ultima occasione per svelare, per ricucire gli strappi della vita, per confessare a sua figlia che,  forse,  non sono solo i vivi a non voler essere lasciati. Ma soprattutto i morti.  O coloro che stanno per morire.
Così scrive. Non per ottenere qualcosa, non per essere perdonata, non per giustificarsi. Ma per ricordare a chi resta che l’unico destino a cui siamo chiamati è la compassione. Anche quando la vita scorre senza rivelare lutti nascosti, nascite proibite, amori senza futuro. Anche quando è conveniente non dire, fare finta di nulla, cedere ai rituali della compostezza e della buona creanza.
Anche allora,  ci salva solo quell’essere col dolore dell’altro, con il suo peccato, con la sua miseria.
In “Non lasciarmi andare via” (che è possibile leggere in ebook scaricandolo da questa pagina) Maria Di Lorenzo ci consegna una voce di donna intensissima, composta, poetica. Una melodia che si dipana maestosa, rivelando tocco dopo tocco la complessità delle relazioni umane, le attese, l’amore che non riesce a compiersi se non dopo un’intera storia da raccontare.
Con una lingua che è ora epistolario, ora cronaca degli anni sessanta, ora rassegna cadenzata e straziata della vita che cambia, segna il cuore di chi legge, resta a dimorare in esso, a mettere radici.
Chiedo quindi a Maria di svelarci il segreto di questa nostalgia che vibra a ogni pagina, che seduce e incanta.

Cara Maria, Silvana più che un personaggio è una voce, e chi legge è accompagnato dal suo timbro, persino dal suo respiro. Come ti si è presentato questo personaggio? In che modo ti ha chiesto di dargli vita? Leggi tutto…

IL RIVOLUZIONARIO di Valerio Varesi

Il rivoluzionarioIL RIVOLUZIONARIO di Valerio Varesi
Frassinelli, 2013 – pag. 288 – euro 18,50

di Giovanni Ghiselli

Qualche giorno fa ho assistito alla presentazione del bel libro di Valerio Varesi: Il rivoluzionario appena uscito con Frassinelli. Lo presentavano l’autore stesso, Eugenio Riccomini, illustre storico dell’arte e docente universitario emerito, e Gianmario Anselmi direttore del dipartimento di filologia classica e italianistica,

Ha parlato per primo l’autore. Valerio Varesi ha detto che il suo libro è un romanzo storico che ha per protagonisti i comunisti.  Rievoca il periodo che va dall’aprile del 1945 all’agosto del 1980. Trentacinque anni che trascorrono, come le nuvole nel cielo, dalle grandi speranze del dopoguerra al liberismo economico della Tatcher e di  Regan quando comincia lo smantellamento dello stato sociale, comincia l’oggi. Ma le carenze della giustizia iniziano subito. Il fascismo in Italia non ha avuto una Norimberga.  Nei comunisti bolognesi c’era una vocazione rivoluzionaria che venne imbrigliata. Quando spararono a Togliatti, la città fu sull’orlo della rivoluzione. Con il sindaco Fanti si aprì una nuova fase: cominciò a prefigurarsi il compromesso storico. Nel ’68 poi Lercaro,  che pure era anticomunista, si incontrò con i comunisti sul tema del pacifismo.

Il cardinale condannò i bombardamenti americani sul Vietnam e venne silurato. Segue il ’77 con l’uccisione di Lorusso e la frattura tra il PCI e il movimento giovanile. Infine la bomba alla stazione del 2 agosto del 1980 ha segntoa la fine delle grandi speranze. Oscar Montuschi, il protagonista, passa attraverso le vicende della città, poi si stanca dell’attendismo togliattiano, va a Mosca e in Mozambico a combattere per la liberazione.
Il romanzo finisce mantenendo viva la fiammella dell’uguaglianza, se non del comunismo che economicamente ha fallito.
Aggiungo una nota di Leopardi il quale nello Zibaldone (923) scrive che in India non c’è la schiavitù, ma ci sono le caste, e dove non c’è uguaglianza  non solo non c’è democrazia  ma “non c’è vera libertà”.
Varesi ha concluso questo primo intervento deplorando la sconfitta culturale della sinistra: è passata una sottocultura di gente che considera valore unico il denaro. Gente come Trimalchione, dico, e gli altri liberti del Satyriconubi sola pecunia regnat” (14).

Quindi ha parlato Eugenio Riccomini. Leggi tutto…

Sarà un giallo il nuovo romanzo di Stephen King

Stephen King New York – (Adnkronos) – Stephen King sta lavorando ad un nuovo romanzo, pronto probabilmente per il 2014: sarà un giallo, intitolato provvisoriamente ”Mr. Mercedes”. Lo ha rivelato lui stesso nel corso di una conferenza a Lowell, nella sede dell’University of Massachusetts. Non sarà un libro con i tratti soprannaturali tipici del re dell’horror all’americana, ma un romanzo giallo che avrà come protagonista un uomo che guida un’auto di grossa cilindrata in mezzo alla folla e poi si diverte a sbeffeggiare un detective in pensione che si era occupato in precedenza di lui.
L’opera, concepita inizialmente come un racconto, ha confessato King, ha ora raggiunto le 500 pagine ma non è ancora terminata. Per poterla leggere i fan dell’autore di ”Carrie” e ”Il miglio verde” dovranno aspettare almeno un anno.
Il giallo per ora è chiamato ”Mr. Mercedes”, dal marchio della vettura guidata dal protagonista, ma King ha precisato che non è affatto felice del titolo e con tutta probabilità lo cambiera in corso d’opera.
In attesa di ”Mr.Mercedes” o di come si chiamerà, i milioni appassionati del sessantacinquenne Stephen King potranno presto leggere il suo nuovo romanzo, non un horror ma un poliziesco. Succederà con ”Joyland ”, che uscirà negli Stati Uniti e in Canada il prossimo 4 giugno.
”Joyland” è ambientato in una cittadina del North Carolina nel 1973 e avrà come protagonista Devin Jones, studente di un college che si ritrova a lavorare come giostraio nel luna-park del paese, per racimolare un po’ di soldi, finendo poi coinvolto in un violento omicidio.
Nel prossimo autunno, per la precisione il 24 settembre, sempre negli Usa e in Canada uscirà inoltre un atteso libro di Stephen King, più volte annunciato e poi rimandato dopo estenuanti ripensamenti e correzioni: ”Doctor Sleep”, il seguito di ”Shining” (1977). ”Doctor Sleep” mostrerà Danny, il bambino di ‘Shining’, ormai maturo, un uomo di 40 anni che vive nello stato di New York, dove lavora in un ospizio per malati terminali. Il suo lavoro consiste nel visitare i pazienti che stanno per morire e aiutarli a compiere il viaggio nell’aldila’ con i suoi misteriosi poteri. Danny si mantiene anche grazie alle scommesse sulle corse dei cavalli, un trucchetto che gli ha insegnato il suo vecchio amico Dick Halloran, il cuoco presente nel precedente libro ”The Shining”.
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STRANE COPPIE – febbraio/maggio 2013

LETTERATURA E ARTI MAGICHE

Letteratura e arti magichedi Simona Lo Iacono

Un incontro con la poesia e la fantasia, le arti magiche, i travestimenti. I meravigliosi versi di ELIO DISTEFANO, accompagnati da un personaggio molto speciale… un mago? Un funambolo? Un uomo invisibile? Chi lo sa… ma una cosa è certa. Le arti magiche e la poesia sono sorelle. Da sempre i maghi e le streghe usano versi e rime per incantare, da sempre le formule magiche attingono ad espressioni poetiche, a neologismi, a visioni immaginifiche.
Vi propongo quindi questo connubio: POESIA E INCANTESIMI, POESIA E TRAVESTIMENTI, POESIA E FANTASIA….
Il tutto con la presenza del poeta ELIO DISTEFANO e con la stupefacente performance di GIUSEPPE ORTO, attore e camaleontico interprete.
Naturalmente alla galleria Roma, piazza San Giuseppe 2, Siracusa, il 3 febbraio alle ore 18,00
NON MANCATE !!!

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IL LARE DELL’ORTO  di Elio Distefano: la prefazione di Tiziano Salari

© Letteratitudine

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NEL CUORE OSCURO DEL MALE, di Peter Straub

peter straubIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo NEL CUORE OSCURO DEL MALE, di Peter Straub
Anordest edizioni, 2013 – pag. 160 – euro 10.90 – traduz. di Giovanni Agnoloni

Il libro
“Nel cuore oscuro del male. A special place”, il primo romanzo breve pubblicato da Peter Straub, è stato riconosciuto come una delle più sconvolgenti opere narrative di questo autore. La storia, che è una profonda riflessione sulla natura del male, ruota attorno a un ragazzo, Keith Hayward, che per sua spontanea inclinazione subisce il fascino della morte e dell’atto di uccidere. IL piacente e affabile Zio Till – il famigerato Ladykiller riconosce l’intima natura di suo nipote ed è ben lieto di istruirlo nell’arte di commettere delitti senza farsi scoprire. Anche un freddo individuo sociopatico, a quanto pare, deve imparare a sopravvivere, e Zio Till non può che essere felice di offrire delle lezioni, in quella che è l’ultima inquietante opera di uno dei più famosi scrittori horror americani.

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Uno stralcio del romanzo NEL CUORE OSCURO DEL MALE, di Peter Straub

MILWAUKEE, 1958

«Avrai bisogno di un posto speciale, che conosci solo tu» disse lo Zio Till a Keith Hayward. Erano seduti su un grosso ceppo nel cortile posteriore della casa di famiglia, dove Zio Till era ospite per qualche tempo. Keith aveva

dodici anni. Questa conversazione si svolse a metà luglio, nel pieno  dell’estate del 1958, quando Milwaukee era calda e umida dal mattino fino a mezzanotte. La sottile maglietta senza maniche di Tillman Hayward gli aderiva con forza al petto, lasciandogli esposte le braccia e le spalle muscolose. La tesa inclinata del suo cappello di feltro grigio gli ombreggiava quasi del tutto il bel viso con il naso pronunciato, ma il sudore gli luccicava sulle guance e ristagnava negli incavi scuri alla base della gola. Rimboccati al ginocchio, i suoi pantaloni gessati blu avevano il risvolto rigirato quasi trenta

centimetri sopra gli scintillanti mocassini neri. Le più belle bretelle che Keith avesse mai visto, di pelle intrecciata non più spessa di una matita, tenevano su la liscia cintura dei pantaloni. Quest’uomo, Tillman Hayward, sapeva come vestirsi.

«E supponiamo che tu riesca ad avere un posto del genere, perché sto solo dicendo una cosa tipo e se… Ecco, se trovassi un posto speciale tutto per te, dovresti fare in modo di tenerlo ben chiuso, in modo che non ci possa entrare

nessun altro. Quel che succede in quella stanza è una questione privata. Nessuno dovrebbe saperne nulla, tranne te. Guarda, se per caso ti capita di imboccare questa strada, avrai segreti di ogni tipo.»

«Per esempio, questa cosa di cui parliamo adesso è un segreto» fece Keith.

«Centro! Fuoricampo! Hai capito perfettamente! Allora, ripassiamo tutto. Se il papà o la tua bella mamma chiedono di cosa stavamo parlando dopo che ti ho avvertito su quegli esperimenti, la risposta è…?»
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THE SURROGATE – Il killer che odiava i bambini, di Tania Carver

tania carverIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo THE SURROGATE – Il killer che odiava i bambini, di Tania Carver
Anordest edizioni, 2013 – pag. 448 – euro 12.90 € – traduz. di Giovanni Agnoloni

Il libro
C’è un raccapricciante assassino in libertà. Un assassino come nessun altro. Prende di mira donne in avanzato stato di gravidanza, drogandole e strappando loro brutalmente i feti. Quando l’ispettore Phil Brennan viene convocato sulla scena dell’ultimo delitto, sa di essere entrato nel mondo del più depravato omicida che abbia mai incontrato. Dopo un’infanzia senza amore e piena di abusi, Phil conosce a fondo il male. Ma a questo non era preparato. Poi, quando la profiler Marina Esposito viene coinvolta per aiutare a risolvere il caso, ciò che rivela è un’autentica bomba: pensa che ci sia una donna coinvolta negli omicidi, una donna con un disperato bisogno di figli…

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Uno stralcio del romanzo THE SURROGATE – Il killer che odiava i bambini, di Tania Carver

Qualcuno bussò alla porta.

Claire Fielding e Julie Simpson si guardarono, sorprese. Clai­re fece per alzarsi.

«Resta là» disse Julie. «Ci penso io.» Si tirò su dal divano e attraversò il salotto. «Probabilmente è Geraint che ha dimentica­to qualcosa. Di nuovo.»

Claire sorrise. «Forse non mi vuole più prestare il suo DVD di Desperate Housewives

Julie rise e lasciò la stanza. Claire si spostò un po’ per mettersi comoda e si rilassò tutta contenta. Poi diede un’occhiata intorno, osservando i regali sul tavolino da caffè. Tutine per bambini e vestiti. Libri sul ruolo dei genitori. Peluche. E i bigliettini. Claire pensava che avrebbe portato male scartarli prima della nascita, ma gli altri avevano insistito, per cui alla fine aveva ceduto, di­menticando ben presto i suoi dubbi.

Si spostò da un lato all’altro e cercò di trovare un punto mor­bido sul divano, permettendo alle molle di raggiungere un com­promesso con la sua enorme pancia dilatata. Toccò con affetto quella protuberanza e tornò nuovamente a sorridere. Si chinò in avanti, lamentandosi per lo sforzo, e prese il suo bicchiere con quella bibita effervescente alla frutta. Ne bevve un sorso e lo rimise a posto. Poi passò a una cipollina bhaji. Aveva sentito delle storie incredibili su donne che non potevano mangiar nulla durante la gravidanza e stavano sempre male. Non Claire. Lei era fortunata. Forse troppo fortunata. Si toccò nuovamente la pancia, sperando che fosse tutta dovuta al bambino ma, in realtà, consapevole che non era così. Avrebbe voluto essere come una di quelle celebrità tipo Victoria Beckham o Angelina Jolie, che ritrovavano la linea nel giro di quattro giorni, dopo aver partori­to. Dicevano che era tutta una questione di dieta ed esercizio, ma lei sapeva che doveva trattarsi di chirurgia. La vita reale non era così per Claire, e lei sapeva che avrebbe dovuto lavorarci sopra. Ancora. Era così, il futuro. Avrebbe recuperato il suo corpo, e poi cominciato una nuova vita. Solo lei e il suo bambino.

Non era più ansiosa o depressa. Non si sentiva più triste o abbandonata. Tutto questo faceva parte del passato, e ormai non la riguardava più, come se quelle cose fossero successe a qualcun altro. Era stato doloroso, sì, ma ne era valsa la pena. Ne era valsa veramente la pena.

Claire sorrise. Forse una volta era stata più felice, ma non ricordava quando. Certamente non si sentiva così felice da tanto, tanto tempo.

Improvvisamente sentì dei rumori provenire dal corridoio.

«Julie?»

Sulle pareti e sul pavimento risuonavano dei colpi, come di una colluttazione.

Sembrava che qualcuno stesse giocando a pallone o lottando.

Claire fu attraversata da un brivido. Oh no. Dio, no. Non lui, non adesso…

«Julie…»

La voce di Claire adesso era più agitata, incapace di nascon­dere l’ansia per ciò che sentiva e per chi immaginava fosse re­sponsabile di quel trambusto.
Un ultimo tonfo, poi silenzio.

«Julie?»

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