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IL RIVOLUZIONARIO di Valerio Varesi

febbraio 4, 2013

Il rivoluzionarioIL RIVOLUZIONARIO di Valerio Varesi
Frassinelli, 2013 – pag. 288 – euro 18,50

di Giovanni Ghiselli

Qualche giorno fa ho assistito alla presentazione del bel libro di Valerio Varesi: Il rivoluzionario appena uscito con Frassinelli. Lo presentavano l’autore stesso, Eugenio Riccomini, illustre storico dell’arte e docente universitario emerito, e Gianmario Anselmi direttore del dipartimento di filologia classica e italianistica,

Ha parlato per primo l’autore. Valerio Varesi ha detto che il suo libro è un romanzo storico che ha per protagonisti i comunisti.  Rievoca il periodo che va dall’aprile del 1945 all’agosto del 1980. Trentacinque anni che trascorrono, come le nuvole nel cielo, dalle grandi speranze del dopoguerra al liberismo economico della Tatcher e di  Regan quando comincia lo smantellamento dello stato sociale, comincia l’oggi. Ma le carenze della giustizia iniziano subito. Il fascismo in Italia non ha avuto una Norimberga.  Nei comunisti bolognesi c’era una vocazione rivoluzionaria che venne imbrigliata. Quando spararono a Togliatti, la città fu sull’orlo della rivoluzione. Con il sindaco Fanti si aprì una nuova fase: cominciò a prefigurarsi il compromesso storico. Nel ’68 poi Lercaro,  che pure era anticomunista, si incontrò con i comunisti sul tema del pacifismo.

Il cardinale condannò i bombardamenti americani sul Vietnam e venne silurato. Segue il ’77 con l’uccisione di Lorusso e la frattura tra il PCI e il movimento giovanile. Infine la bomba alla stazione del 2 agosto del 1980 ha segntoa la fine delle grandi speranze. Oscar Montuschi, il protagonista, passa attraverso le vicende della città, poi si stanca dell’attendismo togliattiano, va a Mosca e in Mozambico a combattere per la liberazione.
Il romanzo finisce mantenendo viva la fiammella dell’uguaglianza, se non del comunismo che economicamente ha fallito.
Aggiungo una nota di Leopardi il quale nello Zibaldone (923) scrive che in India non c’è la schiavitù, ma ci sono le caste, e dove non c’è uguaglianza  non solo non c’è democrazia  ma “non c’è vera libertà”.
Varesi ha concluso questo primo intervento deplorando la sconfitta culturale della sinistra: è passata una sottocultura di gente che considera valore unico il denaro. Gente come Trimalchione, dico, e gli altri liberti del Satyriconubi sola pecunia regnat” (14).

Quindi ha parlato Eugenio Riccomini. Lo storico dell’arte ha detto che ha divorato il libro. Montuschi rispecchia tutti i comunisti di Bologna. Quelli che speravano e ritenevano di camminare procedendo verso un mondo migliore come le persone raffigurate nel quadro Il quarto stato di Pellizza da Volpedo.
Bisognerebbe riprendere il cammino verso un mondo migliore.
A me sembra, aggiungo, che le stragi e tutta la decadenza di cui racconta il libro, abbiano progressivamente, anzi regressivamente, annientato il quarto stato, sostituendolo con il quinto, quello degli schiavi.
Ma torniamo a Riccomini, Ha  ricordarto come il PCI si è suicidato dando vita al PDS. Poi è sparita la P che indicava il partito per antonomasia poiché quando si diceva “il partito” non c’era bisogno di specificare quale partito fosse. Ora è PD. Ma democratico non significa nulla, non definisce niente: oggi tutti si dichiarano democratici, anche i tiranni.
Riccomini ha raccomandato al pubblico che riempiva il salone di Palazzo Marescotti di leggere il libro perché racconta le nostre vite e l’antefatto delle vite dei giovani.

Poi ha parlato l’italianista Anselmi. Ha definito il libro un romanzo storico con personaggi inventati ma inseriti in un contesto ricostruito con minuzia. Sul genere di I promessi sposi, per intenderci. Il rivoluzionario racconta la storia della Bologna comunista, dalla fine della guerra alla strage della stazione, senza nascondere le contraddizioni della guerra civile sovrappostasi alla guerra mondiale e del suo prolungamento nel periodo successivo.
Tucidide sostiene che la stasi~ la guerra civile, è il più terribile delle guerre, un conflitto che stravolge tutti i valori, perfino quello delle parole (III, 82).
Anselmi ha trovato particolarmente interessante il confronto fra tre generazioni: il sindaco Dozza con il giovane Oscar Montuschi, poi, con il passare degli anni che portano via tutto, l’incontro con la generazione successiva, quella del ’68.
Il libro è l’esposizione vivace e avvincente, anche per i pregi formali, di quello che è stato il comunismo in Emilia. E’ interessante a leggersi e utile a conoscere, a capire, ora che si usa il termine comunista a vanvera, come si faceva nel Medioevo con la qualifica di “epicureo” per dire un greve materialista, quasi un maiale come si legge anche nella Commedia di Dante che ha preso troppo alla lettera Orazio[1].
Il protagonista, Oscar è irriducibile nella volontà di realizzare i suoi ideali. Ed è una persona colta, come erano  i dirigenti e non pochi militanti dell’epoca, quando i comunisti leggevano. Togliatti pensava che fosse indispensabile che la gente leggesse e fu lui  il fondatore  della collana dei classici  della Einaudi. Nella classe politica di oggi non c’è cultura, spesso non c’è coscienza. Dobbiamo riconquistare questi valori politici e umani.

Ha concluso l’autore del romanzo con un secondo intervento che sul contesto storico si è documentato ma i personaggi ha dovuto immaginarli e questo lo ha alleggerito della zavorra dell’autobiografia.
Ha quindi esposto tre sue tesi che oggi possono andare contro corrente: le vendette seguite alla caduta del fascismo, quelle vendette sulle quali una pubblicistica interessata ha gettato fango, sono poca cosa rispetto a quelle perpetrate dallo Stato nei confronti della classe operaia. Infatti i dirigenti della polizia, dei carabinieri, dei servizi segreti, erano rimasti gli stessi del periodo fascista. Sono stati ricordati i morti di Portella della Ginestra, di Reggio Emilia, di Modena. Omicidi commessi da gente che direttamente o indirettamente rappresentava lo Stato, Varesi ha quindi esposto una sua ipotesi sulle brigate rosse: esse nascono come movimento rivoluzionario, ma poi  diventano uno strumento per disinnescare il compromesso storico.  I brigatisti vengono lasciati agire perché Moro doveva essere ucciso: la strategia politica dello statista pugliese di fatto non piaceva a Cossiga, non piaceva a Giulio Andreotti, e, quello che più conta, non piaceva  agli Americani, Nemmeno ai Russi piaceva.
“Moro voleva sfuggire alla logica dominante”[2].
Aggiungo che Monsignor Bettazzi, il vescovo di Ivrea, aveva sentito dire da un altissimo prelato del Vaticano: “expedit ut unus moriatur homo”. E’ l’espressione dell’ ipocrita ferocia di Caifas (Vangelo secondo Giovanni, 11, 50).
Oscar Montuschi crede nella cooperazione, “in un’organizzazione del lavoro in cui tutti sono contemporaneamente padroni e lavoratori senza più contrapposizione. Un sogno egalitario che il rivoluzionario coltiva per la vita intera e che tenta di realizzare nella Bologna della ricostruzione prima, nella Mosca poststaliniana poi, e infine in Mozambico, nell’Africa rivoluzionaria all’indomani del crollo degli imperi coloniali”.
Ma lo strapotere del denaro annienta tutti gli ideali e gli idealismi.
E quando tu perdi i tuoi valori e quelli degli altri diventano i tuoi, sei perduto” ha concluso Varesi.


[1] Epist. I, 4, 15-16: “me pinguem et nitidum bene curata cute vises/cum ridere voles Epicuri de grege porcum”,

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