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Atletico Minaccia Football Club, di Marco Marsullo

febbraio 5, 2013

Atletico Minaccia Football ClubAtletico Minaccia Football Club, di Marco Marsullo
Einaudi, 2013 – Stile libero Big – pp. 224 – € 17,00

In collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog: “Il Pelè del Sacro Cuore” (dedicato al rapporto tra calcio e letteratura) pubblichiamo, di seguito, uno stralcio del romanzo “Atletico Minaccia Football Club” di Marco Marsullo. L’autore del libro parteciperà al dibattito…

Il libro
Vanni Cascione ha un’unica fede, il calcio, e un unico dio, José Mourinho. Dopo anni da mister di squadre scalcagnate della provincia campana e con un’infinita collezione di esoneri, è incaricato dal direttore sportivo Lucio Magia, faccendiere dal viso gitano, di allenare l’Atletico Minaccia Football Club.
Alla promessa di poter disporre di una rosa di calciatori eccellenti corrisponde però un reclutamento spericolato, tra patteggiamenti, prostitute nigeriane e reduci di reality show. Cascione si ritrova in squadra un attaccante schiavo della colite cronica, un mediano clandestino schierabile solo in trasferta perché in casa è piantonato dalla polizia, un portiere cocainomane, uno stopper detto «Trauma» e non per caso, un ex concorrente di Sarabanda e persino un meccanico e un cuoco… Con questa improbabile formazione, vincere il torneo si prospetta complicato. Figuriamoci se ci si mette pure la camorra.
Marco Marsullo dà vita a una figura poetica e maldestra di allenatore di provincia, abituato a perdere e ostinato a vincere. E si diverte a giocare con gli stereotipi del nostro Sud liberandoli, finalmente, dalla retorica del lamento consolatorio.

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Un brano tratto da Atletico Minaccia Football Club, di Marco Marsullo

CopertinaIl pomeriggio della partita contro la Robur Marcianise c’era lo stadio pieno. Renetta e Caracas per il forcing finale di campionato ci avevano organizzato una sorpresa. Sulla scali- nata piú alta della tribuna, per tutta la lunghezza dell’ultimo gradone, avevano fatto scrivere dai ragazzi della comunità di recupero di Sputacchiaro Maggiore una frase a caratteri cubitali con la vernice gialla e rosa, i nostri colori sociali.
un sorriso sulla mia faccia nel mio cuore l’atletico minaccia.
L’idea era venuta a Michele Caputo, un ex ultrà del Be- nevento che aveva iniziato a bazzicare la comunità dopo l’anno in cui era stato diffidato da ogni impianto sportivo. Renetta e Caracas l’avevano sposata subito, impressiona- bili e megalomani com’erano.
– Mister, per dare la carica a lei e ai ragazzi! – aveva- no detto in coro da bordo campo, mentre io mi ero perso a fissare l’opera con una mano a visiera sugli occhi. Bella era bella, per carità. Era quell’alternanza tra lettere gialle e lettere rosa a far sembrare lo stadio un asilo nido. Dubi- tavo che qualsiasi avversario potesse mai essere intimorito da un tale accostamento cromatico. Ma non dissi niente. Annuii tacito ai loro entusiasmi e andai verso la panchina, lo sguardo basso di chi sa che sta per vivere un momento decisivo della propria esistenza.
Nel bene o nel male.
Prima del fischio d’inizio guardai verso la nostra porta. Bazzallo era impegnato in una serie di piegamenti degni di un contorsionista e, tra un movimento e l’altro, man- dava plateali baci alla folla festante. Dalle tribune si alzò un vociare sempre piú insistito.
– Ma chi è quello? – Uh Gesú, ma ci siamo venduti a Scognamiglio? – Quello è tale e quale a uno che tiene l’officina dietro
all’ospedale. Per la prima volta in vita mia mi feci il segno della cro-
ce. Spugna mi si affiancò: – Finché vita avrai, non molla- re mai, manda avanti il cuore che domani vincerai! – disse con la solita faccia da schiaffi.
Non lo degnai di uno sguardo. – Spu’: ma vafancul’.
La Robur Marcianise ci faceva ballare la samba a tutto campo. Il pallone lo avevamo visto al calcio d’inizio e poi mai piú. Era una squadra di esili giocolieri con davanti, a fare da boa, un panzer tedesco di due metri d’altezza per cento chili di muscoli equamente distribuiti su entrambe le gambe, che quando toccavano il terreno di gioco sca- vavano solchi buoni per piantarci i pomodori. Si chiama- va Mario Jolk, non era uno che segnava tanto, ma quan- do stoppava la palla bisognava chiamare gli artificieri per portargliela via. Su di lui avevo piazzato a uomo Trauma Zarrillo, e tanto gli avevo raccomandato di non perderlo mai di vista, che fu capace di seguirlo fin nello spogliatoio avversario durante l’intervallo.
Al venticinquesimo del primo tempo andammo sotto. La loro mezzala sinistra seminò il panico sulla fascia poi pennellò un cross per la testa di quel lungagnone. Prima di spedire il pallone all’incrocio dei pali con una capocciata, Jolk si era scrollato di dosso Zarrillo mulinando appena il braccio, senza quasi impegnarsi, un po’ come si scaccereb- be una mosca fastidiosa durante un riposino. Bazzallo ave- va accennato anche un disperato volo all’indietro, piú per i fotografi (che non c’erano) che per parare davvero, ma di quella palla non aveva nemmeno sentito l’odore.
Andò a raccoglierla dal fondo della rete con fare polemi- co, rimproverò tutta la difesa e la scagliò via con un calcio maldestro, tanto sbilenco che la palla finí direttamente in tribuna.
Ululati di disapprovazione piovvero al suo indirizzo. Renetta dovette trattenere Michele Caputo, che voleva andare in campo a regolare la cosa secondo la sua perso- nale legge di vita: se facevi un torto a un ultrà, per di piú durante una partita, dovevi morire.
La nostra reazione si esaurí con due tiri in porta. Uno a opera di Mohammed (finalmente giocava anche in casa, ottenuto il permesso di soggiorno) quasi da centrocampo, che si spense nei pressi della bandierina del calcio d’ango- lo, e l’altro di Papatoccia, che dal limite dell’area tentò la soluzione a giro sfiorando di poco la traversa (sottolineò l’errore con un solenne «Aueeé!») Poi piú nulla, ci sgon- fiammo lentamente fino al fischio dell’arbitro. Esausti.
Il primo tempo finí uno a zero per loro. L’Icp Sancer- chione, ci disse Caracas, faceva ancora zero a zero con la Bomba Nolana. Un solo risultato poteva farci sperare ma, per ottenerlo, nella ripresa serviva un’altra grinta.
I primi venti minuti del secondo tempo sancirono l’ini- zio del nostro assedio. L’area della Robur Marcianise si era trasformata in Fort Apache, e Sogliola da lontano pareva Cochise in sella a un purosangue. Io invece dovevo proprio rassomigliare a John Wayne, per la smorfia grinzosa e gli occhi piccoli che m’erano venuti a furia di tirare bestemmie.
L’allenatore della Robur Marcianise era noto nell’am- biente come «Piave». Le sue roccaforti difensive, una volta ottenuto il vantaggio, avevano fama di essere ine- spugnabili. I nostri attacchi si infrangevano puntuali sulla loro linea difensiva a sei. Giocare per vie centrali era di- ventata un’utopia e le fasce erano talmente affollate che sembravano la Salerno – Reggio Calabria in pieno agosto. Urgeva una soluzione.
E la soluzione la trovò, a mia insaputa, don Mimí. Ap- profittando di un minuto di distrazione generale, compresa quella del quarto uomo che si era precipitato in campo a di- videre una rissa tra Mocciardi e due avversari, lanciò nella mischia Ciro Pallina, appena tornato dal bagno. Gli disse di andare in avanti, a fare l’attaccante. Ogni regolamento sulla terra avrebbe vietato di giocare in dodici uomini, ma si sa: le regole sono fatte per essere infrante. Almeno que- sto doveva essere il pensiero di Mimí in quell’opprimen- te pomeriggio di aprile, in cui non riuscivamo a trovare il modo per pareggiare la partita.
E il gol arrivò puntuale, tre minuti dopo, proprio su as- sist di Pallina per il destro di Sogliola.
Poco prima che il nostro bomber girasse in rete il cross basso, mi voltai di scatto verso don Mimí.
– Ma stiamo giocando a dodici! – esclamai. – Ciro da dove è uscito?
– Shhh, facite silenzio! Cane! – mi riprese lui. – Ca tan- to nisciuno se n’è accorto!
Sogliola e i ragazzi vennero a festeggiare verso di noi, creando una matassa umana di schiene, gambe, polpacci de- pilati e capelli bagnati. In quel marasma di urla e parolacce liberatrici, Mimí ebbe la prontezza di afferrare Pallina per il braccio e tirarlo dietro di sé, sistemandolo di nuovo in panchina. Guardò lui e subito dopo me.
– Occultate ’o segreto, sang’ do dio! – e rise scatarran- do un po’ ovunque.

© Einaudi

(Riproduzione riservata)

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L’autore
Marco Marsullo è nato a Napoli nel 1985. Atletico Minaccia Football Club è il suo primo romanzo. Il suo sito è www.marcomarsullo.com

© Letteratitudine

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