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DIVERGENZE, di Antonio Di Grado

febbraio 12, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un ampio stralcio del saggio DIVERGENZE, di Antonio Di Grado
A Est dell’Equatore, 2012 – pagg. 120 – euro 14

Un altro Novecento. Non il novecento di Pirandello e Svevo, di Montale e Moravia, di Gadda e Calvino. Non il novecento della “Ronda” o di “Solaria”; del neorealismo o delle sedicenti avanguardie. Quattro scrittori ed intellettuali remoti, viceversa, da tendenze e schieramenti, isolati dal loro stesso sdegno o dalla loro irrequietezza. La consuetudine con la cultura mitteleuropea e l’esilio negli Stati Uniti per Borgese; le due guerre e le rivoluzioni totalitarie per Malaparte, il romitaggio intellettuale e il reiterato rifiuto degli editori patito fino al suicidio per Morselli e infine la Sicilia del crimine mafioso per Sciascia. Divergenti esperienze che tuttavia convergono in un’accigliata, gridata, desolata o pensosa solitudine. Parlare di un “altro Novecento” non significa, perciò, soltanto rivendicare l’importanza di alcuni scrittori ma pure rileggere con i loro occhi un secolo di furori ed emergenze.

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Uno stralcio del saggio DIVERGENZE, di Antonio Di Grado

Istruzioni per l’uso

Giuseppe Antonio Borgese, Curzio Malaparte, Guido Morselli, Leonardo Sciascia: fisionomie intellettuali, modalità di scrittura, scelte di vita assai diverse, le loro. Perché allora schie¬rarli fianco a fianco in una improbabile armata delle ombre? Parrebbe un accostamento arbitrario e fortuito, come in quelle rapsodie raccogliticce di saggi e articoli che noi docenti universitari cuciamo alla svelta, senza curarci della coerenza, per sottoporre più pagine che sia possibile all’arcigna e sbadata commissione d’un concorso.
No, questa non è una raccolta di saggi. È l’immodesta proposta di un altro Novecento. Non il Novecento di Pirandello e Svevo, di Montale e Moravia, di Gadda e Calvino, giusto per fare i nomi consacrati dal “canone” corrente. Non il Novecento della “Ronda” o di “Solaria” o del neorealismo o delle sedicenti neoavanguardie. Quattro scrittori (e intellettuali) remoti, viceversa, da tendenze e schieramenti, isolati dal loro stesso sdegno o dalla loro irrequietezza, trascurati da una critica che accorpa anziché distinguere e che accorre sempre – avrebbe detto un Flaiano – in soccorso del vincitore.

La critica. Da critico, la detesto: anche la mia. Attività parassitaria, morbosa metastasi, delega deresponsabilizzante. Per conto mio, auspico come Lutero o meglio come gli anabattisti il sacerdozio universale e il libero esame. Diffido dei ragionieri della letteratura espertissimi in tecniche da laboratorio con cui selezionare i testi e dissezionarli, così come diffido dei chirurghi della psiche che sminuzzano i sogni o li battezzano, o degli storici delle religioni che mettono in fila delle vuote spoglie. Il torto più grande che si possa fare a una poesia, a un mito, a una fede, a un sogno, a una narrazione, è quello di soppesarne l’involucro: la forma, i moventi, gli esiti. Credere: questa è la parola giusta. Lasciare che quella scorza si schiuda senza forzarla, che si riveli, che il suo segreto innominabile ci invada.
In ogni libro cercare il Libro. Pretesa insensata, che carica ogni pagina di delusa fatica. Ma è proprio quando hai ceduto alla deriva del senso, e stai attraversando con rassegnata in-differenza pagine inerti, che all’improvviso ti ferisce un fiotto di luce. Ti sei imbattuto in un’anima che aspettava solo te per svelarsi, in un compagno segreto che ha valicato secoli e continenti per raggiungerti, e per aprire quel varco anche a te. E la scrittura di chi ne tratta asseconda quella voce, non la sovrasta e non ne sospetta: vola e divaga, accarezza e non fruga, dubita e non asserisce.
Da quella critica che, come Minosse, «giudica e manda secondo ch’avvinghia», o almeno da più d’un compilatore di beneducate storie delle patrie lettere, i quattro autori in questione sono stati trattati da “irregolari” se non addirittura da “minori”, non rientrando nelle opposte schiere (ma per ciò stesso gratificate da una legittimazione bipartisan) dei distillatori d’innocue metafore autorizzate dal pulpito o dei fabbri d’eroici furori be¬nedetti dal partito, anzi disertando le sedi deputate all’italico certame per riprendere fiato nelle ariose temperature d’oltralpe. Perciò eccoli confinati nel limbo sovraffollato in cui sgomitano gli inclassificabili, eccoli costretti alla quarantena in cui espiano i cosiddetti irregolari.

Quanto a una condizione “irregolare”, estranea o addirittura eversiva rispetto a una norma, dovrebbe a rigore parlarsene laddove la norma stessa risultasse indiscutibile ed effettualmente indiscussa: il che non è dato in alcun’epoca o contesto, neppure in quelli che pigre storiografie o strumentali mitografie si ostinano a tramandarci compatti e aureolati. Il Rinascimento, per esempio: questa categoria dello spirito che ha fatto aggio sulla complessa realtà e sul tortuoso svolgimento d’un secolo che a tal punto la smentisce da costringerla a ritrarsi sempre più nei suoi primi decenni; e anche lì a scalpitare tra corpi estranei e inassimilabili tensioni, talmente ingombranti da invadere opere e figure (perfino Ariosto, perfino Bembo) invano tenute al riparo di olimpiche icone; e talmente esigenti da obbligare all’invenzione critica di un “anti-Rinascimento” o di un Rinasci¬mento “inquieto”, suggestive ma infruttuose formule che non rendono conto in alcun modo dei contenuti ideologici, religiosi, estetici di quell’antagonismo o astratta inquietudine che fosse. E si fingono schieramenti contrapposti dove fu accesa pluralità d’idee e polverizzazione di scelte e di destini; e si spingono i classici nell’olimpo della infalsificabilità mentre negl’inferi della trasgressione si ammassano figure tra loro inassimilabili come Cellini o Folengo, Aretino o Doni, Berni o Gelli o Castelvetro.
E il Novecento? Una valutazione più coraggiosa del moralismo dei vociani o delle oltranze di Tozzi rischierebbe di scompaginare certe rassicuranti raffigurazioni dell’età giolittiana e prefascista come scampagnata di fanciullini, superometti e calligrafi; e l’auspicabile riscoperta delle stralunate avanguardie e degli impuri “contenutisti” degli anni Venti-Trenta scardinerebbe l’ossatura di una ricostruzione di parte largamente ac-creditata, che alle raffinatezze iniziatiche e all’“aura” eterea e sfocata del côté ermetico-solariano fa seguire senza soluzioni di continuità un neorealismo pedagogico e buonista, ammansito con consolante leggiadria.

Di quel Novecento i nostri quattro autori occupano quattro distinte fasce generazionali: Giuseppe Antonio Borgese (nato in Sicilia, a Polizzi Generosa, nel 1882) all’alba del secolo ha diciott’anni, Curzio Suckert alias Malaparte è nato da poco (nel 1898 a Prato), Guido Morselli vede la luce a Bologna nel 1912, Leonardo Sciascia nel 1921 a Racalmuto, nella Sicilia interna del latifondo, della zolfara, della mafia. Coetanei dunque, tanto per intenderci, di Joyce e della Woolf il primo, di Brecht e di Totò il secondo, della Morante, di Giulio Einaudi e di Gianfranco Contini il terzo e infine di Dürrenmatt, di Zanzotto, di Strehler il quarto. Docente universitario e saggista, antifascista ed esule Borgese; giornalista e inquietamente fascista, ma tentato da esibizionistici azzardi e repentine conversioni, Malaparte; solitario e indenne dai clamori del secolo grazie a una cospicua rendita paterna, Morselli; maestro elementare Sciascia e poi uomo-contro e maître à douter. Nonché legato al primo, a Borgese, da un ideale e fervoroso discepolato, da una catena di nodi concettuali e perfino di atteggiamenti esistenziali il cui anello intermedio era costituito dagli spiriti liberali e dai “piaceri del buon senso” di Vitaliano Brancati. La consuetudine con la cultura mitteleuropea e l’esilio negli Stati Uniti per Borgese, le due guerre e le rivoluzioni totalitarie per Malaparte, il romitaggio intellettuale e il reiterato rifiuto degli editori, patito fino al suicidio, per Morselli, infine la Sicilia del crimine mafioso e del rovello pirandelliano per Sciascia, ma anche la Francia di Voltaire e Stendhal e la Spagna di Ortega e Unamuno: divergenti esperienze che tuttavia convergono in un’accigliata o gridata o desolata o pensosa solitudine, popolata di fantasmi provenienti dalle latitudini, e dalle letterature, più remote; e che perciò li candidavano a un risentito moralismo e a una radicale estraneità alla soffocante ressa e alla mortificante rissa delle consorterie letterarie di casa nostra.
Meno maltrattato, forse, Sciascia dai compilatori del “canone” e meno ignoto agli studenti: ma al fastidio degli uni e all’indifferenza degli altri giungono ora in soccorso normative mini¬steriali che definitivamente lo escludono dall’olimpo dei classici da imporre o subìre, con soddisfazione dei tanti che ne hanno rimosso la sgradita lezione o che, ancora risentiti, ne oltraggiano tuttora la memoria. Perciò, “mentre che ’l danno e la vergogna dura”, anche a costo di adottare un tono da pamphlétaire estraneo agl’intenti dianzi professati, ho accolto dall’editore e dalla direttrice della collana il suggerimento d’introdurre (ma solo nelle pagine dedicate allo scrittore racalmutese) qualche eco insopportabilmente stridente del nostro malsano “contesto”. Parlare di un altro Novecento non significa soltanto rivendicare l’importanza di alcuni scrittori ma pure rileggere coi loro occhi un secolo di furori ed emergenze, dalle ideologie e dai regimi totalitari a quel “contesto” politico-affaristico-mafioso.
Con Borgese, con Malaparte, con Morselli, con Sciascia, siamo in Europa, ne respiriamo le rarefatte e ventilate atmosfere, ne apprendiamo luoghi e figure e idee. L’Europa, beninteso, dei giganti dello stile e del pensiero; non quella odierna degli gno¬mi della speculazione e della vessazione. Quest’ultima l’aveva prevista Sciascia già nel novembre 1979, quando in tempo di elezioni europee scrisse per “Le Monde” un articolo di cui in Italia nessuno si è accorto. S’intitolava Dialettica della fragilità, ed era apparentemente, scandalosamente anti-europeo. Non esiste nella nostra tradizione culturale, scriveva Sciascia, «un’idea dell’Europa»: piuttosto, «uno stato d’animo», o addirittura «una sensazione». La sensazione, cioè, «di una debolezza, di una fragilità, di una estenuazione avvertita al momento di proclamarsi europei o di averne coscienza».

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Il convitato di pietra

Altre cure più gravi di queste,

altra brama quaggiù mi guidò!

(Da Ponte–Mozart, Don Giovanni)

 

1. I “professionisti dell’antimafia”

A Racalmuto gli hanno fatto una statua. Uno Sciascia iperre­alista, formato naturale, giacca gualcita e sigaretta in mano. Ma lasciato lì, in un punto qualunque d’un qualunque marciapiede, sul corso popolato di passanti distratti e frettolosi. Una scelta ardita, dice qualcuno, quello Sciascia senza piedistallo, uomo tra gli uomini. Solo che mette i brividi, imbattersi in quel buffo replicante da museo delle cere. E sa tanto, a prescindere dalle buone intenzioni degli amministratori, di ridimensionamento voluto e anzi vendicativo, da parte d’un paese che non sempre seppe capirlo ed amarlo.

Il ritorno di Leonardo Sciascia a Racalmuto, da Palermo e anzi da Parigi che fu per lui capitale dell’anima, e le estati alla “Noce” fra i parenti e gli amici scrittori (qualcosa di simile alle Soirées de Médan di Zola), e quei funerali tradizionali e istitu­zionali nel cuore del paese, e la scommessa testamentaria sulla Fondazione, cattedrale nel deserto: tutto questo appartiene alla nobile retorica del nóstos, cara ai nostri grandi scrittori, da Verga in poi, quando come possenti elefanti hanno deciso di chiudere i conti con la vita.

È il ritorno a quella terra che meglio d’ogni altra sa essere cro­ce e delizia, grembo accogliente e trappola mortale, è il ritorno al dolce ricatto delle abitudini e delle amicizie, è il bisogno di chiudere il giro, di riappropriarsi di sé: «tel qu’en Lui-même enfin l’éternité le change», quale in lui stesso alfine l’eternità lo muta, come recita un verso di Mallarmé sulla tomba di Poe, caro all’ultimo Sciascia.

E quella frase di Villiers de l’Isle-Adam, sulla candida lastra tombale nel cimitero di Racalmuto, nella sua serenità beffarda, nel suo siderale distacco, è carica di quello stesso amore scon­troso, di quella contrastata nostalgia, di quel rancore venato di pietas, che segnarono il rapporto di Sciascia con Racalmuto, con la Sicilia, con il mondo: «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta».

Scriveva Ibn Hamdis, poeta arabo-siciliano dell’XI secolo, dell’isola da cui era esule: «vuote le mani, ma pieni gli occhi del ricordo di lei». Finché Sciascia fu esule, la sua Sicilia fu il mondo, nel bene e nel male: fu la Racalmuto-Regalpetra del­le Parrocchie, coi suoi notabili vaniloquenti e trasformisti e coi suoi ragazzi avidi di pane e di verità; fu la zolfara dell’Antimonio, teatro dell’offesa al genere umano ma anche della presa di co­scienza; fu il “cuore” assolato e desolato dell’isola, intossicato di tracotanza mafiosa e rovelli pirandelliani, dei “gialli” degli anni Sessanta.

Fu, anche, teatro della memoria e laboratorio di moralità e di stile. Fu osservatorio sul mondo, a sfatarne le magnifiche sorti e progressive, a svelare qui come altrove le ricorrenti e corresponsabilizzanti infamie del “contesto”. Fu un’utopia d’ir­riducibile diversità, di resistenza all’omologazione, d’intelligen­za critica, concepita in assenza (“vuote le mani, ma pieni gli occhi”) di un’isola reale effettualmente diversa, che invece, nel frattempo, si andava omologando a quel feroce “contesto”.

Fu, infine, l’ultimo approdo. Il “cancello della preghiera” in­travisto, ma non varcato, dal laico Vice de Il cavaliere e la mor­te; il gesto di liberatoria indifferenza dell’“uomo della Volvo” nell’ultima pagina vergata dallo scrittore morente, in coda a Una storia semplice: «Uscì dalla città cantando». Tornando alle radici, a quella “dimora vitale” compitata sulle pagine dello storiografo dell’hispanidad Américo Castro, a quel “teatro della metamor­fosi” che Pirandello aveva edificato fra i templi della costa e i latifondi dell’interno, Sciascia null’altro vi cerca che un varco, lo stesso da cui ha avuto origine il suo “involontario soggiorno sulla terra”, per fuoruscirne, e magari “cantando”. O gemendo, come invece, purtroppo, accadde a lui di uscire, angosciosa­mente, di scena. Tutto questo e tant’altro fu, ed è per chi vi s’inoltri da lettore, la mitica Regalpetra: che già nel suo nome univa l’etimo arabo di quel luogo di pena con un toponimo (I fatti di Petra, di Sa­varese) di pura, fantastica letterarietà. E come in una pagina di letteratura isolana Sciascia sfilò, per l’ultima volta, per le angu­ste strade di Regalpetra: «Così vanno via i morti, al mio paese; / finestre e porte chiuse, ad implorarli / di passar oltre, di dimen­ticare…» (Sciascia, I morti, in La Sicilia, il suo cuore).

Oggi, fra quelle quinte di carta stampata ma anche di sangue rappreso, quel monumento accigliato come il Commendatore mozartiano potrebbe apparire superfluo, inutilmente intimida­torio, al cospetto di nuovi crimini e nuove malversazioni, mez­zo secolo dopo Il giorno della civetta. E sembra scoraggiare ogni ulteriore tentativo di riprendere, contro la volontà stessa più volte espressa dallo scrittore, la vecchia querelle su Sciascia e la mafia che gli avvelenò gli ultimi anni di vita già insidiati dal male e che periodicamente torna, con ottusa protervia, a infangarne la memoria.

Certo non si può limitare o appiattire la complessa e copiosa produzione letteraria di Leonardo Sciascia, né l’incessante tra­vaglio intellettuale che la percorre e la anima, riducendo l’una e l’altro all’unica chiave, o al tema dominante, della mafia. Si ca­drebbe, così facendo, nello stesso errore di certa critica “impe­gnata” del dopoguerra, che dell’autore delle Parrocchie di Regal­petra e del Giorno della civetta aveva inteso solo la “corda civile”, non il rovello pirandelliano né certe profondità manzoniane, che l’avrebbero indotto ad analisi sempre più sottili e sfuma­te, a seminare dubbi anziché certezze, a investigare – piuttosto – sulle responsabilità individuali e sull’universale correità del “contesto”.

E perciò, quando quella stessa critica, inaugurando una inter­minabile teoria di polemiche, si scandalizzò di quella sorta di reciproca intesa, o onore delle armi, fra il combattente anti-ma­fioso (il capitano Bellodi) del Giorno della civetta e il boss mafioso don Mariano Arena, “uomini” entrambi, quel che non s’intese era il fatto che Sciascia si dichiarava estraneo, in tal modo, alla retorica manichea (“uomini e no”) del neorealismo, e aspirava ad analisi più complesse, a un’antropologia del Potere e della “sicilitudine” affinata, per esempio, nelle considerazioni di Pi­randello e la Sicilia sulla «sofistificazione» della morale sessuale ad opera del codice «borgese-mafioso».

Lo stesso può dirsi, qualche anno dopo, a proposito del se­condo “giallo di mafia” firmato da Sciascia, A ciascuno il suo, dove a dar scandalo, e a liquidare l’agiografia “di sinistra”, era il fatto che l’indagine anti-mafiosa fosse affidata a un «cretino», o meglio a un perdente, a uno sgomento anti-eroe, come Laura­na; e del resto già in quel libro Sciascia, un liberal-radicale che come tanti allora simpatizzava per l’opposizione comunista, non si nascondeva affatto i silenzi e le omissioni di questa par­te politica a proposito dei misfatti del “contesto” notabiliare-clerical-mafioso.

Ma se Sciascia non è solo mafia, e piuttosto rimanda a temi più vasti come la giustizia e la ragione, la scrittura e la morte, la memoria e l’inquisizione, pure non si può parlare di mafia senza citare Sciascia, le sue intuizioni anticipatrici, le sue polemiche generose e irritanti. Senza quei “gialli di mafia”, che pure erano ben altro e ben più che cronache giornalistiche o laiche omelie, non si potrebbe intendere quell’escalation dalle mafie rurali alla conquista della città e degli appalti, infine alla internazionaliz­zazione degli affari e dei legami mafiosi, che Sciascia fu comun­que il primo, o uno dei primi, a prevedere, sia con circostanziate analisi sia con trasparenti metafore: come quella che prende a prestito dai botanici le valutazioni sulla «linea della palma», che progressivamente «va a nord», ovvero sposta la frontiera del costume e del sentire mafiosi ben oltre i confini entro i quali erano germogliati e si erano alimentati.

(Riproduzione riservata)

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