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13 SOTTO IL LENZUOLO

febbraio 24, 2013

https://i0.wp.com/www.giulianopavone.it/wp-content/uploads/Copertina13def.jpgIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo 13 SOTTO IL LENZUOLO di Giuliano Pavone (Marsilio, 2012 – pagg. 216, euro 16)

IL LIBRO
Nel settembre 1982 a Sprusciàno, un insignificante paese della bassa Puglia, Federico Nugnes Peluso, ventiduenne rampollo di una famiglia nobile in decadenza, aspetta a riprendere gli studi universitari a Milano per lavorare, nel finale della stagione estiva, all’Hotel Paradise. In quel “candido eden cementizio di recente costruzione” stanno per iniziare le riprese di una delle ultime commedie sexy, in voga per un decennio ma ormai in declino: questa in lavorazione a Sprusciàno (senza ancora un titolo e con una troupe formata da personaggi variamente abbrutiti dalla vita) è particolarmente sgangherata e rappresenta il livello zero del genere. Ma nel cast spicca Morena Dani, starlette di secondo piano, che per avvenenza non ha nulla da invidiare alle più note Fenech, Cassini e Bouchet. E proprio la presenza della bella del film ad accendere la miccia di una storia ritmata e irriverente legata alla finta vincita di un 13 miliardario che cambierà in maniera imprevedibile le vite dei protagonisti. A distanza di trent’anni, Federico è un uomo di successo e ci racconta la fine della vicenda, svelando come il destino, battendo strade tortuose e sbilenche, sia l’unico a comandare la partita.

* * *

LO STRALCIO di 13 SOTTO IL LENZUOLO di Giuliano Pavone

C’è un momento, al crepuscolo, in cui tutto diventa silenzioso. Può durare solo pochi istanti, e il silenzio può essere relativo, il più delle volte neanche ce ne accorgiamo. Ma accade ogni giorno, e ovunque. Tregua pensosa, muto bilancio quotidiano. Lancette in surplace. Poi tutto riprende a scorrere, e tornano voci e rumori.
In quei giorni al Paradise, il crepuscolo era per me l’ora del “giro”: una rapida passeggiata intorno all’albergo per verificare che tutto fosse a posto. Un rituale istituito da Tonio Colazzo, sostanzialmente inutile ma rassicurante. La gente ama sapere che è tutto a posto, molto meno chiedersi cosa ciò significhi davvero. “Tutto a posto?”. “Tutto a posto”.
Quella sera nella hall, mentre mi apprestavo a iniziare il giro, incrociai Donato, che era passato dal Paradise per raccogliere tazze e vassoi. Ebbi una piccola esitazione prima di invitarlo ad accompagnarmi: il giro mi piaceva farlo da solo. In fondo serviva anche a me per sapere che era tutto a posto. Ma ero sicuro che Donato sarebbe stato una compagnia discreta.
“Vieni con me ?”
“Scià” accettò lui, senza bisogno di chiarimenti.
Uscii fuori – Donato un passo dietro di me – e percorsi metà del vialetto di ingresso, poi piegai verso la piscina. Mi assicurai che il cancelletto fosse chiuso e che gli arnesi per la manutenzione stessero al sicuro nel piccolo magazzino. Svoltai un altro angolo e mi trovai sul retro dell’albergo, la sua parte più tranquilla: lì, fra piccoli pini appena piantati, c’erano solo alcune piazzole di cemento dalla funzione ancora non definita. Più oltre, ulivi a perdita d’occhio. Il silenzio di Sprusciano era vento lontano oltre le fronde, un vago rombo di aerei e una macchina che passava sulla strada per il mare, trecento metri più in là. La mole bianca dell’albergo invece taceva del tutto: sembrava disabitata.
Camminavamo senza parlare. Donato scandiva spazio e tempo dando dei colpi ritmici al terreno con un lungo ramo raccolto da terra e, di tanto in tanto, scalciando lontano un sasso.
(…)
All’improvviso Donato si fermò e attirò la mia attenzione con un fischio. Il suo fischio. Metà richiamo, metà presa per il culo. Buono per tutte le occasioni.
“Fììu”.
“Che è ?” io, soprappensiero.
https://i0.wp.com/www.giulianopavone.it/wp-content/uploads/Copertina13def.jpgMi girai e lo vidi immobile, rivolto verso l’albergo. Il ramo gli era caduto sui piedi. Quasi mi spaventai nel vederlo così. Con un cenno del mento mi invitò a seguire la direzione del suo sguardo. L’albergo. Un piccolo terrazzino. Una porta-finestra, le persiane aperte, i vetri socchiusi. Dentro, la luce accesa. E Morena Dani. Ancora vestita da Smeraldina. Vestita ancora per poco. Morena Dani che si stava spogliando.
Rimasi impietrito anch’io, nella stessa posa di Donato, le braccia a mezz’aria da pappagallo sul trespolo, i piedi leggermente divergenti, la bocca semiaperta a mo’ di puntini di sospensione. Fosse stato un film, ci avrebbero inquadrato a figura intera, non troppo vicini e un po’ dal basso. Niente musica. Noi immobli per tre secondi, figurine del presepe illuminate di riflesso dalla luce della stanza, sul fondale perfetto di un mondo quasi al buio.
Poi realizzammo di essere allo scoperto e – con un unico soprassalto, inciampando nel ramo, incocciando in una radice, producendo tutti i rumori tipici di quando non si vuol fare rumore – corremmo ad appiattirci sul muro, sporgendoci appena con le teste verso il terrazzino.
Fosse stato un film – e lo sembrava proprio – Morena Dani si sarebbe spogliata in quell’esatta maniera. O forse è solo che non esiste un modo di sfilarsi un paio di calze autoreggenti nere che non sia tremendamente sexy, soprattutto se sotto le calze ci sono le gambe di Morena Dani. Lei si spogliava dei suoi panni da attrice, e lo faceva come un’attrice. La punta del piede poggiata su una sedia, il polpaccio in tensione, l’angolo retto del ginocchio, la gonna già corta che si alza su un fianco. Morena che prende fra le dita il bordo della calza e lo fa scorrere in giù, con ripetuti movimenti delle braccia, flettendo la schiena ogni volta di più, come in un progressivo abbandono, i capelli fra il biondo e il fulvo che le cadono sugli occhi. E il movimento sinuoso scopre carni di burro, dorate e sode, fasci di muscoli dalla grazia animale, e un’impercettibile peluria bionda che dal mio nascondiglio potevo solo immaginare.
Fosse stato un film – uno di quei film, come quello che stavano girando al Paradise – io e Donato ci saremmo comportati proprio come stavamo facendo. Lo sforzo del vedere senza essere visti e l’eccitazione doveva aver trasformato i nostri visi in delle specie di grottesche maschere da commedia. In un ringhio sincopato fra i denti, le parole ci uscivano dalla bocca insensate e volgari: un Caracciolo e un Loseto ingrifati da copione non avrebbero saputo fare di peggio.
Morena si spogliava e noi restavamo così, schiacciati sul muro e con le teste che spuntavano orizzontali oltre l’angolo del terrazzino. Uno dietro l’altro. Donato dietro di me, forse perché più alto. Il suo corpo aderiva al mio, e non tardai a sentire la sua eccitazione premermi proprio dove era meno desiderata. Mi girai a guardarlo.
“Posso stare tranquillo, là dietro?” biascicai.
“Cosa?”
Capii che dovevo essere più esplicito: “Vedi se ti sposti, ricchiò!”
Scoppiammo entrambi a ridere, di quel riso irrefrenabile che viene se non si può ridere, come quando si è al primo banco di scuola o a una veglia funebre. Le lacrime agli occhi, i corpi squassati da violenti singulti che finivano per ricreare il contatto parasodomitico, generando altre risate in una spirale apparentemente senza fine.
Questo eravamo: giocosi per vocazione, ricchioni per forza, ché l’oggetto del nostro desiderio era al di là del vetro, a pochi metri eppure irraggiungibile. Guardoni per caso, infine: quello strip-tease non l’avevamo cercato. Non colpevoli, quindi, ma neanche abbastanza innocenti, o signori, o stupidi da non approfittare della situazione. Da voltare le spalle alla fortuna.
Le spalle le volta invece Morena, facendo intuire sotto la gonna la sua convincente rappresentazione anatomica della fortuna. Si è tolta entrambe le calze: sfilate dalla punta del piede con maestria, lunghe lunghe e completamente rivoltate, planano dolcemente sul pavimento. L’abitino nero da cameriera ha tre bottoni sul di dietro. Ora Morena è di profilo e si porta le mani alla nuca per aprirli. Inarca la schiena e gonfia i seni. Ha un’espressione assorta, forse sta canticchiando. Morena si libera le spalle dalla stoffa ed è come se un frutto si stesse sbucciando. Sfila le braccia dalle maniche a palloncino e sinuosamente si mette a oscillare, quasi un accenno di danza del ventre, di modo che l’abitino scivoli ai suoi piedi.
Io e Donato smettemmo di ridere e prorompemmo all’unisono in un “ooh”. Che era di ammirazione per il corpo di Morena ma anche di meraviglia per il color rosso fuoco di reggiseno e mutandine. Morena si avvicinò alla finestra, facendoci saltare il cuore in gola. Spalancò la porta a vetri e subito dopo le braccia, in un sospiro languido e teatrale. Si portò le mani sui seni, accarezzandoseli appena. Poi, con un gesto risoluto, chiuse le persiane. Nell’ultimo fotogramma di lei che riuscii a cogliere prima che le due ante sbattessero, mi sembrò di vederla sorridere.

(Riproduzione riservata)

© Marsilio editore

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Giuliano Pavone (1970) è nato a Taranto e vive a Milano. Giornalista, ha pubblicato una decina di libri fra narrativa, saggi e varia. Il suo primo romanzo, L’eroe dei due mari (Marsilio, 2010), ha vinto il Premio Selezione Bancarella Sport e il premio USSI Puglia per il racconto sportivo, e ha ricevuto una segnalazione particolare al Concorso Letterario CONI.

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© Letteratitudine

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