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VINCENZO VITALE: LA GIUSTIZIA NARRATA

febbraio 25, 2013

VINCENZO VITALE: LA GIUSTIZIA NARRATA

di Simona Lo Iacono

In origine, racconta Protagora, esistevano solo gli dei.
Gli esseri viventi vennero invece plasmati dalla stessa terra in un secondo momento, e su di essa si aggiravano spaesati, errabondi, maldestri.
Era dunque necessario conferire loro facoltà adatte alla sopravvivenza, alla lotta quotidiana contro le intemperie, la fame, la natura.
Purtroppo, la distribuzione venne fatta dall’imprevidente Epimeteo, il quale, come dice il suo nome, era dotato solo del senno del poi. E, giunto agli uomini nella sua elargizione di doni, si rese  conto di aver già distribuito tutte le doti naturali – denti, artigli, vista acuta, velocità nella corsa  – agli animali.
Gli uomini furono lasciati dunque indifesi, indeterminati, inadatti a padroneggiare il nuovo destino.
Il fratello di Epimeteo, Prometeo, tentò allora  di soccorrerli donando loro il fuoco e il sapere tecnico (entechnos sophia).
E gli uomini svilupparono linguaggio, cultura, religione.
Ma nonostante ciò, essi vivevano ancora isolati e chiusi, incapaci di armonizzare le esigenze di ognuno con quelle degli altri.
Allora intervenne Zeus, e comprese che era loro necessario distribuire indistintamente aido e dike, pudore e giustizia, senza le quali nessuna creatura umana avrebbe potuto relazionarsi con l’altra.
Ecco.
Il mito spiega bene l’origine divina della giustizia. Una speciale elargizione del dio supremo, preposto alla cura dell’intero creato. Zeus in persona, e non Prometeo, pur animato dal suo ardore, o Epimeteo, pasticcione e improvvido. Ma colui a cui viene chiesta armonia, capacità di sintetizzare ogni singolo col tutto.
A questa origine trascendente della giustizia si rifà anche Vincenzo Vitale nel saggio “Diritto e letteratura, la giustizia narrata” (ed. Sugarco).
Un libro che è più di una profonda e commossa elaborazione filosofica del concetto di giustizia. Perché è un testo che invita alla riflessione su di essa quale condizione precedente al diritto, come a dire che senza la riscoperta del ceppo divino e necessario che ha consentito all’uomo di convivere con l’uomo, il diritto si svuota, non è che tecnica sopraffina priva di ansia e tormento per il giusto.
Senza giustizia, cioè, senza il suo anelito affamato e furibondo – il diritto perde la propria identità, il proprio senso, e anche la propria, sorgiva, funzione:colmare lo scarto tra aspirazione e realtà, sanare quella ferita sempre aperta tra essere e dover essere, recuperare, dunque, la sua vibrante e imprescindibile natura morale.
Per far questo l’autore propone un viaggio nei testi letterari, porge al giurista una strada insolita e fantasiosa per attingere al non detto, a ciò che, in sostanza, pur restando non codificato – in quanto asse portante  della norma – è, tuttavia, per  essa vitale. Recuperare quella smarrita pre-comprensione di ogni situazione giuridica, quella arcana e immateriale aspirazione che, pure, è il suo vero volto, la sua vera immagine: la vita che esige di essere ricomposta, l’uomo che implora di essere consolato, la paura che brama di trovare pace.
Tutte queste esigenze della giustizia sono state dimenticate nell’attuale momento storico. E il diritto aleggia come forma, si ingegna nei tecnicismi, presta attenzione smodata al particolare quando, come detto, il suo ceppo è universale. Non a un solo uomo, infatti Zeus donò dike, ma a tutti indistintamente.
Esaminando dunque alcuni tra i testi letterari più significativi e proponendo un viaggio tra i racconti di Heinrich von Kleist, Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Robert Louis Stevenson, Andrè Gide – senza dimenticare i Vangeli di Matteo, Luca, Marco, Giovanni – Vincenzo Vitale spiega che la letteratura e il diritto si compenetrano non come due scienze, non come due tecniche, né come discipline pronte a spiegarsi l’una con l’altra. Ma come anime appassionate dell’uomo. Come specchi necessari della medesima e connaturata esigenza.

“Perché mentre il diritto vorrebbe oggi contentarsi del finito, la letteratura lo induce a sensibilizzarsi verso l’infinito, mentre il diritto vorrebbe chiudersi nella asfitticità dell’analisi del linguaggio giuridico, la letteratura lo induce ad affacciarsi sul mondo, mentre il diritto vorrebbe preservarsi puro e incontaminato, la letteratura lo induce a sporcarsi le mani, mentre il diritto vorrebbe dimenticarsi di sé, la letteratura lo induce a ricordarsene, mentre il diritto vorrebbe sempre appiattirsi sulla forma, la letteratura lo salva dal formalismo, mentre il diritto vorrebbe identificarsi con la pura logica, la letteratura lo salva dal logicismo, mentre il diritto è pieno di paure, la letteratura lo induce ad osare, mentre il diritto non vorrebbe avere nulla a che fare con gli uomini, la letteratura lo costringe a patirne le vicende, mentre il diritto vorrebbe esaurirsi tra articoli e massime, la letteratura lo induce a registrare l’esperienza umana, mentre il diritto vorrebbe estinguersi divenendo altro da sé, la letteratura lo induce a rinascere ogni volta” (pag 43).

Chiedo quindi a Vincenzo Vitale – già magistrato (e amico di Leonardo Sciascia), docente presso l’università di Catania, la Cattolica di Milano e quella di Piacenza, vicecapo di gabinetto presso il Ministero di Grazia e Giustizia e componente della commissione per la lotta contro le tossicodipendenze presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri –  di spiegarci questa appartenenza necessaria tra diritto e letteratura, o – come dice benissimo nel suo saggio-  “palingenetica”.

-In che modo i testi letterari da Lei esaminati si prestano a “ricordare” al giurista il concetto di giustizia? E in che senso la letteratura è “rammemorativa” (come lei acutamente osserva) della giustizia?
La letteratura svolge una funzione che ho definito “rammemorativa”, in quanto essa ricolloca il diritto nella posizione dalla quale tende ad allontanarsi, vale a dire dal suo fondamento ontologico.
La cultura giuridica contemporanea – nonché la prassi – tendono infatti ad operare una frattura sempre più evidente fra le norme ed il loro senso, fra le regole e il principio di giustizia che le anima, insomma fra la storia ( ove le norme appaiono) e la natura umana ( da dove esse scaturiscono). La letteratura, pur senza volerlo esplicitamente, fa sì che tale frattura venga ricomposta, esigendo dal giurista che egli “si ricordi” del compito che sin dall’origine è chiamato a svolgere: dare a ciascuno il suo .

-Lei propone i testi racchiusi nel suo libro come “esercizi di autocomprensione per il giurista”. Come dire che chi non si autoconosce, almeno tendenzialmente, come orientato alla giustizia, non potrà mai rendere giustizia. L’opera di interpretazione della norma è quindi, per il giurista, anche comprensione di sé?
Oggi si tende a vedere l’amministrazione della giustizia come il risultato di una tecnica di taglio neutrale e neutralizzante che non coinvolge la coscienza del giurista se non in modo marginale. Credo invece che – come insegna tutta la tradizione platonico-aristotelica – il giurista non possa che essere totalmente coinvolto in tutta la pienezza della sua persona ( nel senso filosofico di prosopon ) all’atto stesso in cui svolge il suo compito.
Il giurista non è un semplice manipolatore di norme, non è un esperto dei codici: è qualcosa di molto di più e di diverso. E’ un esperto dell’uomo e dei rapporti umani sub specie iuris .     Perciò, il giurista non può che mettersi in gioco, interpretando-si insieme ad ogni interpretazione di fatti e di norme. A questo scopo il ruolo della letteratura è fondamentale.

-Dall’esame della letteratura al Vangelo. E’ qui che – a mio avviso – lei delinea definitivamente la natura della giustizia. Che è aspirazione, appassionata,  alla verità. Innanzi a Gesù, Pilato intuisce subito, infatti, che sull’uomo che ha davanti non può formularsi accusa formale, “giuridica”. E dalle Sue parole (“Chiunque è nella verità comprende la mia voce”) capisce che il Suo, è mondo senza guerre e carestie, senza falangi schierate le une contro le altre, senza fardelli non risanati, né barbarie perpetrate ai danni degli innocenti. Il Suo, dunque, è mondo “vero”, per eccellenza. Sulle labbra di Pilato affiora quindi, quasi contro la sua stessa volontà, una domanda: “Quid est veritas?”, “Cos’è la verità?” E’ la stessa domanda che interpella la nostra coscienza giuridica?
Per molti secoli, la giustizia è sempre stata ritenuta la verità del diritto. A partire dall’illuminismo giuridico, poco alla volta, si è consumato un vero divorzio fra giustizia e verità, nel senso che la giustizia viene relegata all’ambito generico della dimensione politica oppure viene ridotta ad una  mera tecnica di organizzazione  sociale, mentre la verità viene bandita o semplicemente negata : si pensi all’ultimo libro di un giurista di livello quale Natalino Irti, che appunto prende titolo “Diritto senza verità”.
A ben guardare si tratta di un atteggiamento pilatesco, che rifiuta proprio ciò che invece il giurista dovrebbe massimamente ricercare : la verità del diritto, vale a dire la giustizia. E, d’altra parte, privato della giustizia, cosa rimane del  diritto, se non la sua sterile e pericolosa controfigura ?

* * *

Vincenzo Vitale, allievo di Sergio Cotta e Francesco D’Agostino, studia Filosofia del diritto presso le Università di Catania, ove si laurea in Giurisprudenza, e di Roma. Vince il concorso in Magistratura ove prestan servizio per diversi anni: oggi esercita la libera professione fra Catania e Milano. Ha al suo attivo oltre sessanta pubblicazioni su riviste giuridiche specializzate.
Docente presso l’Università di Catania, la Cattolica di Milano e quella di Piacenza, ha redatto diverse voci per un Lessico di Teoria generale del diritto. Attualmente, tiene un corso presso l’Università di Roma (Tor Vergata) per il Dottorato in «Storia del Diritto e Teoria del diritto europeo», dedicato al tema «Diritto e Letteratura».
Già vicecapo di gabinetto presso il Ministero di Grazia e Giustizia e componente della Commissione per la lotta contro le tossicodipendenze presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, è componente del Consiglio Centrale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, sezione di Catania. Giornalista pubblicista, collabora con alcune delle principali testate nazionali ed ha al suo attivo oltre mille editoriali. Per Sellerio ha pubblicato In questa notte del tempo; per Sugarco Volti dell’ateismo. Mancuso, Augias, Odifreddi. Alla ricerca della ragione perduta. Sposato con Angela Rita, medico chirurgo, ha due figli: Aldo, laureato in Giurisprudenza, e Paolo, laureato in Architettura.

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