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STRANE COPPIE 2013: LA QUINTA EDIZIONE

febbraio 27, 2013

STRANE COPPIE 2013: LA QUINTA EDIZIONE

[Antonella Cilento sarà ospite della puntata di Letteratitudine in Fm del 1° marzo 2013]

di Antonella Cilento

In tempi in cui la letteratura sta (letteralmente, si perdoni il bisticcio) scomparendo, insieme alle librerie che chiudono in tutte le grandi città, al mercato editoriale contratto a numeri di vendite da metà Novecento e ai progetti editoriali che abbandonano sempre più ogni idea forte di letteratura, bisogna sviluppare potenti anticorpi.
E uno dei sistemi che da sempre prediligo è quello di portare la letteratura ai lettori, di porgerla in modo semplice, da scrittori a lettori, esplorando grandi classici che tutti dovrebbero aver letto o classici di altri paesi che spesso da noi hanno una vita sotterranea o anche grandi nostri classici che, dopo decenni di fortuna, scompaiono agli occhi delle nuove generazioni. Strane Coppie nasce così, come un confronto fra letterature (la francese, la spagnola e la sudamericana e la tedesca, tutte in parallelo con l’italiana) e come una palestra fra autori che reinterpretano libri che hanno amato o che leggono la prima volta.
Questo quinto anno di una manifestazione molto fortunata si è da poco inaugurato presso il Salotto Cilento, ospiti i signori Cilento dell’Antica Sartoria, cari amici che insieme al Banco di Napoli e agli Istituti Goethe, Cervantes e Institut Français de Naples, sostengono Lalineascritta Laboratori di Scrittura (www.lalineascritta.it) che dirigo da vent’anni a Napoli in questa pratica decisamente osé, dati i tempi che corrono…
Eccoci dunque al programma: cosa accadrà?

strane coppie 2013Si comincia il 28 febbraio con un incontro intitolato IL PESO DEL GIUDIZIO: osiamo, due giorni dopo le elezioni, ahimè, confrontarci con Franz Kafka grazie alla potente voce di Giuseppe Montesano.
Kafka fa ridere? Forse sì, anzi sicuramente sì: del resto leggeva pagine ai suoi amici ridendone, secondo la più classica formula dell’umorismo ebraico. In Kafka angoscia e leggerezza si toccano, convivono l’ansia di essere schiacciati e l’ossessione persecutoria , mentre il disvelamento comico ci sorprende anche nelle situazioni più assurde, paradossali e pericolose.

Si prosegue il 7 marzo sul tema AMICIZIA: le relazioni fra donne, dall’infanzia all’età adulta. Metteremo a confronto “Nuvolosità variabile” (1995) di Carmen Martìn Gaìte, a narrarla la professoressa Maria Alessandra Giovannini e “Nessuno torna indietro” (1938) di Alba De Cèspedes, per la voce di Sandra Petrignani, che l’ha conosciuta e intervistata. “Nuvolosità variabile” rinnova il genere del romanzo epistolare: Carmen Martìn Gaite, scrittrice amatissima nel suo paese e giunta alla fama internazionale proprio grazie a questo libro, mette a confronto due donne che hanno specularmente sbagliato strada: una ha una vita professionale di successo ma un fallimento amoroso alle spalle, l’altra ha una bella famiglia ma ha rinunziato alla carriere letteraria. Le due amiche si scrivono e, poco alla volta, si guidano verso una rinascita inattesa. L’amicizia al femminile come scambio e crescita.
Alba De Céspedes era un appuntamento lungamente atteso da Strane Coppie: fra le maggiori autrici del Novecento italiano, De Céspedes annovera un’ascendenza molto particolare, suo nonno fu il primo presidente della Repubblica Cubana e, pur essendo cresciuta fra Roma e Parigi, il suo legame con la terra d’origine fu sempre fortissimo tanto fa darle inseguire per tutta la vita un mai finito romanzo cubano. Abitava, nelle sue stagioni cubane, in una magnifica villa citata nel meraviglioso “Paradiso” di Josè Lezama Lima e adattò per la tv francese “Il secolo dei lumi” di Alejo Carpentier: dunque una frequentazione anche letteraria con Cuba e con due autori che in Strane Coppie abbiamo già incontrato negli anni scorsi. Il successo le arrise proprio con “Nessuno torna indietro”, che narra del passaggio verso la vita adulta di otto ragazze cresciute in un convento: alcune passeranno il ponte che le porta al futuro, altre si fermeranno ma, come appunto recita il titolo, nessuna di loro tornerà mai più indietro. De Céspedes è stata per altro fondatrice e animatrice de “Il Mercurio”, rivista prestigiosissima di arti, scienze e letteratura (l’idea nacque a Napoli nel 1944 e la rivista annoverò molti scrittori napoletani fra i suoi collaboratori), fu inoltre sceneggiatrice per il cinema e la televisione, in italiano e in francese.
Scriveva nel suo diario, il 16 marzo 1940: “Bisogna viverla o scriverla la vita. Mi sembra che ormai per me la scelta sia inderogabile. Scriverla. Scriverla.”

Ed eccoci al 21 marzo, tema dell’incontro: GENITORI E FIGLI.
Si comincia con “Bonjour tristesse” (1954) di Françoise Sagan (narratrice Elena Stancanelli): un’adolescenza che potrebbe ricordare quella, ben più intensa, de “L’amante” di Marguerite Duras (che abbiamo già narrato a Strane Coppie). La storia Cécile e di suo padre, dell’estate in cui si cresce e si scopre la vera natura dei rapporti e insieme chi è davvero e quanto rischioso sia manipolare le esistenze altrui, ha avuto grande successo nel tempo e adattamenti celebri per il cinema (il film di Otto Preminger con David Niven e Jean Seberg). Una ragazza innamorata del padre e gelosa delle sue relazioni si intrufola fra le donne che l’uomo frequenta causando alla fine una tragedia, la morte di una delle due amanti. A rileggerlo oggi, dopo il grande successo di un tempo, lo si confronta con “Il diavolo in corpo” di Radiguet e con la Duras e si trova che, in fondo, anche il romanzo di Sagan ha molto da dirci sull’adolescenza e i rapporti padre-figlia.
A confronto con la Sagan ecco “Le parole tra noi leggere” (1969) di Lalla Romano (narratrice Chiara Valerio): Lalla Romano in cinquant’anni di scritture, dalla poesia alla narrativa, e di pittura poiché è stata anche una notevole pittrice allieva di Felice Casorati, ha prediletto un’unica voce, la sua. Un punto di vista molto interno alle cose e ai fatti narrati che, lungi dall’essere autobiografico in senso commemorativo, diventa scandaglio di realtà sottili, spesso difficili da dire e denunziare. “Le parole tra noi leggere” (il titolo è un verso di Montale) è il romanzo che ogni madre vorrebbe scrivere intorno al proprio figlio osservandolo crescere come un autore fa con il suo personaggio preferito: è la voce della madre a posteriori che narra, ma la madre è, con il figlio anche protagonista. Un figlio problematico che segna un passaggio generazionale (siamo a ridosso del ’68) Romanzo epifanico, altamente poetico, a distanza di tanti anni non perde il suo forte interesse umano e la sua grande tensione stilistica.

Il 4 aprile si svolta: dal romanzo al teatro. LA LINGUA DEL TEATRO vedrà confrontarsi “Woyzeck” (1837) di Georg Buchner (relatore d’eccezione il prof. Aldo Masullo) e “Ferdinando” di Annibale Ruccello (altra straordinaria presenza, un bis per Strane Coppie, il Maestro Roberto De Simone).
Morto giovanissimo, nel 1837 ad appena 24 anni, Buchner di cui quest’anno ricorre il bicentenario della nascita (17 ottobre 1813), ignora, scrivendo i suoi tre drammi di cui Woyzeck resta anche incompiuto, che a distanza di un secolo diventerà il modello del teatro novecentesco. I suoi fratelli si occupano di filosofia e del nascente movimento femminista, egli stesso insegnerà, per brevissimo tempo, anatomia e storia naturale. La drammaturgia è per lui quasi un’attività secondaria, se si considera anche il suo impegno politico poiché egli visse in un piccolo stato della nascente Germania a cavallo fra le vicende napoleoniche e la Restaurazione, dunque dietro le sue opere c’è un’azione reale, una riflessione nata da una vera partecipazione rivoluzionaria. Ne “la morte di Danton” infatti si confrontano i temi della virtù e della natura, della purezza che scatena l’orrore e così in “Woyzeck” è un fatto di cronaca a far nascere l’idea, l’omicidio di un barbiere ai danni della moglie. Il dramma presenta scene tratte dalla vita del soldato Franz Woyzeck, che cerca in tutti i modi di sostenere la sua compagna Marie (non sono sposati) ed il loro figlio. Per guadagnare qualche soldo in più diventa cavia di un dottore per alcuni esperimenti. Marie però lo tradisce con un ufficiale. Il crescente sospetto di Woyzeck viene attizzato da un suo nemico, finché non sorprende Marie ed il rivale ad un ballo presso una taverna. La sua follia lo porta ad attaccare l’ufficiale, ma infine una voce nelle sue allucinazioni gli dice di uccidere la donna.
Molti autori nel corso del tempo sono intervenuti sulla parzialità dei manoscritti buchneriani dando forma ogni volta diversa all’opera. Fra le versioni non teatrali si ricorda il film omonimo di Werner Herzog (1979).
In “Ferdinando” siamo invece nel 1870: nove anni dalla caduta del regno delle Due Sicilie, in una villa borbonica una nobildonna, Donna Clotilde, e la sua dama di compagnia, Gesualda, la cui vita è ristretta a loro stesse e alle visite del prete, Don Catellino, ricevono il dono inatteso di un parente giovanissimo, Ferdinando. Come in Teorema di Pasolini quest’arrivo sconvolgerà i sensi e le menti di tutti i protagonisti rivelandone la natura più profonda. Dramma di relazioni prima che ricostruzione storica di un punto di vista poco narrato, i borbonici perdenti, e costruzione di una lingua teatrale tutta nuova, Ferdinando è l’opera più importante di Annibale Ruccello che, come Buchner, muore giovanissimo, ad appena 30 anni. Il tema dell’identità di genere, la rinascita di un dialetto teatrale, vera e propria lingua, sulla scia del suo maestro, Roberto De Simone, ne fanno con Enzo Moscato uno degli autori di punta della nuova drammaturgia napoletana, eredi problematici e critici della grande tradizione eduardiana. L’inganno dell’identità, la natura dei personaggi e delle loro relazioni attraversa tutto il suo teatro. Ferdinando fu portato al successo, con innumerevoli premi vinti, da Isa Danieli, che ne resta a tutt’oggi la più grande interprete.

Giungiamo così al 18 aprile: ULISSE OGGI.
E’ possibile pensare al viaggio omerico in pieno Novecento? Certo, basta ricordare Joyce, ma anche altri dopo di lui: “Corporale” (1974) di Paolo Volponi (a narrarlo Raffaele Manica) si confronta con “Il gioco del mondo” del grandissimo Julio Cortàzar (“Rayuela”, 1966, (voce di Bruno Arpaja).
Se i poemi omerici aspirano a scoprire i confini del mondo e i limiti dell’umano agire, giunti al Novecento lo spazio di scoperta sembra essersi ridotto al sé: il corpo è l’unico soggetto del narrare, come già in Joyce, ma in “Corporale” di Volponi la dimensione fisica malata è segno di definitiva sconnessione dalla vita reale, di un’interruzione di dialogo dovuta a completa mancanza di comprensione: la politica, l’amore, il sesso, la famiglia, l’incubo della morte atomica sono rivissuti con un senso di impotenza agonica. A Gerolamo, il protagonista di “Corporale”, non resta che rievocare e interpretare attraverso la sua pancia, le sue percezioni, tornato a una dimensione omerica ma anche ridotta: il viaggio è in superficie e in profondità, ma non può più estendersi sul vasto mare…
Un’ansia di morte suicida identificata nell’incubo della bomba H avanza pagina dopo pagina a identificare una crisi morale dell’umanità.
Racconta Cortàzar in un’intervista che “Il gioco del mondo” (contro-romanzo come è stato spesso definito) è un precipitato chimico: le parti si sono aggregate imprevedibilmente costruendo un libro che si può leggere seguendo percorsi diversi, mappe di capitoli e città, inseguendo i personaggi e le loro divagazioni in modo del tutto rivoluzionario. Fra Parigi e Buenos Aires, all’inseguimento di una Maga – tema omerico per eccellenza – sospesi fra realtà e immaginazione, i lettori di Cortàzar sono trascinati in un’avventura continua che ha fra le sue ascendenze, per dichiarazione dell’autore, “Il compagno segreto” di Conrad ma forse anche “L’angolo preferito” di Henry James. Doppi e multipli di se stessi i personaggi si inseguono e conoscono e forse perdono, avvinti da domande cui è difficile dare risposte ma che sono, proprio per questo, ancor più necessarie.

Il 16 maggio il tema sarà l’autobiografia: LA VITA ALLE SPALLE.
“I quaderni di Malte Laurids Brigge” (1910) di Rainer Maria Rilke (a narrarlo Anna Maria Carpi) è una biografia ma anche la rottura dello schema romanzesco dell’Ottocento: Rilke poeta si misura con il diario autobiografico, ma compone così anche un anti-romanzo che ebbe molte critiche al suo apparire. Tedesco in Francia, Rilke scrive questo libro con l’idea, spesso dichiarata, di raccontare l’impossibilità della vita in un’autobiografia. Forse un’opera mancata, ma a noi molto vicina nello stile per la sua forma rapsodica e frammentaria, “I quaderni” resta un modello di scrittura espressionista e novecentesca.
Stessi anni, stessa Europa, ma ecco “Una donna” (1906) di Sibilla Aleràmo (voce per lei di Laura Bosio), nome de plume di Rina Faccio, vera e propria fondatrice della narrativa al femminile in Italia e una delle madri del femminismo italiano con la sua lotta per il voto e contro la prostituzione. “Una donna” lascia il marito e il figlio per non rinunziare alla propria libera identità. Amante di Dino Campana come di Eleonora Duse, ma anche di Cardarelli, Papini, Quasimodo e molti altri intellettuali, antifascista dichiarata, fu un esempio, in tempi davvero difficili per le donne, di indipendenza di giudizio e di chiarezza di intenti. Il romanzo, a tutt’oggi, rende testimonianza di un modo nuovo, specie in Italia, di narrarsi per le donne.

E concludiamo il 30 maggio con LUCIDE FOLLIE: a narrare “I fantasmi del cappellaio” (1949) di Georges Simenon ci sarà un drammaturgo, ospite d’eccezione, Enzo Moscato. Fra i romanzi che non hanno Maigret per protagonista, “I fantasmi del cappellaio” è forse uno dei più belli e più complessi: la narrazione è dichiaratamente sin quasi dall’inizio, lasciata all’assassino. Tutta la trama si snoda nell’avvincente descrizione di una personalità e delle sue malate tempistiche. Un po’ come in Psycho l’unico vero testimone, colui che sa, muore dopo poche pagine e la narrazione ci lascia in balia del pericolo. Scritto prima come racconto brevissimo, poi come novella e infine come romanzo, “I fantasmi del cappellaio” mette il lettore dinanzi alla raffigurazione della follia: e come sempre, anche se l’assassino è deprecabile, la sua natura ci fa quasi tifare perché scampi alla punizione… Un film molto bello di Claude Chabrol ne è stato tratto nel 1982 con un inedito Charles Aznavour.
Si confronta con Simenon “La donna della domenica” (1972) di Fruttero&Lucentini (voce narrante Domenico Scarpa, curatore e critico dell’opera di Fruttero&Lucentini): romanzo amatissimo, capostipite del giallo italiano, fonte di un film altrettanto bello e riuscito girato da Luigi Comenicini nel 1975( con un magnifico Marcello Mastroianni), vede in vero stato di grazia la coppia Fruttero&Lucentini impegnati nel narrare un’indagine torinese, tutta provincia e apparenze, che nella sua natura profondamente borghese e perbenista nasconde slanci improvvisi di pazzia omicida. Ritratto d’ambiente, romanzo ironico prima ancora che giallo, scritto con lingua affilata e brillante, “la donna della domenica” rilegge la lezione di Simenon in chiave tutta italiana.

Ogni incontro sarà allietato da letture: Imma Villa, gea Martire, Cristina Donadio, Giancarlo Cosentino, Antonella Romano, Giorgia Palombi.
Non resta che leggere e farci visita…

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