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IL DOLCE SOLLIEVO DELLA SCOMPARSA, di Sarah Braunstein

febbraio 28, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo IL DOLCE SOLLIEVO DELLA SCOMPARSA, di Sarah Braunstein (66thand2nd, 2012 – pagg. 360 – euro 16 – traduz. di Andreina Lombardi Bom)

Il libro
Provano un sollievo indicibile questi bambini scomparsi, rapiti o allontanatisi volontariamente – costretti a farlo. Leonora è centro e periferia di questo disturbante romanzo-specchio, Leonora è
la bambina svanita nel nulla, Leonora è la bambina che ha trasgredito le regole, il patto di famiglia.
Le bambine «dovrebbero credere che la bellezza sia qualcosa di accidentale, di irrilevante, un’illusione», le madri dovrebbero amare incondizionatamente i propri figli, ma tutto ciò non sempre accade. Leonora è un personaggio corale che sottende e amplifica la fragilità degli altri in una coalescenza di microcosmi che si innestano in altri microcosmi grazie a un ondivago slittare del punto di vista con cui la «compassione selvaggia» di Sarah Braunstein fa scomparire il lettore in un bozzolo di storie variamente connesse, annichilisce la sua rete di affetti e lo fonde ai personaggi con cui si identifica. Spazio e tempo perdono di consistenza e ci si sente legati all’incessante bussare dell’infanzia, feriti e partecipi dei sollievi che seguono ogni scomparsa, finalmente consapevoli che tutte le madri una volta sono state figlie, che tutti i bambini sono attratti dal male e che di loro non si sa niente.

* * *

Uno stralcio del romanzo IL DOLCE SOLLIEVO DELLA SCOMPARSA, di Sarah Braunstein (66thand2nd)

L’uomo aveva la faccia rubizza e felice. Se la passava bene. Grazie a lui la bambina si sentì meglio, e riaffiorò il suo senso di permanenza. Più tardi nel negozio di souvenir comprarono qualche cartolina con le riproduzioni dei quadri. La bambina fece girare l’espositore in cerca dell’uomo con la birra, ma non riuscì a trovarlo, ed era troppo timida per chiedere.
Col tempo venne a sapere dei problemi alle tube di Falloppio, della Cambogia e di Medea, dell’analfabetismo e della sindrome da shock tossico, ma continuava a essere felice, continuava ad asciugare obbediente i piatti con uno strofinaccio a quadretti. «Che bambina felice!» diceva la gente, e a quella esclamazione lei si riempiva d’orgoglio. Era suo dovere essere felice. Era suo dovere essere curiosa ma non troppo, era suo dovere essere graziosa. Capiva che si poteva essere troppo curiose ma non troppo graziose.
Il dolce sollievo della scomparsa di Sarah BraunsteinE lei era graziosa? Se lo chiedeva spesso, anche se non lo domandava a nessuno. O lo sei o non lo sei. È un dettaglio, uno dei tanti, ma è tutto. Tre punti di sutura per un taglio sul mento. Glieli aveva cuciti un genio della chirurgia – un chirurgo estetico di grande fama, con un viso che faceva pensare alla tersa levigatezza della plastica – per esser certi che non sarebbe rimasta alcuna cicatrice, o al limite una cicatrice piccolissima, una c minuscola e pallida come l’unghia di un neonato, che si notava soltanto sotto una luce particolare e se le inclinavi la testa all’indietro, come avrebbe potuto fare un innamorato che avesse avuto intenzione di baciarla. Ma lei era solo una bambina. Non c’erano innamorati che le inclinassero la testa all’indietro. I genitori avevano pagato il chirurgo estetico perché, sì, lei era bella, e la bellezza non ha prezzo.
Presto arrivò un fratellino. Era grazioso, perlomeno fino ai due anni, con quella faccetta rosea, paffuta, priva di curiosità. In seguito divenne solo un maschietto, né bello né brutto, povero piccolo. Come poteva competere con lei? La bambina era dotata di una sicurezza placida, di premura per le persone meno fortunate, di una fossetta sulla guancia destra. La bambina aveva una grazia innata, solenne. Qualche volta, quando rideva, se la faceva addosso, qualche volta inciampava, ma non è forse questo l’elemento in più affinché una bambina sia perfetta? Un pizzico di goffaggine. È rassicurante.
La bambina sapeva qual era la parola d’ordine della sua famiglia, la parola che uno sconosciuto doveva sapere perché lei potesse fidarsi. Ripeteva a sé stessa ciò che doveva dire se qualcuno ometteva la parola d’ordine, provava e riprovava il passo spedito con cui sarebbe rientrata a scuola – non si sarebbe messa a correre, non si sarebbe mostrata spaventata, sarebbe semplicemente entrata a grandi passi nell’ufficio della preside e avrebbe detto alla signora Levenson: «Mi scusi, ma credo che fuori ci sia un malintenzionato». La sua voce sarebbe stata seria e calma. Le piaceva quell’espressione: un malintenzionato. Apparteneva a un’altra epoca.
Suo fratello dimenticò la parola d’ordine. Ma tanto lui sapeva di essere al sicuro. Poteva prendere un bastone e battere sui coperchi dei bidoni della spazzatura che incontrava lungo il tragitto da casa a scuola, e se qualcuno si fosse affacciato alla finestra? Sarebbe scappato. Se qualche pervertito avesse cercato di rapirlo? Al diavolo la parola d’ordine. Gli avrebbe dato una ginocchiata sulle palle.
Ma lei era una bella bambina, tirata su secondo un credo di immacolata autodifesa. Si strofinava la lozione per il corpo sui gomiti e sui talloni. Si esercitava a camminare con un libro in equilibrio sulla testa. Amava le storie in cui il protagonista passava dalla miseria alla ricchezza, amava quel programma, Lauren, la dominatrice del West, che parlava di un’orfana in gamba che diventava sindaco di una piccola cittadina. Amava giocare a campana sul marciapiede di fronte al suo palazzo, amava il fratellino, amava il sedano con il burro di arachidi. Aveva la certezza che il mondo fosse vasto ed esotico, pieno di luce e oscurità, e magari un giorno sarebbe andata in India. Magari un giorno avrebbe visto il Muro del pianto. O il Grand Canyon. Voleva vedere luoghi magnifici. Voleva provare quella sensazione che sentiva quando si inerpicava su per le scale dentro la Statua della Libertà, quel calore che le saliva nel petto e che voleva dire: «Siamo più piccoli di quanto immaginiamo, ma tutti insieme possiamo creare qualcosa più grande di quanto crediamo possibile». Luce e oscurità. La bambina era della Bilancia – sentiva la presenza dei due piatti dentro di sé. Per come la vedeva lei, era suo dovere dimenticare la morte con una parte della mente e allo stesso tempo, con l’altra parte, pensare solo alla morte. Come riuscirci? Non lo sapeva ancora. Ci stava lavorando. Nel frattempo voleva riparare oggetti, diventare assistente sociale, infermiera, occuparsi di coloro che non sono belli o non sono cresciuti in case eleganti, di coloro che non dormono sotto una mensola piena di amuleti portafortuna – pietre dure lucidate, onice, diaspro –, che non leggono libri che parlano di animali portentosi o non hanno madri che cantano Take Me Out to the Ballgame mentre rimboccano le coperte ai loro bambini. Nessuno può essere prezioso e libero. Tutti muoiono. Era suo dovere ricordarselo, ricordarlo e dimenticarlo, insegnare agli altri come fare la stessa cosa.
Amava i popcorn caramellati con la sorpresa dentro il sacchetto. Amava con tutto il cuore la squadra di casa.
Aveva dodici anni; si chiamava Leonora. Sarebbe scomparsa.

© 66thand2nd

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