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Archive for marzo 2013

AUGURI DI BUONA PASQUA DA LETTERATITUDINE

AUGURI DI BUONA PASQUA DA LETTERATITUDINE

paesaggio con gesu' e agnello

colombe auguriimmagini bellissime di pasqua
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LETTERE DALL’ORLO DEL MONDO. Intervista a Barbara Garlaschelli

LETTERE DALL’ORLO DEL MONDO. Intervista a Barbara Garlaschelli

di Massimo Maugeri

La “letteratura epistolare”, che vanta una tradizione antica e consolidata, continua a produrre opere di narrativa di qualità. Tra i “nuovi nati”, registriamo la pubblicazione di questo delizioso volume scritto da Barbara Garlaschelli e intitolato “Lettere dall’orlo del mondo” (Ad Est dell’Equatore, 2012). Protagonisti una donna e un uomo e, ovviamente, le loro lettere… che incrociano amori e solitudini. Per una nota critica si consiglia la lettura di questo articolo di Marina Bisogno, pubblicato sul Corriere Nazionale. Ne ho discusso con l’autrice…

– Classica mia domanda di “apertura”, Barbara. Come nasce “Lettere dall’orlo del mondo”. Da quale idea o esigenza?
Nasce dal desiderio di raccontare due apparenti solitudini e un amore grande: per un’altra persona e per la vita.

– Cos’è per i protagonisti del libro “l’orlo del mondo”? E per Barbara Garlaschelli?
Per i protagonisti “l’orlo del mondo” sono loro stessi e il legame che li unisce, vissuto come ultima, salvifica possibilità di comprensione. Per me è la condivisione, la vicinanza, la linea sottile che divide il vivere dalla disperazione del sopravvivere.

– Esistono davvero amori irriducibili, capaci di durare nel tempo?
Sì, io credo di sì. Non necessariamente quello di una coppia, ma di certo quello tra alcune persone.

– C’è relazione – a tuo avviso – tra amore, dolore e egoismo?
Sì, c’è. L’amore è una forma di tirannia: chi ama e chi è amato vuole tutto, non concede tregua.

– E tra solitudine e ricordi?
Sì, esiste una relazione anche tra solitudine e ricordi: i secondi ti inchiodano al passato, e ci fanno sentire soli, in un’assenza perpetua di ciò che non ci sarà più.

– La scrittura, compresa quella epistolare, può “salvare” dal dolore?
Per quel che mi riguarda, sì. Ma forse scrivo quando sono già in salvo. Invece non ho dubbi sul fatto che leggere salvi da tutto, non solo da dolore.

– Progetti letterari per il futuro?
Il 13 marzo uscirà Carola, il mio nuovo romanzo per Frassinelli. E sono molto, molto emozionata.

© Letteratitudine

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ELSA MORANTE E “LA STORIA”

ELSA MORANTE E “LA STORIA”

di Simona Lo Iacono

A volte, li culla. Li ravvolge in fasce. Li guarda trasognata accarezzandoli sul dorso. Non sono figli. Sono libri, ma Elsa Morante non fa alcuna differenza. I figli – come i libri – maturano dolorosamente nel ventre. Costringono a misurarti con la finitezza del tuo destino e con l’eredità da lasciare. Per questo gli riserva le cantilene della notte o i dondolii delle ninne. Specie negli ultimi anni, ormai costretta a letto da una frattura al femore da cui non si è più ripresa, Elsa vi si rannicchia sopra, ci soffia, immagina che il fiato sollevi un ricciolo da una testina canuta. Quando vede invece che a vibrare sono le pagine, sospira, torna alla scrittura, lascia che a parlare di madri sia, ancora una volta, un suo romanzo. Non ha fatto altro in tutti questi anni. Rievocare quel nodo intimo e radicato tra il corpo di chi dà la vita e di chi la riceve, in uno scambio che pare il lascito di un reduce a un altro reduce, e di un moribondo a un altro moribondo. Ha dedicato tutta la vita a decifrare quel mistero, a partire dalla propria nascita, con la quale è venuta a patti solo adesso che la vecchiaia le restituisce una pietosa dolcezza verso le cose umane. Figlia di Irma Poggibonsi e di Francesco Lo Monaco, Elsa crebbe tuttavia in casa del padre anagrafico, Augusto Morante. Un’infanzia venata da irrequietezza e ambivalenza, per quella diversità che la faceva figlia di due padri anche se inserita in una famiglia in apparenza tradizionale. Di questa inquietudine resta traccia in ogni suo libro. Già nel “L’isola di Arturo” aveva narrato la solitudine dell’infanzia, le incertezze, le fragilità del cuore. Ne “La storia”, questo assillo si impasta con la coscienza della inevitabile soggezione degli uomini agli eventi, alle barbarie del destino, alle oscenità del potere. Leggi tutto…

LE TERZINE PERDUTE DI DANTE: intervista a Bianca Garavelli

LE TERZINE PERDUTE DI DANTE: intervista a Bianca Garavelli

di Massimo Maugeri

Bianca Garavelli, scrittrice e critica letteraria (scrive sulle pagine del quotidiano Avvenire), è un’appassionata studiosa dell’opera di Dante: ha curato diverse edizioni della Commedia, saggi e manuali di interpretazione. Di recente ha pubblicato un romanzo che si rifà, per l’appunto, alla figura di Dante. Il titolo è molto evocativo: “Le terzine perdute di Dante” (Dalai editore)

– Bianca, partiamo dall’inizio, cioè dalla genesi del libro. Come nasce “Le terzine perdute di Dante”? Da quale idea, o esigenza o fonte di ispirazione?
La prima fonte di ispirazione è il canto XXVIII del Paradiso: qui Dante ci racconta la sua prima visione di Dio, che con un’incredibile intuizione sembra anticipare alcune teorie sull’universo della cosmologia contemporanea. È un canto poco letto a scuola, poco conosciuto in generale, eppure merita una rilettura perché è di grande suggestione visiva e cosmica. Qui il pellegrino, dopo aver attraversato tutti i cieli visibili dalla Terra insieme a Beatrice, arrivato nel Primo Mobile e quindi sull’orlo dell’Empireo, si affaccia sul vero Paradiso, invisibile dal mondo terreno, e vede per la prima volta Dio. Che appare in forma di luminosissimo, minuscolo punto, da cui dipende tutto il creato, e che ne è il vero centro, ma al tempo stesso lo contiene. È un un’immagine davvero affascinante: questo “punto” che dà origine all’universo mi ha fatto pensare al Big Bang e ad altre teorie sulla formazione del cosmo. Come se Dante avesse intuito qualcosa che la scienza contemporanea sta ancora studiando … E poi, qui c’è un particolare degno di un grande romanziere: la prima visione del punto divino passa attraverso gli occhi di Beatrice, che gli fanno da specchio e lo introducono così in un “altro universo” che sembra contenere tutto il sistema planetario conosciuto. Ancora una volta, fino all’assoluto, è la sua donna che gli sta accanto, e lo introduce alla più sconvolgente e positiva esperienza della sua vita. Ce n’è abbastanza per stuzzicare l’immaginazione di una narratrice …

– Da grande studiosa di Dante e dell’opera dantesca… che tipo di esperienza è stata, per te, far “rivivere” Dante come un personaggio di un tuo romanzo? Leggi tutto…

TRINACRIA PARK a Milano – 28-3-2013

Trinacria Park a Milano

All’interno di una piccola isola siciliana è appena stato costruito il Trinacria Park: un enorme parco tematico destinato a diventare il più importante d’Europa. La sua notorietà deriva anche dal ritrovamento di un antichissimo carteggio contenente brani di un poema epico in greco antico che narra le vicende delle tre Gorgoni. Nel corso della settimana di inaugurazione
– caratterizzata da festeggiamenti a cui partecipano centinaia di celebrità – si sviluppa una terribile forma epidemica che causa la morte di decine di persone, tra cui il Presidente della Regione Siciliana e diversi vip. Si scatena il panico. Per via del sospetto di un attentato terroristico di tipo batteriologico, l’isola viene messa in quarantena. In questo tragico scenario collettivo, si intrecciano le appassionanti vicende di tre donne, le cui vite sembrano assecondare la natura delle Gorgoni; un attore balbuziente che deve fare i conti con una tragedia personale e le frustrazioni di una carriera che non ha mai preso il volo; un giovane e inquietante aiuto-regista dalle agghiaccianti manie; un anziano attore di teatro chiamato a svolgere il ruolo di direttore artistico del parco nascondendo ben altri intenti. Perché nulla è come sembra a Trinacria Park

LA SCHEDA DEL LIBROIL BOOKTRAILERLE RECENSIONI
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NESSUNA PIU’. Quaranta scrittori contro il femminicidio

Da oggi, in libreria, NESSUNA PIU’. Quaranta scrittori contro il femminicidio (Elliot edizioni – a cura di Marilù Oliva)

Col patrocinio di Telefono Rosa

Quaranta autori hanno scritto un racconto pensando alle tante donne uccise da mariti, compagni, conviventi, ex, padri, fratelli e altri consanguinei, ma anche da estranei – come nel caso di prostitute – o da semplici conoscenti quali vicini, amici, colleghi. Si sono documentati, studiando casi avvenuti nel nostro paese – riguardanti donne italiane, ma anche straniere – differenti sia cronologicamente che geograficamente, estesi dai casi trascurati a quelli più seguiti a livello mediatico.
Il fatto di cronaca realmente accaduto è stato solo lo spunto di partenza per riportare tragedie che si volevano ricostruire affinché la storia del singolo non si chiudesse in sé, ma assurgesse a simbolo di un martirio universale, che purtroppo continua a ripetersi. Così gli scrittori hanno restituito i femminicidi, con la libertà reinterpretativa propria dell’arte. Sono stati coinvolti fin nel profondo da questa esperienza perché, oltre allo sgomento dell’evento nudo e crudo, si sono misurati con il momento dell’immedesimazione e del vissuto: in entrambi i casi, l’impatto si è rivelato di una violenza indicibile. Niente in confronto alla violenza subìta dalle vittime e perpetrata quotidianamente ai loro genitori, figli, fratelli, parenti e amici. Anche a loro, in qualche modo, è dedicata questa antologia: oltre al dramma, si cerca una speranza verso un futuro più umano.

Questi i nomi dei 40 scrittori che hanno partecipato:
Vittoria A., Alessandro Berselli, Francesca Bertuzzi, Sara Bilotti, Mariangela Camocardi, Stefano Caso, Gaja Cenciarelli, Milvia Comastri, Laura Costantini, Andrea Cotti, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Loredana Falcone, Caterina Falconi, Ida Ferrari, Alessia Gazzola, Francesca Genti, Lorenza Ghinelli, Laura Liberale, Elisabetta Liguori, Fabrizio Lorusso, Loriano Macchiavelli, Lara Manni, Marco Marsullo, Marina Marazza, Massimo Maugeri, Raul Montanari, Gianluca Morozzi, Andrea Novelli, Marilù Oliva, Cristina Orlandi, Flavia Piccinni, Marco Proietti Mancini, Piergiorgio Pulixi, Paola Rambaldi, Susanna Raule, Matteo Strukul, Marco Vichi, Cristina Zagaria, Giampaolo Zarini.

Per approfondimenti, cliccare qui… Leggi tutto…

RICORDO DI PAOLO DE CRESCENZO

Pubblico con piacere questo contributo messomi a disposizione dall’amico Franco Pezzini, dedicato alla memoria di Paolo De Crescenzo (che ricordo con particolare affetto anche per via della sua partecipazione al dibattito di Letteratitudine dedicato alla “letteratura dei vampiri“).
Massimo Maugeri

* * *

RICORDO DI PAOLO DE CRESCENZO

di Franco Pezzini

Ci sono persone che hanno la capacità di conciliare il sogno – con quanto di azzardato o cocciuto ciò comporti, perché un sogno è più che un’aspirazione, un forte interesse o persino una passione – con la sana concretezza, impastata di fatica quotidiana: persone che sanno insomma armonizzare i due termini, senza rinunciare al secondo ma senza mai permettere che il primo sia avvilito. Vorrei iniziare a ricordarlo così, Paolo De Crescenzo, rispondendo all’invito dell’amico Maugeri su uno spazio a lui dedicato.
Tengo poi da subito ad aggiungere qualcosa che non riguarda un semplice dettaglio del ritratto, ma la chiave e il combustibile di quella capacità: cioè la sovrabbondanza di umanità (burbera, ironica, esigente ma rispettosissima, affettuosa) che chiunque abbia frequentato un po’ Paolo non poteva non riconoscergli. E che rappresenta – è un discorso già fatto – una merce non troppo considerata sul listino degli interessi diffusi: eppure, senza retorica da coccodrilli, è ciò che rende speciale condividere con una persona, lavorarci insieme. E continuare a ricordarla – e farcela mancare – quando gli occhi si siano chiusi.
Molti aspetti della vita di Paolo sono stati richiamati nei primi articoli a caldo, i giorni successivi alla morte: testimonianze, in particolare, sull’avventura di fondazione e conduzione di una casa editrice votata all’horror di qualità, sullo stile delle scelte autorali, sulla costruzione di una “squadra” italiana, e in ultimo sulla parabola che attraverso crisi economica generale e malattia ha condotto al suo abbandono del timone – e su ciò non tornerei. Mi sembra invece importante riprendere un aspetto particolare dell’esperienza della Camelot gotica edificata in quel breve volgere d’anni, perché permette di non guardare soltanto indietro ma avanti, a un’eredità ideale, a un futuro.
Lo stile di Paolo era di far collaborare le persone. Per carità, in un contesto di base imprenditoriale, non per generico buonismo: eppure tale mettere insieme non era semplicemente funzionale a un risultato di cassa. Il progetto editoriale si configurava come culturale ad ampio raggio: Leggi tutto…

PREMIO SELEZIONE BANCARELLA 2013

premio bancarella 2013PREMIO SELEZIONE  61° BANCARELLA

Comunicato stampa – Milano 25 marzo 2013

I libri vincitori e le manifestazioni del Premio Bancarella 2013

Il Bancarella ha inaugurato oggi 25 Marzo nella SALA CONSIGLIO della BANCA CESARE PONTI  di Milano,P.zza Duoma 19, la sessantunesima edizione, presentando i sei libri vincitori del Premio selezione 2013.

I librai, interpreti del gusto dei lettori, hanno individuato, per il successo di pubblico conseguito, in un percorso iniziato il 1° marzo 2012 e concluso il 28 febbraio 2013, i seguenti volumi tutti editi nell’intervallo di tempo indicato: IMPLOSION di M.J. Heron, De Agostini Libri,  VIPERA di Maurizio De Giovanni, Einaudi,  IL BAMBINO CON LA FIONDA di Vanna De Angelis, Piemme,  TI PREGO LASCIATI ODIARE, di Anna Premoli, Newton Compton,  IL PROFUMO DELLE BUGIE, di Bruno Morchio, Garzanti,  L’ULTIMO SOGNO LONGOBARDO,di Ugo Moriano, Coedit.
Tra i volumi indicati , il 21 luglio p.v. i 200 librai, che costituiscono la Giuria del Premio, sceglieranno il vincitore della sessantunesima edizione del Premio Bancarella. Proprio in ragione della ricorrenza e delle manifestazioni predisposte è da rimarcare la presenza del Sindaco di Pontremoli, prof.ssa Lucia Baracchini, testimone dei consolidati rapporti tra Pontremoli e Milano. Leggi tutto…

SUICIDE TUESDAY, di Francesco Leto (uno stralcio del libro)

Suicide tuesdayIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo SUICIDE TUESDAY, di Francesco Leto (Giulio Perrone editore, 2013)

La scheda del libro
Suicide Tuesday è l’espressione inglese che indica la condizione di profonda angoscia che arriva dopo un weekend all’insegna di droghe e alcol. L’euforia del sabato sera va in calo: la domenica passa nel tentativo di smaltire i postumi, il lunedì si passa a uno stato di stanchezza mentale che sfocia in apatia, poi, nelle 24 ore successive questo stato si amplifica fino a trasformarsi in depressione. La depressione, in alcuni casi, porta al suicidio.
Questo affascinante romanzo d’esordio racconta il fine settimana dei tre protagonisti e li accompagna fino al martedì: tre giornate in cui Sergio, Matteo e Giulia vanno incontro alle proprie paure per affrontarle, finalmente, di petto.
Le loro storie, che in apparenza sono distanti, finiscono per intrecciarsi perché Sergio e Giulia rispondono all’annuncio di Matteo che cerca volti da ritrarre per la sua prossima mostra fotografica.
Tre esistenze con i loro effetti collaterali che si ritrovano per motivi totalmente imprevisti, come è la vita, di fronte l’obiettivo della zenit 11 di Matteo, che affiorare i segreti che li angosciano da sempre.

* * *

Da SUICIDE TUESDAY, di Francesco Leto

Giulia

[…] Oggi il bar è un via vai di colazioni: tè, toast, zucchero, marmellata, croissant, cappuccini. Quell’uomo all’angolo sembra essere di buon umore. Legge il giornale, sorseggia un caffè. Alterna a ogni pagina un lungo sorso. Ripone la tazzina e riprende a far funzionare i polpastrelli. Al mio tavolo a farmi compagnia solo una zuccheriera e una fetta di torta che qualcuno ha dimenticato di finire. La accoltello ai lati affondandoci la lama ripetutamente. A destra. A sinistra. E poi di nuovo al centro. Sull’altra sedia, vuota, la borsa, unica testimone delle mie efferatezze. Da una delle tasche spunta la felpa col cappuccio di Alessandro. Me l’ha prestata ieri sera quando abbiamo deciso di farci un giro in motorino ed era troppo freddo per salirci solo con la maglietta. Ne lascia sempre una di riserva nel bauletto dello scooter in caso di emergenza. Gli piace chiacchierare, soprattutto prima di cena, in sella al suo motorino: l’aria che gli sbatte in faccia, il casco in testa, le pause ai semafori. Ti racconta cosa ha fatto montando i pezzi come la sceneggiatura di un film. Ha un vero talento per la narrazione e sembra sempre che le sue storie siano frutto della sua fervida fantasia. E forse un po’ lo sono, perché non si ricorda mai se a Martina ha poi chiesto di uscire per quella birra oppure no. «Glielo volevo chiedere ma poi non mi ricordo se l’ho fatto. Vabbe’» e con un gesto della mano, lo stesso con cui si lancia una cartaccia in un cestino, si sbarazza di quel dubbio e riprende da dove ha interrotto. Che deve preparare l’ultimo esame di Sviluppo e Cooperazione Internazionale e poi vuole partire pure lui come Claudia. «Magari solo per un anno. Qui dopo che ti sei fatto il culo per prenderti una laurea, se trovi un lavoro a mille euro al mese puoi ritenerti fortunato. Poi se riesci a fare quello per cui hai studiato è come se hai vinto al super enalotto». Leggi tutto…

Un anno dalla morte di Antonio Tabucchi (Tabucchi e la categoria della memoria)

25-3-2012/25-3-2013: Un anno dalla morte di Antonio Tabucchi. Ne parliamo con Gioia Pace, autrice di “Tabucchi e la categoria della memoria”.

 di Simona Lo Iacono

Fantasmi a metà strada tra vita e oltremondo, ombre che parlano, danzano, invitano e ammiccano. L’immaginario di Tabucchi ripercorso con la lucidità dello studioso e la passione dello scrittore.

Questo è “Tabucchi e la categoria della memoria” (ed. Morrone), il saggio che Gioia Pace (nella foto in basso con Piero Angela), presidente della Dante di Siracusa, studiosa e cultrice sottile di Pirandello, D’Annunzio, Quasimodo, ha scritto per le nuove generazioni.

Un libro che non vuole “spiegare” Tabucchi, ma farlo vivere nella sua complessità, nelle discese ripide verso il sogno, svelandolo come interprete del tempo in cui viviamo, come poeta inquieto, malinconico, surreale.

– Gioia, oggi ricorre l’anniversario della morte di Tabucchi. Che valore ha porgere la lettura di questo narratore ai nostri ragazzi?

Senz’altro positivo, perché lo scrittore nelle sue pagine vuol dare messaggi carichi di valori al lettore e noi oggi abbiamo bisogno chi ci rieduchi ai valori.

– Tabucchi diceva: “ La letteratura è una forma di conoscenza che viaggia per strade tutte sue. Il fatto che coincida talvolta con la cosiddetta realtà non vuol dire che non abbia un’anima tutta sua”. La letteratura è quindi una strada che richiama con una voce personalissima e che incanta.  I giovani  sentono questa seduzione?                                                                                     

Sì, nonostante i frastuoni dell’informatica,di facebook, dei tablet e degli      i-phone, perché la letteratura è storia, la nostra storia.

– Spesso i personaggi di Tabucchi vivono gli ultimi anni della propria vita, la città stessa decade e degrada verso il disfacimento, la morte è una soglia che si avvicina, e che si può quasi palpare. E’ una condizione in apparenza lontana dalla giovinezza, ma che – tuttavia – con il suo carico di fragilità, può avvicinare l’uomo alla fine della sua esistenza  con chi è all’inizio del proprio percorso. Ciò che proponi, insomma, è una sorprendente vicinanza di Tabucchi alle nuove generazioni. E’ così?
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IL SILENZIO SULLE DONNE, di Antonio Steffenoni (uno stralcio del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo IL SILENZIO SULLE DONNE, di Antonio Steffenoni (Barion, 2013)

La scheda del libro
La tecnica del giallo per un’indagine sui sentimenti maschili. È lo schema asimmetrico che Antonio Steffenoni mette in scena nel romanzo Il silenzio sulle donne (pag. 160; euro 12,00) che inaugura la collana di narrativa di Barion, storico marchio editoriale che torna in questi giorni in libreria.
“Mai avrei immaginato di trovarmi, un giorno, a rispondere alle domande di un ispettore di Polizia, a proposito di Santiago Conte.” Così l’incipit del romanzo, nel quale la voce narrante è quella di Antonio Lopez, pubblicitario e scrittore, l’ultima persona ad aver visto in vita Santiago, anziano e famoso regista cinematografico morto precipitato dal terzo piano della clinica dove era ricoverato.
L’interrogatorio di polizia si trasforma in un viaggio a ritroso nel tempo, lungo i quarant’anni d’amicizia durante i quali i due uomini hanno condiviso progetti, ambizioni, passioni e silenzi. Come quello sulle donne che entrambi hanno amato. Il silenzio degli uomini sulle donne, la loro incapacità di dare voce ai sentimenti, è il mistero che si dipana nelle pagine del romanzo dominato dalle figure dei due protagonisti e dalla enigmatica e dirompente Clara, l’ultimo amore del vecchio regista. Colto e raffinato, il romanzo di Steffenoni porta la tecnica del giallo investigativo nelle pieghe delle anime maschili, regalando al lettore un’avvincente storia di sentimenti con un finale dove trionfa drammaticamente la complicità tra i due amici.

* * *

Dal romanzo IL SILENZIO SULLE DONNE, di Antonio Steffenoni (Barion, 2013)

Mai avrei immaginato di trovarmi, un giorno, a rispondere alle domande di un ispettore di polizia, a proposito di Santiago Conte.
E, ancora meno, che l’avrei fatto nella saletta per il ricevimento parenti al terzo piano di una clinica, in una sera di neve, a pochi giorni dal Natale, proprio di fronte alla Scuola elementare che avevo frequentato in quella che mi appariva, adesso, la vita di un altro e che, in tanti anni, non mi era mai capitato di rivedere.
«Mi lasci dire che ci sono aspetti poco chiari nella sua storia.»
C’era incredulità, nello sguardo dell’ispettore, ma c’era anche la voglia di capire. Forse c’era, perfino, della simpatia.
La via Quadronno, sotto le grandi vetrate della clinica, era illuminata a stento da un lampione a mezz’aria che lanciava un debole raggio di luce contro le mura della scuola e dei condomini vicini. Tra l’ingresso della scuola e quello della clinica sostavano, bloccando il passaggio, furgoni delle televisioni e auto che, a intervalli di cinque, dieci minuti l’una dall’altra, scaricavano giornalisti e fotografi. Un drappello di vigili urbani cercava di districare il traffico, mentre un paio di poliziotti sostavano accanto al telo bianco che difendeva dalla neve il corpo precipitato sull’asfalto.
Le finestre delle case erano quasi tutte illuminate, molte aperte, nonostante il freddo, e uomini e donne si sporgevano nella speranza di capire che cosa potesse spiegare l’improvvisa animazione cominciata alle nove di sera.
«Lei stava lasciando la clinica, dunque.» Leggi tutto…

TRINACRIA PARK a Catania – 24.3.2013

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INTERVISTA A STEFANO BORTOLUSSI, autore di “Verso dove si va per questa strada”

Verso dove si va per questa stradaINTERVISTA A STEFANO BORTOLUSSI, autore di “Verso dove si va per questa strada” (Fanucci, 2013)

A cura di Claudio Morandini

Stefano Bortolussi ha pubblicato da poco un romanzo, “Verso dove si va per questa strada”, presso Fanucci, nella collana Teens, che “si propone di offrire occasioni di lettura, divertimento e riflessione” al pubblico “nascosto, spesso sottovalutato” dei teenager, “quei ragazzi che spesso si allontanano dai libri proprio perché non riconoscono in essi il proprio mondo e i propri specifici problemi”.
Il romanzo di Bortolussi sa parlare con franchezza e ironia a questo pubblico, raccontando una storia molto antica e allo stesso tempo molto moderna, realistica e immaginosa, incentrata sulle avventure di due sorelle (una quindicenne, una decenne). In fuga dall’auto della madre, per motivi che rimarranno misteriosi fino alla fine, le due ragazzine si inoltrano in un bosco che riserva loro diversi incontri con personaggi bizzarri, forse scontrosi e inafferrabili ma certo non minacciosi; dopo il bosco, ecco un fiume, poi un canale, una nave abbandonata, una casetta insolita… Spinte a procedere da qualcosa che non è soltanto desiderio di avventura o di indipendenza, e nemmeno curiosità, o impulso di sopravvivenza, le due sorelle, dotate di una fantasia fervida ma anche di un vivace pragmatismo, affrontano assieme, con un senso via via più solido di appartenenza, la deriva di avventure e imprevisti, fino al sorprendente finale che tutto ricompone.

1 – Caro Stefano, quali sono secondo te le virtù più importanti di un romanzo per ragazzi? Credo che una di queste sia il trattare i giovani lettori come lettori a tutti gli effetti, a pieno diritto.

Hai perfettamente centrato il punto, a mio parere. Un “romanzo per ragazzi” secondo me dovrebbe essere semplicemente un bel romanzo, e rivolgersi ai ragazzi quasi dimenticandosi che siano “ragazzi”, ossia evitando di prendere le scorciatoie (di senso, espressive, psicologiche o quant’altro) che alcuni si sentono obbligati a prendere quando scrivono “per ragazzi”. In altre parole, mai sottovalutare i propri lettori – cosa di cui dovrebbero ricordarsi anche molti scrittori “per adulti”, peraltro.

2 – E che cosa non dovrebbe essere un libro per ragazzi? Oppure: che cosa tu cerchi di evitare quando scrivi per i ragazzi?

Ti svelo un segreto che forse non è poi così segreto: in realtà, scrivendo “Verso dove si va per questa strada” non mi ero prefisso di scrivere un romanzo “per ragazzi”, di rivolgermi necessariamente a lettori e lettrici dell’età delle mie due protagoniste (rispettivamente 15 e 10 anni). Quello che mi interessava fare, e che spero di essere riuscito a fare, era calarmi nella mente, nella psicologia e perché no, nel corpo della narratrice, la sorella maggiore. Il fascino dell’operazione per me era tutto lì: uno scrittore di mezz’età (ebbene sì, tristemente…) che si immerge nel mondo di un’adolescente e cerca di reimmaginarlo (e non di riprodurlo, bada bene). Forse questo mi ha evitato di incorrere negli errori di cui parlavo prima. Ma anche in passato, quando mi è capitato di scrivere per lettori anche più piccoli, ho scoperto che il (mio) segreto è quello di pensarli sempre un po’ più grandi.

3 – Direi che la tua sfida è vinta. La tua quindicenne è un personaggio intenso, ricco, per certi versi anche spiazzante. Il lettore adulto finisce per invidiare un po’ a lei e alla sorellina il loro approccio alle cose e al linguaggio. Ma tornando a parlare dei giovani lettori (o delle giovani lettrici): qual è il tuo tipo di pubblico ideale? Ho l’impressione che la tua scrittura così ricca richieda attenzione e concentrazione, e che insomma tu abbia in mente un lettore già consapevole del suo ruolo, nutrito di buone letture.

Sì, il mio giovane lettore ideale è un lettore forte e consapevole. Un giovane lettore la cui vita è già stata cambiata da Leggi tutto…

Una lettura di… L’ACUSTICA PERFETTA, di Daria Bignardi

L'acustica perfettaL’ACUSTICA PERFETTA, di Daria Bignardi
Mondadori, 2012 – pagg. 204 – € 18,00

[Ascolta la puntata di “Letteratitudine in Fm”: Massimo Maugeri con Daria Bignardi su “L’acustica perfetta“]

di Giovanni Ghiselli

Ho assistito alla presentazione del nuovo romanzo di Daria Bignardi: l’acustica perfetta edito da Mondadori. L’autrice  ne ha parlato con vivace e quasi commossa partecipazione, poi ne ha letto dei brani significativi che sono stati commentati molto benevolmente da alcuni estimatori e amici della giornalista.
Il contesto era non poco  elogiativo e ho cominciato a leggere il libro  con qualche diffidenza.  Invece gli elogi erano meritati: la storia è bella, la scrittura scorrevole, le idee e le parole sono chiarissime e non pedestri.
La disposizione dei fatti tiene sempre desta la curiosità e l’attenzione.
L’ho letto tutto d’un fiato. Daria Bignardi ha detto che le sue letture preferite sono quelle dei romanzi russi e francesi. Ha pure affermato che le piace molto leggere e scrivere dialoghi. Infatti la vediamo in diretta televisiva porre  vivacemente domande, con una naturalezza che appare non studiata  e ricevere risposte che sembrano improvvisate. Le ho chiesto perché non ha messo i drammaturghi tra i suoi autori prediletti, a partire dai tragici greci, visto che ama i dialoghi, ha fatto il classico, poi il Dams, sia pure senza finirlo poiché, ha detto,  trovava che quei corsi fossero lenti rispetto ai suoi ritmi.
Ha risposto che Eschilo, Sofocle, Euripide, Shakespeare, Ibsen, sono imprescindibili, ma le sue preferenza vanno a Dostoevskij, Tolstoj, Turgenev, Gogol, Cechov e agli autori francesi.
Ma veniamo al romanzo l’acustica perfetta dove voglio  individuare i topoi della letteratura europea che possono essere fatti risalire a quella greca. Questa appare sempre in filigrana quando i romanzi sono buoni.
Prima di tutti il topos del destino  che è concetto e parola chiave del libro. L’incontro di Arno e Sara adulti, è dovuto a uno stormo di gabbiani sulla pista che ritarda la partenza del volo di lui. I due si erano conosciuti e avevano amoreggiato da adolescenti a Marina di Pietrasanta, poi si erano persi di vista per sedici anni, e all’inizio del romanzo si ritrovano a Milano, sembra per caso, e si sposano.
Arno ha la madre tedesca e, in partenza,  non crede nel destino (p. 28).
E’ tanto tipicamente ellenico questo “amore del fato” che nel romanzo espressionista Berlin Alexanderplatz  di Alfred Döblin si legge:” Non si deve fare il grande con la propria sorte. Io sono nemico del fato. Non sono greco io; sono berlinese”[1].
Eppure il destino aleggia sui protagonisti. In una delle ultime pagine, la dottoressa antroposofica Migliore, una figura   rivelatrice come Tiresia nelle tragedie di Sofocle[2] e nel poemetto di Eliot[3], dice al protagonista: “niente è un caso. I destini di noi tutti sono intrecciati, siamo tutti fratelli”.
Arno aveva sempre notato somiglianze e nessi tra le cose senza però capire “fino in fondo” (p. 33).
Alla fine del libro  capisce il destino e gli  stami che fila Cloto accanto alle sorelle, le vergini figlie di Ananche[4].
Nel romanzo della Bignardi, come nella vita, niente avviene per caso.
Gli eventi nel finale si svelano tutti congiunti[5].
A questo proposito possiamo indicare un passo di un autore indicato dalla Bignardi tra i preferiti. Anche secondo me questo scrittore dovrebbe essere letto e riletto, non meno dei miei auctores, accrescitori, greci e latini[6]. Leggi tutto…

I QUANTI della Einaudi

Pubblichiamo questo comunicato stampa inviatoci dalla Einaudi

I «Quanti» di Einaudi sono una collana-traccia esclusivamente digitale. Sono disponibili in rete a partire dal 20 marzo, al prezzo di euro 1,99. Ogni mese ci saranno almeno due novità. Non sono e-book ma e-writings. Come i quanti della fisica, si pensano piccoli, ma essenziali. Scritture brevi e profonde in cui ci si proverà a sperimentare e pensare le più diverse opportunità date dalla velocità e dalla ricchezza del digitale. Ma si proverà anche a viaggiare nel catalogo recente e antico dell’Einaudi per riproporre, e in alcuni casi per scovare, testi che brillino della perenne attualità del classico o che possano rivivere nuove stagioni nelle metamorfosi della contemporaneità.
Dei primi otto titoli, tre sono novità : “I miei genitori” di Nicola Lagioia, un racconto sulla giovinezza e sul senso di colpa, sul difficile mestiere di essere felici, “Lo show dei tuoi sogni” di Tiziano Scarpa, un racconto sul potere e la suggestione delle parole che sarà possibile leggere-ascoltare con brani musicali composti per l’occasione da Davide Arneodo e Luca Bergia dei “Marlene Kuntz” e “Attacco allo stato sociale” , un saggio in cui Luciano Gallino, in brevi intensissime pagine, coglie il nucleo problematico essenziale della questione su cui oggi più che mai si gioca l’idea della giustizia quotidiana per i cittadini dell’Occidente.
“Il cervello di mio padre” di Jonathan Franzen, è, invece, un saggio tratto dalla raccolta “Come stare soli”, del 2003. Franzen osserva il progredire dell’alzheimer del padre come un lungo, inevitabile, addio della vita. La domanda profonda che Franzen tenta di porsi è semplice e radicale: quando, esattamente, abbiamo perso la persona che abbiamo perso?
Il “Taccuino rosso” di Paul Auster è stato pubblicato nel 2001 nella raccolta einaudiana “Esperimento di verità”. Sono tredici occasioni in cui si fa sentire la “musica del caso” che, secondo Paul Auster, muove le nostre vite. E’ un breviario zen scritto a New York.
Nel 2001 Claudio Magris e Mario Vargas Llosa scrissero Leggi tutto…

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REGINA NERA. LA GIUSTIZIA DI MILA, di Matteo Strukul (uno stralcio del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo REGINA NERA. LA GIUSTIZIA DI MILA, di Matteo Strukul (edizioni e/o – collezione Sabot/age – pagg. 208). In libreria dal 20 marzo.

La scheda del libro
Un bosco sperduto del Trentino Alto Adige. Una bianca distesa di neve. Una donna torturata e uccisa a cui hanno cavato gli occhi. Mila Zago, cacciatrice di taglie per la BHEG, l’agenzia segreta per la sicurezza europea, viene incaricata di catturare l’autore del massacro. Ma procedendo nell’indagine, Mila scopre che la storia della donna uccisa s’intreccia con quella di Laura Giozzet, la prima candidata premier italiana: una donna che rappresenta una novità talmente sconvolgente per il sistema politico del Paese che qualcuno ha deciso di chiuderle la bocca a colpi di pistola, riducendola in fin di vita. In questo nuovo capitolo della sua Ballata, Mila si scontrerà con sette sataniche, politici corrotti e contro le più spietate e allucinanti sopraffazioni degli uomini. Con Regina nera, Matteo Strukul mescola il pulp al noir più cupo, quello di James Ellroy e Stieg Larsson, ripercorrendo le tracce di Ernst Theodor Amadeus Hoffman in compagnia di Joe R. Lansdale e Victor Gischler. Un sequel

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Dal romanzo REGINA NERA. LA GIUSTIZIA DI MILA, di Matteo Strukul

(Per gentile concessione delle Edizioni e/o)

La camera bianca, sterile, con il soffitto alto, il letto enorme in cui, sotto le coperte e le lenzuola candide, giaceva adagiata su un paio di grandi cuscini morbidi.
Aveva voluto vedere la diretta trasmessa da un’emittente locale. Il dottor Giorgi aveva acconsentito. E ora Laura si ritrovava a fissare un vecchio televisore a colori che le aveva recuperato sua sorella Carla.
Il dottor Giorgi aveva orientato l’antenna portatile. Ancora una volta era stato affabile e pieno di energia. Ancora una volta le infermiere le avevano sorriso. Ancora una volta si era svegliata nella brillante pulizia di quella camera. Eppure, giorno dopo giorno, ora dopo ora, il non sapere dove fosse Giulia la corrodeva dentro. La disperazione delle prime ore e la temporanea euforia del sapersi viva, nonostante tutto, avevano ceduto il passo ad un costante e impietoso logoramento che, temeva, l’avrebbe condotta progressivamente alla pazzia.
Cercava di combattere quell’apatia amara, quel senso di graduale ma ineluttabile sfacelo della sua volontà. Voleva opporsi alla resa per fare in modo che, ovunque fosse, Giulia potesse essere orgogliosa di lei. Ma non ci riusciva. Era come tentare di non guardare in fondo al burrone, ben sapendo che, prima o poi, gli occhi sarebbero finiti proprio lì.
Laura aveva annegato lo sguardo dentro alla scatola del televisore: il corteo sfilava per il lungo corso di quella città che conosceva così poco. Lei, bellunese, legata alle montagne, poi trasferitasi a Roma e Milano, adesso si ritrovava in una camera dell’ospedale Giustiniani a fissare un gran numero di persone che ai suoi occhi sembravano una massa ondeggiante come l’acqua del mare.
Avrebbe dovuto esserci anche lei in quel corteo, invece aveva una flebo attaccata al braccio e una debolezza che la svuotava di ogni energia vitale.
Giulia: gliel’avevano ghermita e l’avevano portata chissà dove. Nessuna notizia, nessuna rivendicazione, nessuna richiesta di denaro. Leggi tutto…

IL VESTITO CUCITO ADDOSSO, di Francesco Russo (uno stralcio del libro)

Pubblichiamo uno stralcio del volume IL VESTITO CUCITO ADDOSSO, di Francesco Russo, Inkwell Edizioni 2012

La scheda del libro
La scelta del titolo da spazio a molteplici interpretazioni. Il vestito cucito addosso è una metafora che rappresenta lo stato di ognuno di noi. Un vestito che copre, che nasconde, che distrae, confonde, imprigiona o protegge. Un vestito che ci cuciono gli altri o che spesso ci cuciamo noi stessi. Dieci racconti sugli uomini, sugli accadimenti che ognuno preferisce tenere per sé, sui pensieri, sulle debolezze e sulle atrocità di tutti.
“Ciascun racconto nasconde una parte oscura – a volte imprevedibile, esasperata o paradossale – che denuda l’anima del protagonista. Così come ogni uomo, ogni racconto ha come un “vestito cucito addosso” che tenta invano di coprire delle verità”.

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Dalla raccolta di racconti IL VESTITO CUCITO ADDOSSO, di Francesco Russo

Adesso sono le sette di pomeriggio di un insignificante venerdì.
Dopo una doccia rinfrescante che toglie via le negatività e rigenera il corpo, mi guardo allo specchio.
Questa faccia mi sembra di conoscerla. La vedo ogni giorno, da quasi trent’anni, riflessa
dovunque: sullo specchio del bagno, sullo specchietto retrovisore dell’auto, sbiadita sulle
vetrine dei negozi.
Mi osserva. Sempre la stessa. Con qualche ruga in più, ma sempre la stessa.

Anche stasera ho i capelli ingestibili. Provo a sedare la chioma indomita con un gel
appiccicoso. Tentativo inutile. Forse sono troppo lunghi per essere pettinati
per bene.
Decido di asciugarli definitivamente con l’asciugacapelli, lasciandoli così, come capita,
senza un ordine preciso.

Sono nudo.

Mi dirigo nella stanza da letto. Apro l’armadio per cercare qualcosa da indossare
stasera. Il giallo del maglioncino non si abbina ai pantaloni. La cintura marrone stona coi mocassini neri. Quel beige è troppo chiaro – se solo fosse più scuro.
Mi spoglio e provo altre combinazioni. Leggi tutto…

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CONVERSAZIONE CON PRIMO LEVI, di Ferdinando Camon

Conversazione con Primo LeviCONVERSAZIONE CON PRIMO LEVI, di Ferdinando Camon
Guanda – pagg. 75 – euro 10

[In serata, su Letteratitudine, l’intervista a Ferdinando Camon su “Conversazione con Primo Levi”]

Il dilemma di Primo Levi

di Renzo Montagnoli

Due scrittori, assai noti (Primo Levi aveva già scritto e pubblicato Se questo è un uomo e La tregua, Ferdinando Camon, benché più giovane, era già conosciuto per Il Quinto Stato, La vita eterna, Occidente e Un altare per la madre), si incontrarono nei primi anni ’80, per la precisione il primo contatto diretto avvenne nel 1982 a Torino, città in cui Primo Levi era nato e risiedeva; ce ne furono successivamente degli altri, tanto che l’ultimo fu nel 1986.
Quella che doveva essere un’intervista di Camon a Levi divenne una vera e propria conversazione, che pur obbedendo a una scaletta di domande predisposte dal primo e concordate con il secondo, si rivelò uno scambio di opinioni di grandissimo interesse. Deve essere dato atto a Ferdinando Camon di aver ben interpretato i desideri dei lettori, più che mai curiosi di conoscere qualche cosa di più di questo grande autore, testimone e vittima della Shoa, per sua natura persona assai umile e che ha sempre cercato di parlare attraverso le sue opere.
Ma cosa spinse Camon a contattare Levi per intervistarlo? Questa è la prima domanda che ho rivolto allo scrittore padovano che mi ha risposto, come sua consuetudine, in modo esauriente e senza reticenze. Mi ha detto che era stato spinto da un complesso di colpa, in quanto figlio di quella civiltà dell’Europa occidentale che nel tempo ha preso di mira gli ebrei, con un lavorio di esclusione durato diversi secoli e giunto al suo culmine con la follia nazista volta al loro sterminio.
Beninteso questo senso di colpa è una radice che uno si porta appresso per atti compiuti, magari molto tempo prima che nascesse, dal mondo di cui fa parte, da una civiltà che si crede esemplare e che invece nasconde in un’atavica avversione  per gli ebrei, un nocciolo di inciviltà ancor oggi difficilmente scalzabile, atteso un serpeggiante dilagare dell’ostracismo per tutti quelli che non ne sono membri.
Come dice Camon, per lui andare da Levi era come andare a Canossa, e forse ha avvertito tanto di più questo senso di colpa in quanto cristiano e anche cattolico, proprio per la constatazione che il far parte di un credo religioso porta inconsciamente a vedere gli altri, cioè quelli di fede diversa, come degli estranei.
E’ stato però fortunato, perché Levi sì era ebreo, ma Leggi tutto…

MELISSA, LA DONNA CHE CAMBIÒ LA STORIA – intervista a Valter Binaghi

MELISSA, LA DONNA CHE CAMBIÒ LA STORIA – intervista a Valter Binaghi
[Newton Compton, 2012 – pagg. 315 – euro 9,90]

Leggi lo stralcio del libro su Letteratitudine

di Massimo Maugeri

Il nuovo romanzo di Valter Binaghi è ambientato a Crotone, nel 509 a. C.
Protagonista del libro è Melissa, figura femminile e letteraria potentissima. Ne discutiamo con l’autore.

Caro Valter, anche per te la mia tipica domanda di “apertura”. Come nasce questo tuo nuovo romanzo? Da quale idea o esigenza?
Ci sono sempre molte cose che concorrono a fornire i “materiali” di una storia, eppure nessuna di esse è l’essenziale, perchè ciò che dà forma ed energia al tutto è piuttosto una “visione”. Qui c’è la mia passione per la storia antica, specialmente nelle sue pieghe più ignorate (in questo caso l’Italia pre-romana), il mio interesse professionale (insegno Filosofia e Storia in un Liceo) per il pensiero classico e in particolar modo per il pitagorismo, la mia scoperta recente di una filosofia del femminile (il cosiddetto “pensiero della differenza”, a partire da Luce Irigary). Ma la “visione” è quella di una donna, Melissa, spuntata improvvisamente dalle soglie della mia fantasia, una donna di cui avrei potuto innamorarmi in un momento qualsiasi della mia vita.

Cos’è che ti ha colpito di più del personaggio di Melissa, al punto da spingerti ad occupartene in forma narrativa?
Ho “costruito” Melissa a partire da quello che, nell’elenco dei filosofi pitagorici tramandato dagli antichi frammenti, è solo un nome. Pitagora fu il primo, in una società misogina come quella greca, ad aprire il suo cenacolo filosofico alle donne. Nello stesso tempo mi sono reso conto che, ciò che mi ha sempre maggiormente attratto del pitagorismo, vale a dire la mistica dell’armonia, la musica come espressione cosmica e medicina dell’anima, sono valori che sento come profondamente femminili, al contrario di quel razionalismo legislatore e produttivista che pure emerge dal pensiero greco e stende la sua ombra lunga sulla storia dell’Occidente.

Qual è il contesto storico/sociale in cui Melissa si muove?
Scampata alla strage (il primo cenacolo pitagorico, a Crotone, fu attaccato e distrutto per motivi politici) Melissa finisce venduta come schiava ad un capo sannita. La sua saggezza e il suo talento nell’arte della guarigione la porteranno all’emancipazione, ma anche ad incontri proficui con le altre popolazioni dell’Italia antica: un chirurgo etrusco, un druido celta, sono personaggi non del tutto secondari del libro. La sua è una vita molto avventurosa: guerriera, guaritrice, moglie e madre, infine guida della sua comunità, fino agli ultimi anni spesi in una solitaria ricerca della Luce.

Quali sono i pregi e i difetti di “Melissa / personaggio letterario” che vive tra le pagine del tuo romanzo? Leggi tutto…

CHI APRE CHIUDE, di Antonio Di Grado (uno stralcio del libro)

Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel webIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del volume CHI APRE CHIUDE, di Antonio Di Grado (edizioni Le Farfalle)

[Antonio Di Grado sarà ospite della puntata di “Letteratitudine in Fm” di venerdì 15 marzo 2013 (h. 13 circa) ]

Il libro
Quando un docente universitario insofferente dell’accademia s’imbatte nelle infinite risorse del web, e soprattutto nella sterminata piazza dei social network, può capitargli di sperimentare inedite (e più libere e personali) forme di comunicazione, non solo con i suoi studenti ma anche con un pubblico più ampio di sconosciuti che presto diventeranno “amici”. Così lo “stato” e le note di facebook gli offriranno un davanzale da cui ogni giorno affacciarsi per dire la sua sul mondo, per alternare detti e contraddetti, plausi e botte, paradossi e congetture. Un disordinato e appassionato diario in pubblico, insomma, in cui discutere di politica e di costume, di letteratura e di vita, ma anche d’altro e dell’Altro: se in queste pagine accadrà al lettore d’incappare in segrete memorie o in dubbiosi atti di fede, è perché l’autore è convinto che ogni ricerca dovrebbe anzitutto esporre e mettere in discussione l’effimera identità del ricercatore.

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Uno stralcio del volume…

CHI APRE CHIUDE, di Antonio Di Grado (edizioni Le Farfalle)

Via Alessi. Per quindici anni, i primi della mia vita,
mi sono affacciato su quella salita scoscesa che si conficca
come un dardo nel cuore della Catania barocca, offrendo
alla vista uno scorcio vertiginoso delle sinuose volute della
chiesa di san Benedetto. Per quindici anni ho visto scivolare
rovinosamente i passanti giù per quella discesa, che
di sera si trasformava in un salotto, con le famiglie sedute
ai balconi a scambiarsi convenevoli e pettegolezzi. Per
quindici anni ho avvertito, come in sogno, il canto sommesso
delle suore, le “capinere” in clausura nel vicino monastero:
che non vedevo nemmeno quando, sbagliando
e inciampando, servivo messa nella loro chiesa, solo ne
indovinavo un fluttuar di veli oltre le spesse grate; ma in
sacrestia, finito l’officio, a noi chierichetti propinavano biscotti
paffuti come occulte rotondità, e ambrate forme di
biancomangiare, palpitanti in segreto d’una lor molle vita.
A largirci quei tesori era la stessa famigerata “ruota” che
in passato aveva accolto dal mondo, o nel mondo dispersi,
tanti bambini indesiderati.
Un salotto, quella via, e un auditorium. E un microcosmo:
nei palazzi gentilizi la nobiltà sorvegliava accigliata dai piani
alti la borghesia media e piccola del primo e del secondo
piano e il popolo dei bassi; ma tra i piani – e le classi
sociali – si svolgeva un intenso commercio interclassista di
premurose cortesie e di affabili maldicenze. La prostituta
redenta, grassa e festosa, riscattata e impalmata per voto
da un invalido, coabitava con l’arcigno barone, proprietario
dello stabile e rinsecchito erede dei torvi “vicerè” derobertiani;
il barbiere a domicilio recapitava da una all’altra
casa perfidi pettegolezzi e il prete con la sua logora
tonaca ramazzava in strada polvere e peccati.
Questi i ricordi del ragazzo di via Alessi, sempre più vivi
man mano che l’uomo che l’ha sostituito sente il bisogno
di nutrirsene. Ma nessuno gli potrà restituire il miracolo
delle voci nella notte, della ragnatela di sussurri e convenevoli,
di commenti e ironie che si dipanava dall’uno all’altro
balcone assiepati da famiglie ricomposte e acquietate. Leggi tutto…

CAMPIELLO GIOVANI 2013: SELEZIONATI I 25 FINALISTI

CAMPIELLO GIOVANI: SELEZIONATI I 25 FINALISTI  – Comunicato stampa
VENERDÌ 19 APRILE AL TEATRO STABILE DI VERONA I VINCITORI

(Venezia, 14 marzo 2013) – Il Campiello Giovani, giunto alla 18ª edizione, si conferma una vetrina molto ambita dai giovani aspiranti scrittori. Sono oltre 300 i ragazzi che, da tutta Italia, hanno inviato un loro elaborato: tra questi sono stati scelti i semifinalisti che passano la prima fase di selezione. «I venticinque ragazzi che passano la prima fase di selezione sono: dodici venetitre lombardidue lazialidue sicilianiun abruzzeseun calabreseun emiliano, un pugliese, un umbro e uno svizzero» – ad annunciarlo è Piero Luxardo, Presidente del Comitato di Gestione del Premio Campiello.
I cinque finalisti verranno comunicati dal Comitato Tecnico, venerdì 19 aprile, nel corso di un evento al Teatro Stabile di Verona. Il vincitore verrà selezionato a Venezia sabato 7 settembre
«Il Campiello Giovani è una competizione letteraria dedicata al talento, alla creatività, alla sperimentazione e all’originalità dei giovani autori. Il concorso sta crescendo tanto da potersi definire un vero e proprio “laboratorio” con finalità didattico – culturali, che vive nel corso di tutto l’anno con l’intento di promuovere tra le giovani generazioni l’importanza della scrittura e della lettura. Un obiettivo per noi importante per mantenere aperto un costante dialogo con i ragazzi» – spiega il prof. Piero Luxardo. «Tra le novità di questa edizione: la riconferma di Eni, azienda da sempre attenta ai talenti emergenti, in veste di partner ufficiale. Si tratta di una collaborazione tesa a sottolineare le potenzialità del premio a livello nazionale. Abbiamo inoltre modificato la composizione della Giuria di Selezione coinvolgendo, oltre ai finalisti della passate edizioni, anche lettori di case editrici, per garantire una visione più ampia e capace, oltre che di analizzare le qualità tecniche e letterarie dei racconti, anche di cogliere ed interpretare le novità del linguaggio, il valore e l’originalità del racconto e le potenzialità dell’autore
A partire da questa edizione, grazie ad una collaborazione avviata con il MIUR, il vincitore del Campiello Giovani verrà inserito nella giuria delle Olimpiadi di Italiano, e il vincitore delle Olimpiadi entrerà nella Giuria allargata del concorso. Ci saranno anche delle novità per il format  dell’evento dedicato alla selezione dei cinque finalisti. Leggi tutto…

ITALO CALVINO e “Il sentiero dei nidi di ragno”

Italo Calvino e “Il sentiero dei nidi di ragno

di Simona Lo Iacono

C’è un’ora benedetta, ora di tutte le voglie e i desideri, ora incantatrice, ora maliarda, che scocca dal pendolo del vecchio soggiorno e dice: adesso.
E’ l’ora delle storie.
Italo Calvino la aspetta, meno tre, meno due, meno uno…poi arriva, le pagine restano in bilico, occhieggiano il suo viso imbambolato su cui già si spande il piacere del racconto. C’era una volta.
E’ sempre stato così, la narrazione è come una delle sirene d’Ulisse, basta udirne la voce e lui viene travolto da un piacere arcano, rapinoso. E’ ancora un bambino, ma questa seduzione che lo fa scattare sull’attenti , questa collisione colpevole con la fantasia, non lo lascerà più. E’ diventata il suo destino.
Non è un destino per adulti, però, perché chi vota la propria esistenza alle storie, chi abdica indecorosamente alla concretezza, non potrà che tornare alla malìa del gioco, all’ebbrezza della libertà, allo sguardo stupefatto sulla scoperta del bene e del male. Anche da grande.
D’altra parte i primi anni della sua vita sono stati ridenti.
Nato nel 1923 a Cuba dentro un bungalow del giardino botanico diretto dai genitori, lascia l’isola nel 1925, dopo che un uragano distrugge la casa familiare. Poi rientra in Italia, a Sanremo, dove vive un’infanzia spensierata.
Niente nubi fino all’arrivo della guerra, quando, d’improvviso, la storia di tutte le storie, la narrazione famelica per eccellenza – la realtà – irrompe coi suoi morti. All’indomani dell’uccisione del giovane medico partigiano Felice Cascione per mano fascista, Calvino aderisce infatti alla seconda divisione d’assalto partigiana “Garibaldi”. E nel marzo del 1945 è protagonista attivo della battaglia di Baiardo. Leggi tutto…

LA FIABA ESTREMA – incontro su Elsa Morante – Catania, 15.3.2013

Venerdì 15 marzo 2013, alle ore 17, presso la Biblioteca Civica “Ursino-Recupero” (Via Biblioteca, 13 – Catania), si svolgerà la tavola rotonda sul libro “La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura” di Graziella Bernabò (Carocci editore).

Partecipano: Graziella Bernabò, Antonio Di Grado, Goffredo Fofi, Salvatore Silvano Nigro.

Coordina: Massimo Maugeri.

L’incontro è curato dalla Associazione Addamo e dalle Officine Culturali del Mediterraneo, in collaborazione con le librerie Cavallotto.

Graziella Bernabò è stata ospite della puntata di Letteratitudine in Fm di venerdì 8 marzo 2013

La fiaba estrema_Locandina_invito

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Incontro con CATENA FIORELLO – Taormina, 13.3.2013 – Libreventi e Libreria Mondadori

Incontro con CATENA FIORELLO – Catania, 12.3.2013 – libreria Cavallotto

L’ESTATE DI CAMERINA, di Mauro Tomassoli

L' estate di CamerinaL’ESTATE DI CAMERINA, di Mauro Tomassoli
Avagliano Editore – pagine 120 – € 12.00 – Anno 2012

di Claudio Morandini

Alcuni elementi fortemente riconoscibili ricorrono nei bei racconti che Mauro Tomassoli ha riunito sotto il titolo “L’estate di Camerina” (Avagliano, 2012). Vi si assapora una scrittura lavorata, innanzitutto, dosata e precisa, un po’ fuori dal tempo (dal nostro tempo approssimativo e arrogante di sicuro) e legata invece a un’idea di prosa che oggi non usa più (e a certi modelli di scrittori che ancora tra i Cinquanta e i Sessanta hanno lavorato sul cesello della forma breve del racconto).
Vi si apprezza poi la pratica del racconto come narrazione di emozioni sottili, di impalpabili sensazioni, concentrate dentro a una situazione colta nel suo farsi, ma senza l’assillo (da scuola di scrittura) del rispetto di una struttura – soprattutto, senza l’ossessione della conclusione a sorpresa, del botto finale, qui sempre procrastinato, eliso. Mauro Tomassoli mi conferma quest’impressione, quando risponde così, con apprezzabile understatement, a una mia domanda su quali siano le virtù del racconto ideale: “Non so ben risponderti; ma mi pare sia fondamentale, che si tratti di un racconto breve o di un romanzo, fare di tutto per non annoiare il lettore, aderire il più possibile al nocciolo dell’idea, rischiare di lasciare al lettore piuttosto degli interrogativi insoluti, un vago senso di inappagamento, che un’eccessiva sazietà”.
Se poi il discorso si allarga alle qualità di una raccolta, Tomassoli confida: “L’unica cosa che mi viene da pensare (e da perseguire) è di privilegiare una scelta di racconti dalla stessa atmosfera, che formino un corpus coerente, che dialoghino tra loro”. E così continua, a proposito di maestri e modelli: “Sono sempre stato un lettore più di romanzi che di racconti. Come tanti altri, ho amato, da ragazzino, certi racconti del terrore (Poe, Lovecraft…). In anni più maturi, ho incontrato quelli di Cechov, che forse è il mio autore di racconti preferito. Kafka. E, per scendere nel contesto italiano, Buzzati, Flaiano, Savinio, la Ginzburg… E, per calarmi in quello ancora più circoscritto degli scrittori miei conterranei, De Roberto, Brancati, Borgese, Sciascia e naturalmente Pirandello”. Leggi tutto…

DAVID FOSTER WALLACE NELLA CASA STREGATA (uno stralcio del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del saggio DAVID FOSTER WALLACE NELLA CASA STREGATA di Carlotta Susca (Stilo editrice)

La scheda del libro
David Foster Wallace è uno degli scrittori contemporanei canonizzati ‘dal basso’, da un popolo di lettori entusiasti e di internauti appassionati. Questa monografia offre spunti interpretativi sulla sua opera analizzando le tematiche wallaciane in maniera trasversale: da “Infinite jest” al postumo, incompiuto “Re pallido” passando per il romanzo giovanile e wittengesteiniano “La scopa del sistema”, e confrontando le tematiche dei racconti e dei saggi con quelle dei romanzi. Inserendosi nel dibattito sulla ‘morte del Postmoderno’ l’autrice delinea le caratteristiche, in campo letterario, della controversa corrente letteraria e offre spunti di riflessione sul “New Realism” e sull’Era dell’autenticità, che recentemente i critici hanno contrapposto al Postmoderno.

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Uno stralcio del saggio DAVID FOSTER WALLACE NELLA CASA STREGATA di Carlotta Susca (Stilo editrice)

2. Come la pensa Wallace sul Postmoderno, o perlomeno come la pensava ai tempi di Verso Occidente

Il personaggio D.L. di Verso Occidente, «scrittrice postmoderna» ferita nell’orgoglio dalle critiche di Ambrose ai suoi esperimenti di scrittura («L’inferno non conosce furia peggiore di quella di una postmodernista accolta con freddezza») abbandona il corso di scrittura del professore con il gesto teatrale di scrivere sulla lavagna una filastrocca di critica a Perso nella casa stregata:

For lovers, the Funhouse is fun

For phonies, the Funhouse is love.

But for whom, the proles grouse,

is the Funhouse a house?

Who lives there, when push come to shove?

Per gli innamorati, la Casa Stregata è divertente.

Per i falsi, quella casa è una passione.

Ma per chi, brontola l’uomo della strada,

quella casa è una vera abitazione?

Chi ci vive, se parliamo seriamente?

Già Barth si chiedeva chi fosse il beneficiario degli effetti della Casa Stregata che aveva costruito, infatti una delle due epigrafi a Verso Occidente è l’incipit del racconto di Barth: «Per chi è divertente la casa stregata del luna park?». ‘Per chi’ è l’interrogativo di tutto il racconto di Wallace: «For whom» si chiede in continuazione DeHeven, ma forse è solo «Vruuum», si scopre alla fine.

For whom? Che intendi?”, sta dicendo DeHaven a J.D.

“Continui a dirlo. A ripeterlo. Da due giorni interi. Avanti e indietro. For whom. Mi entra nella testa. Mi fa star male. Piantala”.

Vruuum. Sto dicendo vruuum, papà. È una composizione atonale a cui sto lavorando. Avrà a che fare coi motori, la velocità, la guerra-lampo. È un titolo. Il mio titolo”.

For whom, ‘per chi’, sono le prime due parole del più bel racconto del professor Ambrose”, dice Mark Nechtr.

Chi è il destinatario della Casa stregata? Per chi è scritta? Per  il lettore?

Eppure la narrativa postmoderna spesso non sembra scritta a beneficio del lettore, a cui risulta, a volte, eccessivamente complessa, oscura o semplicemente fine a se stessa.

Il romanzo postmoderno spesso sembra come l’automobile su cui viaggia il sestetto di Verso Occidente, «un pastiche, assemblato in casa a partire da pezzi scroccati qua e là», con «pezzi di tutte le marche». Ciò che Wallace teme è che manchi un senso, che l’automobile postmoderna non trasporti nulla, che la realtà sia esclusa a monte nella scrittura narrativa postmoderna, perché ritenuta poco verosimile. Barth lo ribadisce spesso, lo fa anche nella Casa stregata («[…] e in letteratura la pura verità deve sempre cedere il passo a ciò che è plausibile») ma lo teorizza diffusamente anche nel suo romanzo L’opera galleggiante. Leggi tutto…

IL RUNNER 2.0 (uno stralcio del libro)

Il runner 2.0In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo l’introduzione del volume IL RUNNER 2.0 di Giovanna Barone (Aracne)

La scheda del libro
Come sono cambiati lo sport e l’essere sportivo ai tempi del web 2.0? Chi è il runner 2.0? Cosa lo identifica? Che cosa è cambiato e cosa si è “conservato” nel suo stile di vita e nelle sue abitudini con la diffusione dei media digitali, tra app, post, tweet, condivisioni, commenti e ogni altra possibilità di comunicazione? Dopo una panoramica generale delle caratteristiche del Web 2.0, tra vantaggi e svantaggi, uno studio empirico, attraverso un questionario e l’analisi dell’uso delle società di atletica del web, ha permesso di individuare e definire le caratteristiche sociologiche, tecniche e pratiche del runner 2.0 e il suo mondo “allargato” attraverso la rete. È uno studio alla scoperta del runner 2.0, del body hacking, del branding sportivo e del marketing 2.0.

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L’introduzione del volume IL RUNNER 2.0 di Giovanna Barone (Aracne)

Com’è cambiato lo sport e l’essere sportivo ai tempi del web 2.0? Chi è il runner 2.0? Cosa lo identifica? Cosa è cambiato e cosa si è “conservato” nello stile di vita e nelle abitudini dell’uomo la diffusione dei Media digitali, tra app, post, tweet, condivisioni, commenti, e ogni altra possibilità di comunicare e di condividere momenti di vita, traguardi personali e di gruppo, idee ed opinioni?

È assodato che l’avvento di internet e dei Social Network ha cambiato il modo di pensare, di comunicare e di relazionarsi dell’uomo, e ha creato una nuova generazione sempre in continua trasformazione: la “Generazione 2.0”. Cosa la contraddistingue? La possibilità di utilizzare il web, la Rete, e le sue applicazioni per partecipare, essere presenti, protagonisti, liberi di esprimersi, modificare e aggiungere dati ed informazioni, ma soprattutto condividere e confrontarsi su idee ed esperienze di vita con chiunque navighi e sia presente in Rete, in base alle proprie possibilità e capacità.

I Media Digitali, in tal senso, si collocano in un contesto di libertà, di fiducia e fluidità, inteso come possibilità per chiunque, gli user generator, di comunicare, progettare, porre modifiche, aggiungere ed aggiornare informazioni senza alcun vincolo, se non quello dell’interesse, del valore, del linguaggio, delle consuetudini personali[1].

Ai tempi della riproducibilità tecnologica[2], dove tutto è a portata di tutti e fruito con immediatezza, dove tutto cambia e si trasforma, e non solo per mano di una singola persona ma in alcuni casi grazie alla partecipazione e collaborazione di più soggetti, la Rete diventa la location ideale dove chiunque – protagonisti, coprotagonisti e seguaci – può dare il proprio contributo e metterlo a disposizione dell’altro. Ciò significa, in breve, che le informazioni pubblicate sul web si trasformano in un vantaggio finalizzato alla comunicazione di massa.
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GLI OTTANT’ANNI E LA SCRITTURA: Philip Roth depone la penna, Wilbur Smith non demorde

roth-smithGli ottant’anni e la scrittura: Philip Roth depone la penna, Wilbur Smith non demorde

di Massimo Maugeri

Philip Roth è uno dei miei massimi punti di riferimento letterari. I suoi libri (in Italia li pubblica Einaudi) hanno contribuito a rendere grande la letteratura mondiale degli ultimi decenni: da «Pastorale americana» a «Il complotto contro l’America» (giusto per citarne un paio) … fino ad arrivare a «Everyman» (quest’ultimo, a mio avviso, è uno dei più importanti romanzi del nuovo millennio).
Come molti degli appassionati di Roth, sono rimasto colpito nell’apprendere (sul finire dell’anno scorso) la notizia della sua decisione di rinunciare a scrivere. Niente più romanzi firmati dall’ideatore del personaggio Nathan Zuckerman (alter ego dell’autore). Certo, tra qualche settimana (il 19 marzo) Roth compirà ottant’anni. E a una certa età, com’è normale che sia, la stanchezza prende il sopravvento.
Lo stesso Papa Ratzinger, nei giorni scorsi, ci ha sorpreso annunciando pubblicamente la volontà di lasciare il suo ministero petrino. Per portare avanti certe attività – come quella richiesta dal ruolo di Papa – bisogna avere a disposizione energia fisica, mentale e dell’anima. Quando tale energia viene meno, è meglio farsi da parte. Sebbene a malincuore. Quella di Roth, però, più che una stanchezza fisica e mentale è una stanchezza creativa.
A un certo punto, il celebre scrittore si è accorto di non aver più nulla da dire. Ma c’è altro. Qualcosa che discende dal personale rapporto dell’autore con la scrittura. “Non ho più la forza per sopportare la frustrazione”, ha dichiarato Roth. “Scrivere è una frustrazione, una frustrazione quotidiana, per non parlare dell’umiliazione. Non ce la faccio più a immaginare di passare altre giornate in cui scrivi cinque pagine e le butti via. Non ce la faccio più”. Da qui la decisione.
Diverso è l’approccio di un altro romanziere di fama planetaria come Wilbur Smith Leggi tutto…

QUANDO UNA DONNA, di Mavie Parisi

QUANDO UNA DONNA, di Mavie Parisi
Giulio Perrone editore, 2012 – pagg. 254 – euro 15

di Massimo Maugeri

Zaira è una giovane aspirante chirurgo che si invaghisce del primario Sergio Macchiavelli. La storia parte da qui… dal desiderio di conquista di Zaira che cresce fino a diventare ossessivo. Si intitola “Quando una donna” il nuovo romanzo di Mavie Parisi, già autrice di “E sono creta che muta” (anche il primo è stato pubblicato da Perrone nella collana Lab). Come ha scritto Lia Levi nella nota al libro, si tratta di «una storia dove l’oscura forza passionale capace di portare al delitto, in un suo più profondo contesto, pare svuotarsi della potenza distruttiva per dare abilmente spazio all’eterno gioco dei sentimenti, aneliti, dubbi, speranze e frustrazioni, insomma agli imprescindibili archetipi del tortuoso cammino di una donna il cui unico desiderio è “vivere se stessa”».
Ne ho discusso con l’autrice…

– Sergio e Zaira, due persone che – in apparenza – avevano tutto per essere felici: il successo, l’intelligenza, un lavoro gratificante (sono medici stimati). Perché rimangono ingabbiati nel loro rapporto?
Rimangono ingabbiati nel loro rapporto perchè l’essere umano è inquieto. Mai soddisfatto. Non sempre presente a se stesso. Cito una frase di Bukowski: La sanità mentale è un’imperfezione.
Ma andrei ancora oltre: Cos’è la sanità mentale? E’ una condizione che si addice all’uomo? o l’uomo, in quanto tale è già un’imperfezione?

– Il noir non è “consolatorio” come il giallo, e infatti il tuo libro non offre una soluzione ma semmai apre la riflessione. Si chiude infatti con la stessa domanda con cui si apre: perché. Come mai questa scelta narrativa? Leggi tutto…

Festival La Pagina Che Non C’Era – III edizione

Dopo l’entusiasta accoglienza delle due edizioni precedenti, anche quest’anno l’Istituto Superiore “Pitagora” di Pozzuoli ha portato gli scrittori tra i banchi ospitando il festival letterario collegato al concorso di scrittura La Pagina Che Non C’Era.

Il progetto, che nel 2012 è stato insignito dal Ministero per i Beni Culturali e dal Centro per il libro e la lettura del prestigioso premio “Maggio dei libri” (come migliore attività nazionale per la promozione alla lettura in ambito scolastico), nasce da un’idea di Diana Romagnoli e Maria Laura Vanorio, docenti del “Pitagora”, ed è interamente gestito dagli allievi partecipanti. Gli studenti campani si occuperanno di ospitare i loro coetanei provenienti da scuole di altre regioni, mentre gli scrittori saranno ospiti di strutture alberghiere locali che generosamente hanno accettato di sponsorizzare l’iniziativa.

La Pagina Che Non C’Era nasce dalla convinzione che il piacere di leggere e la capacità di scrivere non possano essere trasmessi con metodi impositivi. La coraggiosa sfida di questo progetto, sorto nella scuola di una delle più complesse e problematiche periferie italiane, è di superare la tradizionale diffidenza dei ragazzi nei confronti dell’atto della lettura grazie a un gioco letterario.

La prima parte del gioco consiste nel confronto tra gli studenti e gli scrittori. Anche per questa terza edizione sono stati coinvolti quattro “giovani” autori che presenteranno romanzi piuttosto diversi gli uni dagli altri: Andrea Bajani (Se consideri le colpe, Einaudi), Maurizio de Giovanni (Vipera, Einaudi), Paola Soriga (Dove finisce Roma, Einaudi) e Andrea Tarabbia (Il demone a Beslan, Mondadori). L’incontro è avvenuto presso l’istituto “Pitagora”, dove l’1 e 2 marzo 2013 i quattro scrittori hanno discusso delle proprie opere con tutti gli studenti delle scuole superiori italiane iscritti al concorso La Pagina Che Non C’Era.
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ITALO – Storie di animali

ItaloITALO- Storie di animali” (“Dedicato agli animali, preziosi compagni dell’uomo, e a tutti coloro che li amano”) è una raccolta di racconti curata dal musicista Aurelio Caliri (pubblicata da Edizioni Arte e Musica). Contiene ottanta brevi racconti (di cui undici scritti dallo stesso Caliri) firmati affidati da vari scrittori. Tra questi, segnaliamo i contributi di: Roberto Alajmo, Sebastiano Burgaretta, Pino Caruso, Paolo Di Stefano, Marinella Fiume, Melo Freni, Angelo Orlando Meloni, Moni Ovadia, Angelo Scandurra, Vittorio Sgarbi, Sergio Sciacca.
“L’idea di questa raccolta”, ci dice il curatore, “è nata per caso, quando una sera di Natale di due anni fa mi sono imbattuto, a Scicli, dove dovevo tenere un concerto, in Italo, un cane straordinario che con la sua presenza ha segnato tutta la serata. L’adesione entusiastica a questo progetto denota quanto importante sia il rapporto con i nostri compagni di cammino, che spesso ci aiutano a vivere.
Il volume, che ha un formato di cm. 24 X 17, molto elegante, con carta patinata e copertina plastificata, consta di 336 pagine e di 65 illustrazioni, delle quali 60 a colori. L’immagine di copertina è stata realizzata da Sonia Alvarez. Gli altri illustratori sono Piero Guccione, Laura Fiume, Salvatore Fiume, Nello Benintende, Francesco Federighi, Maria Leone, Giuseppe Mannino, Mario Oddo, Eugenio Orciani, Emilio Palaz e Nino Ucchino. Inoltre, molti autori hanno voluto “immortalare”, con delle foto, i protagonisti dei loro racconti.

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In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il racconto ITALO scritto dallo stesso Aurelio Caliri

ITALO

di Aurelio Caliri

Come sempre mi accade quando debbo fare un concerto, anche quella sera ero in ansia. Può capitare di tutto: la sala può risultare deserta perché la gente non è stata avvertita o perché non ha voglia di venire a sentirti; l’amplificazione non è adeguata; non si sono fatte le prove necessarie per suonare tranquilli… Proprio per quest’ultimo motivo mi ero avviato per tempo da Siracusa, insieme a Concetta, nella speranza che arrivando presto avrei potuto incontrare il violinista e definire il programma di quella sera. Se con Peppe, il pianista, non c’è alcun problema perché ci vediamo spesso e, conoscendo lui buona parte delle mie musiche, è per me una certezza assoluta, con Giovanni, che abita a Catania, ci incontriamo quasi sempre solo poco prima del concerto, a volte senza che lui conosca alcuni brani e la loro successione. Poi, però, grazie alla sua straordinaria sensibilità e capacità di lettura a prima vista, tutto si risolve per il meglio, ma l’ansia rimane. Debbo precisare, tuttavia, che in parte credo di essere io medesimo la causa delle mie incertezza: mi piace sperimentare sempre spunti nuovi, possibilmente presentare una composizione che ho scritto soltanto il giorno prima: durante l’esecuzione, paura ed emozione si fondono e provo una sensazione di vitalità e di gioia indescrivibili.
Erano le 18 del 26 dicembre e Scicli ci accolse con la sua atmosfera di festa che mi ha sempre coinvolto intimamente. Amo Scicli, forse è il paese in cui avrei voluto nascere per una serie di motivi, alcuni misteriosi, che mi hanno sempre intrigato. E poi è il paese di un amico straordinario, Piero Guccione, che conosco da moltissimi anni, anche se ci incontriamo raramente, e di un nuovo amico, il Sindaco, che affettuosamente mi aveva invitato per la prima volta e che quella sera speravo di non deludere.
Il centro storico era transennato e dopo qualche insistenza una vigilessa ci fece passare e anzi ci fece strada fino a “Palazzo Spadaro” dove il concerto era fissato per le 21. Il portone era chiuso e Giovanni ancora non si vedeva, mentre Peppe sopraggiungeva in quel momento con la moglie. Dopo aver temporaneamente parcheggiato, giusto il tempo per scaricare la fisarmonica che pesa un accidenti, ci siamo guardati intorno.
Via Mormino Penna, lungo la quale si trova il Palazzo, più che una via è una piazza ovoidale, dove gli edifici e soprattutto le chiese fanno a gara per la raffinata bellezza. C’era un freddo pungente e nell’attesa entrammo nei locali del Museo antropologico, dove la Direttrice gentilmente ci fece da cicerone. Mentre col pianista mi attardavo a visitare i locali del Museo, mia moglie e Annalisa preferirono fare un giro fuori. Tanti anni fa ho frequentato assiduamente il Museo di Antonino Uccello a Palazzolo Acreide, quando lui era ancora vivo, e quella frequenza ha acuito la mia curiosità verso tutto ciò che riguarda le nostre tradizioni popolari. Erano trascorsi forse dieci minuti da quando Concetta era andata via, allorché mi chiamò al telefonino sollecitandomi a raggiungerla nella Chiesa di S. Giovanni perché doveva farmi vedere “una cosa bellissima”. Le dissi di aspettare ancora un poco, ma subito dopo mi richiamò perché era “urgente” che la raggiungessi. Rassegnato, mi avviai e con Peppe mi chiedevo il motivo di tanta urgenza: certo la Chiesa è stupenda, e sicuramente l’avrei visitata come sempre ho fatto nelle mie visite a Scicli, ma perché tanta impellenza? Leggi tutto…

IL CIELO E’ DEI POTENTI, di Alessandra Fiori (uno stralcio del libro)

https://i1.wp.com/www.bookrepublic.it/static/covers/9788866323327.jpgIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine del romanzo IL CIELO E’ DEI POTENTI, di Alessandra Fiori (edizioni E/O)

La scheda del libro
Claudio Bucci è stato un uomo potente, un politico della Prima Repubblica. La corsa per il successo ha segnato la sua esistenza. A settant’anni un incontro inatteso e lungamente evitato lo spinge a raccontare i segreti della sua storia con cinico disincanto. I sogni, l’ambizione e l’ascesa in un’educazione sentimentale che parte dalla provincia dei primi anni Quaranta e prosegue nella Roma dell’immediato dopoguerra. Claudio conosce la fine del fascismo e la nascita dei Comitati Civici. È in coda con i “fagottari” sulla Via del Mare e dentro i bordelli affollati del centro storico. È immerso in fumose sezioni di partito e conquistato dall’ambiguo fascino dei suoi meccanismi. Tessere, correnti e congressi, protettori e compari dominano l’orizzonte di Claudio, fino alla scoperta del grande amore per un’unica donna. Ma nell’irrinunciabile lotta per rimanere in alto il compromesso si fa pane quotidiano. Il come eravamo di una generazione narrato da un uomo con il demone del comando.

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Uno stralcio del romanzo IL CIELO E’ DEI POTENTI, di Alessandra Fiori (edizioni E/O)

L’ho riconosciuto subito. Era quasi buio, la pioggia tagliava la luce dei lampioni e non lo vedevo da oltre
quindici anni, ma l’ho riconosciuto subito. Il collo prominente, le braccia lunghe, l’agitarsi delle mani che cercavano di aprire l’ombrello.
C’era la strada a dividerci, per non dire del resto, il suo odore però mi pareva di sentirlo. Tabacco e colonia di quarta. «C’è puzza di Guido» ci dicevamo ridendoci sopra.
In realtà, già negli ultimi tempi della nostra ingloriosa amicizia, Guido era passato ai sigari e a ben altri dopobarba. Ma è così che succede, li senti nell’aria quelli inesorabilmente destinati a segnarti l’esistenza. Per questo mantenevamo una sottile distanza. Da ragazzini, almeno.
Eravamo sì amici, ma non ci eravamo scelti, nessuno dei due era fatto per quelle cose. Abitavamo l’uno di fronte all’altro, frequentavamo la stessa parrocchia ed eravamo finiti nella stessa classe. Con ogni probabilità, tutte quelle coincidenze a tenerci legati altro non erano che uno dei tanti espedienti del destino per far apparire accidentale ciò che è ineluttabile.
Rimane il fatto che stavamo sempre insieme e oggi avremmo uno di quei ricordi che rendono magica l’adolescenza. Se poi non fosse accaduto tutto il resto.

Il suo ombrello non voleva saperne di aprirsi e lui restava al riparo del portico, mentre io continuavo a bagnarmi dietro la fila dei taxi. Alla mia età, per giunta.
Non fosse per i capelli bianchi, le gote rilassate e queste braccia molli, mi si direbbe anche in forma, ma c’è poco da illudersi: un giorno ti svegli e sei vecchio, ecco come succede. Le rughe arrivano una alla volta, eppure c’è sempre un mo mento in cui la consapevolezza ti fulmina, e per me anche quel la è arrivata da un pezzo.
Lui invece sembrava dimagrito. La vecchiaia che tutto rattrappisce aveva normalizzato anche la sua spilungaggine. Dio se era alto. Leggi tutto…

Abbassare i toni nel linguaggio della politica

Pubblichiamo una sintesi dell’appello di Saro Trovato, direttore di Libreriamo.it, ad abbassare i toni nel linguaggio della politica.

di Saro Trovato

“Un tempo ci si indignava contro il linguaggio violento e volgare della mala Tv o contro le pubblicità choc. A guardare bene cosa accade oggi nel linguaggio utilizzato dalla politica italiana, quello precedente sembra roba da educande”. “Tutti i giorni assistiamo inerti, con la complicità dei riflettori mediatici, ad una fortissima dose di aggressività da parte dei responsabili della nostra politica e soprattutto ad uno smisurato utilizzo di parolacce e doppi sensi che poco hanno a che fare, almeno a nostro avviso, con la politica e con il dibattito democratico”.
“La politica per l’importanza che riveste dal punto di vista sociale e mediatico dovrebbe avere maggior responsabilità. In questo momento ci sembra invece che il teatrino della “Casta” si è trasformato in una sorta di arena dove a dominare sono litigi continui, violenza nel linguaggio, volgarità senza limiti”.
“Ciò che ci mette in allerta è ormai la frequenza con cui litigi e aggressioni verbali si susseguono. Malgrado la fine della campagna elettorale, il clima che si respira è quello più da osteria di piratesca memoria, che quello di persone che avranno la responsabilità di governare la cosa pubblica”.
“Riteniamo sia opportuno abbassare subito i toni e adottare un maggior senso di responsabilità nell’utilizzo del linguaggio da parte dei responsabili dei vari partiti politici italiani. Diciamo ciò perché crediamo sia rispettoso nei riguardi dei cittadini e dell’opinione pubblica nazionale e internazionale porsi dei limiti nel modo di dibattere e rivolgersi all’altra parte politica”. Leggi tutto…

LA CITTA’ DELLE DONNE

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La Città delle Donne è la rassegna biennale organizzata dalla associazione Le Officine di Hermes, di Giardini Naxos, e coordinata dalla professoressa Fulvia Toscano.
Questa edizione 2013, pensata dal 7 al 9 marzo, prevede diversi appuntamenti: il 7 il progetto Allafacciadellignoranza, una campagna di sensibilizzazione sul diritto all’istruzione per le bambine. In collaborazione con comitato promotore UNicef di Giardini Naxos, coordinato da Pancrazia Marcuccio, sarà effettuato un sit-in a piazza Municipio, a Giardini Naxos, alle ore 18.00. Anche altre città hanno aderito al progetto e realizzeranno, in diverse piazze, lo stesso evento di sensibilizzazione e denuncia.
Giorno 8 marzo, in collaborazione con il festival NaxosleggeL’AICC di Messina, l’Accademia Peloritana dei Pericolanti e la Libreria Doralice di Messina, alle ore 16.30, sarà presentato, a Messina, presso la sede dell’Accademia dei Pericolanti, il libro di Lorenzo Braccesi, Giulia la figlia di Augusto (Laterza ed.) Con l’autore interverranno i proff. Irma Bitto e Elena Caliri, dell’Università di Messina. Lo stesso volume sarà presentato sabato 9 , alle ore 10.30, presso il Liceo Archimede di Messina, alle ore 17.30, presso il Museo archeologico di Giardini Naxos .
All’incontro parteciperanno la Dott.ssa Maria Costanza Lentini, direttore del Parco archeologico di Naxos, partner del progetto,insieme alla locale sezione dell’AICC, e il prof. Mauro Corsaro, dell’Università di Catania.

Nella mattinata di giorno 8, sempre in collaborazione con Naxoslegge, presso l’Auditorium del Liceo Caminiti di Giardini Naxos, sarà effettuato un incontro sul tema del femminicidio, con proiezione di film-documentari e letture di testimonianze di donne.
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PREMIO SALVATORE BARCHI – prima edizione

Sono molto contento di poter dare una mano al Liceo Scientifico-Classico Majorana di Avola (Sr) per divulgare e promuovere il bando di questo premio dedicato a un giovane studente della scuola – prematuramente scomparso – che amava molto la letteratura, il teatro e la poesia.
Questo, Salvatore, è per te!
Massimo Maugeri

(di seguito, il bando)

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L’AVOLA RACCONTA, di Grazia Maria Schirinà

Grazia Maria Schirinà e il suo libro di ricordi: “L’Avola racconta”.

di Simona Lo Iacono

Il buio scende. La luce sfoca piano dalla finestra. Accoccolarsi sotto le coperte è non soltanto concedersi riposo, ma – anche – ritagliarsi uno spazio che ha pareti morbide, soffici come nuvole, quasi risalenti a un grembo materno.
E’ il rito del letto. Da sempre passaggio verso l’ignoto e – al tempo stesso – abbandono al mistero.
Ecco perché sin dai tempi più antichi, le mamme, le balie, le nonne, hanno accompagnato il sonno dei bambini con le storie.
Quasi un viatico benigno per smorzare la paura dell’oscurità in cui si sarà trasportati. Quasi una formula magica per insinuare nei più piccoli i simboli della vita: il bene, il male, le prove e gli ostacoli, cui – comunque – segue un finale consolante.
La favola è, dunque , molto più che fantasia. E’ memoria, insegnamento, persino rituale propiziatorio.
Senza darlo a vedere,  serrandosi in quella soglia delicata tra veglia e sogno, suggerisce la complessità dell’esistenza, la lotta tra bene e male, tra desideri e realtà, tra regole da rispettare e tradimento  di esse.
Rifacendosi a questa tradizione ricca di suggestioni, Grazia Maria Schirinà (nella foto in alto) offre ai più piccini (e non solo) un delizioso libretto di racconti.
Quasi attingendo a un vecchio baule stracolmo di ricordi, narra le cose buone del passato, gli odori tipici della sua Avola, le conquiste dell’infanzia, la magia dei cortili e delle strade dove agli occhi dei piccoli si schiudevano universi di meraviglia e in cui vivevano personaggi straordinari.
“L’Avola racconta”  (ed. Kerayles) è una discesa nel cuore dell’infanzia, intesa come condizione privilegiata dello stupore, della scoperta, dell’entusiasmo nel percepire la vita.
Costellato dai disegni di allievi delle scuole elementari, l’autrice  ci porge con garbo e tenerezza un mondo che – grazie a Lei – sopravvive, riproponendosi alla nostra esperienza attuale come portatore di valori e di speranza.

Grazia, ti chiedo quindi, perché hai sentito l’esigenza di scrivere questo libro? Leggi tutto…

PER LE VIE DEL MONDO – letteratura e cinema – 3 marzo 2013, Siracusa

per le vie del mondodi Simona Lo Iacono

Carissimi amici,
3 Marzo alle ore 18,00 presso la Galleria Roma (piazza San Giuseppe, Siracusa) avrò la gioia di presentare “Per le vie del mondo“, romanzo di Elvira Siringo.
Per questo libro che parla di Maria di Nazareth dopo la resurrezione di Suo figlio, ho pensato di unire la letteratura al cinema…ma anche di farmi aiutare da un personaggio meraviglioso, ricco di malinconia per l’uomo, splendente come una creatura dell’aria.
Vi aspetto per un pomeriggio che anticipi la gioia della santa Pasqua!

L’intervista a Elvira Siringo su “Per le vie del mondo”
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