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IL CIELO E’ DEI POTENTI, di Alessandra Fiori (uno stralcio del libro)

marzo 3, 2013

https://i1.wp.com/www.bookrepublic.it/static/covers/9788866323327.jpgIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine del romanzo IL CIELO E’ DEI POTENTI, di Alessandra Fiori (edizioni E/O)

La scheda del libro
Claudio Bucci è stato un uomo potente, un politico della Prima Repubblica. La corsa per il successo ha segnato la sua esistenza. A settant’anni un incontro inatteso e lungamente evitato lo spinge a raccontare i segreti della sua storia con cinico disincanto. I sogni, l’ambizione e l’ascesa in un’educazione sentimentale che parte dalla provincia dei primi anni Quaranta e prosegue nella Roma dell’immediato dopoguerra. Claudio conosce la fine del fascismo e la nascita dei Comitati Civici. È in coda con i “fagottari” sulla Via del Mare e dentro i bordelli affollati del centro storico. È immerso in fumose sezioni di partito e conquistato dall’ambiguo fascino dei suoi meccanismi. Tessere, correnti e congressi, protettori e compari dominano l’orizzonte di Claudio, fino alla scoperta del grande amore per un’unica donna. Ma nell’irrinunciabile lotta per rimanere in alto il compromesso si fa pane quotidiano. Il come eravamo di una generazione narrato da un uomo con il demone del comando.

* * *

Uno stralcio del romanzo IL CIELO E’ DEI POTENTI, di Alessandra Fiori (edizioni E/O)

L’ho riconosciuto subito. Era quasi buio, la pioggia tagliava la luce dei lampioni e non lo vedevo da oltre
quindici anni, ma l’ho riconosciuto subito. Il collo prominente, le braccia lunghe, l’agitarsi delle mani che cercavano di aprire l’ombrello.
C’era la strada a dividerci, per non dire del resto, il suo odore però mi pareva di sentirlo. Tabacco e colonia di quarta. «C’è puzza di Guido» ci dicevamo ridendoci sopra.
In realtà, già negli ultimi tempi della nostra ingloriosa amicizia, Guido era passato ai sigari e a ben altri dopobarba. Ma è così che succede, li senti nell’aria quelli inesorabilmente destinati a segnarti l’esistenza. Per questo mantenevamo una sottile distanza. Da ragazzini, almeno.
Eravamo sì amici, ma non ci eravamo scelti, nessuno dei due era fatto per quelle cose. Abitavamo l’uno di fronte all’altro, frequentavamo la stessa parrocchia ed eravamo finiti nella stessa classe. Con ogni probabilità, tutte quelle coincidenze a tenerci legati altro non erano che uno dei tanti espedienti del destino per far apparire accidentale ciò che è ineluttabile.
Rimane il fatto che stavamo sempre insieme e oggi avremmo uno di quei ricordi che rendono magica l’adolescenza. Se poi non fosse accaduto tutto il resto.

Il suo ombrello non voleva saperne di aprirsi e lui restava al riparo del portico, mentre io continuavo a bagnarmi dietro la fila dei taxi. Alla mia età, per giunta.
Non fosse per i capelli bianchi, le gote rilassate e queste braccia molli, mi si direbbe anche in forma, ma c’è poco da illudersi: un giorno ti svegli e sei vecchio, ecco come succede. Le rughe arrivano una alla volta, eppure c’è sempre un mo mento in cui la consapevolezza ti fulmina, e per me anche quel la è arrivata da un pezzo.
Lui invece sembrava dimagrito. La vecchiaia che tutto rattrappisce aveva normalizzato anche la sua spilungaggine. Dio se era alto.
Era riuscito ad avere la meglio sull’ombrello, quando anche lei ha fatto la sua comparsa. Indossava un cappotto scuro e portava di nuovo i capelli lunghi. Era bella.
Per tornare un vecchio qualunque dovevo solo voltarmi e spa rire nel buio. “Qualunque” però non sono mai stato, ho sempre fatto di tutto per non esserlo.
Più di dieci anni a evitare quell’incontro. Altrettanti a desiderarlo.
E come da ragazzino, quando mi nascondevo nella camera delle mie sorelle, sono rimasto lì a sentire il battito accelerare.
Come allora, la stessa paura di essere scoperto. E la stessa voglia.

Lui le ha offerto il braccio, sussurrandole qualcosa all’orecchio. Lei ha iniziato a ridere. Quella sua risata: alta, argentina, liberatoria. E quella sua leggerezza che avevo dimenticato. Quando l’aveva persa? Tutta una vita a cercare le parole adatte e non trovarle nei momenti davvero importanti. Sentivo la pioggia entrarmi nel colletto e l’assurdo desiderio di trovare rifugio tra i suoi capelli morbidi. Poi lui si è voltato dalla mia parte. Riconoscendomi ha perso la sua aria furba, la stessa di quando vinceva al calcio-balilla.

Facevamo a gara su tutto, ma al biliardino Guido era un campione. All’Azione cattolica passavamo i pomeriggi tra quello e il ping-pong. Oppure, ma solo quando ci diceva bene, a correre appresso a una palla vera.
Alle sette c’era la funzione. Chi scappava dalla finestra, chi si chiudeva in bagno. Eravamo una settantina ma in chiesa ci si arrivava al massimo in dieci. Io c’ero sempre. Che mi sarei fatto prete sembrava cosa certa.
Una volta Guido mi mise un sorcio in tasca. Infilai la ma no e sentii una cosa pelosa. Era morto. Lo portammo in cappella e gli facemmo il funerale. A quel punto erano già sorte considerazioni tali da far vacillare la mia vocazione.
La corsa è iniziata poco più tardi.

Dall’altro lato della strada, lui mi guardava incerto. Questione di attimi e anche lei avrebbe fatto lo stesso. Lo sapevamo entrambi. Aspettavamo. Cosa sarebbe passato nel suo sguardo non potevamo immaginarlo.
Una scala lunga una vita intera. Un gradino alla volta. Salti, scivolate e tracolli, per poi ritrovarmi solo, davanti al passato, bagnato fino al midollo. Tanto valeva farmi prete, sarei stato più accorto.
Il mio futuro è iniziato con un viaggio.

© edizioni E/O

[Le recensioni sulla stampa]

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Alessandra Fiori è nata a Roma nel 1977, dove vive e lavora. Laureata in Lettere alla Sapienza, è giornalista, scrittrice e sceneggiatrice. Nel 2010 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Le conseguenze del caso (Piemme). Il cielo è dei potenti è il suo secondo romanzo.

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