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ITALO – Storie di animali

marzo 4, 2013

ItaloITALO- Storie di animali” (“Dedicato agli animali, preziosi compagni dell’uomo, e a tutti coloro che li amano”) è una raccolta di racconti curata dal musicista Aurelio Caliri (pubblicata da Edizioni Arte e Musica). Contiene ottanta brevi racconti (di cui undici scritti dallo stesso Caliri) firmati affidati da vari scrittori. Tra questi, segnaliamo i contributi di: Roberto Alajmo, Sebastiano Burgaretta, Pino Caruso, Paolo Di Stefano, Marinella Fiume, Melo Freni, Angelo Orlando Meloni, Moni Ovadia, Angelo Scandurra, Vittorio Sgarbi, Sergio Sciacca.
“L’idea di questa raccolta”, ci dice il curatore, “è nata per caso, quando una sera di Natale di due anni fa mi sono imbattuto, a Scicli, dove dovevo tenere un concerto, in Italo, un cane straordinario che con la sua presenza ha segnato tutta la serata. L’adesione entusiastica a questo progetto denota quanto importante sia il rapporto con i nostri compagni di cammino, che spesso ci aiutano a vivere.
Il volume, che ha un formato di cm. 24 X 17, molto elegante, con carta patinata e copertina plastificata, consta di 336 pagine e di 65 illustrazioni, delle quali 60 a colori. L’immagine di copertina è stata realizzata da Sonia Alvarez. Gli altri illustratori sono Piero Guccione, Laura Fiume, Salvatore Fiume, Nello Benintende, Francesco Federighi, Maria Leone, Giuseppe Mannino, Mario Oddo, Eugenio Orciani, Emilio Palaz e Nino Ucchino. Inoltre, molti autori hanno voluto “immortalare”, con delle foto, i protagonisti dei loro racconti.

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In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il racconto ITALO scritto dallo stesso Aurelio Caliri

ITALO

di Aurelio Caliri

Come sempre mi accade quando debbo fare un concerto, anche quella sera ero in ansia. Può capitare di tutto: la sala può risultare deserta perché la gente non è stata avvertita o perché non ha voglia di venire a sentirti; l’amplificazione non è adeguata; non si sono fatte le prove necessarie per suonare tranquilli… Proprio per quest’ultimo motivo mi ero avviato per tempo da Siracusa, insieme a Concetta, nella speranza che arrivando presto avrei potuto incontrare il violinista e definire il programma di quella sera. Se con Peppe, il pianista, non c’è alcun problema perché ci vediamo spesso e, conoscendo lui buona parte delle mie musiche, è per me una certezza assoluta, con Giovanni, che abita a Catania, ci incontriamo quasi sempre solo poco prima del concerto, a volte senza che lui conosca alcuni brani e la loro successione. Poi, però, grazie alla sua straordinaria sensibilità e capacità di lettura a prima vista, tutto si risolve per il meglio, ma l’ansia rimane. Debbo precisare, tuttavia, che in parte credo di essere io medesimo la causa delle mie incertezza: mi piace sperimentare sempre spunti nuovi, possibilmente presentare una composizione che ho scritto soltanto il giorno prima: durante l’esecuzione, paura ed emozione si fondono e provo una sensazione di vitalità e di gioia indescrivibili.
Erano le 18 del 26 dicembre e Scicli ci accolse con la sua atmosfera di festa che mi ha sempre coinvolto intimamente. Amo Scicli, forse è il paese in cui avrei voluto nascere per una serie di motivi, alcuni misteriosi, che mi hanno sempre intrigato. E poi è il paese di un amico straordinario, Piero Guccione, che conosco da moltissimi anni, anche se ci incontriamo raramente, e di un nuovo amico, il Sindaco, che affettuosamente mi aveva invitato per la prima volta e che quella sera speravo di non deludere.
Il centro storico era transennato e dopo qualche insistenza una vigilessa ci fece passare e anzi ci fece strada fino a “Palazzo Spadaro” dove il concerto era fissato per le 21. Il portone era chiuso e Giovanni ancora non si vedeva, mentre Peppe sopraggiungeva in quel momento con la moglie. Dopo aver temporaneamente parcheggiato, giusto il tempo per scaricare la fisarmonica che pesa un accidenti, ci siamo guardati intorno.
Via Mormino Penna, lungo la quale si trova il Palazzo, più che una via è una piazza ovoidale, dove gli edifici e soprattutto le chiese fanno a gara per la raffinata bellezza. C’era un freddo pungente e nell’attesa entrammo nei locali del Museo antropologico, dove la Direttrice gentilmente ci fece da cicerone. Mentre col pianista mi attardavo a visitare i locali del Museo, mia moglie e Annalisa preferirono fare un giro fuori. Tanti anni fa ho frequentato assiduamente il Museo di Antonino Uccello a Palazzolo Acreide, quando lui era ancora vivo, e quella frequenza ha acuito la mia curiosità verso tutto ciò che riguarda le nostre tradizioni popolari. Erano trascorsi forse dieci minuti da quando Concetta era andata via, allorché mi chiamò al telefonino sollecitandomi a raggiungerla nella Chiesa di S. Giovanni perché doveva farmi vedere “una cosa bellissima”. Le dissi di aspettare ancora un poco, ma subito dopo mi richiamò perché era “urgente” che la raggiungessi. Rassegnato, mi avviai e con Peppe mi chiedevo il motivo di tanta urgenza: certo la Chiesa è stupenda, e sicuramente l’avrei visitata come sempre ho fatto nelle mie visite a Scicli, ma perché tanta impellenza?
Entrammo. Lo splendore del tempio ci avvolse, insieme a quella particolare atmosfera di intimità che soltanto pochi luoghi possono trasmettere. C’era poca luce e Concetta, in fondo, in prossimità dell’altare maggiore, mi faceva cenno di avvicinarmi. Che diavolo voleva? “Guarda! guarda!”, mi disse appena le fui vicino. Non capivo. Poi vidi, disteso su di un tappeto rosso, sotto lo scalino dell’altare, un cane di color miele, enorme, immobile. Lì per lì pensai che si trattasse di una statua, data l’immobilità, poi mia moglie lo chiamò: “Italo! Italo!, vieni”. Il cane si alzò lentamente e scodinzolando mi si avvicinò come per salutarmi. Così scoprii Italo, un essere che accoglieva con gentilezza i forestieri che venivano in paese, che partecipava ai funerali e mestamente, insieme ai parenti, accompagnava il defunto fino al cimitero, che presiedeva a tutte le cerimonie di nozze e a tutte le manifestazioni che si svolgevano a Scicli. In effetti, come mi raccontava una signora che si trovava vicino a noi, non aveva un padrone ed era diventato una specie di mascotte, un emblema del paese, che l’aveva adottato. “Ci manca sulu a parola!”. Tutti lo coccolavano e facevano a gara nel rimpinzarlo di cibi, dal macellaio al barista, dagli adulti ai bambini che lo vezzeggiavano in mille modi. I pittori di Scicli gli avevano dedicato persino una mostra nella “Galleria Brancati”, con tanto di manifesti pubblicitari e stampa di litografie. Che bellezza! Quanta poesia intravedevo in quella storia!
Mentre la signora parlava, lo guardavo, divertito, forse un po’ emozionato: lui ricambiava il mio sguardo, gli occhi dolci, mansueti, fiduciosi, come soltanto un cane può averli. Lo accarezzai per salutarlo e ci incamminammo verso l’uscita. Italo tornò a sdraiarsi sul tappeto. Nella “Galleria Brancati”, dove entrammo un momento, era esposta in bella mostra una litografia che lo raffigurava, realizzata da Sonia Alvarez. Accidenti! Se non avessi avuto la preoccupazione del concerto, mi sarebbe piaciuto approfondire.
Erano le 19. Giovanni, finalmente, era arrivato, particolarmente di buon umore, forse perché in compagnia di Mary, la sua ragazza. Il portone di “Palazzo Spadaro” invece era ancora chiuso. Chiamai per telefono il Sindaco, preoccupato. Non avrei voluto disturbarlo, ma non sapevo a chi rivolgermi perché aprissero. Mi assicurò amabilmente che avrebbe fatto provvedere: era convinto che, secondo le sue disposizioni, fosse già tutto a posto.
Il tempo passava senza che si vedesse qualcuno. Finalmente, credo verso le venti, vennero ad aprire e tirammo fuori gli strumenti dal portabagagli. Peppe, che sapeva di un mio piccolo problema, prese la fisarmonica e la portò su al primo piano, lungo la scalinata erta e magnifica. Qualche mese prima ero incappato in un incidente imprevisto. Faccio ormai da circa dieci anni dei disegni a china su delle pietre antiche e il disegnare case, muri a secco di una Sicilia remota su pietre levigate dal tempo, anch’esse remote, produce per me un risultato singolare che, tra l’altro, non ha lasciato indifferenti coloro che le hanno viste. Ora, parlando a volte con qualcuno che non ha idea di queste mie nuove esperienze, dico, un po’ forse per scherzosa civetteria, che faccio dei disegni che hanno un peso, senza per questo che mi si possa tacciare di presunzione. Infatti – aggiungo- notando la perplessità del mio interlocutore, i miei disegni pesano quattro- cinque chili ciascuno. Appunto nel trasportarne tre-quattro insieme con una sola mano, sbilanciato, il loro peso mi aveva procurato seri fastidi al collo che soltanto dopo alcuni mesi si erano attenuati.
Gli interni di “Palazzo Spadaro” erano principeschi, il salone, dove dovevamo tenere il concerto, splendido, il pianoforte a coda perfetto. Ma l’amplificazione non funzionava. Intanto avevamo l’urgenza di spostare le vetture e uscimmo alla ricerca di un posteggio. Era molto tardi: addio prova!
Al rientro, nell’attraversare un salone, ci soffermammo ad ammirare dei quadri di alcuni pittori di Scicli, tra cui campeggiava una marina ad olio di Guccione: quanto amore nella ricerca dell’essenza del mare, della luce soffusa che filtra tra le onde! quanta capacità di sintesi! In quel quadro c’era il mare così come io da sempre l’avevo idealizzato. Salvatore Fiume, che ho frequentato per più di un decennio, mi ha insegnato che il segreto per realizzare una vera opera d’arte è proprio l’amore che l’artista riesce a profondere in essa. E le opere di Guccione traboccano di questo sentimento che è la sola cosa che dà un senso a tutta la nostra esistenza.
Mentre ci apprestavamo ad accordare il violino e a stabilire come impostare alcuni brani, ecco che arrivò Italo il quale, scodinzolando, tranquillamente si sdraiò ai miei piedi mentre armeggiavo con la fisarmonica. Che sorpresa! Strano come le mie preoccupazioni sulla riuscita della serata si dileguassero improvvisamente. La sala era ancora deserta e tutto faceva prevedere che sarebbe venuta poca gente, ma c’era Italo accanto a me che col suo sguardo dolce sembrava mi confortasse. Peppe, per sdrammatizzare, considerò ridendo: “Non si può dire che non ci sia nemmeno un cane ad ascoltarci!”.
Poco prima delle 21 arrivò il Sindaco con un tecnico il quale, come per incanto, mi sistemò un microfono per la voce che funzionava molto bene, Nel frattempo, inaspettatamente il salone si era riempito e il concerto ebbe inizio. Italo era sempre disteso ai miei piedi.
Debbo dire che quando suono in pubblico è per me quasi sempre una specie di salto nel buio. Proponendo la mia musica è come se mettessi a nudo me stesso e il solo pensiero che il mio messaggio, che le mie emozioni non possano arrivare agli altri, non possano essere captate, è per me motivo di panico. Un fiasco, incidente in cui per fortuna non sono mai incappato nella mia carriera di musicista, rappresenterebbe per me un disastro che, senza esagerare, comprometterebbe la mia vita e il mio stesso equilibrio. Questa sensazione, per fortuna, mi balena solo all’inizio: poi si dilegua nell’incalzare della musica che fluisce libera e consolatoria.
Il mio amico regista argentino Roberto Luis Garay, col quale lavoro da qualche anno, era venuto appositamente con la telecamera per riprenderci, alternando primi piani di noi musicisti, ed Italo, infastidito dai suoi continui spostamenti, andò a sistemarsi vicino a Peppe, quasi sotto il pianoforte. Il pubblico mi sembrava molto attento, il Sindaco, seduto quasi in disparte, con le gambe accavallate, un po’ col corpo di traverso, mi sembrava contento. Forse non c’è niente di più bello del trasmettere qualcosa a cui tieni molto ad un amico vero, è come se il tuo mondo entrasse in lui e il suo in te, in una simbiosi che ti prende profondamente perché tutti noi in fondo siamo come isole solitarie: disperatamente abbiamo bisogno di dare e ricevere calore.
Dopo circa un’ora e mezza il concerto ebbe termine. Avevo l’impressione che tutti fossero molto soddisfatti, a prescindere dai complimenti che alcuni spettatori sentirono di manifestare. Mentre ci apprestavamo verso l’uscita, il Sindaco mi disse che era stato bello, che i miei musicisti erano straordinari, e, prima ancora che io cercassi di impedirglielo, senza sapere tra l’altro dei miei problemi fisici, prese la valigia che conteneva la fisarmonica e si avviò giù per lo scalone. Gli dissi: “E’ la prima volta che un sindaco mi porta la fisarmonica dopo un concerto!”. “Perché! che fa!”, replicò allegro. Gli sarò sempre grato di quel gesto affettuoso.
Italo ci seguiva ballonzolando, appesantito dalla sua mole che, secondo me, data anche l’età, poteva compromettere la sua salute. Nel salutare il Sindaco, gli esternai questa mia preoccupazione, ma lui stesso non sapeva come risolvere il problema: non si poteva impedire alla gente di dargli da mangiare, era un cane che girava tutto il giorno liberamente ed era impensabile cercare di controllarlo.
Entrammo in una trattoria a due passi dal “Palazzo Spadaro”. Eravamo tutti allegri, sereni, come se ci fossimo liberati di un peso che soltanto qualche ora prima ci sovrastava. Mentre mangiavamo una pizza, innaffiata con qualche bevanda, il discorso, senza volerlo, cadde su Italo. Chiesi a Concetta: “Ma perché tanta fretta che venissi in chiesa?”. “Semplice! , temevo che Italo andasse via ed era importante che tu lo vedessi”. “Ma dimmi il motivo che ti ha coinvolta tanto, prima ancora che avessi notizie di lui”. “Veramente è successo un fatto strano. Accanto al museo, non appena io e Annalisa siamo uscite, ci siamo soffermate a guardare un presepe, proprio davanti alla Chiesa di S. Michele, ed io ho messo una moneta nel piattino delle offerte. Subito una voce registrata, diffusa da un box, ha detto: “Grazie! Vedrai che avrai un incontro importante!”. Sorpresa e lieta dell’imprevisto, ho attraversato con Annalisa la strada e siamo entrate in chiesa. Italo, come se ci aspettasse, ci è venuto incontro trotterellando e scodinzolando e ci ha fatto tanta festa strusciandosi a noi nell’attesa di una carezza. Poi è andato di nuovo a distendersi sotto l’altare, così come l’hai trovato tu. Era questo l’incontro importante?”.
Lo dicevo io che bisognava approfondire. Chissà, cercando, quanti particolari e aneddoti su Italo avrei potuto scoprire.
Uscimmo dal locale che era mezzanotte. Il freddo era più intenso, ma ai ragazzi che affollavano via Mormino Penna sembrava non importasse: ridevano, ballavano al ritmo di una musica molto ritmata, chiassosa, che metteva anche a noi allegria. Euforici, contagiati da tanta vitalità, ci facemmo strada tra la folla fino al Municipio. Pensavo che in tutto il mondo non esistesse una strada più bella di quella in cui ci trovavamo, mi faceva pensare ad una culla che mi avvolgeva e riscaldava, così come quando ero bambino. Non era soltanto una mia impressione personale, anche mia moglie e i miei amici erano pervasi dallo stesso senso di magia. Mi sembrava che insieme stessimo vivendo un’esperienza unica, irripetibile, grazie alla quale la vita ci appariva in tutta la sua bellezza, senza alcuna bruttura e che tutto ciò che ci circondava fosse come una favola bella.
Rivolsi la parola ad un gruppo di ragazzi tra i diciotto-vent’anni chiedendo informazioni su “Palazzo Spadaro”, solo una scusa per sentire la loro voce: erano lieti, gentili, mi sembravano in sintonia col mio stato d’animo di quel momento. Mi risposero educati, soprattutto curiosi di sapere ( lo capii dalle domande che a loro volta mi posero) cosa facessimo a Scicli, da dove venivamo…
Nel salutarli ringraziando, dissi a Concetta: “Vedi, questo è un altro mondo, semplice, genuino, forse migliore di quello in cui noi viviamo”. “Ma no! È un po’ come se ci trovassimo a Ortigia, questi ragazzi mi fanno pensare a quelli che incontriamo nella nostra città”. “Ti sbagli-replicai- quelli sono più smaliziati, meno curiosi. Qui avverto una gioia di vivere d’altri tempi, come se il mondo si sia ad un tratto fermato per farci notare che ancora esiste il candore, l’amicizia”.
Vicino al Municipio scoprimmo la cuccia di Italo. Lui era rintanato dentro, forse dormiva. Qualcuno ci disse: “A quest’ora difficilmente esce ”. Ma Concetta lo chiamò e lui, sbucando a fatica dalla porticina troppo stretta, le si avvicinò scodinzolando e strusciandosi come al solito. Mia moglie lo accarezzò e poiché pareva che non si stancasse mai di ricevere coccole, gli rivolse la parola con decisione:”Ciao! io vado via! Tu vai a dormire! Ci vediamo presto!”. Come se avesse capito perfettamente, Italo subito si girò, sempre scodinzolando, e tornò nella sua cuccia.
Ci avviammo verso il parcheggio per rientrare. Poi non abbiamo rivisto Italo né mai più lo rivedremo.

© Letteratitudine

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