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ITALO CALVINO e “Il sentiero dei nidi di ragno”

marzo 11, 2013

Italo Calvino e “Il sentiero dei nidi di ragno

di Simona Lo Iacono

C’è un’ora benedetta, ora di tutte le voglie e i desideri, ora incantatrice, ora maliarda, che scocca dal pendolo del vecchio soggiorno e dice: adesso.
E’ l’ora delle storie.
Italo Calvino la aspetta, meno tre, meno due, meno uno…poi arriva, le pagine restano in bilico, occhieggiano il suo viso imbambolato su cui già si spande il piacere del racconto. C’era una volta.
E’ sempre stato così, la narrazione è come una delle sirene d’Ulisse, basta udirne la voce e lui viene travolto da un piacere arcano, rapinoso. E’ ancora un bambino, ma questa seduzione che lo fa scattare sull’attenti , questa collisione colpevole con la fantasia, non lo lascerà più. E’ diventata il suo destino.
Non è un destino per adulti, però, perché chi vota la propria esistenza alle storie, chi abdica indecorosamente alla concretezza, non potrà che tornare alla malìa del gioco, all’ebbrezza della libertà, allo sguardo stupefatto sulla scoperta del bene e del male. Anche da grande.
D’altra parte i primi anni della sua vita sono stati ridenti.
Nato nel 1923 a Cuba dentro un bungalow del giardino botanico diretto dai genitori, lascia l’isola nel 1925, dopo che un uragano distrugge la casa familiare. Poi rientra in Italia, a Sanremo, dove vive un’infanzia spensierata.
Niente nubi fino all’arrivo della guerra, quando, d’improvviso, la storia di tutte le storie, la narrazione famelica per eccellenza – la realtà – irrompe coi suoi morti. All’indomani dell’uccisione del giovane medico partigiano Felice Cascione per mano fascista, Calvino aderisce infatti alla seconda divisione d’assalto partigiana “Garibaldi”. E nel marzo del 1945 è protagonista attivo della battaglia di Baiardo.
CopertinaScosso dall’esperienza del dolore, Calvino prende in mano la penna e – come in passato – il tempo si ferma, il tocco del pendolo lo avverte: c’era una volta.
Ed ecco. Chi scrive non è più un uomo, ma un bambino, e chi racconta la guerra è Pin, un ragazzetto di dieci anni, che ad occhi sgranati osserva le gesta dei grandi senza ancora comprenderle.
Nasce così “Il sentiero dei nidi di ragno”, un romanzo in cui la guerra è per la prima volta vista “dal basso”, dalla trasognata percezione di Pin. Un punto d’osservazione “piccolo”, e per questo feroce, perché Pin ha “occhi come punte di spillo” e con essi scruta il mondo, attribuendogli significati fantasiosi. Come quando ruba a un ufficiale tedesco una pistola P38 e la seppellisce nel sentiero in cui i ragni nidificano silenziosamente.
Un libro scritto dunque da un “bambino vecchio” col suo struggente desiderio d’innocenza. Un bambino consapevole del fatto che “Tutto è già cominciato prima. La prima riga della prima pagina di ogni racconto si riferisce a qualcosa che è già accaduto fuori dal libro”.

[Articolo pubblicato sul quotidiano LA SICILIA]

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