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CHI APRE CHIUDE, di Antonio Di Grado (uno stralcio del libro)

marzo 14, 2013

Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel webIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del volume CHI APRE CHIUDE, di Antonio Di Grado (edizioni Le Farfalle)

[Antonio Di Grado sarà ospite della puntata di “Letteratitudine in Fm” di venerdì 15 marzo 2013 (h. 13 circa) ]

Il libro
Quando un docente universitario insofferente dell’accademia s’imbatte nelle infinite risorse del web, e soprattutto nella sterminata piazza dei social network, può capitargli di sperimentare inedite (e più libere e personali) forme di comunicazione, non solo con i suoi studenti ma anche con un pubblico più ampio di sconosciuti che presto diventeranno “amici”. Così lo “stato” e le note di facebook gli offriranno un davanzale da cui ogni giorno affacciarsi per dire la sua sul mondo, per alternare detti e contraddetti, plausi e botte, paradossi e congetture. Un disordinato e appassionato diario in pubblico, insomma, in cui discutere di politica e di costume, di letteratura e di vita, ma anche d’altro e dell’Altro: se in queste pagine accadrà al lettore d’incappare in segrete memorie o in dubbiosi atti di fede, è perché l’autore è convinto che ogni ricerca dovrebbe anzitutto esporre e mettere in discussione l’effimera identità del ricercatore.

* * *

Uno stralcio del volume…

CHI APRE CHIUDE, di Antonio Di Grado (edizioni Le Farfalle)

Via Alessi. Per quindici anni, i primi della mia vita,
mi sono affacciato su quella salita scoscesa che si conficca
come un dardo nel cuore della Catania barocca, offrendo
alla vista uno scorcio vertiginoso delle sinuose volute della
chiesa di san Benedetto. Per quindici anni ho visto scivolare
rovinosamente i passanti giù per quella discesa, che
di sera si trasformava in un salotto, con le famiglie sedute
ai balconi a scambiarsi convenevoli e pettegolezzi. Per
quindici anni ho avvertito, come in sogno, il canto sommesso
delle suore, le “capinere” in clausura nel vicino monastero:
che non vedevo nemmeno quando, sbagliando
e inciampando, servivo messa nella loro chiesa, solo ne
indovinavo un fluttuar di veli oltre le spesse grate; ma in
sacrestia, finito l’officio, a noi chierichetti propinavano biscotti
paffuti come occulte rotondità, e ambrate forme di
biancomangiare, palpitanti in segreto d’una lor molle vita.
A largirci quei tesori era la stessa famigerata “ruota” che
in passato aveva accolto dal mondo, o nel mondo dispersi,
tanti bambini indesiderati.
Un salotto, quella via, e un auditorium. E un microcosmo:
nei palazzi gentilizi la nobiltà sorvegliava accigliata dai piani
alti la borghesia media e piccola del primo e del secondo
piano e il popolo dei bassi; ma tra i piani – e le classi
sociali – si svolgeva un intenso commercio interclassista di
premurose cortesie e di affabili maldicenze. La prostituta
redenta, grassa e festosa, riscattata e impalmata per voto
da un invalido, coabitava con l’arcigno barone, proprietario
dello stabile e rinsecchito erede dei torvi “vicerè” derobertiani;
il barbiere a domicilio recapitava da una all’altra
casa perfidi pettegolezzi e il prete con la sua logora
tonaca ramazzava in strada polvere e peccati.
Questi i ricordi del ragazzo di via Alessi, sempre più vivi
man mano che l’uomo che l’ha sostituito sente il bisogno
di nutrirsene. Ma nessuno gli potrà restituire il miracolo
delle voci nella notte, della ragnatela di sussurri e convenevoli,
di commenti e ironie che si dipanava dall’uno all’altro
balcone assiepati da famiglie ricomposte e acquietate.
Un teatro della “conversazione civile”, dunque, quella via
scoscesa. E un ricetto appartato e buio per celare segreti
moti del cuore o delle viscere: non erano pochi a depositarvi
– come nel dedalo fetido delle città medievali – i loro
lasciti fisiologici. E la Catania di Brancati, che odorava di zagara
e gelsomino? Mai vista, mai annusata. Giusto una favola
bella nel cui ricordo rifugiarsi, a schermo d’un presente
sempre mortificante, risarcibile solo dal rimpianto d’improbabili
epoche trascorse. E invece aveva ragione un altro
scrittore catanese, Sebastiano Addamo, il più antibrancatiano
dei figli di Brancati, autore dell’aspro romanzo Il giudizio
della sera: Catania odorava di piscio, trasudava miasmi
di sfacelo. E a puzzare, credo, più di quegli esigui sedimenti
era la decomposizione stessa di quel mondo, l’incombente
disfacimento di quei quieti valori, di quelle misure felicemente
miopi, di quel garbo nobilmente inattuale.
Tornavamo una sera a casa, nella luce fioca di quella via
angusta, da una passeggiata di quelle – tanto più felici
quanto più modeste – che le famiglie si concedevano nella
mesta innocenza degli anni Cinquanta. D’un tratto ecco un
energumeno che strattona un bambino, reo d’averlo sfiorato
con la bicicletta; e minaccia pure di sequestrargliela.
Mio padre interviene con garbo invitandolo a desistere,
ottenendo invece un inasprimento dei modi del bruto e un
convulso rotear d’occhi e di pugni. Aggredito, mio padre si
limita – conservando il suo aplomb – a sollevare l’ometto
berciante, agguantandolo ai fianchi con le sue mani poderose;
e a offrire agli astanti, con un sorriso più di scusa che
di trionfo, l’esilarante spettacolo di quel burattino sussultante,
coi piedi che scalciavano nel vuoto a mezzo metro
dal suolo e il grugno che squittiva d’onta e d’impotenza.
Proseguiamo verso casa. Mia madre si accorge di aver perso,
nella baraonda, un orecchino. Perciò si torna indietro, dove
l’aggressore svergognato ci vede sopraggiungere atterrito,
finché non gli viene chiarito il motivo del ritorno, che per
sua fortuna non lo riguarda; e allora, riconoscente e servizievole,
si prostra a cercare, carponi, il gioiello smarrito.
Quelle mani enormi, vigorose. Quella forza domata, docile.
Chissà invece che ricordi serberanno, di noi padri dal
malfermo statuto, i nostri figli.
Ma via Alessi fu anche un set: dai miei balconi ho visto Alberto
Sordi recitare nell’Arte di arrangiarsi di Zampa, prototipo
della commedia all’italiana col suo antieroe vile e opportunista,
e Marcello Mastroianni nel Bell’Antonio di Bolognini,
trascrizione raffinatamente elegiaca, ma traditrice della lettera
e dello spirito, del grande romanzo di Brancati e della
grande metafora che ne riverbera: quella dell’impotenza,
condizione storica e a un tempo cifra esistenziale.
Avevo dieci anni. Vincendo la mia timidezza scesi in strada
per rubare a Mastroianni un autografo e una carezza. E
dal mio balcone sorvegliavo giorno e notte le riprese: come
quella che vede Antonio scendere lento e mesto, dopo aver
assistito da lontano al corteo nuziale di Barbara col duca
di Bronte, lungo il petroso declivio di via Alessi. Splendida
sequenza, da me gelosamente serbata nella mente e nel
cuore, e tuttavia inizialmente inficiata da un’inspiegabile
negligenza. Feci notare, infatti, a mio zio Peppino che mi
stava accanto, che man mano che Mastroianni scendeva
e la macchina da presa a ritroso lo precedeva fissandone
l’afflitta bellezza, era inevitabile che il carrello su cui la macchina
stessa era montata apparisse, ostilmente incongruo,
nell’inquadratura. Dopo decine e decine di riprese, se ne
accorse anche Bolognini (maestro, che onta farsi anticipare
da un bambino!) e allo screanzato carrello ne fu sostituito
uno composto di segmenti via via smontabili.
Ma il set più memorabile fu quello che, negli stessi anni,
ospitò un dimenticato e tuttavia impegnativo film hollywoodiano,
La sposa bella di Nunnally Johnson, con un cast
d’eccezione: Ava Gardner, Joseph Cotten, Dirk Bogarde,
Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica.
Era un polpettone sulla guerra di Spagna faziosamente filocattolico
(e tuttavia non si poteva girare nella Spagna
di Franco, dove perfino la propaganda avrebbe violato
l’obbligo della rimozione: ecco perché la scelta di Catania,
remota succursale dell’hispanidad),
ma ben girato e recitato
come tutti i polpettoni e tanto più se bugiardi (e il più
bello dei western non è forse il più bugiardo, il sontuoso
e tuttavia fastidiosamente razzista Sentieri selvaggi?). I
produttori di quel film furono i primi, dopo la buon’anima
di Vaccarini, il geniale architetto della settecentesca
ricostruzione post-sismica, a intervenire con zelo e munificenza
sull’aspetto della via, dotandola di ringhiere, sradicando
erbacce e sottoponendola a un bizzarro maquillage
esotizzante. Dato che il film era ambientato nella Spagna
della guerra civile, i bassi e gli orti furono truccati da peccaminosi
tabarins e le scritte sui muri e sui cancelli furono
tradotte o mutate: il classico Chi apre chiude (non chiuda:
a Catania il congiuntivo latita) diventò Prohibido el paso; e
restò tale, incongruamente, per molti anni.
Molto tempo dopo scomparve il duplice basolato per le ruote
dei carri, sostituito da due rampe di scale, quella superiore e
quella di mezzo, ché prima c’era solo quella inferiore, accanto
a un vecchio alberghetto. E perciò si cominciò a parlare di
“scalinata Alessi”, come oggi si usa dimenticando il passato.
Poco male: perfino un’accreditata storiografa dell’architettura
ha scritto, su una costosa strenna, che quella scalinata
votata ad appianare i dislivelli tra due arterie fu una delle
più geniali trovate urbanistiche della ricostruzione settecentesca,
mentre esiste solo da pochi decenni!
Infine venne la stagione dei pub, via Alessi si colorò di vita,
giovane e rumorosa, all’insegna della Guinness e del Chè
Guevara. Ma noi non c’eravamo più da tanto, migrati con
vergogna dal popolare centro storico verso l’anonimo e tuttavia
agognato squallore cementizio dei nuovi quartieri borghesi,
transfughi non pentiti da tanta bellezza e civiltà con
la stessa disinvolta indifferenza con cui allora ci si liberava
di preziose cristallerie e irriproducibili fregi lignei a favore di
osceni (ma quanto “moderni”!) arredi in formica o in tek.
«Chi apre chiude». In quella via Alessi dirupata e sgrammaticata
ho speso il mio primo respiro, in quella stessa
via amerei che mi fosse restituito. Ma so già che non sarà
possibile: la città d’una volta ormai è solo una facciata.
Hanno sventrato le fastose dimore gentilizie, le austere
residenze borghesi, le case terrane brulicanti di vita. Di là
dalle loro quinte beffarde non v’è più un antico muro che
si presti al pianto né un androne o un cortile in cui officiare
il rito della memoria: solo il vuoto d’improbabili uffici
ed effimeri negozi, oppure asettici monovani da destinare
al frenetico ricambio del popolo dei pendolari.
E allora, che il cancello si chiuda almeno in queste pagine:
ecco perché le scrivo, per abitarle al posto d’una casa che
non sarà più mia. E per prepararmi a chiudere quel cancello
cigolante e rugginoso, con la stessa spensieratezza con cui
lo faceva ogni sera la moglie del calzolaio del pianterreno.
Su un altro cancello, quello del cittadino Kane del capolavoro
di Welles Quarto potere, stava scritto: “No trespassing“.
E io stesso non l’ho mai varcato, quello di via Alessi
fregiato da una scritta grossolana: so solo che oltre si scorgeva
un orto, così scarmigliato da far invidia al manzoniano
giardino di Renzo, o da dettare a Leopardi inedite considerazioni
sulla souffrance. E poi avevo paura del cane.
Il cancello intravisto sul limite estremo della propria sofferenza
dal Vice, l’investigatore del romanzo Il cavaliere
e la morte di Leonardo Sciascia, restò sbarrato davanti al
morente che pure l’aveva raggiunto: era il «cancello della
preghiera», inaccessibile a un laico ma solo da un laico,
forse, accostabile. Da un laico che sappia, come solo lui
sa, limitarsi rispettosamente a scrutare oltre le sbarre, anziché
scardinarle per banchettare sguaiatamente, come i
credenti, nella terra che oltre si estende, inviolata.

(Riproduzione riservata)

© Edizioni Le Farfalle

* * *

Antonio Di Grado è professore ordinario di Letteratura italiana nell’università di Catania. Da Leonardo Sciascia fu designato come direttore letterario della Fondazione a lui intitolata. Ha pubblicato numerosi volumi di critica e storiografia letteraria: tra i più recenti, Giuda l’oscuro. Letteratura e tradimento (Claudiana, 2007), L’ombra dell’eroe. Garibaldi nel romanzo italiano (Bonanno, 2010) e Divergenze. Borgese Malaparte Morselli Sciascia (Ad est dell’equatore, 2012).

© Letteratitudine

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