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IL VESTITO CUCITO ADDOSSO, di Francesco Russo (uno stralcio del libro)

marzo 19, 2013

Pubblichiamo uno stralcio del volume IL VESTITO CUCITO ADDOSSO, di Francesco Russo, Inkwell Edizioni 2012

La scheda del libro
La scelta del titolo da spazio a molteplici interpretazioni. Il vestito cucito addosso è una metafora che rappresenta lo stato di ognuno di noi. Un vestito che copre, che nasconde, che distrae, confonde, imprigiona o protegge. Un vestito che ci cuciono gli altri o che spesso ci cuciamo noi stessi. Dieci racconti sugli uomini, sugli accadimenti che ognuno preferisce tenere per sé, sui pensieri, sulle debolezze e sulle atrocità di tutti.
“Ciascun racconto nasconde una parte oscura – a volte imprevedibile, esasperata o paradossale – che denuda l’anima del protagonista. Così come ogni uomo, ogni racconto ha come un “vestito cucito addosso” che tenta invano di coprire delle verità”.

* * *

Dalla raccolta di racconti IL VESTITO CUCITO ADDOSSO, di Francesco Russo

Adesso sono le sette di pomeriggio di un insignificante venerdì.
Dopo una doccia rinfrescante che toglie via le negatività e rigenera il corpo, mi guardo allo specchio.
Questa faccia mi sembra di conoscerla. La vedo ogni giorno, da quasi trent’anni, riflessa
dovunque: sullo specchio del bagno, sullo specchietto retrovisore dell’auto, sbiadita sulle
vetrine dei negozi.
Mi osserva. Sempre la stessa. Con qualche ruga in più, ma sempre la stessa.

Anche stasera ho i capelli ingestibili. Provo a sedare la chioma indomita con un gel
appiccicoso. Tentativo inutile. Forse sono troppo lunghi per essere pettinati
per bene.
Decido di asciugarli definitivamente con l’asciugacapelli, lasciandoli così, come capita,
senza un ordine preciso.

Sono nudo.

Mi dirigo nella stanza da letto. Apro l’armadio per cercare qualcosa da indossare
stasera. Il giallo del maglioncino non si abbina ai pantaloni. La cintura marrone stona coi mocassini neri. Quel beige è troppo chiaro – se solo fosse più scuro.
Mi spoglio e provo altre combinazioni.
Camicia verde e jeans, decisamente più sportivo.
Purtroppo, il risultato è il medesimo: non sono per niente a mio agio.
È allora che – con i capelli in disordine e completamente svestito – decido di uscire per strada. Proprio così, nudo, senza nessuno scrupolo e alcun vestito addosso.

Fuori fa ancora più caldo.
La gente mi guarda incuriosita e mi da del pazzo. Alcuni mi segnano a dito e ridono a crepapelle. Ma perché, non capisco. In fondo non sto facendo altro che camminare per strada come fanno loro.
Un uomo mi si avvicina e con voce indignata mi sussurra all’orecchio: «Ma è completamente impazzito?».
Mi avvolge con un giubbotto o qualcosa del genere e ribatte: «Ma è matto, perché non ha vestiti addosso? Si metta questo, si copra».

Intorno si scatena il panico.
La gente si accalca per osservarmi, qualcuno mi scatta persino le foto col cellulare.
L’uomo, col braccio sulla mia spalla, mi domanda: «Come si chiama?».
«Io sono io» gli rispondo. «Sono questo. Semplicemente io».
Poi, col garbo che avrebbe un padre premuroso, mi fa salire in macchina e mi accompagna a casa.

(tratto dal decimo racconto “Il guardaroba vuoto”)

(Riproduzione riservata)

@ Inkwell Edizioni

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