Home > Brani ed estratti, Recensioni > IL SILENZIO SULLE DONNE, di Antonio Steffenoni (uno stralcio del libro)

IL SILENZIO SULLE DONNE, di Antonio Steffenoni (uno stralcio del libro)

marzo 23, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo IL SILENZIO SULLE DONNE, di Antonio Steffenoni (Barion, 2013)

La scheda del libro
La tecnica del giallo per un’indagine sui sentimenti maschili. È lo schema asimmetrico che Antonio Steffenoni mette in scena nel romanzo Il silenzio sulle donne (pag. 160; euro 12,00) che inaugura la collana di narrativa di Barion, storico marchio editoriale che torna in questi giorni in libreria.
“Mai avrei immaginato di trovarmi, un giorno, a rispondere alle domande di un ispettore di Polizia, a proposito di Santiago Conte.” Così l’incipit del romanzo, nel quale la voce narrante è quella di Antonio Lopez, pubblicitario e scrittore, l’ultima persona ad aver visto in vita Santiago, anziano e famoso regista cinematografico morto precipitato dal terzo piano della clinica dove era ricoverato.
L’interrogatorio di polizia si trasforma in un viaggio a ritroso nel tempo, lungo i quarant’anni d’amicizia durante i quali i due uomini hanno condiviso progetti, ambizioni, passioni e silenzi. Come quello sulle donne che entrambi hanno amato. Il silenzio degli uomini sulle donne, la loro incapacità di dare voce ai sentimenti, è il mistero che si dipana nelle pagine del romanzo dominato dalle figure dei due protagonisti e dalla enigmatica e dirompente Clara, l’ultimo amore del vecchio regista. Colto e raffinato, il romanzo di Steffenoni porta la tecnica del giallo investigativo nelle pieghe delle anime maschili, regalando al lettore un’avvincente storia di sentimenti con un finale dove trionfa drammaticamente la complicità tra i due amici.

* * *

Dal romanzo IL SILENZIO SULLE DONNE, di Antonio Steffenoni (Barion, 2013)

Mai avrei immaginato di trovarmi, un giorno, a rispondere alle domande di un ispettore di polizia, a proposito di Santiago Conte.
E, ancora meno, che l’avrei fatto nella saletta per il ricevimento parenti al terzo piano di una clinica, in una sera di neve, a pochi giorni dal Natale, proprio di fronte alla Scuola elementare che avevo frequentato in quella che mi appariva, adesso, la vita di un altro e che, in tanti anni, non mi era mai capitato di rivedere.
«Mi lasci dire che ci sono aspetti poco chiari nella sua storia.»
C’era incredulità, nello sguardo dell’ispettore, ma c’era anche la voglia di capire. Forse c’era, perfino, della simpatia.
La via Quadronno, sotto le grandi vetrate della clinica, era illuminata a stento da un lampione a mezz’aria che lanciava un debole raggio di luce contro le mura della scuola e dei condomini vicini. Tra l’ingresso della scuola e quello della clinica sostavano, bloccando il passaggio, furgoni delle televisioni e auto che, a intervalli di cinque, dieci minuti l’una dall’altra, scaricavano giornalisti e fotografi. Un drappello di vigili urbani cercava di districare il traffico, mentre un paio di poliziotti sostavano accanto al telo bianco che difendeva dalla neve il corpo precipitato sull’asfalto.
Le finestre delle case erano quasi tutte illuminate, molte aperte, nonostante il freddo, e uomini e donne si sporgevano nella speranza di capire che cosa potesse spiegare l’improvvisa animazione cominciata alle nove di sera.
«Lei stava lasciando la clinica, dunque.»
Certo, me ne stavo andando. Se il portiere non mi avesse bloccato, sconvolto per ciò che era appena accaduto sotto i suoi occhi, me ne sarei andato, sarei salito in macchina e sarei tornato a casa per ripensare, da solo, davanti a me tutto il tempo necessario per farlo, alla storia che, nell’arco di quarant’anni, si era scritta fra me e Santiago Conte. Avrei ripensato alla nostra strana amicizia, alla sua tragica conclusione, e al suo inizio inaspettato.

Santiago Conte, a quel tempo, era già un uomo famoso. Io, che avevo vent’anni, non ero nessuno.
Era successo nel momento in cui Maria Bellotti, sacerdotessa della critica letteraria dell’epoca, vestita di un terribile abito nero, tutto svolazzi e pizzi e un colletto argentato, che la faceva sembrare una gigantesca caramella all’anice, inguainate le braccia da lunghi guanti neri, mi si era fatta incontro e, suggellando la mia vittoria nel premio riservato a scrittori inediti, mi aveva abbracciato con un vigore e una forza imprevedibili, facendomi strabuzzare gli occhi per l’imbarazzo e per il soffocamento.
Santiago Conte era alle sue spalle e aveva intercettato il mio sguardo sconvolto mentre sentivo contro la faccia la pelle rugosa e vizza dell’anziana signora spalmata di una quantità di cipria. Lei stringeva e io non riuscivo a liberarmi mentre non so chi ci bersagliava con un flash. Molti applaudivano, altri, ormai disinteressati, visto che la proclamazione del vincitore era avvenuta e il suo nome non diceva niente a nessuno, si dirigevano, sollevati, verso le tavole imbandite.
Nello sguardo e nel sorriso che quell’uomo di mezz’età mi indirizzava, oltre al divertimento per un abbraccio grottesco e esagerato, c’erano la complicità e il cenno di solidarietà e una specie di buffo invito a resistere che avrebbe potuto rivolgermi un amico e coetaneo che avesse assistito al mio imbarazzo.
Finito, finalmente, l’abbraccio, e dileguata Maria Bellotti, l’uomo era rimasto dov’era e mi osservava come se volesse constatare se l’abbraccio mi aveva lasciato integro o fatto a pezzi.
Infatti, avvicinandosi, aveva chiesto: «Tutto a posto?».

* * *

Antonio Steffenoni
Dopo una giovinezza a metà fra Spagna e Italia e due romanzi da Rizzoli, che gli hanno meritato l’attenzione del pubblico e della critica, Antonio Steffenoni ha smesso di scrivere per dieci anni, tornando a pubblicare con successo negli anni Novanta. Recentemente ha pubblicato i racconti Inseguendo le note di un tango e i romanzi Ragazze e Vietato giocare con la palla, nel quale fa la sua apparizione il commissario Ernesto Campos che ritroviamo in Meglio andare lontano.

* * *

Barion, storico marchio editoriale degli anni tra le due guerre, mescolava sapientemente classici a testi di larga diffusione. Dopo il 1945 ha gradualmente ridotto la sua presenza sul mercato. Rilevato negli anni Sessanta da Ugo Mursia che ne ha incorporato il catalogo, il marchio Barion torna ora in libreria con un progetto culturale, di forte impronta umanistica, che guarda con attenzione a quanto si agita nel Mezzogiorno, e nella Sicilia in particolare. Due sedi, una a Palermo e una a Milano, per segnare una doppia appartenenza e una filosofia editoriale non localistica che si propone di restringere la forbice tra l’estremo Sud e il cuore del Nord.  Dopo La storia della mafia di Leonardo Sciascia e Il silenzio sulle donne di Antonio Steffenoni, i primi due volumi di Barion pubblicati a febbraio 2013, la produzione editoriale proseguirà con due titoli al mese: testi di invenzione, opere di approfondimento, libelli e scritti “dimenticati”s di classici e di autori minori non sufficientemente valorizzati. Volumi agili e di gradevole impatto visivo caratterizzati da colori decisi e grafica molto leggibile.

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: