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SUICIDE TUESDAY, di Francesco Leto (uno stralcio del libro)

marzo 26, 2013

Suicide tuesdayIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo SUICIDE TUESDAY, di Francesco Leto (Giulio Perrone editore, 2013)

La scheda del libro
Suicide Tuesday è l’espressione inglese che indica la condizione di profonda angoscia che arriva dopo un weekend all’insegna di droghe e alcol. L’euforia del sabato sera va in calo: la domenica passa nel tentativo di smaltire i postumi, il lunedì si passa a uno stato di stanchezza mentale che sfocia in apatia, poi, nelle 24 ore successive questo stato si amplifica fino a trasformarsi in depressione. La depressione, in alcuni casi, porta al suicidio.
Questo affascinante romanzo d’esordio racconta il fine settimana dei tre protagonisti e li accompagna fino al martedì: tre giornate in cui Sergio, Matteo e Giulia vanno incontro alle proprie paure per affrontarle, finalmente, di petto.
Le loro storie, che in apparenza sono distanti, finiscono per intrecciarsi perché Sergio e Giulia rispondono all’annuncio di Matteo che cerca volti da ritrarre per la sua prossima mostra fotografica.
Tre esistenze con i loro effetti collaterali che si ritrovano per motivi totalmente imprevisti, come è la vita, di fronte l’obiettivo della zenit 11 di Matteo, che affiorare i segreti che li angosciano da sempre.

* * *

Da SUICIDE TUESDAY, di Francesco Leto

Giulia

[…] Oggi il bar è un via vai di colazioni: tè, toast, zucchero, marmellata, croissant, cappuccini. Quell’uomo all’angolo sembra essere di buon umore. Legge il giornale, sorseggia un caffè. Alterna a ogni pagina un lungo sorso. Ripone la tazzina e riprende a far funzionare i polpastrelli. Al mio tavolo a farmi compagnia solo una zuccheriera e una fetta di torta che qualcuno ha dimenticato di finire. La accoltello ai lati affondandoci la lama ripetutamente. A destra. A sinistra. E poi di nuovo al centro. Sull’altra sedia, vuota, la borsa, unica testimone delle mie efferatezze. Da una delle tasche spunta la felpa col cappuccio di Alessandro. Me l’ha prestata ieri sera quando abbiamo deciso di farci un giro in motorino ed era troppo freddo per salirci solo con la maglietta. Ne lascia sempre una di riserva nel bauletto dello scooter in caso di emergenza. Gli piace chiacchierare, soprattutto prima di cena, in sella al suo motorino: l’aria che gli sbatte in faccia, il casco in testa, le pause ai semafori. Ti racconta cosa ha fatto montando i pezzi come la sceneggiatura di un film. Ha un vero talento per la narrazione e sembra sempre che le sue storie siano frutto della sua fervida fantasia. E forse un po’ lo sono, perché non si ricorda mai se a Martina ha poi chiesto di uscire per quella birra oppure no. «Glielo volevo chiedere ma poi non mi ricordo se l’ho fatto. Vabbe’» e con un gesto della mano, lo stesso con cui si lancia una cartaccia in un cestino, si sbarazza di quel dubbio e riprende da dove ha interrotto. Che deve preparare l’ultimo esame di Sviluppo e Cooperazione Internazionale e poi vuole partire pure lui come Claudia. «Magari solo per un anno. Qui dopo che ti sei fatto il culo per prenderti una laurea, se trovi un lavoro a mille euro al mese puoi ritenerti fortunato. Poi se riesci a fare quello per cui hai studiato è come se hai vinto al super enalotto». Lo stringo forte, mi sembra già di sentire la sua mancanza. La casa si svuoterà, i poster andranno via dai muri per seguire il legittimo proprietario; libri, cd, sciarpe, scarpe e berretti lasciati in giro, sulla poltrona, in cucina, ogni angolo un piccolo guardaroba. E poi le docce bollenti, il fumo che esce dalla porta e si propaga per tutta casa, mentre a squarciagola canta impugnando il braccio della doccia come un microfono.
Tutti vanno via, lontano. Io invece rimango qui, anche se nulla mi lega veramente a questa città. Un lavoro, un fidanzato, gli amici ormai in diaspora. La famiglia rimane l’unico legame che ancora non ha deciso di trasferirsi altrove. Forse ha proprio ragione mia madre quando dice che anch’io dovrei partire, fare un master all’estero, imparare bene l’inglese e lavorare per una grande multinazionale, con le ferie pagate e l’assicurazione sanitaria che copre tutto. Eppure la sola idea di riempire gli scatoloni con tutte le mie cose e abbandonare chissà chi, da un giorno all’altro, mi convince a rimanere, ancora un altro po’. Ora gli mando un sms, per ricordargli che la felpa ce l’ho io e non devo scordarmi una faccina con un sorriso, due punti e parentesi tonda, a lui piace riceverne almeno una al giorno, come fosse la sua personale cura contro il malumore.
«Ciao come stai? Che ti porto? Il solito macchiato?» è lì col piccolo taccuino su cui prende le ordinazioni. Si sbilancia verso di me con una leggera flessione del collo, i ricci larghi fanno ombra sul tavolino. «Bene grazie. Sì grazie». Non riesco a formulare frasi articolate, qualcosa che somigli a un inizio di conversazione. Al tavolo accanto una donna sulla cinquantina, carnagione chiara, capelli castani. Ordina sempre un caffè d’orzo, si siede e tira fuori fogli bianchi da disegno su cui fa scorrere la matita a carboncino con cui riproduce i particolari di uno sguardo, un sorriso, un sopracciglio come se si esercitasse prima di passare a disegnare un volto completo. È lì quasi ogni giorno, come me. Avrà capito che mi piace tanto il ragazzo del bar: ogni volta che ordino il caffè lei sembra ridere sotto i baffi, che non ha. Ma l’hai capito o no che mi piaci? Mi piaci tanto, anzi tantissimo. Una mattina in cui troverò il coraggio glielo dirò quando si avvicina e mi chiede se voglio il solito caffè. Andiamo via, Ma sto lavorando, Dai chi se ne frega, Vabbe’ andiamocene, e così si slaccia quel mezzo grembiule blu e mi tira per un braccio come se dovessimo correre veloci prima che il titolare si accorga che è sparito il barista.
«Ecco il tuo caffè» arriva col vassoio e un sorriso largo dove puoi appendere il bucato di un’intera settimana.
«Grazie mille»
«Ma scusami mi dici il tuo nome? Vieni qui tutti i giorni
e ancora non so come ti chiami» abbraccia il vassoio
senza tazzine, stringendolo forte al petto come fosse uno
scudo.
«Mi chiamo Giulia»

(Riproduzione riservata)

© Giulio Perrone editore

* * *

Francesco Leto: è nato in Calabria, ha 29 anni. Ha studiato storia medievale al King’s College di Londra e ha fatto un master in Legal and Political Studies alla University College of London (UCL).
Tornato in Italia ha vissuto qualche anno a Roma e oggi vive e lavora a Bologna. Suicide Tuesday è il suo primo romanzo.

© Letteratitudine

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