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ELSA MORANTE E “LA STORIA”

marzo 29, 2013

ELSA MORANTE E “LA STORIA”

di Simona Lo Iacono

A volte, li culla. Li ravvolge in fasce. Li guarda trasognata accarezzandoli sul dorso. Non sono figli. Sono libri, ma Elsa Morante non fa alcuna differenza. I figli – come i libri – maturano dolorosamente nel ventre. Costringono a misurarti con la finitezza del tuo destino e con l’eredità da lasciare. Per questo gli riserva le cantilene della notte o i dondolii delle ninne. Specie negli ultimi anni, ormai costretta a letto da una frattura al femore da cui non si è più ripresa, Elsa vi si rannicchia sopra, ci soffia, immagina che il fiato sollevi un ricciolo da una testina canuta. Quando vede invece che a vibrare sono le pagine, sospira, torna alla scrittura, lascia che a parlare di madri sia, ancora una volta, un suo romanzo. Non ha fatto altro in tutti questi anni. Rievocare quel nodo intimo e radicato tra il corpo di chi dà la vita e di chi la riceve, in uno scambio che pare il lascito di un reduce a un altro reduce, e di un moribondo a un altro moribondo. Ha dedicato tutta la vita a decifrare quel mistero, a partire dalla propria nascita, con la quale è venuta a patti solo adesso che la vecchiaia le restituisce una pietosa dolcezza verso le cose umane. Figlia di Irma Poggibonsi e di Francesco Lo Monaco, Elsa crebbe tuttavia in casa del padre anagrafico, Augusto Morante. Un’infanzia venata da irrequietezza e ambivalenza, per quella diversità che la faceva figlia di due padri anche se inserita in una famiglia in apparenza tradizionale. Di questa inquietudine resta traccia in ogni suo libro. Già nel “L’isola di Arturo” aveva narrato la solitudine dell’infanzia, le incertezze, le fragilità del cuore. Ne “La storia”, questo assillo si impasta con la coscienza della inevitabile soggezione degli uomini agli eventi, alle barbarie del destino, alle oscenità del potere. Ne pagano le conseguenze i deboli, i miti, gli innocenti. Come il piccolo Useppe, frutto di una violenza, eppure venuto al mondo per dare gioia. E come la madre Ida, scossa dal terrore che le sue origini ebree vengano a galla, vergognosa quando dà alla luce un figlio del peccato, a cui – comunque – vota la sua esistenza. Ed è in questa apparente contraddizione (un figlio portatore di bene anche se generato nel male), che Elsa Morante consegna ai posteri il significato della Storia. Uno scandalo, che irrompe come i flagelli biblici e che colpisce “gli ultimi”. E che tuttavia non è in grado di annullare la sacralità della madre nè il segreto di ogni nascita. La maternità, dunque, controbilancia lo stupro della Storia. Perché è gratuità, amore. Anche se – come si legge nell’epigrafe che apre il romanzo :“Non c’è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte” (Da un sopravvissuto di Hiroshima).

[articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”]

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