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ANNA MARIA ORTESE, dal deserto al mare che non bagna Napoli

aprile 2, 2013

ANNA MARIA ORTESE, dal deserto al mare che non bagna Napoli

di Simona Lo Iacono

Aveva iniziato a Tripoli.
Passeggiate a filo di sabbia, nei deserti circostanti, in cui affondava i piedi, sprofondando nell’anima della terra. Il sole colava a picco, ed era una condizione perenne, quella del corpo che agonizzava per il caldo, senza rimedio.
Ma già lì, una misteriosa armonia le si era rivelata. Il tutto. Fatto di segrete assonanze col niente. E con lei. E con gli altri. Con l’eterno trasmutare delle cose. Come se il gigante di sabbia che attraversava, fosse un dio addormentato che le rivelava la sostanza dell’universo.
Era il 1925. Anna Maria Ortese si era trasferita in Africa con la famiglia. Il padre, Oreste, impiegato governativo, aveva portato con sé la moglie e i figli, come altri illuso dall’avventura coloniale.
Ma era durato poco. Già nel 1928 erano tutti a Napoli, e Anna aveva dovuto abbandonare gli studi, si era data a un peregrinare che, dal deserto, si era trasferito ai quartieri popolosi e gloglottanti, in cui la parlata dei napoletani, le goliardie e le scugnizzate, si alternavano a ingegnosi strappi alla sfortuna, a trovate mascalzone per ribaltare la sorte.
E Napoli le è entrata nel sangue.
Come l’aria d’Africa le era circolata in corpo, con le sue strade, con il suo porto sormontato dal pennacchio fumoso del Vesuvio, con la malia maledetta e benedetta della sua gente.
Ci tornerà nel 1948, dopo avere percorso tutta la penisola ferita dai bombardamenti, sepolta sotto le macerie. Martoriata.
Qui, trasferitasi nella vecchia casa di famiglia ormai dissestata e abitata dagli sfollati, Anna aveva continuato il suo girovagare.
E aveva sentito gli odori dei bassi, l’acro delle muffe millenarie spiranti dalle vie, il tanfo degli aliti morsi dalla fame. Napoli le stava davanti come un morto parlante, che sovrapponeva alla percezione dell’ armonia vissuta nel deserto, sentori di fine, di spaesamento, di paura.
Ne era nato : “Il mare non bagna Napoli”, una raccolta di racconti che le varrà la critica di essere “contro Napoli”, nemica delle sue atmosfere, contestatrice della sua sofferenza. E che la costringerà a lasciare la città e a ritornare ai suoi pellegrinaggi per l’Italia.
Ancora in tarda età, pur avendo dato alle stampe libri indimenticabili e pur avendo vinto il premio Strega, Napoli resterà la sua nostalgia non sanata, l’ultimo – pietoso – sguardo sul mondo.
O – anche – un accesso segreto alla contemplazione del dolore umano, proprio come il deserto era stato un modo per comprendere la palpitante affinità dell’uomo con l’interezza del cosmo, con la sua circolarità fatta di eterni cambiamenti. Diceva: “ Invecchiamo in una specie di ritorno senza fine alla luce dell’infanzia. Morremo. Che importa? Torneremo, come tutto”.

[articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”]

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