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CARTAGENA. Gli ultimi della Tortuga – di Valerio Evangelisti (uno stralcio del libro)

aprile 4, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo “CARTAGENA. Gli ultimi della Tortuga” di Valerio Evangelisti (Mondadori)

La scheda del libro
Nel 1697 Luigi XIV è impegnato nell’ennesima guerra, detta dei Nove Anni. Per rimpinguare le casse ormai vuote del regno, decide di inviare una flotta imponente contro Cartagena, nell’attuale Colombia. L’ammiraglio De Pointis, per navigare i Caraibi, ha però bisogno dell’ausilio della Filibusta. Solo che la Tortuga è stata abbandonata, e i Fratelli della Costa superstiti si sono sparsi sulle montagne dell’isola di Hispaniola. Chi riesce a radunarli è il governatore Ducasse, ex negriero, gran farabutto ma d’animo per certi versi nobile, avventuriero impavido. Martin d’Orlhac è stato ladro, poi soldato, e infine è divenuto il braccio destro di De Pointis. Fatto imbarcare con i pirati, assiste con progressiva simpatia alla vita libera e feroce di costoro. La presa di Cartagena vedrà crescere la tensione tra il nobile De Pointis e il plebeo Ducasse, tra Fratelli della Costa ed esercito regolare; fino all’aperta ribellione dei filibustieri contro l’arroganza di un’aristocrazia che persino in Francia comincia a essere messa in discussione. Sarà l’ultimo atto della confraternita di fuorilegge che sull’isola della Tortuga aveva preso forma e terrorizzato i Caraibi per quasi cinquant’anni. Pochi mesi dopo la conquista di Cartagena le grandi potenze firmeranno un trattato di pace e si impegneranno, di comune accordo, a combattere la pirateria.

* * *

Dal romanzo “CARTAGENA. Gli ultimi della Tortuga” di Valerio Evangelisti (Mondadori)

LA MONTAGNA DEI PIRATI

Martin d’Orlhac aveva il fiatone. La montagna era ripida, il calore quasi insopportabile. La vegetazione, per quanto foltissima, offriva un riparo insufficiente. Invidiava il padre Jean-Baptiste Le Pers che, avvezzo a quei climi, percorreva il sentiero con disinvoltura, tenendo alta la tonaca nera e riuscendo a schivare i sassi troppo grossi o troppo arrotondati.
«Manca molto?» gli chiese.
«Credo di no» rispose il religioso. «Vedrete che prima o poi si faranno vivi loro. Li sentiremo arrivare dall’abbaiare dei cani.»
«Cani?»
«Sì. Ogni bucaniere ne ha un bel branco, da cui si separa solo se va per mare.»
«E i filibustieri?»
«Quelli li vedremo dopo, immagino. Nei boschi è più probabile che ci imbattiamo nei bucanieri.» Le Pers rise. «Vedrete che gente cordiale!»
Continuarono a salire. D’Orlhac – il cui cognome vero era Dorlhac, nobilitato per adeguarlo al rango di ufficiale – si chiedeva come il gesuita, grasso al punto da essere quasi obeso, potesse essere così agile. Sapeva che viveva da anni nell’isola di Hispaniola, e che lì il barone de Pointis lo aveva cercato e scovato, per la nota familiarità dell’abate con i filibustieri fedeli alla Francia. Ma gran parte di Hispaniola era ben più percorribile di quel selvaggio lembo di Saint-Domingue, la porzione francese, e non c’erano alte vette da scalare. Eppure Le Pers sembrava conoscere perfettamente il terreno, come se gli fosse familiare. Trovava sentieri nascosti, intuiva dove era meglio guadare i ruscelli.
Alla fine disse al frate: «Sembrate di casa, qui.»
Le Pers rise, finalmente con una traccia di affanno. «Ci sono venuto diverse volte, sulla Montagne Terrible. Non avete idea di dove mi è toccato andare, a portare la parola di Dio.»
«Questa salita sembra non finire mai.»
«State tranquillo. Siamo vicini. Non vedete?»
Il domenicano indicava alcune carcasse vuote di tartaruga marina sparse nel sottobosco. Era impossibile che quegli animali salissero a una tale altezza. Qualcuno doveva averli catturati sulla spiaggia e portati fin lì per cibarsene. La carne delle tartarughe di mare era una prelibatezza. Anche le uova, avvolte in un involucro morbido ma consistenti nel tuorlo, attiravano i buongustai.
Erano numerose le piante di manioca, usate nella cucina isolana in mille maniere. Troppo folte, per essere frutto di disseminazione spontanea. La cima della montagna era abitata, non c’era dubbio. Lo avevano già fatto capire le profumatissime coltivazioni di alloro incontrate in prossimità della spiaggia. Venivano dalla Spagna, non erano vegetazione locale. Invece lo erano gli alberi contorti, di specie ignota, tra cui si stavano aggirando. Molto più aggrovigliati delle palme che crescevano sulla riva e sui primi pendii.
I latrati scoppiarono a un tratto e li fecero trasalire. Fra tronchi ricoperti di gelsomini – segno che non sempre, lassù, la temperatura era tanto elevata – apparvero cani enormi e schiumanti, tenuti per il collare dai loro padroni. Questi non erano, a un primo sguardo, molto distinguibili dai loro animali. Si trattava di uomini vestiti di pellicce ancora incrostate di sangue rappreso, con ampi berretti a cono, barbe incolte e capelli lunghissimi.
«Eccoli, i bucanieri» disse Le Pers. Alzò le braccia e avanzò verso quei mezzi selvaggi. «Salve, amici! Sono il padre Jean-Baptiste Le Pers, gesuita! Qualcuno di voi parla bene la mia lingua?»
Cartagena. Gli ultimi della TortugaI bucanieri si arrestarono, ma sulle prime nessuno rispose. Alle loro spalle erano comparsi degli schiavi, sia neri che bianchi. Trasportavano dei fucili di lunghezza inverosimile, quasi delle colubrine dotate di manico e più sottili della norma. Ognuno reggeva la forcella necessaria a puntare l’arma.
I cani si calmarono. Un bucaniere parlò, in un francese antiquato, zeppo di parole e locuzioni di cui, nella madrepatria, si era perso l’uso. Era un individuo di apparenza brutale quanto quella dei compagni, ma sotto la zazzera brillavano occhi neri e intelligenti. Appeso alla cintura aveva uno sciabolotto. Due pistole gli pendevano dal petto, appese a una cordella di cuoio.
«Vi aspettavamo, padre Le Pers. Il governatore Ducasse ci aveva fatto avvertire della vostra visita. Siamo qui per accompagnarvi (disse vous adextrer) all’accampamento. Il capitano Godefroy si trova con i suoi uomini oltre questo boschetto (disse bosquetel). Ma chi è l’uomo magro che è con voi?»
Indicava D’Orlhac. Le Pers spiegò: «E’ Martin D’Orlhac, ufficiale al servizio del signor barone de Pointis.»
«Dovrebbe mangiare di più.» Il bucaniere accompagnò l’osservazione con una smorfia di scarsa stima. Evidentemente giudicava gli uomini anche secondo la loro stazza. «Seguitemi.»
I cani, forse degli alani di Spagna contaminati da accoppiamenti imprevedibili, avevano smesso di latrare. Il cammino fu breve, benché tortuoso. In prossimità della vetta si apriva una radura. Attorno a una sorgente gorgogliante erano state erette molte capanne, di varie dimensioni. Tra esse si aggiravano donne indigene, circondate da torme di bambini. Forse erano le spose dei filibustieri. Questi ultimi non erano in vista, e nemmeno altri bucanieri. Martin suppose che fossero a caccia lungo il dorso della montagna. Qui e là erano disposti dei cannoni, con monticelli di palle ai piedi dell’affusto.
Dalla baracca più ampia e pretenziosa, con tetto di foglie di palma e pareti di assi di legno, uscì sbadigliando un uomo piccolo e grasso. Vestiva con uno sfarzo che persino molti gentiluomini europei, e forse Luigi XIV in persona, avrebbero trovato esagerato. Un tricorno adorno di un fitto piumaggio multicolore gli copriva la parrucca, così lunga da arrivargli alla vita. La marsina che indossava splendeva di ricami d’oro e d’argento, mentre il gilet riluceva di smeraldi. Le brache erano di velluto verde. Solo le armi – assieme al viso tondo e volgare – facevano capire la sostanza di quella mascherata. Una sciabola tozza al fianco, che nessun grande di Spagna avrebbe mai portato. Una pistola di grosse dimensioni appesa al collo, a mo’ di ciondolo. Dovevano avere avuto la loro parte nel procurare al personaggio vesti così ricche.
«Buongiorno, capitano Godefroy!» lo salutò Le Pers, con voce allegra.

(Riproduzione riservata)

© Mondadori

Valerio Evangelisti (Bologna 1952), dopo aver pubblicato volumi e saggi di storia, si è dedicato interamente alla narrativa. Nel 1994 è uscito il suo primo romanzo, Nicolas Eymerich, inquisitore, vincitore del Premio Urania. Sono seguiti Le catene di Eymerich (1995), Il corpo e il sangue di Eymerich (1996), Il mistero dell’inquisitore Eymerich (1996), Cherudek (1997), Picatrix, la scala per l’inferno (1998), Metallo urlante (1998), i tre volumi di Magus. Il romanzo di Nostradamus (1999), Il castello di Eymerich (2001), Mater Terribilis (2002), Black Flag (2002), Antracite (2003), Noi saremo tutto (2004), Il collare di fuoco (2005), Il collare spezzato (2006), La luce di Orione (2007), Controinsurrezioni (2008, con Antonio Moresco), Tortuga (2008), Acque oscure (2009), Veracruz (2009), Rex tremendae maiestatis (2010) e Cartagena. Gli ultimi giorni della Tortuga (2012). È tradotto in una quindicina di lingue e ha vinto nel 1998 il Grand Prix de l’Imaginaire, nel 1999 il Prix Tour Eiffel e, nel 2000, il prestigioso Prix Italia per la fiction radiofonica. È direttore editoriale della e-zine Carmilla.

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