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NIENTE STOFFE LEGGERE, di Domenico Calcaterra

aprile 9, 2013

http://cache.smashwire.com/bookCovers/dddbfc1acf9e4eb7921dbb20510bbf028060914bPubblichiamo, in anteprima per Letteratitudine, uno stralcio tratto dal volume NIENTE STOFFE LEGGERE, di Domenico Calcaterra (Priamo edizioni). Il volume è un saggio che contiene anche alcuni “contributi” pubblicati su Letteratitudine (tra cui due articoli dedicati alla memoria di Consolo e di Perriera).

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da NIENTE STOFFE LEGGERE, di Domenico Calcaterra (Priamo edizioni)

La missione dell’arte non è di copiare la natura ma di esprimerla!

(Capolavoro sconosciuto, Balzac)

Fuga dalla critica

Il catalano Pere Borrell del Caso è certamente pittore poco conosciuto. Diverso destino ha invece incontrato un suo dipinto, Huyendo de la crítica (1874), tra gli esempi più famosi e suggestivi di pittura d’illusione; al punto d’esser stato scelto, qualche anno fa, come biglietto da visita per una bella esposizione che celebrava le meraviglie del trompe-l’œil, a Palazzo Strozzi in Firenze. Il tema è quello, assai sperimentato, dell’intrigante rapporto fra raffigurazione e spazio reale. Borrell ritrae infatti un ragazzo scamiciato e ribelle nell’atto di scavalcare la cornice del quadro entro il quale appare confinato: con uno sguardo tra lo sgomento e l’atterrito (horror vacui?), si slancia verso la vera realtà, lo spazio dell’osservatore. A rendere quest’icona, di per sé eloquente, ancor più singolare, contribuendone ad intensificarne il riverbero di senso, appunto l’ironico titolo – «fuga dalla critica» – che fa esplicito riferimento a un destino di plausibile evasione. Titolo, si badi, per nulla accessorio. E mi sovvengono quei versi dell’Ungaretti di Soldati: «si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie» – i quali, orfani del supplementare indizio del titolo che tutti conosciamo, ad ancorarli allo specifico d’una condizione storico-esistenziale, non avrebbero eguale forza. Lo stesso accade più o meno con quest’opera, dove il connubio tra immagine e didascalia cattura, si offre come stimolante punto di partenza a innescare una riflessione sul ruolo legittimo e ancora attuale della critica oggi, e della critica letteraria in particolare.
Nell’intenzione dell’autore pensata come icastica metafora dell’arte, stanca di sottostare al giogo degli squartamenti, l’opera si potrebbe modernamente intendere come esibita rivendicazione, per essa e il suo commento, di piena cittadinanza, anche nella vita.
In fuga, da chi e da cosa, dunque? Dagli asettici notomizzatori, i verificatori in camice, gli ordinati compilatori di referti; dal lazzaretto parassitario degli specialismi, dai gelidi pirotecnici furori filologici, dagli ottusi scienziati di professione. Epperò: verso dove? Di quale tensione è pregno quel perentorio accenno di potenziale e dinamico scatto, prima ancora che esso si compia?
Il desiderio fortissimo di un ricongiungimento, l’appassionato bisogno di ritornare alla vita; volontà di strappare l’arte, la letteratura, dal proprio orto concluso, in apparenza autoreferenziale, restituirla all’endogeno magma che l’ha generata. Non ho mai smesso di pensare l’attività del critico nei termini di un simile e decisivo tentativo di risalire la corrente: «rifare la strada» – ha scritto da qualche parte Debenedetti. Vissuta come atto di fede “protestante”, la critica rivendica le ragioni della letteratura che sono, in uno, quelle della vita. Di più: si fa levatrice, come scrisse Michele Perriera, in quel libro di ariosa e intima verità condivisa che è La spola infinita (1995), d’una speciale «reincarnazione delle forme», redivive nelle «nostre attese non di letterati ma di esseri umani».

Dalla pagina al mondo, dal mondo alla scrittura: una prospettiva pendolare, che s’ingegna a tenere insieme due orizzonti (a prima vista inconciliabili) sotto un unico sguardo; a colmare, vivendolo, con un triplo salto mortale, il fecondo choc di vincere la paura e compiere quel salutare balzo nel vuoto (si rammenti l’espressione di curiosità raggelata del giovane ribelle di Borrell), al centro d’una realtà – la nostra, anche personale – ribollente e perennemente sotto costruzione. Come a dire che la critica, in ultimo, scaturisce da una fondamentale mancanza, un cronico deficit di cognizione. Somiglia, nel suo paradossale spazio d’esistenza, ad un allontanarsi per entrare in maggiore intimità, a un fuggire per ritornare. È perciò su quella soglia, spinti appena un passo fuori dalla distanziante cornice, che si consuma l’empatica frizione che ci dispone, in maniera diversa, verso noi stessi e l’altro da sé. Lasciandoci abitare, poco importa se un’enclave di sogno o di concretezza, d’evasione o di responsabilità. Ché altrimenti, come ha ricordato di recente Filippo La Porta in un suo articolo, quando non si produce quell’attrito «tutto svapora». Il miracolo che il critico accoglie, quando esso si compia, sta tutto qui. Tanto che si potrebbe parlare del palesarsi intermittente d’una verità particolare che viene a risvegliare la nostra percezione. Nel convergere di idee e destini, visioni del mondo e stili di vita (è ancora La Porta a farci da ventriloquo). Per dirla con il Proust de Il tempo ritrovato, è questo il solo modo di rintracciare «la vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata».
Rimane pur tuttavia un ricercare che ha il sapore dello scostare il velo, scrollarsi di dosso la polvere dalla propria esistenza. Che assume la cifra impareggiabile d’una inconfessata necessità d’autobiografica auscultazione, fedele al solo metodo possibile: il non tenerne, per partito preso, alcuno. Inforcando le lenti, quanto si vuole deformanti e irrinunciabili, dell’immaginazione e dello stile. Si tratta di un’esperienza che, fiduciosa, sorge ad assecondare un soggettivo bisogno. Seppur in potenza anarchico, un soggettivismo comunque sempre incapace di misconoscere un certo rigore (si veda alla voce giudizio di gusto o di valore), scartando, come il Lousteau delle Illusioni perdute di Balzac, tra le stoffe della letteratura quelle meno resistenti, giacché «la critica è una spazzola che non si può usare sulle stoffe leggere, o si porterebbe via tutto». L’equilibristico aggirarsi al confine estremo tra passione e analisi: sta qui, forse, il punto di massimo distanziamento del critico puro dal puro scrittore.

(Riproduzione riservata)

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