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LE INCOMPIUTE SMORFIE, di Vladimir Di Prima

aprile 12, 2013

LE INCOMPIUTE SMORFIE, di Vladimir Di Prima

di Massimo Maugeri

Sono molto felice di dare spazio al nuovo romanzo di Vladimir Di Prima, autore che stimo e a cui sono legato a “doppio filo” (anche perché abbiamo iniziato insieme il nostro cammino letterario partendo dalla casa editrice Prova d’Autore). E sono altrettanto lieto che questo libro esca nell’ambito del progetto editoriale di Priamo edizioni.
Di seguito: una scheda del libro, il book trailer e uno stralcio.

Ma prima, una chiacchierata con l’autore…

– Partiamo dal titolo, Vladimir: perché “Le Incompiute Smorfie”?
Mi capita spesso di sparare a salve, di avere cioè titoli folgoranti e di non riuscire poi a scriverci una storia intorno. Per tutti i romanzi che ho pubblicato finora è successo esattamente il contrario. Scrivevo, scrivevo, e poi, soltanto alla fine, con inenarrabili difficoltà, riuscivo a trovare un titolo che vestisse appieno il senso di ciò che avevo raccontato. Inizialmente questo mio nuovo romanzo ha faticato non poco prima di trovare un nome. Tutte le volte c’era qualcosa che non mi convinceva. E quando la sensazione è ripetuta è meglio attendere che sia il caso a fornire il suggerimento giusto. Così una sera, mentre riordinavo vecchi quaderni di nonna, trovai questa meravigliosa parola, “smorfia”, scritta a stampatello al centro di un foglio. Confessarti che mi si aprì un universo è poco. C’era tutto in quelle sette lettere. Sì, va bene, e poi? Non potevo certo intitolare un romanzo “la smorfia”. Avrei finito col fare la fine di Pizzuto, che quando pubblicò il suo “Ravenna” ebbero l’ardire di scambiarlo per una guida turistica. Occorreva dunque un aggettivo adeguato, un aggettivo che consacrasse la bellezza del sostantivo e lo nutrisse. Nel romanzo la maggior parte delle figure femminili ha il vizio del fumo. Allora mi sono chiesto: com’è la smorfia di una donna quando fuma? Distratta, pensierosa, truce, malinconica, sensuale. No, c’è dell’altro. C’è qualcosa di ineffabile, un’incompiutezza. Ecco, sono incompiute, sono proprio così: le smorfie incompiute. Un attimo, suona male, è piatto, dice poco. Ho invertito le due parole ed è nato il miglior titolo che avessi potuto scegliere per quest’opera.

– Che relazione c’è tra questo libro e i tuoi precedenti?
Si dice che uno scrittore finisca sempre con lo scrivere lo stesso romanzo. In parte è una verità di cui farei volentieri a meno. In parte la cosa mi affascina perché nella riformulazione dei concetti c’è sempre una scoperta. Nel mio romanzo di esordio, “Gli Ansiatici”, raccontavo la noia della gioventù di un paese meridionale attraverso un linguaggio paradossalmente ossimorico rispetto alla noia stessa. Invenzioni gergali, regioletti e utilizzo arbitrario della sintassi mi furono di grande aiuto oltre che forieri di impensabili divertimenti. Con “Facciamo Silenzio” ho esplorato invece l’aspetto dell’incomunicabilità e della solitudine. Temi che conservano una loro certa fondatezza nell’assenza di religioni sociali forti. Considero “le incompiute smorfie” il mio romanzo più maturo; con questo non ho la pretesa di definire un nuovo genere letterario che potremmo scherzosamente chiamare “smoking fetish”, però ritengo di aver dato un piccolo contributo a un modo di fare letteratura che rappresenti la metafora di una società sempre più malata e feticista.

– Nella scheda del libro Emanuele Pettener, che ne ha curato l’editing, sostiene che ogni paragrafo di questo romanzo “è un quadro”. Sei d’accordo?
Come non essere d’accordo con Emanuele Pettener? Quando mi scrisse in una bellissima lettera che il mio romanzo era una visita al Louvre mi provocò emozioni sconfinate; rividi davvero i miei personaggi muoversi dentro un quadro, rividi la vernice e rividi le pennellate, anche quelle che credevo di aver sbagliato e che invece erano giuste. Più di ieri, credo che oggi la scrittura debba prendere spunto dall’immagine per tenere il passo coi tempi. E per farlo deve sorprendere attraverso l’unica arma a sua disposizione: la parola. Una parola che non deve essere castrata o vilipesa – o peggio ancora evitata – ma espansa a ragione delle sue infinite possibilità.

In bocca al lupo a Vladimir Di Prima.

* * *

La scheda del libro

Manhattan, Lincoln Center. Un noto artista italiano è stato invitato negli Stati Uniti a sostenere una pubblica intervista in cui, per la prima volta, si decide a raccontare gli aspetti più oscuri e inconfessati della sua vita prima che essa volga inaspettatamente al successo. Qui rivela una stranissima infanzia, due genitori ancor più strani e l’incontro chiave con un sacerdote, Padre Nator. Con questi condivide una morbosa ossessione, che solo dopo una serie di macabre peripezie riesce a sublimare nell’arte che l’ha condotto alla fama. Quando però sta per esaurire il suo racconto ha come un improvviso cedimento: cosa si nasconde nel Lincoln Center?


Con grande soddisfazione Priamo annuncia l’uscita della terza opera edita. Si tratta de Le Incompiute Smorfie di Vladimir Di Prima, un romanzo scintillante affollato di sensazioni, di sentimenti e di conoscenze, un’impagabile foresta di colori e di suoni in cui i minimi elementi rivelano la compattezza di una visione unica.
Secondo Emanuele Pettener, che ne ha curato l’editing, ogni paragrafo di questo romanzo “è un quadro, e per questo non è un romanzo ma una visita al Louvre. Per chi ama la lingua, questo testo è un divertimento pazzesco. Per chi ama la scrittura come vertiginoso gioco di incastri e infinite magie, questo è un testo da cui ci si ispira a da cui si ruba a piene mani. Così è stato per me: mi sento artisticamente rivitalizzato da questo testo, ho voglia di scrivere, ho voglia di condividerlo e urlare: guardate, amici telespettatori!”
Forse per queste stesse ragioni, scrive ancora Pettener, “è un romanzo che probabilmente nessun editore pubblicherebbe oggi – tranne Priamo, il che mi rende doppiamente orgoglioso. Attenzione, però, non perché sia illeggibile come l’Ulisse o richieda pazienza erudita come Proust o abbia una sua pesantezza teutonica come Mann. E’ un testo leggerissimo! E’ divertente! Ma necessita lentezza.

Lentezza e attenzione e amore sviscerato per la lingua. Robe rare oggi, non c’è tempo, siamo distratti da tutto, e non c’è educazione al bello.”

* * *

Dal romanzo LE INCOMPIUTE SMORFIE, di Vladimir Di Prima

Accanto al nobiliare palazzo dove abitavamo, al di qua di un muro chiuso da un cancello in ferro battuto, che sulla spinta delle colonne laterali portava in cielo la bocca ruggente di due leoni di gesso, c’era una villa disabitata di un solo piano, con un massicciato di ghiaia e una rigogliosa buganvillea che ne ricopriva per intero la facciata sul prospetto del viale. A motivo di un antico gusto decorativo, vi era poi, quasi spostata sulla sinistra, una fontana da giardino la cui armonia scultorea si scontrava col tempo della sua inoperosità, tant’erano i beccucci dell’acqua incalcinati di una polverina bianca e la superficie della Venere pezzata di barbusa secca.
Una mattina di luglio – prossimo a compiere quattordici anni – sotto il sole che calava a picco tracciando macchie di arsura intorno alle campagne lontane, sentii dalla mia camera uno sciame di persone addensarsi sulla strada. Uso impropriamente la parola sciame non per fare dispetto a quella classe di insetti che si fingerebbe umana per vanto intellettuale, bensì nella chiara impossibilità di trovare un corrispettivo efficace attraverso il quale descrivere la sensazione di fermento, ma anche di eccitazione, da cui fui destato.
Mia madre quell’anno era andata anzitempo in pensione e sgranocchiava grissini lavorando a maglia tutto il giorno; l’ambulante bandiva portentose melanzane senza profumo e peperoni che sembravano involucri di plastica variamente colorati; le lancette dell’orologio in salotto scandivano il tempo con rintocchi secchi e impolverati.
Incuriosito da quanto stava accadendo, trovai nascondiglio fra il davanzale e la persiana; da lì, infatti, mi sarebbe stato possibile spiare di sotto senza correre il rischio di essere visto.
Vorrei così soffermarmi a descrivervi l’apprensione, il cuore che in gola si ostinava a tornare a galla come un pallone spinto verso l’abisso, ma la vecchiezza del ricordo, sebbene ancora lucida e non mutila di premurosi dettagli, mi nega la stessa reattività di allora. Proverò dunque a farvi una cronaca dei fatti, la più fedele e veritiera possibile di cui io stesso sia capace.

Fra i tanti operai indaffarati a scaricare scatole e pacchi di varia misura indugiai su una donna che fumava. Giacchettina a maniche corte, pantalone stretto in vita, un copricapo: l’elegante signora, il cui candore dell’abito ne ampliava le forme nella varietà che offre la carne quando abbonda senza sfigurare, scopriva appena un ciuffo di capelli che le balzava fuori dalla fronte come una fiaccola accesa; chiome rosse e ardenti, ma non sul tono sbiadito di certe irlandesi lentigginose, piuttosto su quello bruno e denso del sangue quando sgorga dal gozzo dei vitelli e raggruma nelle pozze del macello. Una piccola borsa di pelle di rettile, la cui cinghia cromata le scendeva da una spalla sino al fianco opposto, sfiorando i seni con delicatezza d’ala, pareva un lucchetto protettivo del ventre; i tacchi a collo d’imbuto ne alzavano il personale sulla schiena, dandole una postura da comandante. Le mancava solo un frustino, o qualche accessorio militare che ne avesse potuto corroborare l’autorità; tuttavia vi garantisco che la sigaretta, com’era scambiata fra dita e bocca, avrebbe ammansito una legione di sbavanti guardoni.
Quando la donna volse il capo in alto, mirando agli intarsi barocchi delle nostre balaustre, ebbi a sentirmi molle sulle gambe. Credevo si fosse accorta di me che la spiavo, perché i suoi occhi a bocca di cannone puntavano dritti sulle stecche dell’imposta; e non si muovevano, non si staccavano, ma la fissavano severi mentre il suo labbro imporporato storceva e ancora storceva l’estremità arancione della sigaretta. Rimasi allora fermo, immobile come il fante degli scacchi, contratto persino nel respiro, covando focosamente il desiderio inverso, di pensare cioè a un sottaciuto patto di complicità fra me e lei, perfetta apparizione di quel primo femminile, che bucava l’imene della mia adolescenza come infine un ago bucherebbe una stoffa spessa e indurita.
Da quando era morta la vecchia governante, il notaio – per scaramanzie tutte sue, in parte sconfessate dall’avvento di Carolina, ma di questo dirò più avanti – aveva deciso di non assumere altre donne di servizio. L’incurabile disinteresse alle faccende domestiche portava mia madre a fregarsene della casa, così, più che spazzare o togliere la polvere, la rifondeva sotto i letti e, quando si sentiva ispirata, rigovernava le stoviglie una volta ogni due giorni; eccetto la macchinetta del caffè, che sapeva usare come un mago userebbe il suo cilindro, aveva in tale antipatia i fornelli e le pentole che non cucinava mai. Non vi sorprenda allora che mangiavamo quello che ci passava la mensa universitaria, alla quale mio padre si raccomandava pagando una retta forfettaria.
C’era una cosa, però, che mia madre teneva sorprendentemente pulita e in ordine: il salotto. Guai a chi glielo sporcasse. A me poi, era addirittura proibito entrarvi.

All’improvviso il campanello suonò tre volte. Prima della quarta mia madre rispose al citofono e disse di attendere. Quindi vestì addosso un’aria di decoro esageratamente sproporzionata al fatto di ricevere una visita inaspettata; dentro di sé non era ancora calato il sole, e sentiva forte, come un irraggiamento che la prendesse da dentro, la morale della forma. Di questo e di altri balordi convincimenti si faceva forte della lettura di anacronistiche novelle, che raccontavano, in maniera molto più che snella, l’ottocento parigino e i suoi celebri salotti. Ne possedeva un’intera libreria e mezza scarpiera. Vi confesso che molte volte avrei desiderato bruciargliele, ma poi capivo che quello era il suo cancro e avrebbe continuato a proliferare in altri modi.
– Buongiorno! È permesso? Forse disturbiamo, vero? – disse un signore dall’aria gentile; di fianco teneva per mano la donna che fino a poco prima avevo spiato.
– … dall’accento i rappresentanti mi sembrano forestieri, hanno biancheria buona? –
– Oh, non siamo rappresentanti, signora… –
– Testimoni di Geova? Sì, forse siete testimoni di Geova, vero? Via, via, per carità! –
– Signora, se ci lascia finire di parlare magari ci presentiamo: siamo i nuovi vicini di casa. Compriamo la villa qui accanto, e vorremmo dirle quanto ci sia gradito fare la vostra conoscenza; questa è mia moglie! –
– Oh mi scusino! Che brutta figura… – rispose mortificata mia madre; quindi li pregò di salire con un’ipocrita, ma accogliente carezza nell’aria. Poi, senza far capire nulla, portò una mano dietro la schiena e mi fece cenno di scomparire: quando c’era da ricevere qualcuno nel suo salotto odiava avere marmocchi in mezzo ai piedi.

Mi acquattai dietro il mobiletto del telefono. Avevo ancora le ciabatte dei bambini e il pigiama con le maniche lunghe e il colletto slabbrato. Sapere di una vicina come quella, in un quartiere seppellito nel muschio, mi infondeva imprecisabili cariche di entusiasmo. Pensavo a quanto marciume avessero visto i miei occhi in quel primo anno di ginnasio, allorché le alterne figure femminili erano state professoresse sulla via dell’imbalsamazione e acerbe compagne svilite da acne, alitosi, e quanto Dio avesse eletto per castigare la più insignificante delle categorie adolescenziali.
Frattanto mia madre aveva fatto accomodare gli ospiti e, scusandosi ancora per l’equivoco, li induceva ad accettare una tazzina del suo caffè.
Con lentezza rasentai la parete del corridoio per avvicinarmi alla porta del salotto. Volevo ascoltare meglio. Amavo rubare le conversazioni degli altri, gli odori vietati ai minori, le parole che non potevo toccare.
– Ottimo davvero il suo caffè signora! Lascia un retrogusto vellutato; ne convieni caro? – disse la donna, accarezzando il collo del marito così da confondere l’affetto con un rimando di sensualità.
– Certamente! Sapendolo, verremo più spesso a trovare la signora! –
– Si vede poi che in questa casa avete cura e amore per la qualità – ruffianeggiava ancora la donna volgendosi intorno, ma senza lasciare intendere dove volesse andare a posare gli occhi.

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