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LA PELLE DELL’ORSO, di Matteo Righetto (uno stralcio del libro)

aprile 16, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine tratte dal romanzo di Matteo Righetto, “La pelle dell’orso” (Guanda)

Su LetteratitudineBlog, l’articolo di Ferdinando Camon

La scheda del libro
Domenico ha dodici anni ed è sempre vissuto nel villaggio dove è nato, ai piedi delle Dolomiti. La montagna è il suo mondo e questo mondo non ha segreti per lui. Gli piace guardare le cime mentre va a scuola, dove la professoressa gli racconta di Tom Sawyer, o attraversare i boschi mentre va al torrente a pescare, sognando avventure straordinarie. Continua a farlo anche se da un po’ di tempo tutti lo mettono in guardia, perché il rischio di imbattersi nell’orso di cui tanto si parla in giro è grande. Un orso ormai diventato una leggenda nella valle: terribile, gigantesco, feroce come da quelle parti non se ne vedevano più. E non riesce a credere che suo padre, sempre così distante, ubriaco, perso, sia lo stesso uomo che adesso vuole dare la caccia all’orso e vuole partire per quella spedizione sulle montagne insieme a lui, solo loro due, via per giorni e giorni a contatto con una natura aspra, selvaggia. Ma è proprio questo che accadrà.
Domenico sarà coinvolto in un’esperienza unica, spaventosa ed eccitante, dalla quale apprenderà che la natura, per quanto pericolosa, non sarà mai crudele come gli uomini. Un romanzo d’avventura che è insieme il racconto folgorante di una formazione, di ciò che succede per la prima volta, e che sarà per sempre.

* * *

Dal romanzo di Matteo Righetto, “La pelle dell’orso” (Guanda)

Domenico si sfiorò delicatamente la guancia destra con il palmo della mano, attento a non calcare sul livido dove erano rimaste le impronte di alcune grosse dita. Si rese conto che col passare delle ore il dolore del giorno prima si stava trasformando in un prurito pungente, segno che anche quella volta il peggio era passato. Le occasioni di prendersi altre svèrgole come quella però erano sempre dietro l’angolo, così come il rischio ben più grave di imbattersi in quell’orso terribile di cui tutti parlavano e che ormai da quelle parti era diventato una leggenda. Ma lui non aveva paura, e anche se tutti gli sconsigliavano di andare al torrente da solo, lui continuava a farlo lo stesso.
Se ne stava seduto su un masso bianco con le gambe che penzolavano sopra il rio. In una mano stringeva un tozzo di pucia nera che ogni tanto portava alla bocca per mordicchiarla, e nell’altra teneva la canna da pesca.
Ma mica una di quelle che si comprano nei negozi giù a valle, si trattava di un ramoscello di betulla alla cui estremità era stato ben annodato uno spago che terminava con un vecchio amo mezzo arrugginito. Semplice ma efficace, visto che con quel sistema riusciva sempre
a catturare un sacco di trote.
Un paio di metri sotto quell’enorme masso di roccia dolomitica, il corso d’acqua aveva scavato un’insenatura dal colore blu scuro, molto profonda e grande almeno quanto una vacca al pascolo. L’ideale per quei pesci.
Non li pescava mai nello stesso posto, ma da qualche tempo aveva scoperto che in quel punto ve n’erano parecchi e ci si poteva anche mettere comodi, sempre che si possa stare comodi col culo sopra un grande sasso spigoloso.
E così aveva deciso di tornarci anche quel giorno. E mentre se ne stava lì a pescare si lasciava cullare dai soliti sogni a occhi aperti: immaginava di realizzare cose straordinarie, vivere una vita fuori dal comune, sognava di fare mille avventure e compiere gesta eroiche che nulla avevano a che fare con l’esistenza di tutti i giorni. Gli sarebbe piaciuto essere quel Tom Sawyer di cui gli aveva parlato più d’una volta la professoressa di italiano.
Ma quando ritornava sul pianeta Terra si rendeva conto che la speranza di fare esperienze avventurose nella sua vita era davvero remota.
Domenico sgranocchiò la pucia a piccoli morsi per non finirla troppo presto e, lanciando la lenza in acqua con una pallina di polenta gialla infilzata nell’amo, si guardò attorno come se fosse la prima volta che vedeva quei posti.

* * *

Amava l’autunno perché trasformava le foreste in dipinti, e nonostante anticipasse l’inverno, che tutti gli anni lassù sembrava non finire mai, rimaneva comunque la sua stagione preferita.
Certe giornate autunnali erano per Domenico una cosa unica, e lui aveva sempre pensato che quei cieli blu e quelle foreste ammantate di ogni tonalità di rosso, marrone e giallo fossero vere e proprie magie dei mazaròl e dei salvanèl, i folletti e gli spiriti che popolano la montagna.
Una volta aveva sentito dire che in città non era così, e che non esistevano differenze tra l’autunno e l’inverno, entrambi grigi, piovosi e soffocati dalla nebbia, una cosa che lui non aveva mai visto in vita sua.
Ma la montagna no, quella era diversa, lì ogni stagione aveva i suoi colori, ogni mese i suoi odori, ogni giorno i suoi cieli.
Domenico masticò un po’ il pane vecchio e allentò leggermente lo spago della canna, poi posò a terra il tozzo e si scostò i capelli che gli coprivano gli occhi. Era piccolo e magrolino, coi capelli lisci che sembravano le penne di un corvo. Aveva lo sguardo vispo e sorridente,
di quei volti che nascondono un non so che di intrigante e malinconico simile a quello delle lune calanti. Sul suo viso vi erano qualche lentiggine e un paio di piccole giovani rughe ai lati degli occhi, caratteristiche che aveva preso da sua madre.
Voleva diventare grande in fretta, Domenico, e forte. Ma si sentiva ancora piccolo. Aveva soltanto dodici anni, però conosceva già un sacco di cose ed era molto più indipendente di qualunque ragazzo di città. Era sveglio e scaltro, nonostante il suo temperamento timido e introverso. Studiare gli piaceva, e una volta finite le medie avrebbe voluto iscriversi alle superiori, anche se sapeva bene che suo padre non gliel’avrebbe mai concesso.
Amava starsene in solitudine e pensare. Era un sognatore, fantasticava con niente. Ma gli mancavano alcune cose e quella più importante era l’affetto di qualcuno.
Ammirò i larici, i faggi e le querce che parevano dipinti. Poi alzò gli occhi al cielo e vide, alta alta lassù, verso le cime dell’Averau, una grossa aquila che volteggiava in cerca di cibo. Sorrise e pensò che gli animali più grandi che popolano la montagna avevano sempre un fascino particolare, un che di magico e solenne, come una processione di Pentecoste o come la messa cantata la notte di Natale. L’aquila, il lupo, il cervo, l’orso. Si disse che questi animali intimamente sapevano di essere maestosi e diversi dagli altri. Anche se lui, di orsi, non ne aveva mai visti. Tantomeno quello mostruoso di cui parlavano tutti.

(Riproduzione riservata)

© Guanda

* * *

Matteo Righetto (Padova, 1972) è docente di lettere e scrittore. Ha fondato il movimento letterario Sugarpulp e ha ideato il progetto Scuola Twain, di cui è direttore. Con Tea ha pubblicato Savana padana (2012).

© Letteratitudine

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