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Çiuscia, di Gabriella Rossitto

aprile 17, 2013

rossittoPubblichiamo uno stralcio della prefazione – firmata da Mario Grasso – della silloge in dialetto siciliano Çiuscia (Prova d’Autore), di Gabriella Rossitto. Di seguito, alcuni versi offerti per Letteratitudine dall’autrice.

GLI OTTO VENTI E UN CANZONIERE D’AMORE IN SICILIANO

di Mario Grasso

Un canzoniere d’amore in tempi di poesia come privazione può far battere le palpebre tra sorpresa e stupore. Infatti è un canzoniere d’amore questa impetuosa e accattivante silloge di liriche in lingua siciliana di Gabriella Rossitto. Un canto impresso su pagine sfogliate da tutti i venti, che intanto soffiano note e parole in codici a chiave di violino su canne d’organo, che sono di metalli fusi a temperature laviche. Le temperature proprie dell’area catastale etnea, nella quale la poetessa vive, opera e canta ora a “na vanedda scurdata” ora a una “luna cianchina”, tra “acqua a tinchité” e “tussi minera”, intrammezzando delicate tenerezze (Fammi addivintari / nicanica / accussì restu ammucciata / nt’ê to’ ochi / e nuddu mi vidi / sulu tu / ca d’amuri mi duni / muddicheddi fujuti / e ventu di risinu”) con complicità di “n occhiu i suli”.
Ci soccorre memoria per affermare l’originalità della ricerca lirica di Gabriella Rossitto, che alla novità di un canzoniere d’amore al femminile, ( Çiuscia – pagg. 96, € 10,00 – ed. Prova d’Autore, 2013) affidato ai venti,  – che non sono quattro, come nella logora locuzione del modo di dire, ma ben otto e tutti autentici,  – aggiunge e coniuga una esemplare padronanza linguistica impreziosita da un campionario lessicale palagonese, modulandone fascino e sonorità con accorgimenti metrici che dimostrano complementarità di importanti carature letterarie.
Çiuscia è dunque un “otre dei venti” aperto, e il soffiare (çiuscia, çiusciari, soffia, soffiare) anima di movimenti e richiami un magico castello di suoni e colori, dove ogni segno brilla al proprio posto e le parole sono, ciascuna, elemento di un mosaico, tessere del disegno che, di pagina in pagina, si fa scultura, voce, sagoma, armonia. Se un elogio va premesso a ciascuna ricerca intrapresa a salvaguardia di una lingua che va estinguendosi, per questo si dovranno moltiplicare lodi e riconoscimenti per quanto Gabriella Rossitto ricompone e ripropone. Forse si dovrebbe, dopo la premessa imprescindibile sulla complessiva caratura eccellente, dal significato che s’impone, appunto, al recupero di un serbatoio linguistico che sarebbe stato fatalmente destinato all’oblio, se la padronanza del vocabolario e l’amore per i codici cari al catasto della espressività propria del territorio, come serbatoio linguistico dei padri, non avessero dato alla genialità letteraria e creativa della poetessa palagonese, il destro e l’estro per questa sua nuova opera, che aggiunge coerenze di continuità a “Russania” del 2010, in siciliano, e a “Il bianco e il nero”, del 2002, nella lingua della comunicazione nazionale.

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rossittoTenderemo a chiosare meno la delizia dei contenuti di Çiuscia, per lasciare alla piena fruizione di lettori le avvincenti proposte che infiorano il libro. Questo per dire che a ogni apertura di pagina spunta e brilla una sorpresa di combinazioni nuove, in perfetta tenuta rispetto al cambiare del vento cui ciascuna sezione viene dedicata. E sono imprevedibilmente allettanti le brezze complementari che la poetessa ricrea tra mutare di aure e soffiare, ora impetuoso e ora blando come carezza. Come a ricordare di quanta bizzarria e mutevolezze siano caratterizzati i venti, dalla dolcezza, agli intriganti umidori sciroccali, dal veicolare profumi al penetrare gelidi nelle ossa, come ci ricordano i proverbi propri della sapienzialità popolare siciliana. “Quannu u ventu ciuscia iddu ppi iddu percia corna di voi, zucca e piriddu” (Quando il vento soffia con tutta la sua forza, penetra nelle corna dei buoi, nei tronchi degli alberi e nelle sementi).
E allora lasciamo che il vento faccia il dovuto effetto quando çiuscia, e rivolgiamoci alle incanalature che l’architetto-poetessa ha disposto per rendere efficace l’utilizzo di così naturali (e libere) energie. E siamo alla forma, alle modulazioni espressive, e a tutto ciò che prima qui abbiamo definito recupero di vocabolario. La scrittura viene, da Gabriella Rossitto, adeguata a combaciare con la più corriva sonorità della parlata propria del siciliano (velocità-suono). Un fonografismo che cattura immediatamente la simpatia del lettore deliziato dai ppiccomora, funnufunnu, casanica, coccabanna, nichittamia, npizzuddicchiu… e tanto di altro che codifica felicissimi chimismi lemmatici, osmosi di significanti sostantivo-aggettivo; preposizione-avverbio; vezzeggiativo-possessivo, in armonica efficacia di rese fonosemantiche non sempre traducibili nella lingua della comunicazione nazionale.
Inoltre la coerente scelta fonografica nel saldare l’articolo indeterminativo al significante per ricreare suono, levità e velocità (corrività) propri, come sopra ripetuto, della espressività siciliana.
Infine l’esaltazione di momenti e usanze di un mondo calato nella tomba della storia del costume locale, di cui troviamo esempio in Nucidda, dove la evocazione del verbo zziccari farà ricordare ai più anziani l’esercizio di abilità nel disporre le dita della mano per sottrarre al contendente la nocciolina al momento di giocare, appunto, con le noccioline. E qui, la Rossitto, con grazia e geniale accostamento metaforico, allusivo e di singolare efficacia, evoca l’antico passatempo servendosi di una fulminea locuzione-endiadi significante “Mi zziccasti”, restando coerente al suo canzoniere che qui celebra uno dei capitoli dell’amore con la grazia e la delicatezza definitoria della perfetta liricità. “Mi zziccasti / comu na nucidda / a prima vota / era n jocu / a secunna / ppi sbagghiu / a terza…(…)”.

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ÇIÙSCIA

GABRIELLA ROSSITTO

CIANCIANEDDI

Stu ventu scunchiurùtu

mi duna mpacciu

mi ntrona i pinzeri

forsi pirchì m’arriorda

quantu strèusa

è a campata

e di quanti paroli

è llinchiuta

ma scarsa d’amuri

ciancianeddi sònanu

n’ô sacciu unni

sbattono porte chiuse male.

 

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LUPI RI NOTTI

Nìuri scrabbagghi

ca nésciunu fora

sulu ri notti

ppi fari dannu

comu sti pinzeri

ca furrìunu  ntunnu

manciannu

fogghinichi

tinnirini.

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ARIA

Vacanti l’aria

ca prima pareva

nicissaria

vacanti a testa

cumu na gazzusa

sbintata

ora si gnutticau

chiantu npizzu

niuruni

           scuru.

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NOTTI

Surgi s’arrummulìanu

nt’ô suttatettu

ca pàrunu cavaddi

accussì

i paroli fanu scrusciu

-a luna janchìa-

finu a quannu

’n ci dugnu rizzettu.

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