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VOCI ALTRE, di Sebastiano Burgaretta

aprile 17, 2013

https://i0.wp.com/www.melinonerella.it/wp-content/uploads/2012/11/voci-altre.jpgPubblichiamo la prefazione della silloge di Sebastiano Burgaretta “Voci Altre” (Melino Nerella) firmata da Paolo Di Stefano. Di seguito, alcune poesie dell’opera gentilmente offerte dall’autore per Letteratitudine.

Dalla prefazione di Paolo Di Stefano

Nei luoghi oscuri del martirio

«Stu strazzu i dignità nul-l’agghiu persu!». ‘Sto straccio di dignità non l’ho perso, endecasillabo dalla sonorità tutta in salita, aspra, disperata ma insieme liquida e liberatoria, che può riassumere il senso profondo di questa raccolta poetica. C’è un io che urla, è una voce che cala sulla società “perbene” come da un altro mondo (oscuro, tenebroso), c’è l’orgoglio di chi promette a se stesso un riscatto e la rabbia di chi chiede agli altri fiducia e compassione, partecipazione.
Ma a chi appartengono e da dove provengono queste “voci altre” che raccontano, implorano, sperano, denunciano? Immaginate un luogo di detenzione, un luogo chiuso da alti muri e cancelli, un bunker inaccessibile che raccoglie e isola l’umanità dei margini, l’umanità varia che ha sbagliato (poco o tanto), l’umanità da punire e da redimere. Dal carcere – santuario di dolore, incandescente nucleo originario di esperienze, di linguaggi, di narrazioni, di sofferenza e di risentimento ma anche di illusioni e di sogni a occhi aperti – si leva un coro babelico; su fondo italiano si aprono continui squarci di siciliano, ebraico, arabo, spagnolo, greco…: è il crogiuolo stesso della molteplice microrealtà carceraria auscultata dal poeta (visitatore discreto e insieme interlocutore partecipante), e restituita al lettore con il rispetto sacrale di chi è certo che non c’è diversità (linguistica, etnica) che non meriti cittadinanza, non solo nella poesia. Dunque, ciascuno a suo modo narra se stesso, le proprie paure, la propria alterità, la propria lontananza, il proprio isolamento: al poeta non spetta che l’ascolto silenzioso, che dispone all’empatia e alla necessità della restituzione. Solo nel silenzio può avvertire a poco a poco che la dissonanza diventa armonia, le singole voci finiscono per integrarsi, si riconoscono complementari (“complementare” è l’aggettivo che chiude il libro), la molteplicità non è contrasto ma diventa fusione.
Nel narrare se stesso, ciascuno alla fine narra gli altri, narra le paure, l’estraneità, la lontananza degli altri, sicché si viene scoprendo una comunanza universale e una prossimità nel dolore: l’assenza diventa presenza viva degli altri, negli altri. La bussola sembra impazzita, tutto si capovolge e ne nasce un senso di vertigine: «Detenuto tu pure sei dunque / tra i detenuti che cercando vai». Cominci a sospettare che le “voci altre” – che “tu odi” – forse ti appartengono, forse sono le tue voci intime che si liberano, e pensi che quel bunker è prima di tutto dentro di te, quel bunker sei tu. Gli altri sei tu (c’è qualcosa di caproniano in questo spiazzamento, perdita di ogni baricentro e rimessa in discussione della propria identità). Le altre lingue si riflettono nella tua e viceversa, le altre lingue sono la tua lingua, le radici aromatiche che andiamo cercando, quei “calamici rizomi” che troviamo all’inizio e che poi tornano, ci accomunano.
Lo stesso spaesamento che viviamo nello spazio (tra il dentro e il fuori), la stessa confusione ontologica (l’altro sei tu o sono io? e chi è davvero il detenuto?) si traducono in domande sul tempo: nel richiamare una vergogna attualissima (le politiche carcerarie dell’Italia d’oggi), Sebastiano Burgaretta sembra proiettare quella urgenza del presente in un tempo arcaico, nella sacralità assoluta di un non-tempo da cui tutto si diparte e che tutto accoglie. Una sacralità che viene assecondata da volute sintattiche spesso solenni e da frequenti preziosismi lessicali incastonati nel verso come gemme («il dono d’uno sguardo conquidente»). Così, accanto ai brani sull’umidità terribile delle celle e sulle ossa gelate, accanto allo sferragliare delle chiavi, ai passi dei secondini, alle luci fioche degli androni, alle attese nei parlatoi di madri e figli e fidanzate, accanto alle notizie di naufragi che arrivano dai tigì, il poeta-testimone (oculare e auricolare) infiltra in quel bunker di angoscia le sue domande sul bene e sul male, sulla giustizia e sul perdono. Parole, frasi, versi, come micce di pietà capaci forse di far deflagrare i luoghi oscuri del martirio per farne santuari di solidarietà.

* * *

da VOCI ALTRE, di Sebastiano Burgaretta

Detenuto tu pure sei dunque
tra i detenuti che cercando vai,
numero quasi come loro sei,
di tutto spogliato tranne che le vesti
oltre i cinque cancelli della casa.
Dentro e fuori veramente nudo
procedi in interiore tenerezza.
Luogo sacro ai piedi e alla tua mente,
nel soave pensiero che ti muove,
le pareti che chiudono alla vita.
Qui il freddo non conta spazio né tempo
e l’uomo ognora deturpano le grate,
dignità in rovina trascinando
nel buco nero con la libertà.

* * *

Il campo lungo dietro lo spioncino
un universo sgomitola di some.
Lento, lì, continuo andirivieni
di volti in cera bianca sagomati
alla ricerca di misura umana.
Talora s’apre con la chiave d’oro
la porta degli inferi serrata
con spiffero di vento per regalo.
Una nota diversa all’orizzonte,
si direbbe forse a tutta prima,
se non tornasse pronto il sedimento
di polvere diuturna concentrata.

* * *

Uno fra i tanti il nome mio.
nient’altro che routine quotidiana
per giudici, avvocati ed affini,
non io ci sono in questa nebbia vana,
polvere stantia di carne viva,
diffusa a dismisura nella sera.
Nessun ascolto nell’isolamento,
patente flatus vocis nel deserto,
dove tutto vaga in divisione
nel vortice di segni sciagurati.
Il cuore solamente si defila.

* * *

Or dunque le iniziali del tuo nome,
specificata la nazionalità,
sul foglio della cronaca locale
tremenda bofetada da smaltire
per me di botto al nulla assimilato.
Remota più di Farsalo Valona
nel tempo e nello spazio che tu neghi,
ora ca ô ventu fàusu t’appinnisti.
Io qui presente al quotidiano mio,
inane si direbbe la partita,
tu, ncazzammarriddhatu nìuru e friscu,
non hai dove posare mente e capo.
In pena il canto mio si dissolve,
ma so che invano tu non sei passato.

* * *

Voci altre son quelle che tu odi,
voci lontane eppur così vicine.
Ascoltale sul ciglio della sera,
quando le ombre sfumano azzurrine
e pare il giorno pianger che si more.
Voci altre per lingua e diffidenza
col sangue e con il latte ereditate.
Voci altre da paura generate
nel mare indistinto dell’assenza.
Voci altre riflesse in uno specchio
come la luce in te complementare.

© Letteratitudine

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