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DOPPIO UMANO, di Fabio Izzo (uno stralcio del libro)

aprile 20, 2013

Doppio umanoIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo DOPPIO UMANO, di Fabio Izzo (edizioni Il Foglio)

Il libro
Sotto il cielo d’Africa. Al tempo delle Grandi Bestie veniva raccontata la storia di due messaggi inviati dall’essere supremo al genere umano: un primo messaggio riguardava la speranza della vita eterna mentre un secondo messaggio portava la certezza della morte. Il messaggero che reca il messaggio di vita eterna è costretto però a ritardare il suo cammino visti i dubbi della speranza mentre il messaggio di morte viene, inevitabilmente, ricevuto per primo, come unica certezza.

* * *

Dal romanzo DOPPIO UMANO, di Fabio Izzo (edizioni Il Foglio)

Oggi è lo stesso giorno di ieri, eppure so che c’è qualcosa che non va. Il mondo è invaso da segnali. Basta saper cercare. Basta voler vedere.
Segnali come la lingua che si graffia sul dente scheggiatosi durante la notte non portano nulla di buono. Il rumore dei bicchieri rotti dal barista distratto indicano che ci sarà poco a cui brindare mentre il piccolo taglio presente sul viso del giornalista, frutto di una rasatura affrettata., invade il mio presente.
Oggi, Qui, in riva alla Vistola sembra essere la giornata dell’errore cosmico.
La città non riesce a mettersi in moto, è’ come una cinghia di trasmissione allentata. Borbotta, borbotta ma non si avvia. Non riesce. Non che in alto vada meglio, il cielo è compresso, dilatato quasi a voler coprire le date dei calendari
In televisione, nelle trasmissioni sul traffico, appare marcio prima di lasciare posto all’azzurro disegnato dell’oroscopo. Non so se è il mio apparecchio a contribuire o se è ininfluente rispetto a questo deturpamento celeste.
Il cielo è piatto. Le nuvole sono piatte, così come gli umori, piatti per una realtà bidimensionale, errata così si presenta l’errore cosmico. Il giornalista è arrivato per intervistarmi. Sono un caso. La mia identità, stavolta, ha voluto deviare verso le sfumature mediatiche del caso umano. Dovrei vedere il lato positivo della cosa, in fondo rimedio un caffè gratis e qualcosa da mangiare, ma stanotte mi si è scheggiato un dente e, senza tutti i documenti in regola, non posso ancora richiedere l’assicurazione sanitaria utile per andare dal dentista. Il tram che passava davanti alla vetrina del bar si rotto, la gente è scesa frettolosamente cercando di salire sulla corsa successiva. Sento dire da altre persone di Qui che sul tram successivo si sta come sardine. Non so, io non ho mai visto delle sardine salire su un autobus ma ricordo gli autobus africani, pieni fino all’inverosimile per una corsa pronta a lambire le piste del deserto. Almeno questo è quello che racconto al giornalista per rompere il ghiaccio, si dice così, mentre il barista rompe davvero un bicchiere e qualche tazzina mentre sullo sfondo la televisione sta gracchiando, gracchia e graffia, non riesco a comprendere ancora la lingua di Qui . Fortuna che questo tizio, il giornalista, parla inglese, dice che ha studiato ad Hull. Mi chiede se so dov’è.
Vagamente rispondo. Sarà un posto anonimo della provincia inglese, uno di quei posti così sperduti e desolati da far disperazione al solo ricordo del pub locale, della scuola locale e della chiesa locale, del fiume locale e dell’unico bordello locale, così vado sul sicuro quando rispondo:
– Certo quel posto è come mi posso dimenticare di un buco di culo come quel postaccio.
Ride e mi risponde che è vero. Non ho indovinato. Ogni posto è come Hull.
Anche Qui è come Hull, ma non glielo vado di certo a dire a questo bellimbusto biondo che deve aver una vita tanto noiosa da pensare che la mia sia meglio. Si sarà anche tagliato nel radersi per essere puntale al nostro appuntamento.

– Ti sei tagliato?
Gli faccio notare
-Sì, stamattina, radendomi, ho fatto di corsa. Volevo essere puntuale.
– Eh già, il traffico, oggi Ulica Marszalkowska era molto trafficata
– Sì, non ti dico è sempre così
Non so è sempre così, ma questo è quello che trasmette la televisione alle sue spalle.
Una buona conversazione è come un incontro di boxe per far risultato devi colpire e colpire, così continuo:
-Ti interessa l’oroscopo?
-Come si dice… non è vero ma ci credo?
– Già, sono molte le cose non vere in cui siamo però disposti a credere
– Tu a cosa credi?
– Che sarà una pessima giornata per l’Ariete, intanto che ascolti il resto dello zodiaco vado in bagno e se arriva quel rompi bicchieri lì prendimi un caffè e un panino al prosciutto.
-Certo, come Bukowski.
-Certo, ripeto, come Bukowski.

Doppio umanoNon so chi diavolo sia questo Bukowski, ma è meglio assecondare la mano che ti dà da mangiare, così mi dirigo in bagno. Pensavo peggio e invece il rompi bicchieri tiene il suo cortile pulito, devo dargliene atto. Il pavimento è asciutto e nemmeno appiccicaticcio, il porta sapone ha dentro il sapone e ci sono anche gli asciugamani di carta, tutti ordinati. Ci sarà una presenza femminile dietro tutto questo, penso mentre mi lavo le mani.
Lo specchio è grande, copre tutta la parete e io risulto troppo piccolo.
Mi avvicino per riuscire a vedermi mentre la lingua vorticando nella bocca chiusa, intorno al dente scheggiato, mi porta a sbeffeggiarmi. Mi sto prendendo in giro. Non è vero. Li sto prendendo in giro. Non è vero.

Toom.
-Signor giudice mi creda non era per scopare
-Non usi questi termini in presenza della corte
– Mi perdoni, volevo dire per unirmi a una donna
– Nell’atto di procreare?
– E non…
– E non?
– Mica si può sempre procreare
– Lei è dunque impotente?
– No, non è questo
– E cosa è?
– E chè…
– E’ che l’umanità è marcia, condannata. Mi trovo a spiegare a questa allucinazione igienica.
– Tutto va come deve andare. Siamo zattere senza speranza nell’oceano della disperazione.

Concetti questi che si imparano troppo in fretta Qui nella solitudine.
Toom
L’acqua finisce di scorrere per via del meccanismo a tempo, e come per magia sparisce tutto quello che un attimo prima affollava la mia mente. C’era? Cera.
Mi ripeto che c’era.Non sto diventando pazzo è che sono troppo solo.
Torno in sala e il giornalista è seduto allo sgabello tutto intento ad addentare il suo panino, mentre la sua tazza di caffè è tià mezza vuota.
-Anche tu come Bukowski.
-No come te.
Risponde e scoppia fragorosamente in una grassa risata.
Già, come me e rido anche io.
Lui non ha finito di mangiare che comincia a domandare-
-Ti trovi bene Qui?
-E’ già cominciata l’intervista?
– Vorrei precisare che non è un’intervista.
– E cosa è?
– Una chiacchierata amichevole-
Buffo, penso che questo sia il segreto nome magico delle interviste e sbuffo sorridendo.
– Tutto bene?
– Sì, facciamo questa chiacchierata amichevole allora.
– Domani sul giornale sarà pubblicato un articolo su di te, sul tuo caso. Voglio aiutarti nella tua richiesta d’Asilo, queste sono cose lunghe, sai com’è la burocrazia e penso che un po’ di pubblicità attorno al tuo caso non faccia male.
– Già non guasta. Cominciamo allora.
E addento il panino con prosciutto e cetrioli.
Qui i cetrioli li mettono dappertutto.
-Allora ti trovi bene Qui?
-A parte i cetrioli e la solitudine direi di sì,
-I cetrioli…l’argomento cade lì, incomprensibile alle sue orecchie, troppo vicine alle papille gustative invase dal sapore narcotico dei cetrioli. –La solitudine, beh penso che sia normale, questo è un paese che non è più abituato agli stranieri. Per un sacco di tempo ci hanno chiuso in casa, non potevamo uscire, e gli unici stranieri con cui avevamo a che fare si proclamavano i nostri padroni, capisci che sono cose che segnano queste.
– Già, per di più sono nero.
– Non penso che il nero sia un problema- Qui, la gente non ci è abituata, ma dimmi nel tuo Paese eri felice?
– Non molto.
– Perché?
– Dovevo sempre stare attento, non ero libero.
– Facevi il giornalista?
– Sì, anche.
– Ed eri perseguitato per via di quello che scrivevi?
– Sì.
– Capisco, il tuo lavoro è stata la tua condanna. Fortunatamente sei però riuscito a scappare.
– Sì, ho dovuto fare carte false, letteralmente, per scappare dal mio Paese, fortuna che avevo un amico nel Pen Club che mi ha aiutato coi documenti.
-Fuga, falsa identità, certo è che non ti annoi. La tua vita sembra un film.
E la tua sembra uno spot pubblicitario dell’uomo medio vorrei dirgli ma mi trattengo e proseguo oltre i miei pensieri di scontro, in fondo questo tizio sta davvero cercando di darmi una mano:
-Magari, in un film tutto finisce in due ore e il lieto fine è garantito, qui, nella realtà, invece si è sempre costretti ad aver paura
– Ma hai paura anche Qui?
– Nel tuo paese dici?
– Sì-
– Una specie, sì, in qualche modo ho paura, temo che il passato possa ripresentare il proprio conto da un giorno all’altro.
– Questa è la paura di tutti quelli che hanno un passato interessante. Ma senti un po’, come fai ad andare avanti?
– Sussidio.
– Quella miseria non ti può bastare, hai qualche scritto?
– Qualcosa, perché?
– Tipo?
– Poesie, pezzi teatrali, racconti…
-Perfetto, ho qualche conoscenza e vedrai che dopo l’articolo riusciremo a smuovere qualcosa, l’Africa tira sempre Qui, sarà per il senso di colpa dell’uomo bianco.
– Due soldi in più mi farebbero comodo.
– E a chi non fanno comodo? Non ti preoccupare per l’articolo di domani, ho visto che sei una persona a posto e ho il tuo fascicolo dell’ufficio immigrazione, ci romano un po’ sopra, ma penso che per te sia ok. Per cominciare intanto di giro l’e-mail di questo mio amico a Hull. Ti piace il calcio?
– Il calcio è una lingua comune.
– Ottima questa si vede che sei uno scrittore.
– O un appassionato di calcio.
– Vero anche questo- sorride un attimo prima di forzare le labbra verso altri compiti: – Ti dicevo questo mio amico sta facendo un documentario sulle frontiere nel mondo del calcio, o qualcosa del genere, non ricordo bene di che razza di stronzata si tratti. Tu comunque mandagli una mail, accennandogli la tua storia, tanto gli scrivo anche io, non ti preoccupare, se ti seleziona per il documentario avrai qualche sterlina in tasca. Quale squadra segui?
– Qui non ho avuto modo di seguire il campionato ma mi piacciono la Salernitana e l’Arsenal?
– Wow e perché?
– Beh nelle file della Salernitana ha militato un giocatore della mia nazionale e l’Arsenal mi piace per il suo spirito guerriero, never give up.
– Perfetto. Direi allora che anche questa è fatta.
Annota qualcosa su un tovagliolino di carta del bar e me lo porge:
– Questo è il mio numero, se hai bisogno chiama, adesso devo scappare.
– Ehi aspetta…
Lo fermo, vorrei dirgli qualcosa, vorrei dirgli molte altre cose, sul mio passato, sulla mia vita, sul mio sangue ma mi fermo.
– Qualcosa non va?
– Nulla, sai che rumore fa schiacciare uno scarafaggio?
– Hmm no, non saprei, che rumore fa?
– gregorsamsa.
– gregorsamsa? Gregor Samsa? Ah sì, carina questa, si vede che sei proprio uno scrittore.
O forse sono semplicemente uno che si trova costretto a schiacciare molti scarafaggi e molte identità.
Il giornalista mi saluta con una stretta di mano, proprio come i capitani di due squadre di calcio nel centro del campo prima del fischio d’inizio.
Uno a zero per me e palla al centro.

(Riproduzione riservata)

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