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CIELI VIOLATI, di Anna Vasta

aprile 22, 2013

Pubblichiamo la prefazione della silloge “Cieli violati” di Anna Vasta (edizione Ensemble), firmata da Luigi La Rosa. Di seguito, alcune poesie messe a disposizione per Letteratitudine dall’autrice.

Cieli violati. Cieli ribollenti, incalzanti, con l’ardore di nuvole in fermento avanzanti verso il suolo, grigio correre di nembi in celesti sprazzi di cielo, poi affogati nella neve dell’oblio che tutto copre, e censura, e tutto quieta delle umane tragedie, inutili, invisibili, di fronte a tanto sfacelo. Sfarzo di natura che avvolge la vita, e ne governa, quietamente, irrevocabilmente, le sorti.

Anna Vasta e le epifanie della ferita

dalla prefazione di Luigi La Rosa

C’è una poesia raffinata, colta, sensuale, nutrita degli umori oscuri della terra, percorsa dagli spiriti alati dell’aria, poesia di spettrali visitazioni, di vibranti sussulti, di luminescenti epifanie, impregnata delle essenze ambigue del vivere e perennemente lambita dalla lingua insidiosa della morte.
E’ una poesia dolente ma non vinta, intimista ma mai sopraffatta, il cui canto si leva sicuro a fissare simbolicamente confini e coordinate cosmologiche, e la cui portata espressiva si cristallizza in suadente cifra di partitura, in perenne melodico fremito dell’essere, in sinfonica rappresentazione dell’universo.
I cieli sotto i quali questa lirica alta e insieme viscerale, eterea ma mai spogliata della matericità del corpo s’incarna sono gli stessi che fanno da cornice al canto, che misurano gli spazi dello sguardo, che delimitano le campiture accese della visione.
Anna Vasta, poeta di squisita grazia, li sfoglia tramutandoli in dense pagine d’album, registrandovi il corsivo fluido e icastico del suo sentire, scomponendo il corpo poetico della silloge nei sentimentali momenti di un accorato diario dell’anima.
Sono cieli violati, cieli-bambini, cieli toccati dalla ferita esistenziale, che riverberano ovunque il sangue caldo dei loro crepuscoli, come la luce onirica e bruciante delle loro aurore.
Raramente la scrittura ha saputo coniugare alla parola le eloquenti potenzialità cromatiche e plastiche dell’immaginazione, e mai come in queste pagine – a mio parere tra le più belle e le più mature nella genuina produzione del poeta – l’alfabeto significante ha ceduto la ricerca del senso al dominio pieno e musicale della forma.
L’apparente fissità dei quadri attraverso i quali l’epopea di questo mondo alla deriva viene scandita si anima, gradatamente, del dinamismo accidentato e provvido delle sue manifestazioni: la natura stessa si trasforma in un organismo vivo, usurato, drammatico, quella materia nuda che si offre agli assalti impietosi del reale, riflesso di una condizione d’innocenza atavica che pervade leopardianamente tutte le cose, penetrandone il segreto, esaltandone l’incanto.
Il verso obbedisce al dettato di un racconto metafisico, al verbo di un universo desertificato, ancestrale, assoluto, straziato e intenso, lucido quanto un osso di seppia, sul quale la luna – pure qui il rimando col romantico di Recanati è inevitabile – dispensa la sua iridescente metamorfosi.
Livida, perlacea, luminescente come “sposa oblata” o come infelice “novizia”, e ancora colma come “gravida donna”, e monda, “bassa tra gli Eucalyptus”, “sonnambula insonne”, irredimibile “vagabonda”, dea dal triplice sembiante che permea con la sua ciclica apparizione l’incarnato offeso di questi cieli altamente tersi e malinconici, irrorando sensibilmente i loro lini preziosi, alimentando di un lucore rarefatto la grana delle loro estasi.
Sono gli astri, le torreggianti nubi che simili a sentinelle disegnano cupole sull’oscuro fondale della notte; sono le valli taglienti a ridosso di case, pianure, scogliere e marine schiumose; sono i sentieri lividi ricavati tra siepi di fichidindia, cardo e nepitella, e le foglie, nella tormentata anafora del loro rigoglio vegetale – le foglie “turbinanti”, “lacrimanti”, “a mulinelli / su muri e cancelli”, “in libera caduta / su terra non battuta”, “appassite”, “accartocciate”, “dannate” – tratti di un proverbiale affresco pittorico che il fiato poetico di Anna Vasta riesce a riportare magistralmente in vita, attori di un dramma eterno che nell’atto stesso di riproporsi sancisce in maniera piuttosto ultima le stimmate di un destino di decadenza e di morte.
Tuttavia mai le atmosfere di questa scrittura alta ed estremamente elegante, mai le tessiture dell’arazzo complessivo risulteranno fiacche, spente, prive di passione.
Non v’è rinuncia, insomma, né fallimento, e mai la cicatrice che s’annida tra i labirinti delle ombre si fa piaga aperta, suppurante, pure laddove le temperature si abbassano fino ai limiti della surrealtà e dell’allucinazione, dove i nembi si caricano di tenebre fitte e impenetrabili, perché il riscatto più grande è quello che giunge dal pathos omerico e arioso del verseggiare, questo ritmo cantabile, vitale, questo respiro fragoroso, come d’oceano, che pervade ogni più intima fibra, e che a ogni rigo si carica di nostalgia, di febbre – di estrema vitalità.
Il male di vivere è assorbito dal nitore della rappresentazione, dal fasto della rivelazione, dall’evidenza sensoriale del colore puro.
Si riemerge dalle “stazioni” di questa toccante cronaca esistenziale come da un’apocalisse oltre la quale la vita stia per rifiorire, più intensa, più selvaggia, più necessaria e libera di prima.
Di questo, e del miraggio interiore che questi amabili versi ci lasciano, saremo perennemente grati all’autrice.

* * *

[Vorticare di foglie…]

Vorticare di foglie

                            frale

come in danza finale

che di schegge vitali

tutto è un franare

Turbinare dʼombre

                            come di sole

in caduta

che mesto soccombe

Ristagnare di gialli

e dʼeffluvi autunnali

                              in presenze larvali

come di stato embrionale

                                     o dʼessenza finita

alla sua dipartita

Esalare dʼaliti grevi

                             in filamenti di neve

oscillanti

              quasi spirti vaganti

Oscurarsi di cielo

                           in velo nero

suo pietoso incurvarsi

su lʼumane comparse.

* * *

[Ombre invadenti…]

Ombre invadenti

                         alle terrene faccende

protende la Luminescente

in tra grate serrata

                             e inferriate

come sposa oblata

                            a un tempo obliata

di reale casata

                      o novizia in tristizia

ne le chiuse rinchiusa

                                 dʼun cuore

in disuso

E pur colma siccome

                              gravida donna

traspare

quasi pura forma

                           o mero accidente

dellʼessente

La sua faccia rotonda

                                attonita

monda

piano su piano

                      rimonta

pel celeste altipiano

                              arcana

lontana

            dallʼorbita umana.

* * *

[Non ti nascondere…]

Non ti nascondere

                            in un gioco di ragazzi

dietro cortine di nubi

                                 e celesti arazzi

non civettare

                    Luna implume

che ti scopri

                   ricopri

come per adescare

Svelati siccome santa

                                 in su gli altari

nel giorno di festa

                            tra i botti

e gli spari

Non ci lasciare

                       senza riparo

che la notte ci assale

                                in suo buio infinito

annichilito

                   sprofonda il mare

tenero annega

                      questo rosa

di declino

                   muore

lʼinganno

               di prima.

* * *

(Riproduzione riservata)

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