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Archive for maggio 2013

I CINQUE FINALISTI DEL PREMIO CAMPIELLO 2013

I CINQUE FINALISTI DEL PREMIO CAMPIELLO 2013

Neri Marcorè e Geppi Cucciari presenteranno la Cerimonia di Premiazione della 51ª edizione del Premio Campiello, prevista per sabato 7 settembre al Gran Teatro La Fenice di Venezia (diretta su Rai 5, in differita su Rai 3).

Il Premio Fondazione Il Campiello 2013 verrà assegnato ad Alberto Arbasino.

Di seguito, la cinquina dei finalisti.
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SCRITTURE VERTICALI: Simona Lo Iacono, Veronica Tomassini e la “linea siracusana”

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SCRITTURE VERTICALI.

SIMONA LO IACONO, VERONICA TOMASSINI

E LA ‘LINEA SIRACUSANA’

Nel suo denso e acuto saggio il semiologo Salvo Sequenzia ripercorre le esperienze letterarie delle scrittrici siracusane Simona Lo Iacono e Veronica Tomassini cogliendo la originalità e le componenti innovative delle loro opere rispetto ad un panorama letterario nazionale piatto e privo di autenticità.
Intrecciando un discorso critico che dall’Italia post unitaria sino al secondo Novecento vede la letteratura siciliana al centro di una complessa sintesi di opposizione e di dissidenza, da cui scaturisce l’originalità e la novità di linguaggi e di espressioni narrative, lo studio di Sequenzia individua una “linea siracusana” che trova nei romanzi della Lo Iacono e della Tomassini la propria felice definizione, per la capacità di rileggere, con sguardo disincantato e senza mistificazioni, le trasformazioni, i miti e i drammi della contemporaneità, assumendo come prospettiva imprescindibile la singolarità di un luogo e della sua storia.

di Salvo Sequenzia

Nel settembre del 2005 l’editore Avagliano di Roma dava alle stampe “Una Sicilia senza aranci”, un libro prezioso, prefato appassionatamente da Massimo Onofri, nel quale lo studioso Ivan Pupo ha raccolto, e salvato dall’oblio, gran parte del materiale inedito dello scrittore siciliano Giuseppe Antonio Borgese. Si tratta di un materiale vario e di grande interesse: carteggi, scritti d’occasione, appunti di viaggio.
Da questa densa nebulosa è emerso il testo di una conferenza tenuta da Borgese nel 1931 fra Catania e  Siracusa, poco prima di partire per il lungo esilio americano, che racchiude e,  in un certo senso, rivela la quintessenza del rapporto che ha ambiguamente legato l’autore di Rubè alla sua terra.
Un testo, questo, circondato da un’ aura leggendaria, di cui si sapeva quel poco che Vitaliano Brancati, testimone d’eccezione, aveva riferito scrivendo sul “Popolo di Sicilia” il 26 maggio 1931. Un testo che va allineato al famoso saggio che fece da introduzione al volume del “Touring Club Italiano” dedicato alla Sicilia, col suo memorabile incipit: «Un’isola non abbastanza isola».
«Una Sicilia senza aranci» è la formula felice usata da Giulio Caprin nel suo “Ricordo di Borgese” del 1958. Il testo della conferenza siracusana  fa luce definitivamente sul “discorso” ininterrotto che lo scrittore e critico polizzano ha fatto sull’ identità isolana, sulla sicilianità della sua stessa opera, sul rapporto fecondo coi suoi illustri conterranei, da Giovanni Verga a Luigi Pirandello, da Rosso di San Secondo a Giovanni Alfredo Cesareo. Una sicilianità, quella di Borgese, davvero sui generis: vissuta sotto una centrifuga spinta al Nord, che ha scongiurato la visceralità di un legame vissuto da altri scrittori isolani come croce e delizia, come alimento per la fantasia ma, anche, come gabbia asfissiante, vera e propria prigione del pensiero. Da qui deriva la particolare declinazione della “similitudine” che ha fatto di Borgese uno scrittore “cosmopolita”, refrattario alla retorica delle sirene dell’ Isola.
Il testo, tuttavia, si apre a ben altre letture, e ci illumina sul complesso e travagliato rapporto che il «divergente» Borgese ebbe nei confronti della propria scrittura e su  quella “linea di opposizione” della scrittura del Sud dell’Italia, lungo la quale si attestano voci singolari della nostra letteratura fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento.
La narrativa siciliana, infatti, è la prima  non solo a misurare la distanza tra le speranze pre-unitarie e le delusioni successive al 1861, ma ad inaugurare una autentica “linea” letteraria di opposizione rispetto a come si è andata configurando l’Italia unita. Basta aprire le pagine dei romanzi di Verga, di De Roberto di Tomasi di Lampedusa e di Pirandello per comprendere facilmente i temi ed i motivi che fecondano una scrittura originale, nuova, critica e dissidente e che muovono questi autori a raccontare, per esempio, che cosa significhi l’Italia unita per le classi sociali più povere della Sicilia, come nel caso de I Malavoglia; o a pubblicare, come nel caso di Federico De Roberto, il primo romanzo politico dell’Italia unita, I Viceré, storia della famiglia nobiliare degli Uzeda tra il 1855 e il 1882, e che De Roberto, avrebbe poi  proseguito a raccontarne la storia nel romanzo intitolato L’Imperio, il primo romanzo che  inaugura la “letteratura parlamentare” nazionale, che si forma all’indomani dell’apertura del primo Parlamento unitario. Per non parlare di Pirandello, che pubblica uno dei romanzi meno conosciuti della nostra tradizione letteraria, I vecchi e i giovani, violento atto di accusa contro lo Stato unitario: un violento atto d’accusa lanciato, ancora una volta, dalla Sicilia.
Questa “linea di opposizione” al potere istituzionale e ai falsi miti sociali  che la storia, con le sue imposture  e le sue iniquità, perpetra ai danni degli individui, sarà l’eredità più tormentata e cogente che si consegnerà al secondo Novecento letterario siciliano ed alla pagine di altri «divergenti» come Fiore, Savarese, Ripellino, Pizzuto, Sciascia, Addamo, Consolo, Bufalino.
Da tale humus fertilissimo germoglieranno, in seguito, le interessanti e significative esperienze narrative di Livio Romano, Francesco Piccolo, Giulio Mozzi, Gaetano Cappelli, Antonio Pascale; e, più tardi, ai giorni nostri, quelle di Ottavio Cappellani, Salvatore  Scalia, Massimo Maugeri, Silvana La Spina, Silvana Grasso, Roberto Alaimo, Simona Lo Iacono, Veronica Tomassini.
Esperienze, queste ultime, che si muovono tra la contingenza del dato reale  e la capacità di trasfigurare tale dato in simbolo, in figura, in condizione universale: segnali vitalissimi, irriducibili ad ogni pretesa  di  categorizzazione; testimonianza di una “urgenza” conoscitiva e demistificante e di una talora  “impietosa” tensione gnoseologica, morale.
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ISTAT: La produzione e la lettura di libri in Italia

Logo istat.itISTAT: La produzione e la lettura di libri in Italia

Nel 2012, oltre 26 milioni di persone di 6 anni e più dichiarano di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista, per motivi non strettamente scolastici o professionali. Rispetto al 2011, la quota di lettori di libri rimane sostanzialmente stabile (46%).

Le donne leggono più degli uomini: nel corso dell’anno ha letto almeno un libro il 51,9% della popolazione femminile rispetto al 39,7% di quella maschile. La differenza di comportamento fra i generi comincia a manifestarsi già a partire dagli 11 anni e tende a ridursi solo dopo i 75.

La fascia di età nella quale si legge in assoluto di più è quella tra gli 11 e i 14 anni (60,8%).

Avere genitori lettori incoraggia la lettura: leggono libri il 77,4% dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni con entrambi i genitori lettori, contro il 39,7% di quelli i cui genitori non leggono.

Nel Nord e nel Centro del Paese legge oltre la metà della popolazione di 6 anni e più (52,2%). Nel Sud e nelle Isole, invece, la quota di lettori scende al 34,2%, seppur con un lieve aumento rispetto al 2011.

Mentre nei comuni centro dell’area metropolitana la quota di lettori è pari al 53,3%, in quelli con meno di 2.000 abitanti scende al 41,5%.

In Italia, anche chi legge, legge poco: tra i lettori il 46% ha letto al massimo tre libri in 12 mesi, mentre i “lettori forti”, con 12 o più libri letti nello stesso lasso di tempo, sono soltanto il 14,5% del totale.

Una famiglia su dieci (10,2%) non possiede alcun libro in casa, il 63,6% ne ha al massimo 100.

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Il testo integrale è disponibile qui… Leggi tutto…

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EFFATA’ di Simona Lo Iacono a MAGGIO DEI LIBRI a Catania – 30 maggio 2013

EffatàGiovedì 30 maggio 2013 – h. 17,30 presso i locali della Pinacoteca Provinciale, sita a Catania, in Piazza Manganelli, nell’ambito dell’iniziativa MAGGIO DEI LIBRI, si svolgerà la presentazione del romanzo di Simona Lo Iacono “Effatà” (Cavallo di ferro).
Interverranno: Massimo Maugeri e Elvira Seminara.
Sarà presente l’autrice.

La schedaL’intervistaIl booktrailerUn brano del libroIl video

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§         Simona Lo Iacono, Effatà, Cavallo di Ferro Editore

Un medico nazista fuggito in Sicilia dopo la guerra e un orfano sordomuto da salvare. Nella Siracusa degli anni 50, Nino e sua madre sbarcano dall’Inghilterra. Nino è un bambino di otto anni ed è sordomuto. Il suo handicap però non costituisce un impedimento alla comunicazione con il mondo esterno: è in grado di leggere i segnali del corpo e delle labbra. I suoi pensieri, limpidi e acuti, esprimono una spiccata intelligenza. A causa del lavoro della madre, il piccolo trascorre le sue giornate in un teatro della città, dove si imbatte in uno strano personaggio: si tratta del maestro di buca, o suggeritore, che non mostra alcuna difficoltà a comunicare con il bambino attraverso il linguaggio del corpo. Ma questo vecchio dall’aria bonaria, con gli occhi velati di cataratte, nasconde un passato difficile e doloroso. Negli anni del secondo conflitto mondiale lavorò come medico per le SS e nel processo di Norimberga fu assolto ed espatriato. L’incontro con Nino, in una Sicilia dimenticata da Dio, gli sembrerà un vero e proprio dono divino, un’occasione di riscatto.

info:Biblioteca Provinciale – Via Prefettura N° 20

Tel. 095.4011513

 

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Il Programma del Maggio dei Libri a Catania
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Strane Coppie 2013: 30 maggio Georges Simenon, Fruttero & Lucentini, Domenico Scarpa, Enzo Moscato

STRANE COPPIE 2013 | Settimo incontro

giovedì 30 maggio 2013 ore 18

Le Grenoble – Institut Français de Naples
Via Crispi 86, Napoli

Ingresso libero

simenon i fantasmi del cappellaio fruttero lucentini la donna della domenica

LUCIDE FOLLIE

Georges Simenon
I fantasmi del cappellaio

vs

Fruttero & Lucentini
La donna della domenica

 

Con Enzo Moscato e Domenico Scarpa

Conduce Antonella Cilento
Letture di Cristina Donadio

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DONNE E BAMBINI NELLA SICILIA DEL XIX SECOLO – incontro con Renata Russo Drago – Lussemburgo, 30 maggio 2013

Col Patrocinio dell’Istituto Italiano di Cultura di Lussemburgo
e alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia,
S.E. Stefano Maria Cacciaguerra Ranghieri,
nella sala della Libreria Italiana
11 rue St. Ulric, Lussemburgo
giovedì 30 maggio 2013 ore 19.00
si terrà una conferenza su
DONNE E BAMBINI
NELLA SICILIA DEL XIX SECOLO
con la presentazione dei libri di
Renata Russo Drago
TRA VIOLENZA E ONORE
I FIGLI DELLO STATO
editi da Lombardi Editori
Saranno presenti l’autrice e l’editore

Tra violenza e onore è un’accurata ricerca sui processi di stupro (numerosissimi allora come oggi) che poi si allarga ad altri procedimenti riguardanti l’infanticidio, le percosse seguite da morte, il veneficio e altre tristi vicende a volta anche tragiche della prima metà dell’Ottocento che per molti versi, anche nella lungaggine delle istruttorie ci riportano ai giorni nostri.

I figli dello statoanche se edito prima, completa la ricerca dell’autrice mettendo in luce i numerossimi casi di abbandono di figli nati illegittimi e il loro doloroso iter negli orfanatrofi non certo all’altezza del loro compito nonché le difficoltà e le difficoltà per  eventuali adozioni.
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LE VOCI DEL MONDO, di Robert Schneider

Le voci del mondoIn collegamento con il forum permanente di Letteratitudine dedicato al rapporto tra “Letteratura  e musica“…

Robert Schneider, “Le voci del mondo

di Claudio Morandini

Le voci del mondo” di Robert Schneider è uscito in Austria nel 1992. Einaudi ne ha pubblicato nel 1994 una meticolosissima traduzione a cura di Flavio Cuniberto (riproposta in una nuova edizione nel 2005). Io, fino a qualche mese fa, non ne sapevo quasi nulla: ma, trovatolo in una bancarella dell’usato, l’ho scoperto e ne sono rimasto incantato (tra parentesi: chi può essere tanto sordo alla bellezza da volersi sbarazzare di un libro così?).
Elias Alder, il giovane protagonista del romanzo, è un genio della musica – dei suoni, anzi, di tutti i suoni e le voci del mondo. Le sue straordinarie doti ne avrebbero fatto un musicista eccelso, un Mozart al quadrato, un concentrato paradigmatico di genio musicale romantico – ma circostanze avverse lo hanno costretto a nascere in quel triste, cupo, immobile villaggio di Eschberg, agli inizi dell’Ottocento, e gli impediscono di imparare la musica; certo, egli sa la musica senza bisogno di studiarla come disciplina, la parla, la pensa, la trasuda: ha un orecchio finissimo, una memoria prodigiosa, un pensiero il cui sviluppo è spontaneamente imitativo come un fugato o nutrito di contrasti e rimandi come una forma-sonata, ha una immaginazione al di là dei suoi tempi (di tutti i tempi, si direbbe): ma nessuno, a parte i compaesani, che però diffidano di lui come di un pazzo o un mostro, e gli abitanti di Feldberg accorsi all’annuale Cimento per organisti, entusiasti sul momento ma di memoria ahimè assai labile – nessuno, dicevo, lo saprà mai. La sua vita, chiosa amaro Schneider, “non è che un triste bilancio di omissioni e mancanze: commesse da tutti coloro che intuirono forse il grande talento del ragazzo, lasciandolo poi deperire per indifferenza o pura stupidità”.
“Circostanze avverse”, abbiamo scritto poco fa: ma Schneider, dando voce ai tormenti dello stesso Alder, ne parla come di una sorta di maledizione divina, di beffa crudele. Un dono sublime concesso misteriosamente da Dio viene altrettanto misteriosamente neutralizzato dalla creazione, attorno ad esso, di un ambiente sordo e ostile. I frutti presumibilmente sommi di quel dono non verranno mai ascoltati da nessuno, se non da pochissimi incapaci di comprenderne la grandezza, o dotati di scarsissima memoria, o rosi dalla gelosia – dunque, quei frutti non lasceranno traccia, non diventeranno mai parte del patrimonio d’arte dell’umanità, saranno persi per sempre, e noi tutti a questo punto saremo vittime come Elias Alder di questa beffa crudele e incomprensibile. Quanti geni assoluti, si chiede Schneider, non a caso all’inizio e alla fine del romanzo, sono andati perduti per sempre, come Elias? A quanti Mozart, Michelangelo, noi uomini abbiamo dovuto rinunciare senza nemmeno saperlo?
Di fronte a certe pagine, si può forse pensare a Patrick Süskind e vedere ne “Le voci del mondo” una sorta di “Profumo” virato sull’estrema sensibilità ai suoni invece che agli odori. Ma Schneider evita la trappola dell’emulazione perché, a parte la scena della partecipazione al Cimento per organisti a Feldberg, il suo romanzo si svolge tutto compresso nella geografia angusta di un villaggio montano dell’Austria. Eschberg è un microcosmo chiuso, ottuso, torpido, inevitabilmente afflitto da tare genetiche, fermo nella ciclicità della vita contadina e sottoposto periodicamente a cataclismi, incendi, alluvioni, esplosioni d’ira distruttiva, di cui la natura e l’uomo si spartiscono la responsabilità. È un piccolo mondo feroce e superstizioso, percorso sottopelle da pulsioni animalesche. A differenziare dal cosmopolitismo rutilante del “Profumo” di Süskind è prima di tutto proprio questa limitazione paesana, se volete strapaesana, in cui il bozzettismo arcadico è però deformato da ironia e da un senso grottesco della tragedia.
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