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“Effatà”, parole per aprirsi al mondo

Maggio 21, 2013

La storia del piccolo sordomuto Nino si incrocia con la Shoah nel romanzo di Simona Lo Iacono
«L’ascolto non è una questione di orecchie ma di cuore, di umiltà, di condivisione con il destino dell’altro»

dal quotidiano “La Sicilia” – domenica, 19 Maggio 2013

di Ombretta Grasso

C’è un bambino da salvare. Sempre. C’è un bambino che ha bisogno d’aiuto e che chiede giustizia. Per raccontarci la sua storia un grido straziante e indignato attraversa le pagine, anche se lui non può sentirlo. Perché Nino vive in un mondo senza suoni. Un silenzio appena turbato dai tonfi del palcoscenico dove recita la madre che gli regalano «una vibrazione che gli crepita in gola come un brivido freddo».
Nino, metafora dell’innocenza, è il protagonista dell’appassionante e commovente romanzo di Simona Lo Iacono (nella foto), “Effatà”, in uscita il 23 maggio per l’editrice Cavallo di ferro. La sua storia, quella di un bambino di 8 anni che vive a Ortigia nel 1950, figlio di un’attrice e di un inglese che non l’ha sposata, si incrocia con la grande storia, con l’orrore dell’Olocausto, con la morte dell’ultimo bambino ebreo a opera dei dottori del programma Aktion T4 nel maggio del ‘45, quando Hitler era già morto e la guerra conclusa. Con Nino rivive nelle pagine di “Effatà” la purezza di tutti i bambini e il bisogno di salvarli da un mondo sordo, durissimo e doloroso.
«Il romanzo è nato dalla pietà per il bambino ebreo, dall’indignazione proprio per quella morte avvenuta senza alcuna scusa, nemmeno la più folle, a guerra ormai finita – racconta Simona Lo Iacono – i verbali che scandiscono il romanzo purtroppo sono quelli realmente redatti durante un sottoprocesso di Norimberga, modificati e rielaborati per lo svolgimento della storia. Mi sono imbattuta casualmente nella notizia di questa morte atroce dopo aver sognato due bambini, uno bruno e l’altro biondo. Uno era quel bimbo ebreo e l’altro? L’altro, Nino, si manifestò poco dopo, non appena iniziai il romanzo mi venne incontro sdentato, sporco di fango e senza voce. Lo afferrai al volo, e compresi che essendo sordomuto spettava a me dargli voce».
Nino ha orecchie sorde ma talento per trovare rimedio a tutto. Cerca disperatamente di entrare in contatto con un mondo in cui, scrive l’autrice, «siamo tutti sordi e tutti muti». «Con Nino ho pensato alla difficoltà, all’emarginazione che può portare la mancanza di parole, la fatica di dialogare con gli altri. Ma il bambino comprende che ciò che più di ogni altra cosa invidiava al mondo esterno, la parola, non era quel meraviglioso strumento che lui immaginava. Perché anche chi era nel possesso del linguaggio, era poi sordo e cieco alla compassione, alla vera comprensione della differenza, all’accoglienza dell’altro».
EffatàSimona Lo Iacono, siracusana, magistrato da 16 anni, è una «lettrice insaziabile», collabora con riviste e magazine, tiene la rubrica “Letture” su questo quotidiano e con i due volumi precedenti ha conquistato alcuni premi, tra cui il “Vittorini” opera prima e il “Ninfa Galatea”. Nel romanzo – che si divora d’un fiato – la sua parola si arrotola in metafore, evoca e suggerisce, gioca con continui rimandi, da Camilleri a Brancati, da “Marianna Ucria” «alla piccola e grande Storia» della Morante. La parola come memoria, denuncia, apertura al mondo. «La parola è il campo di riflessione di tutta la mia ricerca letteraria a partire dall’esordio con “Tu non dici parole”. La parola è il ponte che ci mette in relazione con l’altro e quindi è il campo in cui si gioca la comunicazione, il passaggio dell’anima, l’amore. Per questo è l’atto vitale per eccellenza, quello che ci porta fuori, allo scoperto. Tuttavia, la parola è anche lo specchio della salute o della malattia del nostro rapporto con l’esterno e anche con noi stessi. E può essere strumento di espressione, ma anche di inganno. Quindi ci vuole molta responsabilità e consapevolezza sia nel dirla che nello scriverla».
Il titolo fa riferimento al Vangelo secondo Marco e alla parola miracolosa di Gesù: gli portarono un sordomuto, gli pose le dita nelle orecchie e con la saliva gli toccò la lingua, guardando verso il cielo emise un sospiro e gli disse “Effatà” cioè “Apriti”. Non “ascolta” o “parla”, ma “apriti”. «Apriti al mondo, alla vita, agli altri. Apriti non si riferisce solo alla menomazione fisica, ma all’entrare in relazione con il mondo. Avremmo tutti bisogno di aprire il nostro cuore, di aprirci agli altri mentre nel nostro mondo di sordomuti si fatica a parlare, a comunicare, a capirsi. L’ascolto non è una questione di orecchie ma di cuore, di umiltà, di condivisione con il destino dell’altro».
E faticoso doveva essere comunicare nella Siracusa del dopoguerra, in una Ortigia costellata di vicoli e povertà, di panni stesi e donne abbandonate. In Sicilia, lei scrive, «la parola è l’ultimo dei segnali». Nella nostra isola tutto si complica… «Nino, non potendo né sentire né parlare, scruta gli altri e li esamina per afferrare il senso dei loro gesti e dei loro comportamenti. E scopre che l’indole del siciliano è sciroccosa, ambigua, spesso complessa a dispetto della semplicità delle cose. Siamo la somma di moltitudini che ci hanno preceduto, siamo dominati e dominatori, ladri e derubati. La nostra natura non poteva che essere complicata».
Nino trascorre le sue giornate in teatro dove fa amicizia con il suggeritore, il vecchio che dà voce alle sue parole. L’uomo della redenzione. «Nino può solo ruminare i pensieri ma per farli arrivare agli altri ha bisogno del suggeritore. E attraverso lui la vicenda di Nino si confronta con la più atroce delle storie con la Shoah. Non c’è redenzione senza un gesto d’amore. Il vero cambiamento interiore esige dolore, rinuncia, immenso amore per chi ci è accanto. Non è quindi mai un atto finale, ma un atto quotidiano, di continuo scavo, di dolentissimo attraversamento nelle nostre ombre».
Da Carofiglio al siciliano Cacopardo a Simona Lo Iacono perché tanti magistrati hanno la passione della scrittura? «Nel mio caso è nata prima la vocazione letteraria e poi quella giuridica e i miei romanzi sono a metà tra diritto e letteratura. Il processo è un rito e come tale è una grande rappresentazione, ha un forte impianto narrativo. Raccoglie, come il romanzo, frammenti di verità, dolori, crescite incompiute, parti in luce e parti oscure della nostra esistenza. Il testimone o chi confessa narra la propria verità, racconta una storia. Lo scrittore ha però più libertà: può entrare nei suoi personaggi, scrutarli, comprendere le ragioni dell’anima. Il tutto per scoprire, alla fine, che non può giudicarli».

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