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EFFATA’, di Simona Lo Iacono (le prime pagine del libro)

maggio 23, 2013

EffatàEFFATA’, di Simona Lo Iacono
(Cavallo di Ferro, pp.140, euro 12.90 – in libreria da oggi 23 maggio 2013)

In esclusiva per Letteratitudine – pubblichiamo – di seguito, le prime pagine del romanzo “Effatà” di Simona Lo Iacono

Un medico nazista fuggito in Sicilia dopo la guerra e un orfano sordomuto da salvare.

Nella Siracusa degli anni 50, Nino e sua madre sbarcano dall’Inghilterra. Nino è un bambino di otto anni ed è sordomuto. Il suo handicap però non costituisce un impedimento alla comunicazione con il mondo esterno: è in grado di leggere i segnali del corpo e delle labbra. I suoi pensieri, limpidi e acuti, esprimono una spiccata intelligenza. A causa del lavoro della madre, il piccolo trascorre le sue giornate in un teatro della città, dove si imbatte in uno strano personaggio: si tratta del maestro di buca, o suggeritore, che non mostra alcuna difficoltà a comunicare con il bambino attraverso il linguaggio del corpo.
Ma questo vecchio dall’aria bonaria, con gli occhi velati di cataratte, nasconde un passato difficile e doloroso. Negli anni del secondo conflitto mondiale lavorò come medico per le SS e nel processo di Norimberga fu assolto ed espatriato. L’incontro con Nino, in una Sicilia dimenticata da Dio, gli sembrerà un vero e proprio dono divino, un’occasione di riscatto.

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Le prime pagine di EFFATA’, di Simona Lo Iacono (Cavallo di Ferro)

CAPITOLO I

Il cartellone è uno di quelli che il caldo scioglie, facendo colare i nomi degli attori. Nino non sa leggerlo ma il bigliettaio gli ha detto che c’è scritto: IL TEATRO LUNA PRESENTA: L’ARIA DEL CONTINENTE, COMMEDIA BRILLANTE IN TRE ATTI.
Il teatro si chiama Luna senza motivo, ha detto il bigliettaio. Anzi, ha aggiunto che per i nomi non ci sono mai dei motivi.
Nino gli ha spolverato il naso a ridosso della biglietteria sollevandosi sulle punte. Arriva fin lì, anche se quando compirà otto anni riuscirà a guardarlo in faccia, il bigliettaio. A fargli capire che per i nomi ci sono sempre dei motivi. Per il momento, però, ha altro da fare. E si caccia la mano sulla patta, fruga tra le mutande di lana. Ne cava fuori il resto di un quotidiano di un mese fa dove il bigliettaio ha detto che c’è scritto: SIRACUSA, 18 MAGGIO 1950. NUOVO INCARICO PER L’ATTRICE DORA GENESIO AL TEATRO LUNA NELLA PARTE DI MILLA MILORD. IL SINDACO RICEVE LA DIVA, GIUNTA STAMANI AL PORTO CON IL FIGLIO NINO.
Nino si è fatto sottolineare il suo nome dal bigliettaio con il gesso. E lo esibisce ogni volta che è necessario, quando ritiene, cioè, che gli adulti debbano sapere. Che alla sua età è già finito sul giornale.
una volta spiattellato sotto il naso del suo interlocutore il nome NINO a caratteri di stampa e annuito vigorosamente piantandosi il palmo nel petto, ripiega l’articolo con cura, lo nasconde tra le gambe, finge di non ricordare che il suono di quella parola, per lui, non esiste.
Anche se non può sentire, ci sono mille modi per far capire al mondo che lui è Nino e che per i nomi c’è sempre un motivo.

***

EffatàLa mamma glielo ha sillabato bene stamattina: “Nino metti le scarpe vecchie. No, non quelle nuove, Nino, che le assi del palco del Luna scricchiolano come il ponte di una nave”. Ha sempre questo modo veloce di liquidare le questioni la mamma, di trascurare particolari che per Nino, invece, fanno la differenza.
Le assi del palco, ad esempio. È vero che rantolano a ogni passaggio. E che le scarpe nuove vi tonfano su come bombe. Ma è anche vero che quel tonfo gli si propaga nel sangue, a Nino, e che lì, proprio sul palco dove la mamma vuole il silenzio, a lui sembra di sentire.
Non è proprio un rumore, pensa Nino. E neanche una voce, per quel che capisce delle voci. È piuttosto una vibrazione che gli crepita in gola come un brivido di freddo, o come un ricordo.
Ne è sicuro. Il palco del Luna è per lui come quelle orecchie che non raccolgono suoni e che per di più gli sporgono dal viso simili a due mestoli di minestra. per questo obbedirà alla mamma, ma avvolte nel giornale terrà le scarpe nuove, aspetterà il momento in cui il direttore dirà che è ora di fare la pausa e la compagnia si riverserà nei camerini, le attrici a incipriarsi, gli attori a fumarsi una sigaretta. Allora salirà sul palco con le scarpe nuove, Nino, e correrà, e salterà, e ballerà, fintanto che quel brivido non gli tornerà a raschiare il petto e a strappargli un sorriso largo, salivoso, sdentato.
O fintanto che il bigliettaio non verrà a cercarlo per dargli due scapaccioni, di quelli buoni, e chiedergli che diamine ci fa un bambino in teatro. per soffocare quella risata che a lui, invece, bolle nel cuore solo a pensare che il teatro Luna ci ha le orecchie.

***

La pensione in cui alloggiano si apre su un cortile di ortiche e panni penzolanti, gabbie di galline, pentole ammaccate con dentro una terra dura in cui donna Sarina, la padrona di casa, si ostina a far crescere il basilico.
Nino vi gironzola setacciando la ghiaia infestata da erbacce, scansando con la punta della scarpa ferri arrugginiti e chiodi di cavallo. Cerca altro.
È sicuro che in quel gran via vai che donna Sarina gestisce con voce mascolina e fianchi a strapiombo, e tra sughi di polenta, passate di capperi, reti di letto che ora entrano ora escono, a qualcuno cada di tasca un bottone.
Se così è, si è detto Nino, lui – che pure non ha orecchie per sentirne lo sgriccio sul selciato – avrà occhi di gatto per vederlo.
E si alza all’alba, sguscia dalle lenzuola a rammendi e toppe che donna Sarina cambia ogni venerdì, svicola tra starnazzi di galline che scodellano uova e sogni di galli che cercano l’amore. Non sente il loro chicchirichì stridulo e arrochito, ma sa che cantano perché il sole sfreccia sui rami, l’afa sale da terra, e lui deve fare presto presto, prima che qualche altro bambino trovi il suo bottone.
Non è facile alla sua età, quattro palmi d’altezza, capelli biondi e orecchie sorde, farsi rispettare dal nugolo di ragazzini che girellano per i vicoli sotto zazzere nere infestate da pidocchi, carnagioni olivastre e udito buono. Non è facile.
E men che mai di questi tempi, sospira Nino, ché la guerra, dice mamma, ha portato via tutti gli uomini, e pure il suo, inglese, a cui deve quei suoi peli in testa color del sole, mentre mamma – originaria di Catania – non fa fatica a mescolarsi tra le comari con le crocchie spillate e nere di pece, pelle a macchie marroni per le gravidanze e parlate in dialetto.
Ma Nino non ha l’abitudine di soffermarsi sulle sottigliezze e ha sempre preferito non pensarci, scrollarsi di dosso i brutti pensieri con la fretta di un nuovo obiettivo, perché la guerra sarà pure finita, ma le macerie offrono ancora nascondigli e armi dimenticate, reti di paracadute nelle campagne e, se si ha un pizzico di fortuna, resti di pallottole mezze ripiene di polvere da sparo che a metterci dentro un cerino scintillano come stelle e spandono fiammate per aria.
Avesse orecchie buone, Nino ne è certo, sentirebbe un boato tanto forte da svegliare mezza Siracusa, appestare il bigliettaio, ricadere infine su donna Sarina che a quell’ora d’alba se ne sta seduta sulla tazza del cortile a fare i suoi bisogni senza sapere che uno schianto la inibirà di colpo. Senza immaginare che tra un attimo dovrà uscirsene colle mutande abbassate, il culo al vento e la faccia paonazza di scanto.

(Riproduzione riservata)

© Cavallo di Ferro

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