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SCRITTURE VERTICALI: Simona Lo Iacono, Veronica Tomassini e la “linea siracusana”

maggio 31, 2013

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SCRITTURE VERTICALI.

SIMONA LO IACONO, VERONICA TOMASSINI

E LA ‘LINEA SIRACUSANA’

Nel suo denso e acuto saggio il semiologo Salvo Sequenzia ripercorre le esperienze letterarie delle scrittrici siracusane Simona Lo Iacono e Veronica Tomassini cogliendo la originalità e le componenti innovative delle loro opere rispetto ad un panorama letterario nazionale piatto e privo di autenticità.
Intrecciando un discorso critico che dall’Italia post unitaria sino al secondo Novecento vede la letteratura siciliana al centro di una complessa sintesi di opposizione e di dissidenza, da cui scaturisce l’originalità e la novità di linguaggi e di espressioni narrative, lo studio di Sequenzia individua una “linea siracusana” che trova nei romanzi della Lo Iacono e della Tomassini la propria felice definizione, per la capacità di rileggere, con sguardo disincantato e senza mistificazioni, le trasformazioni, i miti e i drammi della contemporaneità, assumendo come prospettiva imprescindibile la singolarità di un luogo e della sua storia.

di Salvo Sequenzia

Nel settembre del 2005 l’editore Avagliano di Roma dava alle stampe “Una Sicilia senza aranci”, un libro prezioso, prefato appassionatamente da Massimo Onofri, nel quale lo studioso Ivan Pupo ha raccolto, e salvato dall’oblio, gran parte del materiale inedito dello scrittore siciliano Giuseppe Antonio Borgese. Si tratta di un materiale vario e di grande interesse: carteggi, scritti d’occasione, appunti di viaggio.
Da questa densa nebulosa è emerso il testo di una conferenza tenuta da Borgese nel 1931 fra Catania e  Siracusa, poco prima di partire per il lungo esilio americano, che racchiude e,  in un certo senso, rivela la quintessenza del rapporto che ha ambiguamente legato l’autore di Rubè alla sua terra.
Un testo, questo, circondato da un’ aura leggendaria, di cui si sapeva quel poco che Vitaliano Brancati, testimone d’eccezione, aveva riferito scrivendo sul “Popolo di Sicilia” il 26 maggio 1931. Un testo che va allineato al famoso saggio che fece da introduzione al volume del “Touring Club Italiano” dedicato alla Sicilia, col suo memorabile incipit: «Un’isola non abbastanza isola».
«Una Sicilia senza aranci» è la formula felice usata da Giulio Caprin nel suo “Ricordo di Borgese” del 1958. Il testo della conferenza siracusana  fa luce definitivamente sul “discorso” ininterrotto che lo scrittore e critico polizzano ha fatto sull’ identità isolana, sulla sicilianità della sua stessa opera, sul rapporto fecondo coi suoi illustri conterranei, da Giovanni Verga a Luigi Pirandello, da Rosso di San Secondo a Giovanni Alfredo Cesareo. Una sicilianità, quella di Borgese, davvero sui generis: vissuta sotto una centrifuga spinta al Nord, che ha scongiurato la visceralità di un legame vissuto da altri scrittori isolani come croce e delizia, come alimento per la fantasia ma, anche, come gabbia asfissiante, vera e propria prigione del pensiero. Da qui deriva la particolare declinazione della “similitudine” che ha fatto di Borgese uno scrittore “cosmopolita”, refrattario alla retorica delle sirene dell’ Isola.
Il testo, tuttavia, si apre a ben altre letture, e ci illumina sul complesso e travagliato rapporto che il «divergente» Borgese ebbe nei confronti della propria scrittura e su  quella “linea di opposizione” della scrittura del Sud dell’Italia, lungo la quale si attestano voci singolari della nostra letteratura fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento.
La narrativa siciliana, infatti, è la prima  non solo a misurare la distanza tra le speranze pre-unitarie e le delusioni successive al 1861, ma ad inaugurare una autentica “linea” letteraria di opposizione rispetto a come si è andata configurando l’Italia unita. Basta aprire le pagine dei romanzi di Verga, di De Roberto di Tomasi di Lampedusa e di Pirandello per comprendere facilmente i temi ed i motivi che fecondano una scrittura originale, nuova, critica e dissidente e che muovono questi autori a raccontare, per esempio, che cosa significhi l’Italia unita per le classi sociali più povere della Sicilia, come nel caso de I Malavoglia; o a pubblicare, come nel caso di Federico De Roberto, il primo romanzo politico dell’Italia unita, I Viceré, storia della famiglia nobiliare degli Uzeda tra il 1855 e il 1882, e che De Roberto, avrebbe poi  proseguito a raccontarne la storia nel romanzo intitolato L’Imperio, il primo romanzo che  inaugura la “letteratura parlamentare” nazionale, che si forma all’indomani dell’apertura del primo Parlamento unitario. Per non parlare di Pirandello, che pubblica uno dei romanzi meno conosciuti della nostra tradizione letteraria, I vecchi e i giovani, violento atto di accusa contro lo Stato unitario: un violento atto d’accusa lanciato, ancora una volta, dalla Sicilia.
Questa “linea di opposizione” al potere istituzionale e ai falsi miti sociali  che la storia, con le sue imposture  e le sue iniquità, perpetra ai danni degli individui, sarà l’eredità più tormentata e cogente che si consegnerà al secondo Novecento letterario siciliano ed alla pagine di altri «divergenti» come Fiore, Savarese, Ripellino, Pizzuto, Sciascia, Addamo, Consolo, Bufalino.
Da tale humus fertilissimo germoglieranno, in seguito, le interessanti e significative esperienze narrative di Livio Romano, Francesco Piccolo, Giulio Mozzi, Gaetano Cappelli, Antonio Pascale; e, più tardi, ai giorni nostri, quelle di Ottavio Cappellani, Salvatore  Scalia, Massimo Maugeri, Silvana La Spina, Silvana Grasso, Roberto Alaimo, Simona Lo Iacono, Veronica Tomassini.
Esperienze, queste ultime, che si muovono tra la contingenza del dato reale  e la capacità di trasfigurare tale dato in simbolo, in figura, in condizione universale: segnali vitalissimi, irriducibili ad ogni pretesa  di  categorizzazione; testimonianza di una “urgenza” conoscitiva e demistificante e di una talora  “impietosa” tensione gnoseologica, morale.

In questi ultimi anni, saranno proprio le scrittrici siracusane Simona Lo Iacono e Veronica Tomassini a rappresentare felicemente  una nuova generazione di scrittori che fa il suo ingresso nello scialbo parterre letterario italiano: una generazione che si  afferma prepotentemente grazie a un nuovo modo di “rileggere” la realtà e la società italiane, all’adozione di originalissime soluzioni narrative e all’uso di nuovi linguaggi.
I risultati di tali esperienze, nel caso della Lo Iacono e della Tomassini, appaiono variegati e disparati. Si tratta, in effetti, di una scrittura di assoluto rilievo, che ha il merito di “aggredire” gli stereotipi di una tradizione sfibrata ed afferma nuovi modi di “rileggere”  e di raccontare non solo il Sud, ma – più estensivamente ed intensivamente  – di adoperare una modalità “palombara”, inabissandosi dentro una “mutazione” sociale che sta “accadendo”  a Mezzogiorno, nel resto d’Italia e nel mondo, e di raccontare “verticalmente” tale mutazione.

Nel caso di Simona Lo Iacono, la felice reinvenzione del romanzo storico e metanarrativo, sin dalle prime attestazioni del racconto I semi delle fave (2006) e del romanzo Tu non dici parole (2008), manifesta una istanza «ultra-mimetica» ed una tensione verso tutto ciò che è nascosto, segreto, profondo, ontologicamente primario e mitico che convive con un’indicazione di segno contrario, con un’istanza  realistica, “documentale”,  nel senso di “documento umano”, che  travalica i confini immediati dello spazio letterario per investire la dimensione della storia ed il vissuto singolare di ogni individuo nel suo rapporto con la diversità e con l’alterità.
Il progetto poetico di Simona Lo Iacono, la sua perentoria istanza «realista», non può prescindere da un più ampio substrato di ordine etico, o filosofico, che nutre ed alimenta la sua scrittura, sulla scorta di un recupero “inaudito” ed originalissimo della lezione che Elio Vittorini ha consegnato in Conversazione in Sicilia e nell’incompiuto Le città del mondo. La scrittrice racconta il destino delle creature “anfibie”, sempre fuori posto, sempre diverse, sempre “altre”, ed inadeguate rispetto alla realtà; ma, proprio in quanto tali, portatrici di un messaggio salvifico ed aurorale di redenzione  e di trasformazione.
Nell’opera di Simona Lo Iacono la scrittura  fa tutt’uno con la conoscenza, e la conoscenza non può che seguire le indicazioni di una rigorosa, implacabile bussola morale. Mentire, sognare, perdersi nelle fughe e nelle erranze equivale, quasi ariostescamente,  per la Lo Iacono, ad assolvere a precisi compiti noètici, a responsabilità conoscitive insondabili ma vive, presenti, ineludibili. Se la letteratura può aspirare a qualche forma di dignità – o di giustificazione –  è solo nella misura in cui essa dimostra di poter eseguire questi compiti, di sapersi assumere queste responsabilità, di impegnarsi a raccogliere senza timori la «sfida al labirinto», la  sfida  cognitiva del reale e i rischi di un confronto assiduo con le menzogne del linguaggio e con le sue derive retoriche.
La produzione matura di Simona Lo Iacono, dai romanzi La coda di pesce che inseguiva l’amore (2010) e Stasera Anna dorme presto (2011), al racconto storico Il cancello (2012), sino alla sua recentissima prova narrativa, il romanzo Effatà,   testimonia, attraverso il recupero della narrazione favolosa e dell’indagine storica-esistenziale, l’indefettibile funzione della scrittura quale  strumento per la scoperta e la enunciazione della verità, ponte vertiginosamente gettato verso l’esistenza, ad accogliere l’altro, a comprendere l’errore e la diversità, il cieco dipanarsi del fato sull’orizzonte della vita umana.

In Veronica Tomassini, la scrittura non rifiuta né dissolve la realtà, ma la cerca, la osserva, la tocca, la scandaglia anche nei suoi aspetti più sgradevoli e ripugnanti. Tutto, nella  scrittura di Veronica Tomassini, sin dalle prime esperienze letterarie della raccolta di racconti L’aquilone, all’appunto di cronaca La città racconta, per arrivare alla sua prova più matura con Sangue di cane, romanzo crudo e potente, tende ad addensarsi in alcuni nuclei duri, materici, concreti; tutto tende a tradursi secondo parametri fisici e corporali. In questo modo viene avviata una gigantesca operazione di fisicizzazione della realtà – anche della realtà mentale, psicologica o sentimentale – tanto che pensieri, sentimenti e sensazioni assumono la concretezza e la drammaticità di una “cosa”.
La realtà, una realtà concreta, spogliata di tutte le impalcature menzognere della retorica e dell’insipienza, sembra costituire l’appiglio e la base ed il banco di prova per qualunque tipo di elaborazione, dalla conoscenza sensibile fino alla sintesi di un mondo ideale frantumato e disperso nelle vite disperate che la scrittura della Tomassini racconta.
Dura, corrosiva, sapida di amarezza e di abbandoni è la pagina di Veronica Tomassini, agitata da una energia balzachiana, a tratti surreale e spaesante nel suo sbigottito sbatterci in faccia la vita.
Una vertigine di sfondo rappresenta una della facce del “senso del complesso” che si respira in Sangue di cane. In questo romanzo la narrazione ha sempre, in ogni momento, a che fare con il tutto. Ma non nel senso, banale, di un racconto che pretenda di dominare la totalità delle relazioni dentro ai propri nessi lineari e di necessità limitati, bensì nel senso di un’intuizione non astratta del mondo, di una percezione che non separa ciò che è profondamente unito: un tutto che, in realtà, è un “in separato”, che tiene esplosivamente assieme anche ciò che non riusciamo a dominare dentro alla concatenazione della storia. In questo senso, a proposito dell’opera di Veronica Tomassini potremmo anche parlare di narrazione panica. Anche quando si inquadra un piccolo dettaglio, una minima briciola del moto e dell’essere – la rappresentazione di un coito, la descrizione di un sorriso, il freddo – c’è attorno alla figura come una cassa di risonanza in cui vibra l’inviluppo della totalità, incluso il mistero di ciò che sempre ci sfugge.

Senza rinunciare alla forza icastica, alla potenza evocativa ed emozionale della parola, al potere conoscitivo della letteratura, né tantomeno alla qualità “deragliante” e “divergente” del discorso narrativo, la letteratura del nuovo Sud, con la definizione di una “linea siracusana”,  rinnega tutte le stimmate di istituzionalizzazione e di codificazione per divenire voce ed espressione di una lancinante ed “inaudita”neutralità.
Ne consegue la individuazione di una assoluta specificità di ciascun percorso espressivo, che ribalta l’assunto di una definizione antologizzante o “canonica” di una “letteratura meridionale” – cristallizzata in una costellazione di temi, di topoi (rassegnazione, vittimismo, fatalismo, rivolta sociale, individualismo) e di caratteri  – che porta alla dissoluzione di un approccio geografico alla problematica – la prospettiva localistico/regionalistica di una letteratura campana, siciliana, pugliese, calabrese – e che si orienta piuttosto sul crinale di quella “vocazione”, già appurata da Salvatore Ferlita e da Vito Santoro in alcuni loro pregevolissimi contributi alla conoscenza della narrativa italiana contemporanea, che individua il carattere precipuo  di una letteratura radicata a un luogo, a un momento storico, a un  paesaggio, a un individuo, a una storia, a un istante, eppur capace di divenire voce corale, assoluta, assumendo, nel suo proprium, una molteplicità di punti vista, di prospettive; aprendosi al ventaglio di una prospettiva più vasta, eterogenea ed erratica – spesso eretica ed eterodossa.
Mentre feroci oligarchie transnazionali stanno affamando e distruggendo intere popolazioni, mentre la temperatura del pianeta si sta alzando, mentre un futuro prossimo atroce si prospetta per milioni di uomini e di animali, l’industria internazionale del libro e dell’intrattenimento produce, diffonde e propina oggi a milioni e milioni di lettori storie di figurine che camminano orizzontalmente nel più astratto palcoscenico, nella più grottesca finzione mentale consolatoria che la civiltà dell’uomo abbia mai costruito.
Noi abbiamo scelto di raccontare le scritture “verticali” di due scrittrici nel loro felice intreccio di storie, di personaggi e di voci che ha dato vita, in quest’ultimo decennio, a Siracusa, nella specola di un angolo di provincia d’Europa, ad una delle esperienze più originali e feconde maturate nella letteratura dell’età nostra.

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