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A PROPOSITO DI DANIELA ROCCA…

giugno 2, 2013

Chi è DANIELA ROCCA?

di Domenico Trischitta

Bellezza prorompente e mediterranea fu notata dall’attore Saro Urzì durante un concorso di bellezza a Catania. Eravamo a metà degli anni cinquanta e la città avvertiva ancora i segni della guerra, un pullulare di provinciali si riversava nei quartieri popolari in prossimità della stazione centrale, primo su tutti il levantino e proibito quartiere di San Berillo, specchio fedele del catanese intraprendente e fantasioso.
Nello stesso periodo la via Etnea esplodeva di richiami forti e culturali, di cui scrittori come Brancati, Patti e Addamo si nutriranno. Daniela Rocca era il prototipo di ragazza che passeggia su e giù per la strada lastricata di lava, alimentando la fantasia dei “galli” nostrani, che andavano poi ad affollare la sala del Sangiorgi, con gli occhi lucidi e pieni di desiderio.
Daniela attraversava invece ‘U Passiaturi, la via VI Aprile, strada che costeggia il mare e ne impedisce la vista, giunge soltanto il profumo di alga marina, ‘U mauru. Era in compagnia di una coetanea, e assieme a lei sognava un futuro cinematografico che si sarebbe realizzato presto, dopo aver vinto un concorso di bellezza al lido Spampinato, Miss Catania. Tutto come in un sogno. L’arrivo a Roma, che di lì a poco sarebbe diventata città della Dolce vita, e un contratto allettante con la Galatea film, che la porteranno a varcare i cancelli di Cinecittà per girare film storici e mitologici in costume, e dove lei può definitivamente dimostrare quanto sia bella e siciliana. Ma la strada per il successo era impervia e pericolosa. C’erano registi italiani che cercavano con tutte le forze di reinventarsi, avevano capito che era il momento di provare qualcosa di nuovo, dopo l’eredità pesante del Neorealismo che aveva reso il nostro cinema famoso in tutto il mondo. Ce n’era uno che veniva da Genova (lo chiamavano il Colonnello degli Alpini) ed era piuttosto insoddisfatto, non avendo ancora dimostrato tutto il suo valore, a parte qualche film come “Il cammino della speranza” o “Il ferroviere”. Lui era Pietro Germi, sarebbe diventato famoso in America per un film in particolare, “Divorzio all’italiana”, con la bella siciliana Daniela Rocca protagonista, ma che in realtà avrebbe consacrato Marcello Mastroianni e lanciato l’esordiente Stefania Sandrelli.
Ma come si erano conosciuti i due, il nordico e la meridionale?
Daniela l’ha rievocato: …”ho conosciuto Germi in una trattoria, da Gino in via Rasella…quando ho visto che stava seduto al tavolo di fronte ho deciso che avrei dovuto conoscerlo…”.
Chissà cosa si erano veramente detti i due quella sera, di certo cominciarono a frequentarsi, forse ad amarsi. Da lì l’idea di sceglierla come protagonista per farle interpretare Rosalia, moglie del barone Cefalù, il quale farà di tutto per liberarsene, fino ad inventarsi un delitto d’onore. In definitiva e metaforicamente Daniela farà la stessa fine.
Via Veneto cominciò improvvisamente ad animarsi. Molte produzioni americane decisero di girare a Roma, e apparvero star del calibro di Gregory Peck, Burt Lancaster, Ava Gardner, Audrey Hepburn. I Paparazzi scesero come avvoltoi ad immortalare questo o quello, perfino un Walter Chiari sbronzo a braccetto della Gardner che tentava di aggredirne uno. Era una magnifica pantomima, un “sottoset” dove tutto era possibile e fotografabile. Fu così che Tazio Secchiaroli immortalò Blake Edwards e Daniela Rocca, ripresi con sguardi profondi e sognanti.
Daniela era felice. Era stata scelta per interpretare un ruolo da protagonista in un film diretto da un regista importante, il suo uomo. Di quell’esperienza ricordiamo alcuni episodi che funestarono l’ambiente del set: il tentato suicidio della Rocca e l’ictus che colpì Germi e lo costrinse ad interrompere le riprese per sei mesi. Amore e morte si mescolano.
Quello è il periodo più intenso dell’attrice catanese, dall’inizio del rapporto con Germi fino all’uscita del film, solo un bagliore di luce rappresentato da un’intervista rilasciata al festival di Venezia a Lello Bersani: “…adesso spero di dimostrare tutto il mio valore, penso che “Divorzio all’italiana” sia solo l’inizio…chissà se quache regista si sia accorto di me?”.
Invece fu solo la fine.
Germi l’abbandonò e tornò tra le braccia della moglie; dopo tre anni girò “Sedotta e abbandonata” lanciando definitivamente la Sandrelli, paradossalmente in un ruolo siciliano,il ruolo che avrebbe potuto rappresentare, invece, la consacrazione per Daniela, a fianco del catanese Saro Urzì che l’aveva introdotta in quell’ambiente.
Niente.
Anzi, per ironia della sorte, nel 1967 uscì un film di Antonio Pietrangeli dal titolo evocativo “Io la conoscevo bene”, che sembrava ricalcare la vicenda esistenziale di Daniela, l’attrice provinciale che arriva a Roma piena di speranze e che farà una brutta fine.
Era tutto scritto?
La Rocca girò altri due film degni di nota, “L’attico” e “La noia”, dove sono già evidenti i primi segni della follia che la devasteranno fino alla fine della sua esistenza. Bellocchio la richiamò nel 1977 per “La macchina del cinema”, apparizione tristissima che ce la restituisce nell’interpretazione di se stessa, a mostrare a tutti il fenomeno da baraccone che era diventata.
Da quel momento la sua vita entrò in un vicolo cieco. Iniziò la parabola discendente, fatta di ricoveri più o meno lunghi in case di cura per malattie mentali. Nel giro di pochi anni perse un patrimonio consistente, due appartamenti, compreso quello immenso e panoramico di Monte Mario. Entrò nell’inevitabile dimenticatoio. Il malessere e il disagio esistenziale l’avevano trasformata fisicamente. Passò gli ultimi anni in una casa di cura a Milo, alle falde dell’Etna, a sognare continuamente il mare della sua infanzia, quello della stazione, e il fantasma di Germi.
Due anni prima di morire organizzò uno spettacolino assieme alle altre ricoverate, le era sempre vicino il fratello Pietro, lo stesso Pietro che nel lontano 1961 aveva gioito per il successo di “Divorzio all’italiana”, lo stesso che si era inorgoglito quando un amico gli aveva rivelato che una grande fotografia di Daniela era stata appesa alle pareti del quotidiano “La Sicilia”, in occasione del premio “L’arancia d’oro”, dedicato a tutti quei siciliani che si erano distinti nel mondo dello spettacolo.
Adesso che è morta da quasi vent’ anni, le riconosciamo sempre di più quel valore di attrice che ha lasciato il segno, anche se in un solo film di grande successo. Le è bastato per incarnare degnamente un ruolo di siciliana comica ed ossessiva, che tormenta continuamente Marcello Mastroianni: “Fefè..Fefè, mi fai bere il caffè dalla tua tazzina?” E l’espressione disturbata del grande attore romano che riproponeva quel tic tormentone di storcere meccanicamente il labbro.
Ma qui entriamo nelle storie piccole che hanno reso grande il nostro cinema, grazie anche a quell’aneddotica di retroscena, di piccole improvvisazioni che hanno alimentato la fantasia cinefila.
Si dice che quel famoso tic di Mastroianni sia stato imposto dal regista, dopo che aveva sorpreso l’attore ad imitarlo.
Forse anche questo è stato grande cinema, e Daniela Rocca ne ha fatto parte.

© Letteratitudine

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