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CAFFÈ D’ORZO, LATTE DI MANDORLA E SELTZ di Alessandro Savona

giugno 6, 2013

Caffè d'orzo, latte di mandorla e seltzCAFFÈ D’ORZO, LATTE DI MANDORLA E SELTZ di Alessandro Savona

recensione e intervista di Simona Lo Iacono

La città dorme. Nessuno la scruta, i lampioni barbagliano sfocando il caldo, il monte Pellegrino, sullo sfondo, sembra evaporare come un’ombra.
Palermo pare stesa su un lato come un’immensa donna prona, una donna anziana e ancora bella, su cui è rimasta l’impronta degli orecchini penduli, delle collane fastose di coralli, dei bracciali a cerchio tintinnanti e chiassosi.
Solo un uomo si aggira per le strade, misura coi passi la lunghezza del suo corpo, ne percorre le curve morbide, le gambe incolonnate, i seni rotondi. Sembra l’unico ad accorgersi che è viva, che respira, che le crepe nascondono una maestà ancestrale e segreta, una dignità ancora severa, regale, da predestinata.
L’uomo la tocca. Le pietre, i palazzi, i vecchi vicoli addormentati e perplessi cui l’incuria non riesce a sottrarre quell’aria da immensa signora solitaria e pensierosa.
E la ama.
La ama come sa fare lui, senza gesti, senza carezze.
Raccontandola.
Così, scrive. L’uomo sceglie momenti, vecchie foto, resti di un passato che sotto il peso del tempo non smette di vibrare e di dire.
Narra dei suoi abitanti, dei vivi e dei morti, dei sogni e degli abbagli. Di bevande che non si usano più e di prostitute che non sanno di resuscitare i fantasmi. Di bambini troppo adulti, e di destini che – forse – non si compiranno mai. Di notti, di giorni, di tutto ciò che la vita lascia affiorare con dolore e fragilità, vestendosi di lutti, di nascite, di miracolosi ritorni.
Alessandro Savona è quell’uomo che ama scrivendo, che in “ Caffè d’orzo, latte di mandorla e seltz” (Novantacento editore) ci restituisce Palermo con la grazia di un cantore e la dolcezza di un poeta.

-Alessandro, gli chiedo, cos’è, anzi chi è Palermo?
Dici bene, cara Simona: “Chi è Palermo?”. Perché, se questa città possiede un’identità, tra le mille sfaccettature che la contraddistinguono, è certamente quella di un individuo, che ha studiato in Grecia, si è formato in piena Belle Epoque e sta, con immense difficoltà, cercando di portare a termine un dottorato che metta insieme crisi nel settore del lavoro, con qualche digressione su agricoltura e industrie, e ambito societario pre e post capitalistico. Si accorge, quest’individuo, che se da un lato aveva facile dimestichezza con la filosofia e l’arte (ferratissimo, per esempio nell’arte musiva di memoria bizantina oppure in quella barocca del 17simo secolo) ne ha certamente meno per sostenere esami, alla stregua dei test Invalsi, che presuppongono una formazione nozionistica, non umanistica e al passo con un gergo nuovo. Parole come globalizzazione per lui sono ancora di difficile comprensione, sebbene si sforzi di aprirsi, più che può, alla lingua d’oltreoceano che, stentata ed erronea, puoi trovare sulle insegne di alcuni bar o negozi. Negli anni settanta era facile trovare un capo di abbigliamento nella “boutique” di via tal dei tali, oggi esiste lo “store” o “l’outlet” che con un colpo di spugna hanno cancellato le reminiscenze di cultura francese che la pazienza di anziane insegnanti impartiva tra mobili Ducrot, dipinti del Bergler e la eco di arie d’opera lirica cantate nei salotti o, se vogliamo, delle nobili voci del popolo che animavano le strade. I tanti, troppi, centri commerciali che sorgono nelle periferie, promettendo oasi di benessere al prezzo di finanziamenti da estinguere con “comode” rate, sono a mio avviso paragonabili a laici santuari di pellegrinaggio. Molte famiglie, e soprattutto molti giovani, vi si recano principalmente per “passare il tempo”, sperando in un acquisto vantaggioso o in un’offerta imperdibile. Ironia (amara) a parte, sono convinto, fermamente, che la pochezza di orizzonti che definisce il panorama di larga parte della vita quotidiana non sia soltanto figlia dell’ignoranza ma, principalmente, della noia. La madre della noia è l’acedia che per Dante era grave quanto commettere un delitto, deriva dall’a-kedos greco che letteralmente possiamo tradurre con “assenza di dolore”, da cui “indifferenza”. L’indifferente è spesso infelice, lo scrittore austriaco Peter Handke ha espresso il concetto col titolo di un suo libro: Infelicità senza desideri. Non vi è nulla di più grave per un uomo che essere infelice e per di più privo di qualsiasi desiderio. E‘ questa Palermo, oggi: uno scrigno di tesori straordinari, sconosciuti a tutti coloro che sono vittime di acedia, vittime di un progresso che in molti settori purtroppo si è rivelato un regresso. Lui, l’individuo Palermo, si sforza come può di ricordarci che un tempo da qualunque parte del globo era invidiatissimo per le sue bellezze naturalistiche e per i monumenti; ogni giorno il cielo azzurro fa da sfondo alle architetture normanne, agli aranceti e ai mandarineti della Conca d’oro, e un Sole caldo di raggi filigranati fa luccicare il blu di un mare che, non senza malinconia, sa d’essere stato solcato da prore fenicie o arabe e da bastimenti carichi di marsala Florio e Ingham da esportare. Lo sa, ma nello sguardo acquoso e triste vi si legge la stanca rassegnazione. Non mancano tuttavia persone che fanno di tutto per riscattare Palermo dal torpore, uomini intraprendenti e coraggiosi che giorno per giorno puntano sui giovani, sulle loro coscienze, sul desiderio di rinascita. Sono tante le cooperative o i semplici privati che, per esempio, si adoperano per una fruizione pubblica dei beni confiscati alla mafia, che si battono per il riconoscimento e il rispetto dei diritti civili: sono questi i palermitani che ammiro, quelli che non hanno bisogno di alzare la voce, che agiscono per il bene della collettività, in punta di piedi ma con idee saldissime.

-Perché questo titolo? Cosa rappresentano il caffè d’orzo, la mandorla e il seltz?
Sono tre momenti della storia non soltanto del palazzo del quale, nello specifico, narro nel capitolo che porta questo titolo ma, direi, di Palermo. Il caffè d’orzo rimanda al periodo della guerra, al margine di una vecchia fotografia che ritrae gli effetti del bombardamento subiti dal palazzo Savona, dove nacque mio nonno, e ritrovata fortuitamente in rete, il soldato John Bare, autore della fotografia, scrisse “Ersatz coffee is served” (lett. “Il caffè Ersatz è servito”, l’Ersatz coffee era il surrogato del caffè, esattamente come il caffè d’orzo), un po‘ come dire “La beffa è servita”. Dopo il ’43 non poteva che succedere la ricostruzione, seppure tra tante difficoltà, e finalmente, negli anni ’50, Palermo poté sperare in una tregua. Parte del piano terra del medesimo palazzo divenne sede di un famoso bar cittadino: Il Bar del viale, considerato il salotto di Palermo. Una foto di Alinari ritrae Silvana Mangano, la bellissima attrice protagonista di Morte a Venezia e di Gruppo di famiglia in un interno, davanti a una delle vetrine del bar, durante il 1957, anno in cui a Palermo si svolse il festival del cinema. Tra le specialità del suddetto bar-pasticceria: la frutta di martorana (dolci, a base di pasta di mandorle, così chiamati perché si trattava di una specialità delle suore benedettine del convento della Martorana) e il latte di mandorla. Il seltz è un vivido ricordo dei miei anni ’70, se vogliamo un modo innocentemente snob di denominare l’acqua frizzante che veniva fuori dai sifoni per la felicità dei bambini. Al seltz e a Leonardo Sciascia è legato un episodio narrato nel libro e accadutomi nel Bar menzionato.

palermo - alessandro savona-I racconti sono inframmezzati da foto che si innestano nella narrazione integrandola. Qual è il rapporto, in questa raccolta, tra parole e immagini?
Come direbbe Barthes la fotografia produce una fascinazione ma, mi permetto di aggiungere, anche una profonda nostalgia. Diciamo che è nel “dna” della stessa fotografia perché appartiene sempre al passato, seppure recentissimo: ci riporta a ciò che è accaduto, mai a ciò che sarà: un bacio, una gita, un tramonto. Testimoniano esse, le fotografie che insieme alla editor abbiamo deciso di inserire, quel sapore di cose perdute che fanno parte della nostra eredità. L’etimologia della parola eredità rimanda al vuoto, a quella parte mancante che soltanto noi, umili e spesso indegni eredi, dobbiamo colmare. Personalmente non amo che le immagini interrompano la scrittura, a meno di far parte di libri fotografici. Quand’ero ragazzino e leggevo Stevenson mi piaceva immaginare i personaggi grazie alle parole che l’autore utilizzava per descriverli, tuttavia ho molto amato un’edizione dell’Inferno di Dante con le illustrazioni del Dorè, ma qui sconfiniamo nell’arte iconografica come può essere definita, tornando a un esempio contemporaneo, quella del grande Luzzati che ha illustrato molti libri per l’infanzia. Nel libro le foto, non moltissime per la verità, spesso chiudono i capitoli-racconti e, a mio avviso, li integrano senza contaminarne le intenzioni narrative.

-Qual è il racconto che hai amato scrivere di più?
Ogni racconto è figlio di un rapporto d’amore tra il protagonista, e voce narrante, e l’oggetto del suo incontro, sia esso un palazzo il cui bombardamento è testimoniato da una foto trovata accidentalmente quasi volesse dire “Ehi, guarda un po’ queste ferite!”, o gli occhi di un amico che ha sfidato i preconcetti e giovanissimo ha seguito Julian Beck e il Living Theatre, diventando con sacrificio e determinazione un grande ballerino di danza classica, o ancora il diario di una nobildonna palermitana che nel 1921 non sospettava affatto che quel cugino che rispondeva al nome di Giuseppe Tomasi di Lampedusa avrebbe scritto uno dei capolavori della letteratura… Ho amato scrivere tutti i racconti della silloge e ho sofferto, pure. Forse quello che mi ha, più di ogni altro, trascinato tra le pieghe della narrazione è Il sorriso di Fanny Ardant, perché in esso mi metto in gioco direttamente trattando un argomento che mi sta molto a cuore: il destino dei tantissimi bambini ospiti delle case-famiglia. Tra le parole di questo racconto ve ne sono tante altre che non sono stampate e che questi straordinari bambini mi regalano ogni volta che ho la fortuna di passare un po’ di tempo in loro compagnia. Ci leggi la speranza, la forza vitale, il bisogno di giocare e il desiderio di affidarsi nelle parole pronunciate da loro mentre articolano e costruiscono i loro ragionamenti. Qualche giorno fa, durante un intervento pubblico, mi sono permesso di fare una riflessione sul destino di alcune parole e sulle loro date di origine. Be’, a un certo momento ho detto di avere imparato una nuova parola, carica di suggestioni: “Alicocchero”. Il pubblico mi guardava perplesso e io, dopo qualche secondo, ho spiegato che l’aveva coniata Gabriele, un bambino di tre anni, guardandone passare uno nel cielo. Una parola può essere la sintesi perfetta tra verità e fiaba. Non vedi, sussurrandola e sollevando lo sguardo, un cocchio fatato che solca l’azzurro del cielo?

-E quello che rappresenta meglio Palermo?
Non credo che uno soltanto dei racconti possa rappresentare Palermo e, forse, neppure l’intera raccolta. Tutti possono sforzarsi di offrire spaccati di vita, attuali o risalenti alla fine dell‘800, ma in definitiva ogni palermitano si porta dentro la propria città. E’ giusto così. Non è un caso che in epigrafe vengano citate le parole di Ignazio Buttitta: “Unu non fa numìru, nascemmo pi cantari nzemmula (…)”. La forza dell’uomo è la voce collettiva. Vale anche per i ricordi, l’incanto e la magia suscitati da una città e da quanto, nel bene e nel male, essa ti regala ogni giorno.

-Tre aggettivi per definire la tua città.
Incantevole, sanguinante, desiderosa.

-E tre per definirti.
Incuriosito, riflessivo e alto (con riferimento al mio metro e novanta di statura effettiva).

-Grazie!
Grazie a te, carissima amica.

* * *

CAFFÈ D’ORZO, LATTE DI MANDORLA E SELTZ di Alessandro Savona

Novantacento edizioni
Numero di pagine: 132
Prezzo: 9,90 euro
ISBN: 978-88-96499-429

Alessandro Savona nasce a Palermo nel 1967. Si laurea in architettura al Politecnico di Milano, svolge la libera professione e si occupa di letteratura e teatro. Il 2004 è l’anno del suo primo romanzo, Corpi contro, e dello spettacolo Corpi a nudo. Sono seguiti il romanzo Etica di un amore impuro (2008) e i racconti comparsi nelle antologie A.A.A. Cercasi (2011) e Anthos (2012).

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