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I GIORNI IN FILA, di Andrea Garbarino

giugno 11, 2013

I giorni in filaI GIORNI IN FILA, di Andrea Garbarino
La Linea, maggio 2013 – Pag. 272 – euro 14

di Claudio Morandini

Si può leggere il noirI giorni in fila” di Andrea Garbarino, appena uscito nella collana Tam tam delle Edizioni La Linea, non come noir, cioè come un prodotto ossequioso a un genere, ma come un romanzo tout court? Sì, naturalmente, e per diversi motivi. Intanto la scrittura di Garbarino, diretta ma lavorata con cura, spesso ricca fino a essere immaginosa, impedisce una lettura distratta; si tiene ben lontana, insomma, dallo stile da una botta e via (se mi posso permettere) di molta letteratura di consumo di oggi, tutta cliché e dinamismo cinematografico. Poi, tra le pagine del romanzo, facciamo la conoscenza di caratteri tutt’altro che stereotipati, anime dotate di doppi fondi, personaggi di imprevedibile complessità che non amano rivelarsi e anzi si portano dietro (fin quasi alla fine, almeno) un carico di mistero, di feconda ambiguità. C’è infine un gusto labirintico per il girovagare tra presente (l’oggi di una presumibile Savona “tetra persino sotto il sole”) e gli anni della seconda guerra mondiale, della lotta di liberazione, dell’immediato dopoguerra. I personaggi di Garbarino si aggirano tra vicoli e locali e intanto scavano in quel passato rimosso, ne disseppelliscono segreti, si invischiano in reti di menzogne, alibi, finzioni e manomissioni, ne sono minacciati e feriti – è un passato rognoso, che sopravvive nei vecchi malati e rancorosi che lo hanno vissuto e tormenta i sogni dei giovani che ne hanno sentito parlare da bambini e continuano a sentirne parlare, e vorrebbero capire di più. L’orizzonte narrativo di Garbarino, che è stato giornalista, poi scrittore, ora anche editore, va al di là insomma delle angustie del genere, si apre sulla storia e si dilata di forza immaginativa.
Al centro delle vicende, si muove, ostinata, un’interessante figura femminile, Sandra, assieme fragile e forte, sensuale e androgina, seduttiva e scostante; all’inizio restia a uscire da quella dimensione di autoesiliata, di “appartata” (riprendo dal titolo del precedente romanzo di Garbarino, “Gli appartati”, Tropea, 2010) che si è voluta costruire addosso e attorno come una corazza, si trova d’improvviso costretta, da una serie di indizi e messaggi che turbano la sua vita, a ripercorrere il passato e a ricomporne i tasselli mancanti. Allora si mette in viaggio, si arrovella, pedina, è minacciata, percossa anche. La sua presenza e il suo ruolo nel romanzo possono essere riassunti perfettamente con queste parole: “Tengo tra le dita i fili di tutti. Non vista, seguo le impronte convergenti di vivi e morti. Eppure ho la sensazione di essere spiata. Mi sento al centro di un cerchio che mi si stringe attorno”. Di mezzo ci sono soldi (“palanche”), tanti soldi, l’eredità di suo padre, parenti avidi, partigiani (suo nonno paterno era partigiano), repubblichini riciclati (come il nonno materno), i discendenti di questi e di quelli, manichini da sartoria, notai, malavitosi, gente che non è quel che dice di essere, una madre inacidita e malata, ricatti, regolamenti di conti. L’aria si fa sempre più greve, ma Sandra la fende con ammirevole cocciutaggine, ora da sola, ora approfittando del soccorso di amiche, amanti, contatti occasionali, e più l’intrico si infittisce più la vediamo ostinarsi. Certo, alla fine l’intrico di cui si diceva si fa così fitto da richiedere un buon sessanta pagine per essere sdipanato, tra rivelazioni, confutazioni, colpi di scena, aggiornamenti vari. Ma quello che conta è la riflessione (amara) sulle falsità degli uomini, sulla difficoltà a fare davvero i conti con il proprio passato, sull’avidità cieca di molti – e qui Sandra rivela la sua vera forza, il suo essere diversa da tutti, la bellezza nascosta del suo personaggio.

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