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LA PENULTIMA FINE DEL MONDO di Elvira Seminara (tra Catania e Siracusa)

giugno 17, 2013

LA PENULTIMA FINE DEL MONDO (Nottetempo) di Elvira Seminara sarà presentato a Catania e a Siracusa nelle seguenti date (in entrambe le occasioni, sarà presente l’autrice):

– martedì 18 giugno, a Catania, h. 18, presso la Feltrinelli Libri e Musica – via Etnea, 285 (Catania) – interventi di Leandra D’Antone e Pippo Raniolo

– venerdì 21 giugno, a Siracusa, h. 18,30, presso il Biblios Cafè – via del Consiglio Reginale, 11 (Siracusa) – intervento di Simona Lo Iacono

Leggi le prime pagine di LA PENULTIMA FINE DEL MONDO

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Il servizio di Ornella Sgroi sul quotidiano “La Sicilia

Elvira Seminara: «Rappresenta il Pianeta esploso per perdita di identità e di senso del domani»

Di questi tempi l’umanità soffre. Disorientata. Persa in una società liquida e stagnante, senza più coordinate. Ed è il presente a raccontarlo, con le sue inquietudini che sfociano in fatti di cronaca dolorosi e strazianti. Come i tanti, troppi suicidi che non danno tregua, a chi li compie e a chi li subisce come spettatore impotente.
La suggestione è immediata nell’impatto con le prime pagine del nuovo romanzo di Elvira Seminara, “La penultima fine del mondo (Nottetempo, collana Il rosa e il nero). Ambientato in un piccolo paese della Sicilia che ricorda Nicolosi con il suo bar e la sua pineta, «un paese da favola in cui – spiega l’autrice catanese – irrompe il contemporaneo con la sua drammaticità e le sue tensioni e tutto comincia a sfaldarsi». Innescando una pioggia inspiegabile di «morti nolenti» dal sorriso assente, come affetti da un morbo alieno o un virus informatico che potrebbe contagiare chiunque passando dal cervello elettronico alla mente umana.
«In tutti i miei romanzi ho sempre raccontato il presente, con le sue effrazioni e le sue fratture. In quest’ultimo c’è la narrazione distopica di un’esplosione personale e collettiva, sullo sfondo di una Sicilia magica che perde il senso delle sue radici e le cerca disperatamente senza trovarle».
Una Sicilia che, però, diventa simbolo oltre la circoscrizione geografica. Specchio dei tempi e dell’umore cupo, grigio e insensato del nostro oggi.
«Questo piccolo paese è dentro un’isola, che è dentro il Paese, che a sua volta è dentro il mondo, come una scatola cinese. Questo piccolo buco si apre e diventa una voragine che rappresenta il pianeta, esploso per una perdita di identità e del senso del domani che sconfina dallo spazio al tempo, inghiottendo il giorno in una notte senza luna».
Si perde così anche il confine tra vita e morte. Tutto sfuma in un caos primigenio dominato dallo smarrimento e persino il buon senso degli abitanti svanisce, assuefatto dalla strumentalizzazione cannibalesca della stampa che trasforma il «caso dei morti inconsapevoli» in turismo del macabro e circo mediatico come nella nostra attualità. «Anche io sono stata una cronista interessata alla notizia e conosco il cinismo spaventoso che alimenta la “notiziabilità”. Un fatto diventa importante non in virtù del suo valore intrinseco, ma in base all’impatto che può avere sui media per “freschezza” e novità. Persino la morte volontaria quando diventa consuetudine non interessa più».
Tutto il romanzo è pervaso dalla contaminazione tra giornalismo e scrittura. Ibridati in una dimensione meta-letteraria in cui chi inventa storie diventa anch’esso protagonista in incognito e salvifico, facendo della solitudine che il processo creativo provoca nello scrittore lo specchio della solitudine dell’umanità.
«Il personaggio della scrittore all’inizio è interessato ai fatti per rapacità professionale, ma subisce un’evoluzione che mi fa pensare al principio di indeterminatezza di Heisenberg, per cui è impossibile analizzare con valore oggettivo il percorso di un protone perché l’osservatore è egli stesso parte del fenomeno che osserva. Così lo scrittore, quando si rende conto di essere entrato dentro la storia, inizia ad elaborare il senso di morte e matura un bisogno di autenticità che va oltre la sua incapacità di interagire con gli altri al di fuori del racconto. Capisce non solo che è entrato nella storia, ma che può persino cambiarne il corso».
La morte diventa dunque il mezzo per raccontare la vita, attraverso il soffio vitale che lo scrittore – autore e personaggio insieme – imprime ai suoi personaggi per (ri) portarli al mondo.
«In questa storia il suicidio non è tanto una rinuncia quanto uno sconfinamento in un’altra possibilità di esistenza, infatti questi personaggi non si tolgono la vita ma “escono” dalla vita sperando di rinverginarsi per tornare in circolo più innocenti, come vuole la filosofia orientale. E raggiungere il superamento della corruzione anche attraverso il recupero del sogno».
Il tema del suicidio permea anche l’ultimo romanzo della figlia di Elvira, Viola Di Grado. Creando tra “La penultima fine del mondo” e “Cuore cavo” un’intersecazione che già aveva attraversato i due rispettivi romanzi precedenti facendone un caso letterario inconsueto. «Abbiamo scritto queste storie senza leggere l’una quella dell’altra, perché conosciamo il pericolo del condizionamento. Certo, parliamo moltissimo e ci scambiamo le letture ma non abbiamo gli stessi gusti letterari, quindi neanche le stesse fonti. C’è però una grande affinità di percorsi, per cui arriviamo alle stesse sensazioni pur partendo da percezioni diverse. Potrebbe dipendere dal legame che nella fisica dei quanti rimanda ad un’unità indivisa, tra noi c’è un rapporto più di gemellarità che di filiazione».
Entrambe peraltro vivono il rapporto con la scrittura in chiave sciamanica, attribuendo alla parola una forza che – anche nei loro romanzi – diventa spiazzante e travolgente.
«La scrittura è una forma di attendibilità del reale, una certificazione di esistenza. “Io scrivo, dunque vivo”. Per questo, nel romanzo, è in un certo senso la scrittura che come nelle favole spezza il maleficio che ha colpito l’umanità. Mi piace pensare che una fabbrica di sogni come la letteratura possa davvero salvare il mondo».
Un augurio che chiude il cerchio, accompagnando ai toni cupi della narrazione del presente quella leggerezza di scrittura di cui Elvira Seminara è abile e fantasiosa sacerdotessa. «Per me la scrittura è un organismo vivo che raccoglie parole, inventate, nuove o riciclate in una riconversione del linguaggio che ne sfrutti tutte le infinite possibilità evitando la “calligrafia”. Alla parola leccata, costruita, preferisco l’autenticità di una scrittura vissuta, senza manierismi. Calvino diceva che “la leggerezza è il contrario della superficialità perché si allea con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso”. Per questo sono Calviniana e Calvinista»

(© La Sicilia – 16/06/2013)

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