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TRILOGIA, di Giacoma Limentani (la prefazione di Lidia Ravera)

giugno 17, 2013

Trilogia: In contumacia-Dentro la D-La spirale della tigreIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo la prefazione di Lidia Ravera al volume “TRILOGIA: In contumacia – Dentro la D – La spirale della tigre“, di Giacoma Limentani (Iacobelli, 2013 – pagg. 320- euro 19)

di Lidia Ravera

Che cosa è successo nell’appartamento grande, immerso nella penombra del pomeriggio, in un giorno feriale del 1938, nella città di Roma? Che cosa esattamente è successo, mentre la madre sta riportando a casa la figlia maggiore reduce da un’operazione d’appendicite, mentre il padre è lontano e non bisogna dire dov’è? Che cosa è successo alla figlia minore ancora bambina e alla nonna con gli occhi velati dalla cataratta? Che cosa ha violato l’infanzia e precipitato la vecchiaia nella malattia? Per tutte le pagine del romanzo In contumacia, Giacoma Limentani non risponde. E le domande si fanno, perciò, di pagina in pagina, più urgenti, ansiogene, angosciate. La bambina delira silenziosa di un nastro rosso, di sangue che scorre e sporca e dopo niente è più come prima. Ha dodici anni. Il menarca si confonde con una punta di ferro che penetra, con un grumo di sangue indotto. Violenza carnale, stupro fascista? La bambina pulisce se stessa il pavimento la nonna e tutta quello che le capita a tiro.
Pulisce cercando di ristabilire l’ordine dell’infanzia. Non ci riuscirà.
Allora impara a tacere. Il silenzio della bambina è diverso dal silenzio della nonna. È il silenzio di chi si ostina a non dire, per non entrare in un mondo adulto che si presenta come si presenta: violenza, persecuzione, ingiustizia, morte, pericolo e paura.
Il silenzio della nonna, invece, è l’ultima precauzione prima del congedo.

È lei che chiede alla bambina di imparare a tacere: «Hai capito perché non devi dirlo a nessuno? Non è il momento di fare pazzie. Ce la farai?».
Ce la fa, la bambina.
Ma il prezzo da pagare è alto.
Un’estraneità alla parola che diventa marginalità.
«Se non ci dici dov’è lo condanniamo in contumacia».
«Che cosa vuol dire in contumacia?».
Non lo dicono, né la vecchia né la bambina, dov’è il padre (a Milano? A incontrare altri che come lui devono agire in segreto?), così viene condannato in contumacia.
E “in contumacia” si può morire.
Anche senza aver capito.
Anche prima di capire.
Ho letto In contumacia, quando è uscito, nel 1967, edizioni Adelphi. Ero, per età, molto vicina alla bambina protagonista, in piena adolescenza. Giacoma Limentani aveva 40 anni ed era, com’è tuttora, una raffinata traduttrice dall’inglese e dal francese, oltreché una studiosa attenta e mai banale, della tradizione e del pensiero ebraico. Quella prima lettura mi ha segnata profondamente, tanto che, rileggendo, ho misurato una consistenza della memoria su cui, in genere, non posso contare.
Leggo in fretta, dimentico spesso.
A colpire duro, a restarmi impresso per tutti questi anni, non è stato, come potrebbe apparire ovvio, l’orrore della Storia, la violenza, il nazismo, la persecuzione, la fuga. A colpirmi è stato tutto il non detto che percorre le pagine del romanzo, l’epopea di quel silenzio precoce, l’evocazione di quel doloroso patto con lo stoicismo, fra la bambina e la vecchia, fra chi è all’inizio della vita e chi è alla fine, per non peggiorare la situazione, per non far precipitare i sentimenti verso la vendetta, per non aggiungere violenza a violenza.
«Hai capito perché non devi dirlo a nessuno? Ce la farai?».
Mi ha colpito, e ritrovo intatta, tutta la mia giovanile reverenza e ammirazione per la letteratura, la capacità di evocare senza dire, di concretizzare l’indicibile in «un incubo circolare e inarrestabile: una casa piena di presenze, l’ossessione del sangue e del corpo, frammenti sacri della tradizione ebraica che irrompono nel presente lo disintegrano e si disintegrano, un limbo di estraneità in una città invasa da una torbida allucinazione» (si legge nel risvolto di copertina della prima edizione).
Mi ha colpito la funzione nobile della letteratura: rendere il particolare universale.
Il silenzio della bambina e della vecchia diventa il silenzio di tutti.
Lo stoicismo di chi è chiamato a sopportare.
Mi ha sedotta, quarant’anni fa, e di nuovo mi seduce rileggendo, la potenza della scrittura di Giacoma Limentani.
La tessitura della pagina. Quelle frasi brevi che si rincorrono come per acchiappare un sogno, un’immagine sepolta fra le pieghe della coscienza, nel dormiveglia. Quell’andamento apparentemente divagante che mescola la Seconda guerra mondiale e gli anni Sessanta, il prima e il dopo, senza cambiare tempo: tutto viene raccontato al presente, il tempo della visione, l’indicativo cinematografico.
Poiché il tempo della narrazione è il passato remoto, rifiutarlo, fuggirlo, comunica un senso di contemporaneità e quindi di elusione del giudizio.
Giacoma Limentani ci apre, con quelle frasi secche e incalzanti, la porta dell’appartamento di una famiglia ebraica, a Roma – dagli ultimi mesi del 1938 fino a quando l’occupazione tedesca costringe alla fuga e al nascondimento – e ci invita a guardare dentro.
Fa di noi dei contemporanei dell’orrore. Ci ritroviamo a spiare, a intrufolarci in un interno domestico spalancato per caso, ci sentiamo imbarazzati e partecipi, sconcertati e affascinati.
Ci muoviamo con cautela fra le pagine, cercando di capire, il lieve disagio dell’intruso si mescola con una crescente identificazione.
Che cosa è successo davvero alla bambina? E come possiamo esprimerle i sensi della nostra solidarietà? Come possiamo proteggerla dai mali
del mondo?
E c’è da chiedersi cosa sia successo – o davvero succeda – anche a tutti gli adolescenti e gli anziani che dalle pagine di In contumacia trasecolano in quelle del secondo e quindi del terzo volume del nostro trittico, dove anche la casa dell’inizio si riapre a chi legge. Pagine dove l’eterno presente letterario cede il passo a una scansione temporale più consueta, ma che pure continua a inglobare ogni evento in una ineludibile contemporaneità.
Perché ogni evento, famigliare o storico che sia, passa attraverso il filtro della memoria di chi scrive, e la memoria di chi scrive è sempre condizionata dal fatto esploso nelle prime pagine di In contumacia, a sua volta contumace, eppure presente perfino in quei passi di storia e/o memoria che risvegliano in chi legge stupore e, insieme, sorriso o risate: comunque partecipazione.
Stupefatta partecipazione suscita il mite venditore Leone, che in apertura de La spirale della tigre si muove per le stradine del ghetto di Roma in un passato che lo fa capostipite del ramo paterno della famiglia di chi scrive, mentre Mordechai, capostipite del ramo materno, cerca il senso delle cose affacciandosi all’arcata tronca del ponte di Avignone.
Perché lo scrivere, il narrare, il comunicare equivalgono, per Limentani, a tradurre emozioni in parole, eventi intimi in storie pubbliche, fatti quotidiani in segmenti di storia… in qualcosa che aiuti a guardare avanti sottraendo chi scrive dal circolo vizioso del ricordo che opprime, paralizza, taglia fuori perfino dal proprio passato. Passato vissuto insieme a padri e madri e zii e zie, che pascolano mansueti sul terreno sicuro della storia di famiglia, ma per scartare improvvisamente di lato, accoccolandosi nel buio e lì ricevere la loro quota di interrogazione e mistero.
È nella scrittura, tersa, luminosa e, quando serve, colloquiale, che si annida quel buio e quel mistero.
Giacoma Limentani, come tutte le grandi scrittrici e i grandi scrittori, scrive per cercare la trama segreta che corre sotto i fatti e le parole, gli incontri e le relazioni, mescolando eventi epocali e dettagli quotidiani, in una inchiesta implacabile e infinita, che ci coinvolge e ci travolge, lasciandoci stanchi, felici. E insoddisfatti.

© Letteratitudine

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