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IL FALO’ DELLE NOVITÀ, di Stefano Bartezzaghi (un capitolo del libro)

giugno 19, 2013

faloIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un capitolo del libro “IL FALO’ DELLE NOVITÀ. La creatività al tempo dei cellulari intelligenti” di Stefano Bartezzaghi (Utet, 2013)

[La scheda del libro]

Scintilla sul fondo grigio della vita ordinaria, sveglia che interrompe il torpore del pensiero, guizzo di fantasia nel realismo e incursione della realtà nella fantasia: la creatività è un concetto ammaliante e contraddittorio, divenuto ormai mitico, incrostato com’è dei nostri pregiudizi, sogni e velleità. Indefinibile, la creatività per alcuni si può soltanto mostrare. Stefano Bartezzaghi invece vuole dirne qualcosa e perciò ha ordito questo mosaico di riflessioni colte e divertenti, in cui ha radunato aforismi e inedite digressioni, tweet e interviste, letture e citazioni con cui ha dato la parola a “creativi” d’eccezione – da Zadie Smith a Fanny & Alexander, da Omero e Ovidio a David Foster Wallace – alternando teoria e letteratura, intrecciando la leggerezza di Calvino e l’inventiva di Munari, giocando. Ed è proprio un gioco collettivo a infiammare la miccia del Falò: più di cento tweet sulla creatività, raccolti, vagliati, dipanati da Bartezzaghi come fili di una matassa multicolore.

Affascinante quanto un enigma per solutori oltremodo esperti, la creatività si rivela così una macchina magica ma anche infida. Pare sfuggire a ogni logica per consolarci di un destino da carrieristi e consumisti, additandoci suggestivi e gratificanti orizzonti: ma essa stessa è, almeno in parte, un’illusione consumistica. Eppure la sua retorica e la sua mitologia parlano anche della necessità di saper sempre rinnovare il nostro sguardo sul mondo, sulle nostre abitudini e relazioni con gli altri, con un lampo di ironia e di straniamento, di riso e di eros, di divertimento, di gioco. Anche da un’illusione, se non la scambiamo per una magia vera e propria, si può infatti imparare qualcosa.

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Un capitolo del libro “IL FALO’ DELLE NOVITà. La creatività al tempo dei cellulari intelligenti” di Stefano Bartezzaghi (Utet, 2013)

Dall’autore. Autobiografia di un testimone involontario

di Stefano Bartezzaghi

bartezzaghiÈ da molti anni che cerco di stare alla larga dalla creatività, e non ci riesco.
Sono nato e ho poi quasi sempre abitato a Milano, città che è tradizionalmente considerata la capitale italiana della creatività per la sua dedizione alla triade di pubblicità, moda, design, ma anche a diversi settori e discipline che con la creatività sono connessi: editoria, televisione, discografia, fotografia, architettura, marketing, servizi vari. Una Capitale Morale vera e propria. Quando non ho abitato a Milano è perché stavo studiando a Bologna, e mi è occorso negli anni immediatamente successivi (1981-1986) a quelli in cui, soprattutto a Bologna, era stato attivo un movimento sociale, politico e culturale che era dotato anche di una cospicua “ala creativa”. Studiavo fra le macerie morali e materiali lasciate da quel movimento (aveva anche un’efficiente ala “militare”) e dalla reazione che aveva provocato: devo aver capito allora che tra creatività e distruzione esistono rapporti non occasionali.
A volte ho l’impressione di non aver sentito parlare d’altro che di creatività, per tanto tempo. Ascoltavo free jazz, ed era l’epoca della creative music dell’Art Ensemble of Chicago, di Anthony Braxton e dell’AACM (Association for the Advancement of Creative Musicians); aprivo la Grammatica della Fantasia di Gianni Rodari o Fantasia di Bruno Munari, e leggevo di creatività; studiavo semiotica e Umberto Eco a lezione parlava di metafore e di abduzioni creative; mi incuriosivo al gioco degli “ambigrammi” e scoprivo che Douglas Hofstadter lo considera come un campo privilegiato per lo studio della creatività; studiavo Noam Chomsky, e scoprivo che per lui la lingua rende possibile non una ma due forme di creatività. Nei paraggi nascevano scuole di scrittura creativa, ristoranti di cucina creativa, e (siamo ormai negli anni ottanta) l’Italia si gloriava della creatività delle sue produzioni, legando una certa forma (che si rivelò un po’ effimera) di sviluppo nazionale all’etichetta del “made in Italy”, oltre che alla crescita del settore dei “servizi”, e all’italianissimo (e spesso a sua volta loscamente creativo) fenomeno del “sommerso”. La nave, creativamente, andava. La creatività pareva essere estro artistico ma anche ingegnosa arte di arrangiarsi, industria ma anche negotium in una sua variante raffinata e up-to-date, strategia e stratagemma.
Era anche l’epoca in cui temi come il linguaggio, i giochi con il linguaggio, la letteratura si trasferivano dal settore ricreativo dei miei interessi a quello professionale. Io stesso mi sono sentito spesso apostrofare «Tu, che sei un creativo…», e ho anche ringraziato ogni volta perché sentivo che voleva essere un complimento. Dentro di me, però, ero perplesso. Possono esistere creativi pigri e abitudinari? Come è possibile che la creatività sia una dote apprezzatissima sia dall’industria sia da movimenti di opposizione radicale? Che rapporti intrattiene, precisamente, con l’arte, il talento, l’estro, la fantasia, l’immaginazione?
Il bello e il brutto della creatività si presentano già nella prima delle tante definizioni che incontreremo in questo libro:

La creatività? Non è facile definirla, ma è facile riconoscerla quando la incontri.

Tutti sanno che cosa sia la creatività, nessuno sa dirlo con precisione. Per trovarne una definizione esatta ed esauriente in senso tecnico non basta aprire un vocabolario: quelle che si trovano lì raccolte sono tautologiche («Capacità crea­tiva»), sfocate («Facoltà inventiva»), generiche («Capacità di produrre nuove idee, invenzioni, opere d’arte e simili»). A chi ne restasse insoddisfatto, non resta che prendere in considerazione le diverse accezioni del termine, le idee e le suggestioni che ha ispirato, i tentativi sistematici che su di esso sono stati fatti. Questo è proprio quanto io ho cercato, e a lungo, di evitare, con successo decrescente. Ho dichiarato la sconfitta definitiva accettando il gentile invito dell’Università Iulm di Milano a insegnare una materia chiamata Teorie della creatività. Teorie: al plurale, per fortuna.

faloQuesto accadeva nel 2012 e io avevo già pubblicato da un paio d’anni un pamphlet intitolato L’Elmo di don Chisciotte. Contro la mitologia della creatività. La preparazione di tale libro aveva annientato in un colpo solo due mie convinzioni che fino ad allora avevo creduto solidissime.
Non avrei mai pensato di scrivere un libro sulla creatività.
Non avrei mai pensato di scrivere un libro che avesse nel titolo o nel sottotitolo la parola “contro”.
Come era stato possibile? Qualche anno prima Giulia Cogoli mi aveva invitato a parlare di creatività al Festival della Mente di Sarzana, da lei inventato e diretto, se non creato. Io le avevo spiegato che quel concetto mi ispirava (e ispira) soprattutto diffidenza e perplessità e lei mi aveva tolto ogni scusa, esortandomi a esporre appunto i motivi di diffidenza e perplessità. L’anno successivo avevo lavorato sul testo della conferenza che ne era conseguita e l’avevo portato alle dimensioni del piccolo libro che avrei pubblicato nella collana del Festival. Nel dichiarare ormai per iscritto l’antipatia che provavo per la creatività, cosa e parola, mi ero trovato a usare più prudenza di quanto avessi io stesso previsto.
Davvero, mi ero sorpreso a domandarmi, sono contro la creatività? Per scrivere avevo ripreso in mano testi impegnativi, molto lontani dall’uso più mondano, mediale e stucchevole della parola. Per esempio, la voce «Creatività» dell’Enciclopedia Einaudi, in cui il filosofo Emilio Garroni faceva del concetto il fulcro per descrivere come funzioni l’adattamento dell’uomo all’ambiente. Era davvero possibile cancellare un precedente di tale importanza per il solo fatto che il termine creatività era diventato ormai una parola d’ordine illusoria e molto massificata? E se il problema fosse solo lessicale, non dovrebbe essere possibile superarlo trovando un sinonimo, un termine equivalente? Oppure il dubbio è che la creatività non esista, sic et simpliciter?
Ci sono stati momenti in cui ho appunto pensato che creatività fosse un termine inservibile, che fosse meglio non parlarne più, anche perché probabilmente non c’era nulla a cui propriamente si riferisse. Soprattutto la pretesa di far sorgere qualcosa dal nulla mi è sempre apparsa spocchiosa e quel che più importa irrealistica. Ci ho girato attorno per anni, ma poi è stata Chiara Lagani che ha formulato l’obiezione decisiva: «Perché non diciamo che una madre è creativa?». Fra natura e artificio, la creatività è sempre dalla parte dell’artificio, e questo va benissimo. Però vorrebbe farci credere di essere dalla parte della “natura” e questo va meno bene. Anzi, almeno a me mette il nervoso. Poi mi sono però anche accorto che, per quanto si possa snobbare, e giustamente, la moda della parola, non pare possibile negare che, indipendentemente da tale moda, o sotto di essa, esista davvero una questione legata alla creatività. Se così non fosse, inoltre, la moda lessicale diventerebbe automaticamente un interessantissimo oggetto di studio: perché una parola diventa di moda e appare come una sorta di chiave necessaria per comprendere il passaggio decisivo di un’epoca? Perché nell’Ottocento non si parlava di creatività e perché negli anni cinquanta se ne parlava già parecchio, ma solo in America, mentre in Italia quasi per nulla? Si può magari pensare che, se tutti continuano a parlare di creatività, è per caso, o per idiozia: fosse anche vero, le proporzioni di tale ipotetico caso o di tale presunta idiozia non sarebbero in sé trascurabili. Gli ufo forse non esistono, ma gli ufologi sì, e vanno studiati.
Che la creatività sia riconducibile del tutto al caso o all’idiozia io non lo penso, o non lo penso più. Nel frattempo mi sono chiarito: a starmi antipatico non era l’intero territorio concettuale della creatività, ma solo un suo aspetto, quello mitico. Il mio pamphlet, così, non sarebbe stato contro la creatività, ma “contro la mitologia della creatività”, e quello fu infatti il suo sottotitolo. Lì mi premeva soprattutto di scongiurare l’idea, diciamo, creazionista di creatività, quella che sembra postulare che si possa far apparire qualcosa dal nulla. La mia critica riprendeva quella di Umberto Eco, che aveva opposto alla creazione la combinatoria, come fonte di creatività. Peraltro, Eco aveva aperto il suo Trattato di semiotica generale (il libro in cui, nel 1975, aveva riformulato e integrato tutte le teorie semiotiche elaborate negli anni precedenti) con le famose parole di Blaise Pascal: «Non si dica che non ho detto nulla di nuovo: nuovo è l’ordine in cui sono disposti i materiali». Volendo io applicare il concetto di creatività all’anagramma, non potevo che ispirarmi a queste parole. Anzi, avrei ripreso addirittura Anassagora, come prima fonte del «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma».
Ho invece escluso di impegnarmi a confutare poeti, profeti, professori, professatori e professionisti della creatività. Avevo poco spazio e ancor meno interesse: dato che la mitologia della creatività ha mire eminentemente speculative (e non nel senso filosofico della parola) le definizioni di creatività che avrei ricavato dai loro testi sarebbero state inquinate dalla volontà degli autori di vendere sé stessi come esperti, e quindi didatti, consulenti, spacciatori di creatività. Analizzarle per trovare traccia della mistificazione non mi andava, né mi va: ci vuole la vocazione dello smascheratore e io non l’ho.
Ho scritto e pubblicato il mio libro nel 2009. Discorso chiuso? Ho creduto di non aver più voglia di parlare di creatività sino a che non mi è arrivata la proposta dello Iulm di occuparmi del nuovo insegnamento di Teorie della creatività. In un primo momento ho previsto che nel corso avrei scavalcato la mitologia e mi sarei rivolto direttamente alle fonti: quello che sulla creatività, sull’inventiva, sulla fantasia hanno avuto da dirci gli autori che più hanno riflettuto a proposito dei meccanismi con cui gli uomini pensano e realizzano cose inedite, o variazioni di quanto è già noto. Autori come Paul Valéry, Raymond Queneau, Primo Levi, David Foster Wallace. Per l’aspetto “destruens” della critica alla mitologia, agli studenti sarebbe bastato quel libretto, non ancora invecchiato.
A farmi cambiare idea è stato Twitter. Un gioco nato lì, in preparazione dell’edizione 2012 del Festival della Mente di Sarzana (qualcosa di analogo era successo anche nel 2011), ha permesso di raccogliere circa duecento definizioni di creatività, in 140 caratteri o meno. Chiunque era invitato a contribuire al gioco con la propria definizione. Scorrendo i tweet, a mano a mano che arrivavano, mi sono accorto che ogni definizione aveva qualcosa che non andava: era in sé difettosa, parziale, ingenua, a volte proprio sbagliata alla radice. Ma le definizioni, viste nel loro insieme, componevano la migliore immagine possibile della mitologia della creatività. Il mito è come le persone lo concepiscono, anzi come lo vivono. Shakespeare poteva solo sperare che Amleto diventasse un “mito”: ma a renderlo tale a tutti gli effetti è stata la cultura diffusa, il folklore (sia pure high-brow) che lo ha messo al centro della scena occidentale e forse, ormai, non più solo occidentale. La creatività come mito non è quello che i suoi teorici o i suoi ideologi o i suoi venditori dicono che sia (anche perché loro dicono che non è un mito, ma esiste davvero): è quello che il pubblico ha capito o crede (o crede di aver capito) che è. Come in un enorme test di associazione libera, col gesto semplice e poco meditato di scrivere un tweet, centinaia di persone hanno affiancato alla parola “creatività” concetti e immagini, spesso ricorrenti, non sempre facilmente interpretabili (la scintilla, il risveglio, l’infanzia…). Non c’era definizione, per quanto sconclusionata, che non si ritrovasse legata almeno da un filamento di nesso con uno dei temi principali e ben riconoscibili della mitologia della creatività.
Nell’autunno del 2012 ho tenuto il corso su questo materiale e ho discusso con gli studenti dello Iulm le diverse definizioni, ricordando loro quasi a ogni lezione che non si trattava di teoremi enunciati dopo attenta elaborazione, e neppure di aforismi capaci di sintetizzare un sistema di pensiero, bensì di tweet: tentativi di arguzia, gratuiti e informali, che però potevano, in qualità di sintomi, testimoniare a proposito di una sindrome.
Mi sono trovato, così, in una posizione diversa da quella che pensavo di occupare. Dopo decenni passati in compagnia dell’altrui mitologia della creatività, all’improvviso provavo un interesse nuovo per la macchina magica che genera scintille, illumina il grigio, rinnova la propensione a cambiare. Il discorso da fare non era più contro, ma era attorno alla mitologia della creatività. Mitologia che (molto più di quanto avrei potuto prevedere prima di inoltrarmi in questa esplorazione) ci parla del vuoto che si apre fra ciò che fantastichiamo, immaginiamo, progettiamo, ideiamo e ciò che invece troviamo banale, del mondo e di noi stessi.

* * *

bartezzaghiStefano Bartezzaghi

(Milano, 1962), enigmista e saggista, scrive su temi linguistici e culturali per “la Repubblica”, “l’Espresso”, “il Venerdì”, curando alcune rubriche fisse (Lessico e Nuvole, Come dire, Fuori di testo). Insegna Teorie della creatività allo Iulm di Milano. Recentemente ha pubblicato: L’orizzonte verticale (Einaudi, 2007, 2013); Scrittori giocatori (Einaudi, 2010), Come dire (Mondadori, 2011), Dando buca a Godot (Einaudi, 2012).

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