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PIÙ AVANTI DI QUALCHE PASSO, di Rosalia Messina

giugno 20, 2013

Più avanti di qualche passo“Più avanti di qualche passo” di Rosalia Messina
Città del Sole edizioni, 2013 – pagg. 104 – euro 10

di Simona Lo Iacono

Tutto comincia dietro una porta.
Domenico, seduto sullo scalino, aspetta.
Ha solo sette anni, ma sul fatto che oltre l’uscio chiuso stia accadendo qualcosa di grande, non ha dubbi. Passi affrettati, un va e vieni di sole donne, e le urla di sua madre che rompono il silenzio. Non si muoverà, ha deciso imbronciato, rigirando i piedi nelle scarpe di due misure più grandi. Dopotutto sta per venire al mondo una creatura e non c’è altro da fare che raccogliere le forze, concentrarsi per non svenire e fare la parte dell’uomo di casa.
Da quando è morto suo padre, poi, non permette alle emozioni di assalirlo. Fino a che ecco…la levatrice gli fa segno, il momento è arrivato. In un attimo, Domenico è accanto alla madre e può finalmente sgranare gli occhi innanzi non ad uno, bensì a due fagotti di lana: due gemelle, e chi l’avrebbe mai detto…Ma tant’è. Anita e Michela sono davanti a lui, pronte a urlare al mondo il loro doppio pianto.
Comincia così “Più avanti di qualche passo”, di Rosalia Messina (ed. Città del sole), romanzo che ha vinto, come inedito, il premio “Angelo Musco 2012”. Una storia che si snoda dagli anni 50 fino ai giorni nostri, e che nel ripercorrere il destino di Anita e Michela, il complesso equilibrio di un rapporto viscerale, racconta anche il tempo che cambia, la famiglia che cresce, la società che si trasforma.
Con una lingua poetica, cangiante, che sa modulare il dialetto sul ritmo delle parole e dei personaggi, Lia Messina rievoca il mondo duro del dopoguerra in Sicilia, la contrapposizione dolorosa tra le classi sociali, i traguardi affaticati delle donne, che con una ostinazione primordiale e disperata sono comunque madri, sia che a questa condizione siano votate dalla nascita, sia che vi approdino per strade traverse, scorticate, inusuali.

Lia, le chiedo quindi, “Più avanti di qualche passo” è il racconto del rapporto tra due gemelle, ma – con esso – anche di due condizioni sociali, di due modi di vivere. Vuoi parlarcene?
Grazie, Simona, per la tua bella recensione. Potrei dire che fra i protagonisti di “Più avanti di qualche passo” ci sono anche due protagonisti corali, la gente del vicolo e la gente dei palazzi: espressioni riassuntive di due condizioni socio-economiche, quella di coloro che vivono molteplici situazioni di disagio e aspirano a emanciparsene, da un lato; dall’altro, all’estremo opposto della scala sociale, si situano coloro per i quali il diritto di studiare, il benessere e un’infanzia non segnata dalla necessità di lavorare sono beni acquisiti già dalla nascita. Con diverse graduazioni intermedie di agio e disagio. Le due gemelle – lo dico senza anticipare troppo – vivono in pieno la dialettica fra i due mondi, nelle loro esistenze in bilico fra l’uno e l’altro. Due mondi, due linguaggi: il dialetto dei poveri, l’italiano dei notabili. Nessuna separazione radicale, anzi, barriere in continuo spostamento nell’Italia del boom economico, della popolazione che migra dalla campagna alla città, della mobilità sociale, dell’italiano che la televisione pubblica contribuisce a far affermare come lingua nazionale, lingua di tutti.

Il tema del rapporto gemellare rimanda anche all’indagine sull’altro da sé, sul doppio. Chi sono, dunque, Anita e Michela?
Sono due sorelle, nate in una famiglia in cui figli ce ne sono già tre e il padre è morto, che vivono la condizione particolarissima (e difficilmente definibile in poche parole) di chi condivide tutto, lo spazio nel grembo materno e il seno della madre-nutrice, ma anche i pensieri, i moti del cuore, il destino: un’identità che si afferma con fatica, che si riflette e si completa in quella dell’altra. Un legame che niente può dissolvere. Anita e Michela se lo chiedono spesso: chi sono io? Di ogni cosa, ho avuto il doppio o solo la metà? La mia vita è solo mia, io sono io, un individuo finito, compiuto, o solo la metà di un “noi” in cui il confine fra me e te è indistinto? Specchio una dell’altra, complementari, mai antagoniste, si spartiscono il bene e il male senza rinunciare alla costruzione di esistenze autonome, piene e concluse, di cui, per ognuna, l’altra è parte fondamentale.

E’ davvero bellissima la figura della madre delle due gemelle, una figura di donna coraggiosa e profonda, che pur nella semplicità della sua condizione, ha la ricchezza interiore di un personaggio complesso, quasi biblico. Chi è Vincenzina?
Una donna come ho avuto modo di conoscerne tante, nell’Italia del boom economico (non solo nei paesi dell’entroterra siciliano, ma anche in Calabria, in Abruzzo, regioni che per motivi familiari ho conosciuto bene), seguendone la trasformazione negli anni del fermento sessantottino e post-sessantottino, e ancora nei decenni successivi. Vincenzina è innanzitutto una madre, suo malgrado anche una matriarca; è povera, sola a lottare perché i suoi figli possano vivere meglio di quanto lei non abbia potuto, coraggiosa e aspra, saggia e ironica, sfinita dalla fatica ma mai sconfitta. Anche Vincenzina ha un legame fortissimo, sororale, con la cugina Olimpia, un legame ambivalente e complesso, denso di un non detto di cui le due donne sono consapevoli, in quei dialoghi muti tipicamente siciliani in cui la parola non è l’unico, talvolta nemmeno il più importante veicolo della comunicazione. Nei personaggi di Vincenzina e di Olimpia, che col suo matrimonio con un uomo benestante stabilisce un ponte – uno dei tanti che ho immaginato – tra il vicolo e i palazzi, guadagnando una condizione più agiata non solo per sé, ma anche per la sua famiglia d’origine, vi sono frammenti di donne che ho conosciuto, che mi hanno incantata con l’epopea contadina che sapevano trasmettere mediante espressioni semplici e potenti.

E , infine, il mezzo secolo che dalla seconda guerra corre fino ai giorni nostri. Questo è anche il magnifico racconto del cambiamento di un’epoca. Cosa abbiamo perso nel tempo? Cosa abbiamo guadagnato?
Il tema è affascinante e se ne potrebbe parlare per ore. Scelgo due versanti che considero emblematici. Si sono a mio avviso attenuati (o comunque vengono vissuti con maggiore difficoltà) i legami familiari e i vincoli di solidarietà fra appartenenti a una medesima comunità: temi ai quali nel romanzo accenno spesso. Da registrare come conquista irrinunciabile, la diversa visibilità delle donne, la possibilità che la loro volontà si affermi non più nei modi sotterranei e tortuosi che, per esempio, è costretta a escogitare Olimpia: le parole delle donne sono adesso forti e chiare, fanno camminare nel mondo i loro pensieri e – voglio credere ancora a un’utopia cara alla mia generazione – lo renderanno un luogo migliore da abitare. Grazie, Simona, per avermi dato modo di parlare di questo piccolo libro.

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