Home > Brani ed estratti > SE AVESSI PREVISTO TUTTO QUESTO, di Luca Raimondi (uno stralcio del libro)

SE AVESSI PREVISTO TUTTO QUESTO, di Luca Raimondi (uno stralcio del libro)

giugno 21, 2013

In esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo un ampio stralcio del romanzo SE AVESSI PREVISTO TUTTO QUESTO, di Luca Raimondi (Edizioni Il Foglio)

La prefazione di Roberto Alajmo

Carlo Piras, studente all’Università di Catania, vive i suoi diciotto anni incastonati nella metà degli anni ’90, in un Paese dove da pochi mesi è crollato il primo governo Berlusconi e tutto sembra finalmente andare per il verso giusto. Soprattutto in una città che sembra vivere la sua rinascita.
È qui che Carlo spera di trovare nuovi amici e – forse, magari – il grande amore. Attorno a lui il mondo si muove contromano, però. Le lezioni lo lasciano perplesso, le notti sembrano stordirlo e le ragazze sono enigmi che si muovono su gambe bellissime.
Il primo vero scacco coincide col mancato conseguimento della patente, ma è la cugina installata in casa a destabilizzare Carlo, che comincia a fare i conti col proprio passato di ragazzo e col futuro da uomo. L’insonnia morde, la solitudine divora. I tentativi di conquistare le ragazze di cui si innamora rivelano la sua inadeguatezza alla vita.

Luca Raimondi attinge all’autobiografia ma se ne distacca ironicamente, raccontando una generazione che pagava in lire e rimorchiava artigianalmente. Un romanzo di formazione impastato di umorismo ma speziato di malinconia.
Un’epopea quotidiana tardo-adolescenziale in cui l’amore e l’amicizia sono i valori da esaltare e (occasionalmente) tradire. La vita com’era meno di vent’anni fa, non troppo diversa da quella di oggi.
La vita, insomma.

* * *

Di seguito, uno stralcio del romanzo SE AVESSI PREVISTO TUTTO QUESTO, di Luca Raimondi (Edizioni Il Foglio)

DAL CAPITOLO 25 (“SABATO”, pp. 208-216)

Rosario e Raffaella sono puntuali e alle nove e un quarto circa sono già a spasso per i vicoli di Ortigia con il nostro Carlo.
Rosario è elegantissimo, in completo azzurro e camicia Emporio Armani. Raffaella si è tinta i capelli di biondo, però ha perso la linea perfetta altrove mostrata: è dimagrita parecchio, forse per adeguarsi alla moda corrente che vuole le fotomodelle ridotte all’osso, e chissà che non covi progetti di questo genere. O magari a forza di stare con Rosario è diventata anoressica, lui è un bravissimo ragazzo ma certo è a volte un po’ qualunquista e non riesce a capire sempre i problemi e le esigenze della sua compagna – ma Carlo, che ne può sapere lui? Forse è solo una speranza. La speranza che lei sia insoddisfatta di come vanno le cose con Rosario; la speranza che voglia tornare sui suoi passi, scegliendo di non percorrere fino in fondo quei binari che sono ormai costruiti e che, c’è da scommetterci, la porteranno al matrimonio con Rosario e via dicendo. Rosario è un bravissimo ragazzo, ma porta con sé delle convenzioni sociali da veterodiccì: il suo pregio e il suo difetto maggiore.
Ma qui parliamo di speranza, okay? Un sentimento strano e ingannatore, che ci fa spesso vedere fischi per fiaschi, per cui subiamo fischi e subiamo fiaschi. È già nell’aria: Carlo vuole attaccare il bastione-Raffaella. Ci rimetterà l’amicizia di Rosario.
Bene; è proprio quello che vuole.
(…)
Un brivido di freddo per niente primaverile scuote la schiena di Carlo mentre cerca di captare l’attenzione di Raffaella: le pone domande e le rivolge discorsi atti a mostrare la sua maturità e intelligenza, Rosario si limita a commentare scherzosamente e a dissacrare i suoi discorsi a volte troppo ambiziosi. Le parole volano e quelle di Carlo tentano di tratteggiare con ampie pennellate le sue idee sul rapporto uomo-donna – e c’è da sperare (speranza, no?) che lei sia d’accordo, veramente d’accordo, ché dei suoi cenni del capo e del suo annuire con vigore si può e si deve dubitare. Chi è Raffaella? Da dove viene? Cosa sa Carlo di lei se non quello che è passato dal filtro di Rosario? Potrebbe non essere quella che sembra, però a Carlo piacerebbe comunque. Vien da pensare che Carlo sia di bocca buona, oppure che Carlo sia una scheggia impazzita che cerca di spezzare la rete superficiale di sentimentalismo. Niente di tutto questo: Carlo è a un punto cruciale della vita, in cui bisogna anche essere disposti a perdere qualcosa o qualcuno strada facendo, per tornare subito a riempire i vuoti. Un lavoro duro, ma che va portato avanti con abnegazione. Bisogna uscire dall’involucro della timidezza per cospargersi di coraggio. Bisogna imporre la propria esistenza e le proprie pulsioni, entro certi limiti che ci sono imposti o che ci autoimponiamo. Ecco, l’unico problema, stasera, è che Carlo non si è posto limiti.
Il pub è infognato in un ronco stretto e lungo. Non è molto à la page, d’altronde si permette anche di proporre un servizio di ristorante-pizzeria che ha del patetico. Il menù propone amenità tipo la paella, ma di comune accordo si dirige lo sguardo verso il settore panineria.
Mentre aspettano la cameriera, Rosario racconta di come Raffaella abbia litigato con Miriam, una sua amica di vecchia data che anche Carlo ha avuto modo di conoscere in un sabato sera simile a questo, ricavandone una sensazione sgradevole, vuoi perché lei giocava a fare l’altezzosa che aspetta solo un corteggiatore danaroso, con i suoi discorsi venali, vuoi perché quella sera si era messa a sparlare mezza Università di Catania – e Carlo la vedeva gioire e godere mentre razzolava nel fango di gente a lui sconosciuta.
– Aveva un orgasmo sincero nello spettegolare a destra e a manca. Io a Raffaella l’ho detto, l’ho messa in guardia, quella fa il doppio e il triplo e il quadruplo gioco, e a questo mondo non ti puoi fidare di nessuno, figurati di una come Miriam, che infatti non ha perso un attimo nello sputtanare Raffaella e me ai quattro venti, comportandosi da autentica carogna.
– Non ci si può fidare più neanche degli amici – dice Carlo, facendo il piedino a Raffaella.
– Hai perso una scarpa, Carlo? – dice lei.
– Non ti sfugge niente, eh?
– Però ora esageri.
– No, no…
– Ehi, sei in vena di scherzi, stasera – annota Rosario.
Carlo spinge (in)avvertitamente un bicchiere di birra Ceres, che versa il suo contenuto sui bei pantaloni azzurri di Rosario.
– Ma vaffanculo, ora puzzerò come un tedesco ubriacone all’Oktoberfest.
– Vatti a dare una ripulita – suggerisce Raffaella.
– Vado, vado… tu non te ne approfittare – intima Rosario a Carlo, con un sorriso tagliente.
– E se me ne approfittassi? – dice Carlo, prima ancora che Rosario abbia raggiunto la toilette.
Raffaella sorride, ma cova qualche preoccupazione legittima. Non dice niente, meglio non scherzare troppo con un ragazzo che mostra un’invincibile serietà, dietro al sorriso che le restituisce.
Così è Carlo a doversi dare una mossa, e anche più d’una.
– Diciamocelo, tu sei sprecata con uno come Rosario – sentenzia. – È un mio amico ed è un buon amico, ma non è il massimo della profondità, voglio dire, galleggia in superficie come uno stronzo, e non voglio dire che è uno stronzo, però credo tu voglia essere capita e penso che tu voglia discutere e con quelli come Rosario non si può discutere, perché sono troppo preoccupati a guardarsi l’ombelico per guardare il tuo, perché alla fine fanno come vogliono e possono sì ascoltare le tue parole, le tue istanze, le tue pretese, e fare sì con la testa ma ti prendono bellamente per il culo, non hanno la minima intenzione di accordare a te i loro stessi diritti. Sotto sotto non credo che Rosario rinuncerebbe a nulla della sua vita per avere te; e forse è anche giusto così, ma non è quello che una come te può volere. Una come te non si abitua e non si abituerà mai a essere un cagnolino da passeggio, e poi, dai, chi sarebbe in questo caso il tuo padrone? Rosario avrà una luminosa carriera di animatore turistico e starà tutto il giorno tra le turiste, a palpare una tetta inglese e una francese, una giapponese e una austriaca, perché le estati sono lunghe e gli ormoni si ribaltano e a lui si sono sempre ribaltati, lo so perché lo conosco. È un animale istintivo che però sa quello che vuole e quello che vuole è far esplodere i suoi istinti e non te le vedo le corna addosso, tu non sei la brava fidanzatina che aspetta il suo uomo mentre il suo uomo spalma unguenti abbronzanti sulle turiste, hai una certa elevazione culturale e sociale e non ti meriti questo.
Carlo ha parlato in scioltezza, come raramente gli è capitato, forse perché ha detto cose che pensa e ripensa da tanto tempo.
– Io lo amo – sibila Raffaella, attonita.
– L’amore che dai non è mai uguale all’amore che ricevi. Tu ne ricevi molto poco, secondo me. Il cuore di Rosario pulsa nei suoi coglioni.
– A me sta bene – dice lei.
– A me no.
– Non posso credere che stai parlando così male del tuo miglior amico.
– Non è il mio miglior amico, ma anche se lo fosse non cambierei opinione. Rosario è quello che ti ho descritto e non è il ragazzo che fa per te.
– Cosa ne sai tu? Non mi conosci. E forse non conosci neanche lui.
– Lo conosco più di quanto lui conosca se stesso. Non fa per te. Finora vi siete illusi di andar bene insieme, ma adesso l’illusione deve finire e si deve rientrare nella realtà. Nella tua realtà ci posso essere io.
Raffaella sbuffa, innervosita. – Senti, in parte hai ragione su Rosario, che è un farfallone, che non posso fare discorsi seri con lui, ma io lo amo e non ci posso fare nulla, per ora è così, un giorno forse finirà. Ma una cosa è certa: quel giorno non correrò nel tuo letto. Chiaro?
Evidentemente no, perché Carlo dice con assoluto candore: – Potremmo essere felici, assieme. Perché rifiutare la felicità?
– Perché mi fai schifo. Perché sei peggio di Miriam. Mi fai proprio schifo.
Rosario è scivolato al proprio posto giusto in tempo per sentire le ultime parole di Raffaella. Dev’essere riuscito a mettere nella sua mente qualche tassello al posto giusto, perché ha esibito una faccia seria e pensierosa, specie quando ha notato quella urtata e spaesata di Raffaella.
– Tutto bene? – le chiede.
Lei, anziché rispondere, si alza e percorre la Via Dei Cessi, il leitmotiv di questa serata. Rosario rivolge gli occhi verso Carlo: la domanda vale anche per lui. Carlo dice: – È ancora inviperita per via di Miriam.
Rosario qualcosa deve aver capito, perché scemo non è, e Carlo, a dispetto della pubblicità negativa che ne ha fatto a Raffaella, lo ammira e vorrebbe proprio essere come lui; e per questo non vuole più averlo come amico, perché l’invidia non è un sentimento con cui si può convivere facilmente. Invidia, già; il nostro amico Carlo, nato fortunato, che pensava sotto sotto di essere lui quello invidiato, in questo particolare momento della sua vita deve ridiscutere certe sue convinzioni. Mettersi in discussione è un rischio, si rischia di vedere il lato peggiore della realtà, quello oscuro, sommerso, laido e viscido, quello che spunta all’improvviso per pochi secondi, come quei mostri nei film horror, e quei pochi secondi ti fanno gelare il sangue; ti rimangono impressi per tutta la porca vita.
Raffaella torna al tavolo guardando Carlo con astio e cercando d’improvvisare un sorriso a uso e consumo di Rosario.
Dopo aver mangiato i panini, con la velocità che si conviene quando non si vede l’ora di fuggire da una situazione di disagio, pagano il conto ed escono all’aria aperta. Rosario parla a ruota libera, ma con meno allegria e insistenza del solito, lasciando ampi spazi di silenzio tra una frase e l’altra, aspettando forse che Carlo interloquisca in qualche modo, anziché limitarsi a sbottare monosillabi privi di qualunque consistenza semantica o sonora.
S’incanalano in un flusso di persone che risale il passeggio Adorno, poi seguono la via panoramica, da cui s’intravede, al di là di una schiera di alberi d’alto fusto, la Marina affollata. Sono le undici circa e Carlo ha sonno, e pensa che forse sarebbe bene approfittarne, mettersi a letto, nel proprio letto, e dormire. Dev’essere questo pio desiderio a spingerlo ad avvicinarsi a Raffaella per dirgli, a voce ben alta: – Ti vorrei scopare.
E qualcosa si accende, in questa serata mite forse perché riscaldata dal tepore della merda che circola nella testa di Carlo, che forse ha perso un po’ il controllo.
Raffaella non crede alle sue orecchie: inarca le labbra verso il basso, producendo una smorfia d’incredulità sospesa, praticamente la fotocopia di quella dipinta ora sul volto di Rosario, che ha senso dell’umorismo da vendere, ma sa che Carlo ne ha ben poco, e quel poco non lo ha di certo usato per pronunciare quella frase truce.
Men che meno si può parlare di umorismo quando la mano di Carlo plana sul culo di Raffaella e lo palpa con poca discrezione. Lei è troppo sorpresa per reagire con prontezza, sicché Carlo può giostrare la mano con libertà per diversi secondi, prima che lei si ritragga.
Per il nostro Carlo, fino a qualche tempo fa una situazione del genere sarebbe stata impensabile, non sarebbe riuscito neanche a sopportarne l’idea, non l’avrebbe fantasticata se non in qualche sogno ribelle. Ora questa situazione esiste realmente e Carlo si trova nel mezzo, ammainando le vele prima dell’ormai inevitabile burrasca.
– Ehi, ma sei impazzito? – è il suono stridulo della voce di Raffaella.
– Ma fa sul serio? – sbotta Rosario.
– Fa sul serio sì, è malato!
– Già, faccio sul serio, la voglio scopare – esclama Carlo con tono ruvido, che però diventa tenero e patetico quando aggiunge: – Anzi no, la voglio amare.
Quanto resisterà ancora Rosario senza reagire? Forse si aspetta che da un momento all’altra sbuchi da un angolo una troupe di candid camera.
– Ho desiderato Raffaella fin dalla prima volta che l’ho vista e non capisco perché non la posso avere. – Quello che non si capisce è a chi diavolo stia parlando Carlo, se a se stesso o a Rosario o a una qualche entità superiore che dovrebbe accogliere la protesta e metterla su carta da bollo e passarla a un’altra entità ancora superiore. – Proprio non capisco perché – ribadisce, con il tono secco di chi pretende una risposta da chicchessia.
– Perché non è cosa tua – dice Rosario.
– Non sono cosa di nessuno, io – dice Raffaella, quasi gridando.
– Ma fai sul serio, Carlo?
– Certo che fa sul serio, razza di coglione! – sbraita lei. – Vuoi deciderti a mandarlo affanculo? Voglio andarmene.
– Aspetta – dice Rosario, come se stesse per imbastire un ulteriore tentativo di pacificazione. – Ora Carlo ci dice che è tutto uno scherzo e, anche se ti ha palpato il culo, io farò finta di niente.
Carlo sogghigna, beffardo. Quando Rosario si volta a guardarlo, per estorcergli le scuse, lui piazza lì un volto cupo, serio e concentrato, e quando è sicuro del fatto suo, torna accanto a Raffaella, aggirando il corpo di Rosario. La spinge verso un muro e le afferra entrambe le tette con entrambe le mani, ed è un momento più unico che raro. Un gruppetto di ragazzi poco distante nota l’azione ed esplode in applausi e wow! di commento. Raffaella riesce a districarsi dalla presa di Carlo prima ancora che Rosario riesca a organizzarsi.
Mentre lei si allontana, Carlo rimane accanto al muro, ci appoggia le spalle e si gode la brezza che viene dal mare. Guarda i ragazzi che si scambiano battute con grande eccitazione ed è l’ultima immagine che gli si imprime nella retina prima che decida di chiudere gli occhi. In lontananza, uno stereo manda una canzone dei Cranberries, Free to decide. Sente le voci di Raffaella e Rosario che cozzano l’una contro l’altra per poi rimbalzare lontano, distanti. Non vuole udire mai più la voce di Rosario, mai più. Con gli occhi chiusi e le orecchie, per così dire, disinserite, Carlo si sente beatamente tagliato fuori dal mondo e galleggia su qualcosa di fluido, forse sul ricordo dimenticato del liquido amniotico, forse sul ritmo costante del sangue che gli scorre nelle vene, o forse è solo aria, e non sta galleggiando ma sta volando, oh, diciamo che sta fluttuando nell’aria, come il bambino di quel famoso spot, o come una bolla di sapone, una bolla di sapone che si libra nell’aria, prima di esplodere, prima di dissolversi nel nulla da cui è apparsa.
Un ragazzo dalla voce cordiale scuote Carlo e gli chiede:
– Stai bene, amico?
Carlo apre gli occhi e il gruppetto di ragazzi che hanno assistito alla sua performance lo circonda. Tutti sogghignano, ma non hanno cattive intenzioni.
– Non sono cose che si fanno – dice uno di loro. – È per questo che sei un eroe.
– Un eroe, un mito – dice un altro, ma forse è solo una presa per i fondelli.
– Grazie, devo andare – mormora Carlo.
– Quella coppietta felice è sparita a passo svelto, tenendosi a braccetto. Non ti ha degnato di un ultimo sguardo.
– Mai desiderare la ragazza del tuo amico – dice un ragazzo sveglio. – Specie se non hai carte in mano.
– Non ne avevo. Mai avute carte in mano. Con nessuna – ammette Carlo.
– Fatti crescere il codino, vestiti un po’ meglio.
– Il look è importante.
– E un po’ di palestra, cazzo!
– Aria allegra, battuta pronta, mani a posto.
– Macché, non dare ascolto al mio amico. La mano morta ci vuole, ma non con il suo fidanzato davanti.
– Sono tutte puttane.
– No, il problema è che non lo sono.
Carlo assorbe queste voci con passività, non guarda neanche chi gli sta di fronte, vuole solo tornare a casa.
– Ci dormirò su – dice, a mo’ di congedo definitivo, caricando la frase di amarezza e disincanto.
I ragazzi lo scambiano per un duro, nonostante gli occhiali e i scarsi muscoli, e continuano a tesserne le lodi fra di loro anche mentre si allontana. Un eroe, dicono: lui che per tanto tempo è stato poco più di uno scudiero di gente come Flavio e Rosario. Il ragazzo invisibile. Camminavamo in tre, per i corridoi, ma per le ragazze dell’Istituto esistevano solo quei due. Lui cos’era, il terzo gratis, prendi tre paghi due? Era un Sancho Panza, sonnacchioso e tranquillo. È ora che le cose cambino, anche se la via per diventare un Don Chisciotte è lunga e tortuosa.
Carlo sorride e per un attimo, solo per un attimo, ha il vago e tremendo sospetto di essersi già tramutato da Sancho Panza in Don Chisciotte: stasera non ha fatto altro che combattere contro i mulini a vento.
E ancora vaffanculo, ma sì, chissenefrega, era un prezzo che si doveva pagare per rinascere più maturo.
È questo il segreto. Riconoscere in ogni sconfitta i prodromi della futura grande vittoria. Anzi, servirsi delle sconfitte per costruire la futura grande vittoria.
Ma questa benedetta vittoria, quando arriva?

* * *

Luca Raimondi è nato nel 1977 ad Augusta, in provincia di Siracusa, e ha studiato a Catania. Ha pubblicato con le Edizioni Dell’Ariete i romanzi Cerniera lampo e Cuore del vuoto, con Aracne Marenigma, con Melino Nerella dei racconti contenuti nelle antologie Amore, rabbia e verità e in Le eccellenze del gusto. È autore di alcuni saggi, tra cui Nient’altro che un sogno – Pasolini e la Trilogia della vita (Bastogi), Il pensiero pedagogico di Pier Paolo Pasolini (Sampognaro & Pupi) e Comunicare la cultura (Bonanno). Regista, montatore e sceneggiatore, tra il 2002 e il 2008 ha diretto sei edizioni del festival Corto Siracusano (www.cortosiracusano.it), nel cui ambito ha pubblicato il volume Fronte del corto. Scenari siciliani del film breve. Collabora con il periodico on line “Diorama” (www.dioramaonline.org).

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: