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NATI DUE VOLTE, di Giuseppe Pontiggia

giugno 24, 2013

NATI DUE VOLTE, di Giuseppe Pontiggia

La settimana di Letteratitudine dedicata a GIUSEPPE PONTIGGIA in occasione del decennale della morte dello scrittore

di Simona Lo Iacono

Quanto volte lo ha fatto. Sollevarlo, aiutarlo a salire in macchina, a fare un gradino, a sedersi. Lo afferra sotto le ascelle, tiene salda la presa ed ecco, suo figlio ha raggiunto un piccolo obiettivo, si è spostato o lo ha fatto più velocemente, ed ora a lui non resta che prendere fiato, prima del movimento successivo.
L’handicap ha regole tutte sue, pensa Giuseppe Pontiggia, non ammette i ritmi frenetici della nostra epoca, si oppone all’approssimazione, alla fretta, al consumo. E’ il suo padrone benigno, quello che ha preteso pazienza e gli ha insegnato a tergiversare. Niente, per un disabile, è più utile dell’inutile, ed è per questo che Pontiggia si ferma, sta a guardare il cielo che scolora, le nuvole basse come falene, l’odore dei caldarrostai che si acquattano agli angoli delle strade, intorbidando l’aria di un fumo pastoso, simile a quello di un’immensa foresta agonizzante.
Lo sa, sono pensieri vaghi, di quelli che nell’epoca attuale verrebbero liquidati come antieconomici, perché non servono a nessuno se non alla sua anima, e l’anima – è noto – vien facile apostrofarla come una perditempo, un’oziosa viandante. E poi, chi può dire se esista veramente.
Nei tempi in cui lavorava in banca, ad esempio, gli era quasi sembrato di perderla, l’anima, mentre contabilizzava entrate e allineava numeri.
La scelta di impiegarsi, d’altra parte, non era stata dettata da passione, ma da necessità impellenti.
Nato nel 1934 a Erba, aveva perso il padre nel 1943 ed era stato costretto a lavorare per non pesare sulla famiglia. La sera, però, studiava febbrilmente per concludere gli studi universitari, collaborava alla rivista “Il Verri”, scriveva il suo primo romanzo. Solo nel 1961 – grazie all’incoraggiamento di Elio Vittorini – aveva lasciato la banca per dedicarsi all’insegnamento serale. E poco dopo era nato Andrea, colpito da un grave handicap.
Pontiggia non osa scriverne per anni, fino a che – nel 2000, poco prima della morte – dà alle stampe “Nati due volte”.
Un libro non solo sulla disabilità, ma sulla ricerca – trepidante, imperfetta – di un rapporto con l’altro, soprattutto quando l’altro è un figlio con un disagio. Barcamenandosi tra medici scettici, insegnanti perplessi, parenti ostinati a voler minimizzare il problema, Pontiggia osserva il figlio e – attraverso la sua fragilità, il suo passo sgraziato, oscillante, la testa a penzoloni, ma anche la sua innata simpatia per l’umanità – comprende che il disabile ha più cose da offrire che da ricevere. L’obiettivo, allora, non è l’eliminazione della diversità, ma la scoperta, in quella diversità, dell’unicità di ogni anima, del modo che ciascuno ha di stare al mondo. Non a caso il romanzo è dedicato “ai disabili che lottano non per diventare normali, ma se stessi”.

[Articolo pubblicato sul quotidiano LA SICILIA]

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