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CATTIVERÌA, di Rosario Palazzolo

giugno 25, 2013

CATTIVERÌA, di Rosario Palazzolo

di Massimo Maugeri

Avete voglia di leggere qualcosa di “davvero diverso”? Un romanzo che si discosti nettamente dagli “standard abituali” della nostra narrativa? Una storia che, a pieno titolo, merita di essere considerata “originale”? La vostra ricerca è finita. È sufficiente che vi concediate un po’ di “Cattiverìa“. No, non è un refuso. È proprio questo (con l’accento sulla seconda “i”) il titolo del nuovo romanzo di Rosario Palazzolo: artista palermitano, classe 1972. Utilizzo il termine artista (anziché quello di autore), perché – oltre a essere scrittore – Palazzolo è anche drammaturgo, regista e attore (con riscontri anche a livello internazionale). Per il teatro ha scritto e diretto: “Ciò che accadde all’improvviso“, “I tempi stanno per cambiare” (con Luigi Bernardi), i tre spettacoli che compongono la “Trilugia dell’impossibilità: Ouminicch’, ’A Cirimonia, Manichìni” e il “Dittico Del Disincanto (Visita guidata e Tauromachia)“. Vincitore del Fringe al 18° Festival Internazionale del Teatro di Lugano, i suoi spettacoli sono stati rappresentati nei maggiori teatri di ricerca nazionali e di recente al suo lavoro sono stati dedicati studi monografici e tesi di laurea. Per la narrativa ha scritto: “L’ammazzatore” (Perdisa Pop, 2007) e “Concetto al buio” (Perdisa Pop, 2010).

Chi avesse voglia di assaggiare un po’ di “Cattiverìa”, può farlo cliccando qui…
Intanto, ne approfitto per discuterne con l’autore (che avevamo già avuto modo di incontrare nell’ambito di questo dibattito su LetteratitudineBlog).

– Caro Rosario, raccontaci qualcosa sulla genesi di questo nuovo romanzo. Come nasce “Cattiverìa”?
Ciao Massimo, e un saluto ai lettori di Letteratitudine.
Cattiverìa ha avuto una genesi atipica. Inizialmente, la storia era una storia per il teatro, e appunto in teatro stava muovendo i suoi primi passi, coi personaggi che pigliavano una certa sostanza, le dinamiche drammaturgiche cha andavano dipanandosi, ma a un certo punto il teatro non l’ha più tollerata: troppo complessa la trama, troppo legati alle parole i protagonisti, e allora l’ho messa via e ho pensato a altro, ho pensato a altro, ho pensato a altro ma non riuscivo a pensare a altro, perciò, tolto il teatro, ho provato a concedergli un diverso tipo di sostanza.
Il tutto è durato un anno e qualcosa, con in mezzo una gastroscopia.

– Domanda obbligatoria sul titolo. Perché “Cattiverìa”, con l’accento sulla seconda “i”?
Mi serviva una parola abusata – e “cattiveria” è una parola abusatissima –, una parola che potesse essere reinventata, daccapo, soprattutto a livello concettuale, una parola che mantenesse però parte dei suoi tratti significanti e che manipolasse invece i significati, completamente, in maniera semplice, quasi matematica, evitando le banalità.

– Proviamo a conoscere un po’ i personaggi del romanzo. Ci sono due voci che si alternano. C’è, intanto, questa donna che racconta la propria storia con una voce sgrammaticata. Parlaci un po’ di lei…
È una donna anziana, turbolenta, arrabbiata, una donna che ha vissuto una vita complicata, una donna con una moralità fortissima e antichissima, una donna debole, scortese, piena di contraddizioni, una donna alle strette, e assettata, e implacabile, una donna feroce, spiacevole, volgare, cinica, una donna con lo sputo facile, il dente avvelenato, il cappello sulle ventitre, una donna per cui è arrivato il giorno della vendetta, l’ultima occasione prima di, e una donna poderosa e affascinante e piccolissima.

– Poi c’è la voce del personaggio maschile. Cosa puoi svelarci, di lui, evitando di privare il lettore del piacere della “scoperta”?
È un uomo richiuso, folle, psichedelico, divertente, disperato, un uomo sempre con la felicità a portata di bocca, un uomo permeabile, scellerato, piacevole, infernale, un uomo senza pace, maldestro, un uomo che inventa una sintassi irriverente e precisissima, un uomo che sta per uscire, per sognare, per cantare, un uomo delicato, tenerissimo, un superman strabico, un padre pio con la spada sguainata, un uomo che speriamo nessuno di voi l’incontri mai un uomo così, oppure sì, speriamolo, ché è soprattutto un dublefaces, e perciò varia a secondo dell’inquadratura.

– Questo tuo romanzo è stato considerato come una sorta di nuovo dramma edipico, una nuova tragedia greca. Sei d’accordo con queste valutazioni?
Sono d’accordo, anzi d’accordissimo, e in effetti basta soffermarsi sulla struttura dei capitoli e il rimando alla tragedia greca è assolutamente esplicito. Solo che la mia ha confini molto più estesi, e non rintracciabili, e fortificatissimi, tanto che se mettiamo ti venisse la briga di attaccarla, questa tragedia, non sapresti da dove cominciare, e andando a nord ti accorgeresti che era a sud, il luogo deputato, e viceversa, e difatti nessuno che s’azzarda a attaccarla, questa tragedia, proprio perché non si riesce a rintracciarla, e in effetti la definirei “tragedia inattaccabile” oppure “irrintracciabile” oppure “satellitare”.

– Che possibilità ci sono che “Cattiverìa” torni alle “origini” per diventare una pièce teatrale?
Poche, e perlopiù frivole.

Il booktrailer di “Cattiverìa”

© Letteratitudine

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