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Daniela Marcheschi partecipa al dibattito su Giuseppe Pontiggia

giugno 28, 2013

La settimana di Letteratitudine dedicata a GIUSEPPE PONTIGGIA in occasione del decennale della morte dello scrittore

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Sono molto lieto di poter ospitare le risposte di Daniela Marcheschi alle domande che ho posto nell’ambito del dibattito organizzato su LetteratitudineBlog in memoria di Giuseppe Pontiggia.

Daniela, infatti, è la massima conoscitrice delle opere di Pontiggia (e non solo perché ne ha introdotto e curato le le “Opere” nei «Meridiani» Mondadori). Non è un caso che sia stata invitata a parlarne dalla trasmissione Fahrenheit di RadioRai3.

L' arte della fugaRingrazio, dunque, di cuore Daniela Marcheschi per aver partecipato e ne approfitto per consigliare a tutti la lettura del romanzo-poemetto L’Arte della Fugache è stato appena ripubblicato negli oscar Mondadori e “celebrato” nell’ambito della recente notte bianca per Pontiggia.

(Massimo Maugeri)

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L’intervento di Daniela Marcheschi (nella foto) nell’ambito del dibatto su Pontiggia organizzato su Letteratitudine

1. Che rapporto avete con le opere di Giuseppe Pontiggia?
Sono una guida. Le ricordo: certe frasi, certi modi dei personaggi, le atmosfere. Le rileggo sempre con sorpresa e nostalgia. Tanta.

2. Qual è quella che avete amato di più?
Il Giocatore invisibile (1978). Mi colpiva soprattutto ciò che vi si affermava: la necessità dell’etica vissuta come nutrimento della cultura e della verità. Ero molto giovane, appena laureata: avevo lasciato l’Italia da pochi mesi, perché mi sembrava troppo chiusa. Avevo assistito spesso al “sacco” dell’università, alle combines  in nome di tutto fuorché della cultura: quei giochi clientelari, che tradivano quanti avevano speso la propria vita per creare un’Italia nuova. Ho detto a me stessa, come critico: <<Ecco lo scrittore che ci vuole!>>. Sono orgogliosa di non essermi sbagliata, e grata di tutto quello che Pontiggia mi ha insegnato in 25 anni di dialogo fitto.

Anche L’Arte della Fuga (1968), letta mentre scrivevo il saggio monografico su di lui (fine 1978-inizi 1979) fu – ed è ancora – affascinante: poesia e prosa, romanzo e versi. Non solo apriva orizzonti nuovi sul dialogo possibile fra generi letterari differenti, ma mostrava che nella Neoavanguardia i giochi erano stati ben più complessi di quanto non si leggesse nelle vulgate critiche. La fiducia nella possibilità del romanzo, la speranza nella letteratura e nella parola, uno spirito e una ricerca di vita autentica: era questo ad emozionarmi.

3. Qual è quella che ritenete più rappresentativa (a prescindere dalle vostre preferenze)?
    Non ce n’è una soltanto. A vario titolo, tutte le opere di Pontiggia hanno un significato forte: forse, però, Vite di uomini non illustri (1993) e Nati due volte (2000) sono tra le più intense e profonde. Mi hanno commosso. E poi ancora Prima persona(2002), I Contemporanei del futuro (1998), L’Isola volante (1996),  Il Giardino delle Esperidi (1984) e via dicendo.

4. Tra le varie “citazione” di Pontiggia di cui avete memoria (o che magari avrete modo di leggere per questa occasione)… qual è quella con cui vi sentite più in sintonia?
Lo sguardo potente su una condizione umana, rappresentata nel capitolo Animali e uomini del romanzo premio Strega, La grande sera (1989): <<Sapeva che i suini cercano, rotolandosi nel fango, di pulirsi: e il modello gli rendeva più decifrabili certi esami di coscienza in pubblico, certe esibizioni di visceri non richieste da nessuno o certe confessioni che gli facevano i suoi nemici, non capiva se per apparire meno sordidi o per diventarlo di più.>>

5. A dieci dalla morte, qual è l’eredità che Pontiggia ha lasciato nella letteratura italiana?
Una luce. L’amore per la letteratura, l’etica della letteratura, la dignità dell’intellettuale, l’ironia, la simpatia, il rigore della cultura, il coraggio della parola, la fierezza con cui diceva:<<Sono un uomo libero, uno scrittore libero>>.

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