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IL MAGISTERO DI PONTIGGIA, di Domenico Trischitta

giugno 28, 2013

La settimana di Letteratitudine dedicata a GIUSEPPE PONTIGGIA in occasione del decennale della morte dello scrittore

IL MAGISTERO DI PONTIGGIA

di Domenico Trischitta

Ci manca Giuseppe Pontiggia. A dieci anni dalla morte, Peppo, “il gran Lombardo”, scacchiere e boxeur mancato, ha lasciato un vuoto incolmabile nella cultura italiana. Scrittore sopraffino, oltre che critico e bibliofilo di razza, ha praticato con osservanza “religiosa” l’autenticità della scrittura, a dispetto di pennaioli alla moda che scrivono solo per adularsi a vicenda, o per stroncare il nemico di turno. Ci manca la sua lealtà, la sua grandezza fisica e morale, e soprattutto la sua riflessione acuta.
Non ha mai smesso di scommettersi sulla narrativa, non dimenticando mai di essere stato, in passato, un pugile dilettante o un amante delle geometrie di scacchiere. E questo è stato sempre presente nel suo stile, lapidario e conciso come nel suo capolavoro “Vite di uomini non illustri”, matematico e perfetto quando imbastiva trame argute di psicologia umana (“Il giocatore invisibile” e “La Grande sera”, Premio Strega 1989). Ed è stato anche sincero e commovente quando ha aperto e chiuso la sua carriera di scrittore: “Morte in Banca” e “Nati due volte”, il suo ultimo capolavoro.
In quel libro, da cui ha tratto ispirazione Gianni Amelio per “Le Chiavi di casa” , ha operato uno sforzo stilistico riuscito, qualcosa che solo i grandi scrittori come lui sanno fare: ha raccontato sé stesso senza finzioni, il dramma e la debolezza di un uomo dinanzi alle difficoltà della vita. E quando parlava di quel romanzo si appassionava, la sua voce stanca diventava calda e suadente. Ed io lo ascoltavo commosso: “…ogni volta che finivo di scrivere un capitolo lo facevo leggere a mio figlio, e dalla sua reazione capivo se dovevo apportare modifiche o se andava bene…sono stato contattato da molte associazioni di volontariato, che mi ringraziavano per “Nati due volte”, ho spiegato a loro perché si nasce due volte…la prima è una nascita fisica, la seconda spirituale, perché si comincia a vedere il mondo con gli occhi di quel figlio amato…”. Un discorso a parte merita “L’Arte della fuga”, uscito nel 1968, ora ripubblicato negli Oscar Mondadori, “scritto in uno stato di grazia creativo che lo fa sembrare fresco di stampa”, come recentemente ha scritto Daniela Marcheschi su “Il Sole 24 ore”. Ci eravamo conosciuti nel 1989 ad Aci Bonaccorsi grazie all’amico poeta Antonio Di Mauro e da allora non mi ha più “abbandonato”. E’ grazie a lui che ancora oggi scrivo con umiltà e pazienza (che definiva la virtù degli eroi), sempre prodigo di consigli e incoraggiamenti. Anni dopo, durante un’edizione del Premio Brancati di Zafferana, ci tenne a presentarmi Vincenzo Consolo, un altro grande che ci ha lasciati troppo presto. Perché Peppo era scrittore e uomo generoso, ultimo esponente di una stirpe nobile che non disdegnava di scoprire giovani talenti. Grandi figure estinte che avevano un ruolo decisivo nel fiutare nuovi fermenti nel panorama letterario italiano che invece, ormai, è diventato povero e sterile, dove la qualità stenta a farsi riconoscere.
Anche per questo ci manca, mi manca, Giuseppe Pontiggia.

[Articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” del 28/6/2013]

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