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Archive for luglio 2013

Carmen Totaro, finalista 2013 al Premio Calvino, esordirà con Rizzoli

Sarà Rizzoli a pubblicare il romanzo di Carmen Totaro, finalista al XXVI Premio Calvino con il titolo “Le piene di grazia”. L’uscita è prevista per la primavera 2014.

Foggia, 1980. Il processo per omicidio a Palma Castrocappone schiude lo scenario di una faida, una serie di delitti efferati che si rincorrono nel nome della vendetta.
Non ci sono enigmi, i colpevoli sono tutti noti fin dall’inizio, e calcano una scena dove l’”osceno” viene esibito senza pudore e descritto con una sicurezza di tratto impressionante.

Carmen Totaro“Le piene di grazia” racchiude una galleria di personaggi difficili da dimenticare, che dicono fanno pensano vedono cose terrificanti, in un sud fuori dal tempo, ma per certi versi eterno, fatto di masserie abbandonate, boschi di cerri, processioni, paure, superstizione e senso stravolto dell’onore.
È davvero molto interessante come una scrittura assolutamente asciutta, misurata, priva di sbavature, dia luogo a un’osmosi continua e perfettamente riuscita fra il racconto dei fatti e la loro trasfigurazione surreale, grottesca, demoniaca.

Carmen Totaro è cresciuta a Monte Sant’Angelo, in provincia di Foggia. Si è laureata in lingue e letterature straniere a Urbino. Vive e lavora a Milano.
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Terrazza letteraria nell’estate di Augusta

apericena augustadi Carmelo Giummo

Per tre domeniche di luglio la terrazza estiva del ristorante A’ Massaria di Augusta ha ospitato tre “Aperi-cena con l’autore” ideati da Viviana Giubilo della libreria Letteraria insieme ai conduttori del ristorante e al redattore di questa nota: Carmelo Giummo insegnante, lettore, poeta.

Letteraria è una libreria indipendente che sta diventando sempre più luogo di raccolta e promozione di iniziative culturali di rilievo. Oltre  alla presentazione di numerosi scrittori attentamente selezionati, nel corso della primavera del 2013 Giubilo e Giummo hanno organizzato eventi molto partecipati in occasione delle Giornate Mondiali della Poesia (21 marzo) e del Libro (23 aprile) e di “Letti di notte” – Notte Bianca delle Librerie (21 giugno).

Il ristorante A’ Massaria, dopo gli anni oscuri di altre gestioni, è totalmente rinato grazie all’impegno e alla dedizione della famiglia Patania, diventando una realtà gastronomica che propone un’accoglienza confortevole e un menù ricco di tradizione locale, insieme a ricercate prelibatezze preparate e servite con la cura estrema di chi ama ciò che fa. Mi piace ricordare che, nel mese di novembre 2012, il ristorante ha imbandito quattro serate di cucina siciliana, dal Medioevo ai nostri giorni, con la partecipazione del sottoscritto per l’aspetto storico-sociale e di Teresa Bruzzi per quello grastronomico. Il ristorante inoltre, ospita regolarmente musicisti e cantanti di pregio, scelti fra i giovani talenti locali e non.

14 – 21 – 28. Tre domeniche di luglio, caratterizzate da temperature in aumento e crescente tasso di umidità, una libreria, un ristorante, un insegnante (stanco), lettore (accanito) e poeta (altrettanto accanito ma forse postumo) cosa possono avere in comune? Leggi tutto…

Marco Magini, finalista 2013 al Premio Calvino, esordirà con Giunti

Il romanzo di Marco Magini, finalista alla XXVI edizione del Premio Calvino con il titolo “Come fossi solo”,  esordirà con Giunti a febbraio 2014 nella collana “Italiana”.
Con un’opera che unisce impegno civile e forza del racconto, Marco Magini sarà uno degli autori di punta della narrativa italiana di Giunti editore.

“Un esempio di letteratura di testimonianza che affronta con coraggio e in maniera attentamente documentata una pagina vergognosa e rimossa dell’Occidente, il massacro di Srebrenica. Notevole è la forza evocativa di alcune scene come suggestivo è l’impianto a tre voci della narrazione ‒ un giudice internazionale, un soldato delle forze di interposizione Nato, un miliziano serbo-bosniaco ‒ ciascuna con la sua grana e la sua peculiare prospettiva”.
Dalle motivazioni della Giuria del Calvino, che ha segnalato il testo con una menzione speciale.

Un estratto dal romanzo

Marco Magini“Da giorni si parlava della partita. C’erano già stati disordini l’anno prima a Belgrado e la paura che la recente elezione di Tudjman avesse ulteriormente scaldato gli animi era davvero tanta. Non mi interessavo allora di politica e non sospettavo ancora che saremmo stati tutti costretti ad interessarcene di lì a poco. Cresciuta dopo la morte di Tito, la mia generazione era di gran lunga più interessata alla separazione dei Police che a quella della Repubblica Jugoslava. Federazione, confederazione….parole molto molto lontane dai nostri pensieri. Oggi mi viene in mente quel giorno perché fu quello in cui iniziò la mia presa di coscienza di ciò che stava realmente succedendo nel mio paese. Forse non lo capii in maniera consapevole, ma sentii chiaramente che qualcosa era ormai irrimediabilmente cambiato. Ricordo Boban con indosso la maglia della Dinamo Zagabria, girarsi, alzare la testa, prendere la rincorsa e saltare davanti al poliziotto colpendolo con un calcio sul viso. Di tutti i disordini che ebbero luogo quel giorno, dei celerini vestiti in tenuta anti sommossa, dei feriti stesi a terra, di tutto ciò io ricordo solo Boban e il suo calcio al volo. Mi sono spesso domandato se Boban fosse cosciente delle conseguenze del suo gesto, se si rendesse conto di quello che avrebbe significato. Probabilmente no. Quel calcio, trasmesso e ritrasmesso in televisione, avrebbe finito per prendere una vita propria, per diventare qualcosa di esterno all’autore stesso. Quel calcio imponeva che prendessimo una posizione, a quel calcio non si poteva rimanere indifferenti. Boban in quel momento diventava paladino della nazione croata, la decisione era tra stare dalla parte di Boban o dalla parte del poliziotto; decidere, come diceva Tujman, se la Croazia aveva davvero ragione di esistere o se, come già urlava Milosevic, la vecchia Jugoslavia dovesse andare avanti così com’ era.”

Marco Magini è nato ad Arezzo 28 anni fa. Si è laureato in Politica Economica Internazionale alla London School of Economics. Per motivi di studio e di lavoro ha vissuto in Canada, Stati Uniti, Belgio, Turchia e India. Oggi vive e lavora a Zurigo dove si occupa di cambiamento climatico ed economia sostenibile.
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RACCONTO DEL FIUME SANGRO, di Paolo Morelli

Racconto del fiume SangroRACCONTO DEL FIUME SANGRO, di Paolo Morelli
Quodlibet Compagnia Extra, 2013

di Claudio Morandini

È stato un gran bel viaggio, quello in compagnia di Paolo Morelli lungo il Sangro (“Racconto del fiume Sangro”, Quodlibet, 2013). Ha avuto coraggio Paolo a farlo, e a farlo così, da solo, a piedi come ai tempi delle assorte e scanzonate escursioni del “Vademecum per perdersi in montagna” (nottetempo, 2003), con poco o niente, se non il quadernetto, l’occhio attento, l’orecchio fino, seguendo ostinatamente questo piccolo fiume di provincia, senza mai perderlo di vista, sempre in ascolto, dormendo dove capita, raccogliendo in un sacchetto immondizie altrui, infilandosi in canneti, approdando a isolotti, guardando sempre dal basso le opere dell’uomo che via via lo modificano, ne stravolgono il corso. Ha avuto coraggio, intendo, a raccontarlo senza le astuzie che oggi conferiscono a ogni narrazione lo stesso sapore di un thriller, anche se thriller non è. Qui, nel “Racconto del fiume Sangro”, c’è altro, per fortuna: c’è la sorprendente e avvincente costruzione della personalità di un fiume (una personalità ricca, complessa, verrebbe da dire, imprevedibile, fatta di forza e insieme di adattabilità, di irruenza e di accoglienza), c’è “l’intervista” a questo fiume, come a un certo punto la definisce lo stesso autore, cioè l’ascolto scrupoloso della voce del fiume e di ogni torrente che gli si fa incontro o addosso, l’indefessa invenzione poetica (poetica, sì, e vedremo in che senso).
Diamo qualche assaggio di questa indefessa invenzione, che trasforma acqua e fiume (due personalità distinte, quasi due principi complementari) in persone, in caratteri. Apro a caso il libro, sicuro di trovare ovunque un esempio appropriato. Ecco, in una delle primissime pagine: “Il borbottìo si attutisce tra l’argilla e il muschio, per sentirlo bisogna mettersi in ginocchio e accostare l’orecchio, profittando del vento quando cala e zittisce. Gli sbuffi d’acqua fanno un suono come una risata trattenuta per educazione, che diventa lo schiarirsi di voce di un bambino. Certe sillabe appena nate, solo vocali in a o in o col riverbero di voci uguali delle altre sorgenti qui vicino”. E più avanti: “… e lei l’acqua simula uno svenimento appena le incontra (le piante, nrd), nemmeno si direbbe che le evita, gli casca addosso con marpioneria, con sagacia, certe grosse foglie fanno un rumore come quando si fa suonare un filo d’erba in bocca”. L’ascolto attento del fiume porta a distillare, a distinguere le singole note: quando nel Sangro si immette un torrente e dall’incontro dei due corsi “si forma un muro… alto pochi centimetri”, “il suono sul muro è un tipo di fru fru, preceduto da un borborigmo e seguito da un rumore di scivolo”. Leggi tutto…

DINO BUZZATI – Un amore

Dino Buzzati: “Un amore

di Simona Lo Iacono

La tapparella è scesa, lascia appena entrare nella stanza una luce lattiginosa di lampione. Fuori , la pioggia non allenta la morsa, ma qui – tra le lenzuola intorpidite, l’amore consumato, i desideri finalmente arresi – è poco più che un tamburellare stanco di dita sul legno, un tic tic che scandisce una musica irreale in questa Milano delle due di notte. Un’ora a metà tra sonno e risveglio, indecisa e senza aspettative, che non si può che far galleggiare in testa mentre lei gli dorme accanto, le gambe giovani scosse da un fremito, la schiena solcata da vertebre, la bocca schiusa in un sospiro abbandonato. Quante somiglianza tra lei e la città, pensa l’uomo, quante arroganti simmetrie: entrambe si danno per denaro, e tuttavia suscitano emozione, straripamento del cuore, e quel male, quel male inviscerato nell’addome, che smette di morsicare solo se può starle accanto. Maledizione, alla sua età, il naso storto di un pugile, una faccia che a specchiarsi gli sta pure antipatica. Dino Buzzati quasi non ci crede, eppure eccolo. L’amore, la perdizione, e lo spasmo invincibile. E’ capitato anche a lui.
Una vita rispettabile finora. Un padre docente di diritto internazionale alla Bocconi, una madre discendente da una nobile famiglia veneziana. E le estati nella villa di Belluno, tra gli scaffali di una biblioteca carica di tomi fascinosi.
Ma l’amore, no. L’amore non era previsto, non questo implacabile vuoto che lo disarma. Non questo esilio dal mondo, ora che il mondo è lei.
E non serve dirsi che è tutto sbagliato, infliggersi pensieri razionali, rimproveri assennati, logici, morali. Leggi tutto…

COSCIENZE ASSUEFATTE E NARRAZIONI DISTOPICHE (Maria Attanasio / Elvira Seminara)

di Massimo Maugeri

Mitridate VI, re del Ponto dal 111 a.c., è ricordato anche per un aneddoto particolare. Pare, infatti, che temesse di essere avvelenato a causa di una cospirazione. Per difendersi chiese al medico di corte di preparagli degli antidoti. Questi cominciò a somministrargli piccole dosi di un miscuglio di veleni. Il tentativo di immunizzazione fu così efficace che, quando (sconfitto da Pompeo Magno) Mitridate decise di togliersi la vita (dopo aver invano tentato il suicidio col veleno) fu costretto a chiedere di essere pugnalato.
Da qui nasce il termine “mitridatizzazione”, o “mitridatismo”: per indicare – appunto – un processo di assuefazione determinato da un procedimento simile a quello descritto.
Ora… immaginiamo di essere continuamente bombardati da notizie di morti, di violenze, di scandali, di truffe nel settore pubblico e in quello privato. Immaginiamo che certe dichiarazioni “assurde”, o frasi che nascondono biechi ideologismi, o mode discutibili vengano ripetute ogni giorno senza soluzione di continuità. Immaginiamo di essere oggetto di continue menzogne spacciate per verità. Qual è uno dei principali rischi di siffatta situazione? Che la nostra attenzione, la nostra sensibilità, il nostro senso critico vengano risucchiati nel gorgo dell’assuefazione, generando un processo di mitridatizzazione delle coscienze.
Il condominio di via della NotteSiamo talmente accerchiati dal reale, che rischiamo quasi di non riconoscerne mali e contraddizioni. Viviamo, forse, nel pieno di quella parte dell’oracolo calviniano che ci spinge ad “accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più”. È in casi del genere che la letteratura reagisce ricorrendo alla distopia. Sta accadendo anche nella narrativa siciliana, con romanzi freschi di stampa. Maria Attanasio, nel suo Il condominio di Via della Notte” (Sellerio), ambienta la sua narrazione a Nordìa, futuristica città che fa della “vigilanza” il suo credo e che persegue il sogno di perfezione collettiva attraverso la disciplina ferrea e un’intolleranza dagli esiti ferali. Elvira Seminara nel suo “La penultima fine del mondo” (Nottetempo) narra una realtà distopica inventando un piccolo paese siciliano dove la gente comincia a morire, lanciandosi da balconi e scarpate, senza motivi apparenti.
La penultima fine del mondoNon credo che questo ritorno alla distopia sia casuale: la letteratura, del resto, è come un elastico che si tende e si allenta seguendo la conformazione mutevole della società che racconta. Oggi, in tal senso, non è più sufficiente far ricorso solo a narrazioni “realiste”. In fondo è quel che deve aver pensato Orwell nel periodo in cui si accingeva a scrivere “1984”: usare la narrazione visionaria come pugnale per bucare la coltre di assuefazione che ricopre le nostre coscienze. Forse, paradossalmente, è proprio il ricorso alla distopia che segna l’utopia ultima della letteratura.
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Lidia Ravera a Naxoslegge – 3 agosto 2013

raveraSi scaldano i motori per la III edizione di Naxoslegge (20-28 settembre), con Aspettando Naxoslegge, presentazione del libro “Piangi Pure” (Bompiani ), di Lidia Ravera, attualmente anche assessore alla cultura della Regione Lazio.

Con l’autrice interverranno Marinella Fiume e Fulvia Toscano.

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Piangi purePIANGI PURE, di Lidia Ravera
Bompiani, 2013 – pagg. 366 – euro 18

Iris ha 79 anni, una figlia intelligentissima e antipatica, che parla esclusivamente con Dio, e una nipote bellissima e ignorante, che trae vantaggio dalle passioni degli uomini. Vive sola ed è in ottima salute, ma quando, per risolvere una decorosa miseria ormai intollerabile, vende la nuda proprietà della casa in cui abita, incomincia a pensare alla morte. È perché ha scommesso sulla sua aspettativa di vita? Lo chiede a Carlo, lo psicoanalista che lavora al pianterreno e, da tre anni, prende il caffè con lei al bar di fronte. Carlo è una buona conoscenza, una consuetudine, quasi un amico. È lui che le consiglia di tenere un diario per contenere e disinnescare quei sintomi minacciosi, Iris esegue. Prima è cauta, racconta le sue paure per dominarle. Ma poi finisce per raccontare anche altro. E si scopre innamorata di Carlo. Anche questo è un sintomo, ma siamo portati a pensare che sia sintomo di una malattia giovanile. È così? Esiste una scadenza per l’eros, un inverno del nostro desiderio? Oppure è uno dei tanti stereotipi che ci obbligano a rinunciare alla vita? Contro ogni previsione Iris e Carlo vivranno la loro storia d’amore, impareranno a guardarsi l’un l’altra, e a guardare il tratto di strada che devono ancora percorrere, approfittando della luce più suggestiva. Quella del tramonto. Con “Piangi pure” Lidia Ravera racconta una storia struggente in cui l’età avanzata dei protagonisti diventa l’occasione per un rinnovato inno alla vita.
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