Home > Brani ed estratti > SCOMPENSO, di Andrea Sartori (uno stralcio del libro)

SCOMPENSO, di Andrea Sartori (uno stralcio del libro)

luglio 2, 2013

catalogo Scompenso di Andrea SartoriPubblichiamo le prime pagine del romanzo SCOMPENSO, di Andrea Sartori (Exòrma Edizioni) che ha ricevuto la menzione speciale del Premio Perelà.

[Leggi la “conversazione” con l’autore]

I. Venezia

Uscire di casa

Quando squilla il telefono, Alberto si è già alzato da alcuni minuti, spossato. Il suo orologio segna le 7 e 45. In un quarto d’ora deve vestirsi, fare colazione al bar sotto casa e recarsi alla vicina Direzione dei Servizi Sociali, dove svolge il servizio civile. Informa la madre su come sta, mentendo per non metterla in agitazione, e le assicura che finirà di scrivere la sua tesi di filosofia in tempi molto brevi – pietosa bugia sulla quale non ha alcun controllo – con la prospettiva di discuterla in autunno.
Mentre parla all’apparecchio, Alberto prova all’altezza dello sterno una sensazione di smarrimento e di incertezza analoga a quella che lo coglie ogni qualvolta deve confrontarsi con qualcosa o qualcuno che gli ricordano le origini, la famiglia, o che lo proiettano nel futuro.
Quest’ultimo gli è divenuto, infatti, piuttosto incerto. E le origini e la famiglia sono arretrate fino ad assumere una lontananza che molto assomiglia allo stemperarsi dei ricordi in una persona anziana.
Nel rapportarsi a queste due dimensioni del tempo, Alberto fronteggia un’indeterminatezza, un’evanescenza che porta con sé il dolore dello svanire, del non essere più una certa persona, e del non essere ancora qualcuno di diverso. Anzi, il non più e il non ancora non gli si presentano neppure come un che di definito, da cui separarsi o a cui avvicinarsi, ma evaporano nel nulla e lo lasciano in contemplazione di un vuoto senza nome. Soffre per qualcosa che ha cessato di conoscere, o che non conoscerà mai. Una sofferenza strana, certo, ma molto intensa. Non si sente parte di un processo o di un percorso, semplicemente scorre.
Di tutto ciò la madre Lucia non ha sentore. Non è tanto il parlare per monosillabi del figlio a determinare la sua ansia, poiché vi è abituata. Desta in lei apprensione, piuttosto, il saperlo coinvolto in quella cosa utile a evitare il servizio militare, che gli farà però perdere altro tempo.
Due anni prima, Mario, il padre di Alberto, si era adoperato affinché il giovane ottenesse un contratto di lavoro all’estero – venendo pertanto esonerato da qualunque dovere verso lo Stato – ma i suoi tentativi fallirono. In compenso il figlio fece domanda d’obiezione di coscienza proprio a Venezia, ed essa venne accolta.
Terminata la telefonata, Alberto esce di casa e a contatto con l’aria afosa del mattino inizia a sudare copioso. In queste condizioni, nella Calle Lunga di Santa Maria Formosa, vede davanti a sé un uomo e una donna incinta che gli si avvicinano sorridendo tra loro. La coppia si ferma a guardare gli abiti da sposa esposti in una vetrina e il giovane, colto da un istintivo quanto immotivato terrore, scarta di lato. Teme di scontrarsi con la donna e di procurare un danno a lei e al nascituro.
Per la strada, gli spazi dell’abituale transito hanno cessato di avere le loro proporzioni, ma di questo mutamento Alberto non si è accorto. La prossimità gli pare eccessiva, pericolosa. Non vuole provocare dolore alla coppia di estranei: l’emergenza di un parto prematuro, un probabile aborto, un terribile lutto. È passato loro troppo vicino, e la città, con il caratteristico risuonare dei passi sulla pietra, diventa sempre più simile a un grande appartamento in cui ci si può scontrare in modo rovinoso.
Inizia a fare esperienza di una dimensione familiare allargata nella quale chiunque può entrare, e dove lui stesso può imbattersi in qualcuno che non lo riconosce, o a cui può fare paura. Il familiare e l’estraneo si danno convegno nelle calli di un luogo tutto sommato piccolo e in fase di spopolamento, ma anche attraversato da continui e consistenti flussi di sconosciuti turisti.
Allontanatosi dal punto dell’incontro, conservato un debole sollievo per lo scampato pericolo, Alberto fa colazione al bar del Campo e poco dopo entra nel palazzo della Direzione.

* * *

Tra il telefono e il fax

Il lavoro da svolgere oggi come i giorni precedenti, gli viene detto, non è gravoso, e richiede una minima dose di impegno. Si tratta di rispondere al telefono a ispettori di polizia che inseguono ragazzine che non sanno rientrare nelle strutture protette; ad agitate assistenti sociali che pretendono un appuntamento urgente con il responsabile del servizio, Lorenzi; a madri disperate che non trovano all’Istituto per i Minori il figlio che è stato da loro allontanato; a operatori del S.E.R.T. che debbono reperire qualche assistito perso chissà dove, in città o sulla terraferma, dimentico di se stesso e degli altri; ad anziani ossessionati dalla solitudine e dall’idea della morte. Rimane il fatto che Alberto non è mai stato prima d’ora obiettore di coscienza, che non ha alcuna esperienza di lavoro, né in azienda né altrove, e che – soprattutto – non ha mai spedito un fax, essendo allergico agli apparecchi meccanici ed elettronici. A malapena sa utilizzare il programma di videoscrittura del suo computer e la fotocopiatrice del Dipartimento universitario.
Malgrado la manifesta inettitudine, un’altra delle sue più frequenti occupazioni è la trasmissione dei fax ai vari Consigli di Quartiere, ed egli la espleta percependo a fondo la propria incapacità, e deplorando al contempo la stupida complessità della macchina.
Le assistenti sociali, che si aggirano ispirate nella Direzione, sembrano molto impegnate, alcune, addirittura, portano sul volto i segni di una evidente sofferenza, causata loro dalla fatica di mantenere un adeguato livello di empatia e di compassione nei confronti dell’altro, che nel palazzo certamente pullula. Le donne – la maggioranza, se non la totalità, delle assistenti sociali (AA. SS.) e delle assistenti domiciliari (AA. DD.) – paiono ad Alberto particolarmente portate per quel lavoro.
Quasi tutte lo interpretano come una missione, come una cosa sola con l’essere donne, madri, mogli.
Egli ne ricava null’altro che l’impressione di un’estrema banalità. Che insulsaggine la produzione su scala industriale degli affetti familiari, la loro diffusione capillare come panacea per i dolori del mondo, la cura del diverso (sia esso un immigrato, un tossicodipendente, un qualunque ultimo di questa terra) quale occupazione professionale! «Della vera sofferenza non si può fare un lavoro», pensa Alberto. Al massimo la psicoanalisi può aiutare qualcuno, ma questa non è per tutti.
Non tanto per ragioni di reddito, quanto perché, come gli disse un giorno un suo professore di liceo, richiede come presupposto da parte del paziente l’acquisizione di capacità cognitive non indifferenti, una certa maturità, sul piano intellettuale, alla portata di pochi. Anche la cura è elitaria.
Tra una telefonata e l’altra Alberto pensa a quando, tempo addietro, ha letto le teorie di una filosofa femminista in merito al rapporto tra la maternità e l’orgasmo da un lato, e la politica dall’altro. Riflette su questo, e trova che nell’ufficio maternità e politica gli scivolino davanti agli occhi in singolare quanto buffa concomitanza, quali elementi di un’inutile commedia dei buoni sentimenti. Quanto all’orgasmo, quello, pensa Alberto, che da tempo ne ha esperienza solo in
relazione alla masturbazione, è diventato sempre più difficile, insoddisfacente, tanto agognato quanto angoscioso. Più che attribuirgli una funzione politica, lo considera ormai emblema d’una incomunicabile idiozia, del fallimento d’ogni velleità di forare, in vitalità e pienezza, le figure delle sue rappresentazioni private.
Fa fatica a capire la serietà del lavoro svolto in Direzione. Da qui partono gli atti che incidono sulla vita di centinaia di persone distribuite sul territorio di Venezia e di Mestre. A lui, tuttavia, questo continuo movimento – che a volte sfocia in repentine «emergenze» – dà solo un senso di intrusione nella sfera privata di estranei. L’amministrazione delle politiche sociali gli appare sempre più come un meccanismo istituzionalizzato di plagio, che cerca di convincere delle persone ritenute «a rischio», o «incapaci», che i loro figli devono essere dati in affido a sconosciuti, a una variegata tipologia di centri deputati alla tutela e all’educazione di minori. «Educazione», «educatori», parole minacciose, foriere di brutti ricordi, per Alberto, sigle di fallimenti, di rovine, di colpe, di tormenti, di sottili e inconsce prevaricazioni, di enunciati proferiti a sproposito, di buona fede che partorisce orrore. Ed egli, senza rendersene conto, è immerso nel luogo in cui ciò accade, o può accadere.
Nella contemplazione assidua dei propri pensieri, si accorge, quasi per caso, che un uomo lo sta osservando dall’angolo opposto della stanza. Probabilmente l’individuo è entrato mentre stava guardando assorto il soffitto, o fuori dalla finestra, verso il Campo assolato sotto il cielo estivo. L’uomo non dice una parola e fissa Alberto come se fosse fonte di stupore. Il giovane non riesce a capacitarsi di questa muta presenza.
Le cose si complicano quando Paola, un’amministrativa, entra nell’ufficio e chiede al nuovo venuto: «Vuole un sedativo?». La donna, un bicchiere nella mano destra, abbraccia lo sconosciuto e pare consolarlo per un motivo preciso, ma difficile da afferrare. Proprio in questo momento Lorenzi entra nell’ufficio, e dice rivolto all’obiettore di coscienza, trattenendo la concitazione: «Hanno ricoverato una donna incinta al SS. Giovanni e Paolo…».
Il giovane entra in allarme. Il mistero dell’uomo rimasto senza parole inizia a chiarirsi nella sua mente, e le concatenazioni di cause ed effetti prendono ad avvolgerlo in una ragnatela di brevi ricordi risalenti a non più di un’ora prima.

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: