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STRINGIMI PRIMA CHE ARRIVI LA NOTTE, di Claudio Volpe (uno stralcio del libro)

luglio 18, 2013

Stringimi prima che arrivi la notteIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo uno stralcio del romanzo STRINGIMI PRIMA CHE ARRIVI LA NOTTE, di Claudio Volpe (Anordest edizioni) – romanzo finalista al Premio Flaiano 2013

Vivere la vita che ci capita, portare sulla pelle e nelle ossa il peso della nostra esistenza e provare a sopravvivere sempre e comunque. Alice sa che la vita può prenderti in giro con la sua forza, le sue illusioni e le sue speranze. E’ una ragazza poco più che ventenne e dentro di sé conserva la storia di un breve ma intenso vissuto: l’essere una figlia adottata, platonicamente innamorata di un padre buono ma disorientato come Raimondo e in continua competizione con una madre dominante, Delia, cardiochirurgo ossessionata dalla morte e dal fermarsi dei cuori. Alla ricerca di un baluardo dove arrestarsi per riprendere fiato, Alice si ritrova imprigionata nelle parole di Ana e dei suoi seguaci. Ana è la dea dell’anoressia, è la trasfigurazione del corpo, la sublimazione dell’anima. “Stringimi prima che arrivi la notte” è la storia di un’apparente disgregazione familiare vicina alla vita di ognuno di noi più di quanto siamo disposti ad ammettere. È la storia dell’abbandono progressivo e progettato del proprio corpo ma è anche il racconto di un amore universale che insegna il senso del dolore e del perdono, un amore che non riesce a fermarsi davanti alle insidie del vivere e che ricerca la felicità nel quotidiano e nelle persone. Un romanzo corale sulla difficoltà dell’esistere ma anche sulla meravigliosa bellezza del genere umano.

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Uno stralcio del romanzo STRINGIMI PRIMA CHE ARRIVI LA NOTTE, di Claudio Volpe (Anordest edizioni)

“Mi guardo nei tuoi occhi, mi cerco, e adesso forse so come trovarmi. Ho voglia di pregare ma non come fanno tutti. Pregare in un modo tutto mio. Se potessi pregare senza voce e mani giunte, io sarei in quella preghiera afona. Se esistesse un modo per dire grazie alla vita nonostante tutto, fatto di sangue e sorrisi, lacrime e fiato, io sarei in quel sangue e in quei sorrisi e in quelle lacrime e in quel fiato. Se si potesse fermare la felicità, dirle “stai ferma, non ti muovere”, pronuncerei queste parole urlando fino a rompermi la gola. Se esistesse un modo, anche uno solo, per pregare la felicità e gli uomini senza dover pronunciare parole, accetterei di restare muta per il resto dei miei giorni. Se si potesse dire grazie e far vibrare l’anima degli altri, l’anima del mondo, senza dover spingere e stringere e tirare con le mani, amputerei le mie braccia. Ma la verità, padre mio, è che esiste un modo solo per pregare e rendere grazie a tutti gli dei dell’universo e a tutti gli uomini che calpestano questo mondo ed è amare. Amare anche quando sembra inutile, anche quando appare stupido, peccato del demonio o atto deleterio. Amare anche quando fa male, quando prosciuga e sfinisce, quando ammazza o punisce, anche se l’amore stesso non esistesse e un paradiso non esistesse e gli esseri umani fossero solo animali poco più evoluti delle scimmie. Io amo e amerei anche se per farlo dovessi cavarmi gli occhi, strapparmi naso e lingua, tappare le orecchie e spegnere il sorriso, arrestare il cuore, fermare il sangue. Amerei anche se poi dovessi morire. Amerei contro tutto e tutti pur di incastrare per sempre in questa mia anima l’odore dell’amore, la luce dell’amore, la pelle dell’amore, la lingua dell’amore, la saliva dell’amore, la vita dell’amore, l’amore dell’amore. Adesso l’ho capito. So di esserne in grado. Ora come ora, amerei e basta. Amerei e tutto il resto sarebbe solo bestemmia. Siamo due anime opposte io e te, due anime opposte ma identiche che si abbracciano e si completano: io ad amare non ho nulla da perdere, tu ad amare hai tutto da guadagnare. E magari, mentre cerchiamo di imparare ad amare, possiamo provare anche a restare in piedi, saldi, senza soccombere più sotto il peso delle nostre aspettative perché alla fine ci resta solo questo sopravvivere sbiadito e senza contorni, questo avanzare quotidiano lungo un sentiero in salita. Non ci resta che essere come la luce nel momento in cui si confonde col buio, come l’orizzonte che gratta con le sue onde il cielo sopra di sé, come il fuoco quando è ancora scintilla appena scoccata ma già pronto per divenire un incendio. Che ne sarà di noi? sembrano chiedermi i tuoi occhi e le tue mani e la tua barba incolta che mi punge il collo. Che ne sarà di noi, di questa nostra vita di uomini sperduti che azzannano la felicità per tenersela stretta tra i denti? Che fine faremo quando tra i denti ci ritroveremo a stringere solo aria vuota e asciutta senza neanche più un accenno di dignità? Perché ogni percorso deve implicare la ridicolizzazione della dignità, la perdita dell’equilibrio, il passo sospeso sopra il burrone e gli occhi accecati che guardano oltre la paura? Perché senza dolore d’anima non c’è perdita di squame e cambio di muta, uscita dal bozzolo, rottura di guscio? Perché la vita per farci danzare sul filo della felicità deve stare lì a colpirci i piedi? Che la danza nel mondo non sia che un modo per restare in equilibrio su un suolo cocente? Che la vita stessa non sia che un modo, l’unico modo, di danzare verso la felicità?”

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Claudio VolpeClaudio Volpe è nato a Catania nel 1990. Diplomato al liceo classico, attualmente studia giurisprudenza. “Il vuoto intorno”, suo romanzo d’esordio, viene presentato al Premio Strega 2012 da Dacia Maraini e Paolo Ruffilli, vince il Premio Franco Enriquez 2012, il Premio Internazionale Napoli Cultural Classic ed è finalista al Premio Torre Petrosa. Nel dicembre 2012 partecipa col racconto “Sopravvivere” ad un’antologia edita da Castelvecchi e attualmente sta curando la scrittura e la realizzazione dello spettacolo teatrale “Just Humanity”. “Stringimi prima che arrivi la notte” è il suo secondo romanzo, presentato al Premio Strega 2013 e finalista al Premio Flaiano 2013.

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