Home > Recensioni > COMICI RANDAGI di Orazio Caruso

COMICI RANDAGI di Orazio Caruso

agosto 3, 2013

Pubblichiamo la recensione di Giuditta Busà dedicata al romanzo “Comici randagi” di Orazio Caruso. Su “La poesia e lo spirito” è disponibile un’intervista all’autore

di Giuditta Busà

Comici randagi di Orazio Caruso è un libro denso e polimorfo, dalle molteplici possibilità di lettura. Un aspetto emerge su tutti sin da subito: il rapporto che questo libro ha con il teatro, tanto da poter essere di buon grado definito un romanzo teatrale. Ma non soltanto e semplicemente perché parla di teatro: la connessione e le corrispondenze con il mondo e i linguaggi teatrali sono di fatto più complesse e investono a diversi livelli struttura e narrazione.
Il protagonista è un regista teatrale, un uomo che vive quindi di teatro. È altresì un uomo di mondo, avvezzo per lavoro e per indole a non avere radici. Inoltre, Eugenio, questo il suo nome, è abituato a vedere le cose – le vicende della vita e la realtà che lo circonda – con gli occhi del registra teatrale: ogni evento può così trasformarsi in una scena, in un atto teatrale.
Ma il teatro irrompe nel romanzo ancora e a un livello ulteriore, al punto da influenzarne lessico, stilemi e forme narrative.
Il teatro è ad esempio la soluzione a un problema reale: il bosco che ha fatto da sfondo all’infanzia di Eugenio e di suo fratello Alfio rischia di essere privatizzato e circoscritto all’interno di un nuovo supermercato, e quindi di essere snaturato in quanto luogo avvolto da un’atmosfera particolare e in quanto luogo simbolo dell’infinito. Di fronte a questa minaccia la soluzione proposta da Alfio, anzi l’unica soluzione possibile, è mettere in scena proprio in quel bosco il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Opera in cui il bosco ha un ruolo altrettanto fondamentale.
A questo proposito occorre sottolineare i continui ed evidenti richiami e riferimenti all’opera shakespeariana in genere e al Sogno di una notte di mezza estate in particolare: anzi, si potrebbe addirittura considerare questo romanzo di Orazio Caruso come una sorta di riscrittura della commedia shakespeariana. Chiunque abbia letto il Sogno troverà e si divertirà a trovare tutta una serie di rimandi testuali (basti citare, oltre al bosco, la violetta e l’elemento di magia, rappresentato dai geodi, che sovverte l’ordine precedente, senza dimenticare la chiusa dell’opera).
Forse la prova più evidente di quanto il teatro sia al centro di quest’opera, oltre a tutti questi elementi già di per sé considerevoli, risiede nel fatto che esso si appropria della forma narrativa, la monopolizza e la scompagina.
La narrazione infatti non segue un percorso lineare, ma vive anche dell’interpolazione di strutture narrative altre, che di fatto colmano delle lacune e delle questioni ‒ soprattutto del passato dei protagonisti. Queste forme apparentemente estranee alla norma estetica e formale del romanzo sono sparse qua e là, senza ordine apparente. Ritroveremo allora nel testo delle vere proprie scene teatrali, che hanno quindi le caratteristiche proprie di un copione teatrale: le battute dei personaggi; le annotazioni in corsivo sul tipo di scena; la descrizione particolareggiata dell’ambientazione. O potremo trovare ancora singoli capitoletti in corsivo che si concentrano e spiegano alcuni termini chiave della vita e dell’infanzia dei due fratelli, componendo quello che potrebbe sembrare inizialmente una sorta di glossario sentimentale, ma che, ad una analisi più attenta, che contempli giustamente l’incidenza del teatro in questo testo, abbiano la stessa efficacia di escamotage narrativo della voce fuori campo in una pièce teatrale, che parla e spiega allo spettatore, aiutandolo nella comprensione di nodi cruciali della storia.
Storia che procede, perciò, attraverso l’interpolazione di queste strutture narrative altre, tra continui cambi di ritmo e di tempo, tra flashback e digressioni, in un voluto contrasto tra il passato remoto della narrazione canonica ‒mi si passi il termine ‒ e il presente delle scene più propriamente teatrali, a dimostrazione della maestria e della consapevolezza narrativa dell’Autore, in grado di variare e di giocare con lessico e registro a seconda del tipo di modello narrativo utilizzato.
Questo è allora un romanzo che vuole anche allenare il lettore – proprio come Eugenio allena i suoi comici randagi, i suoi attori – che lo vuole desto e attento ai cambi di scena: educandolo in un certo senso all’imprevedibile, alla mutevolezza delle sue forme.
Emergono inoltre tutti i riferimenti al teatro shakespeariano e alla lezione di Grotowski, che Eugenio sembra aver appreso e applicato alla perfezione. E moltissimi altri riferimenti della cultura teatrale, poetica e letteraria che il lettore può divertirsi a trovare.
Il teatro da Pirandello in poi ci ha sottoposto una fondamentale riflessione: quella sul rapporto tra realtà e finzione, tra persona e maschera.
Proprio e anche per questo allora Comici randagi ha col teatro un rapporto così complesso e determinante, essendo anch’essa un’opera sulla ricerca dell’identità, ovvero sul viaggio che ciascuno di noi deve fare per conoscere se stesso al di là dello stereotipo, della maschera appunto, che la vita ci ha affidato o di cui noi stessi pigramente ci siamo appropriati per difenderci dal mondo. Così proprio Eugenio, e insieme a lui tutti gli altri protagonisti di questa storia, scopriranno qualcosa su se stessi, e magari qualcosa di sorprendente.
Comici randagi può senza dubbio essere considerato una riscrittura del Sogno di una notte di mezza estate; eppure, già dalle prime battute, se ne affranca, rivendicando la propria indiscutibile originalità.

[Il dibattito su Letteratitudine dedicato a Comici randagi e al rapporto tra narrativa e teatro]

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: