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Paolo Di Paolo per UGO RICCARELLI

agosto 6, 2013

In collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog: IN MEMORIA DI UGO RICCARELLI

Paolo Di Paolo per UGO RICCARELLI

(Pubblichiamo il contributo dello scrittore Paolo Di Paolo)

di Paolo Di Paolo (nella foto in basso)

Risultati immagini per paolo di paolo letteratitudineLa dedica del suo ultimo romanzo, L’amore graffia il mondo (Mondadori), tuttora in corsa per il Campiello, dice: «Per Antonio, che è andato appena un attimo di là». Antonio è Tabucchi, lo scrittore che – come mostra la lettera inedita che pubblichiamo – è stato per Ugo Riccarelli un maestro e un amico. Si erano conosciuti alla fine degli anni Ottanta: Riccarelli lavorava a Pisa, in un’azienda statale, e sotto banco leggeva Piccoli equivoci senza importanza di Tabucchi. Un amico comune li mise in contatto: ne nacque una complicità bella e duratura: «Ho potuto godere del privilegio di “stare a bottega” da lui, un po’ come si faceva un tempo, quando esistevano i Maestri». Ma fra i maestri di Riccarelli vanno annoverati anche una nonna contadina e un padre – l’ha raccontato in Un mare di nulla (2006) – cantastorie e un po’ bugiardo. Riccarelli amava l’idea stessa del raccontare come poche altre cose. L’Annina, nel romanzo Il dolore perfetto (2004, Premio Strega), scopre che custodire la vita, l’amore, i ricordi nostri e gli altrui significa raccontare: «E se proprio un filo c’era, nelle sue storie, allora le sembrò che narrarlo fosse il solo scopo di tanta vita».
La narrativa di Riccarelli ha spesso un paesaggio italiano – piccole storie di umili che, annodandosi, compongono una storia più grande. Ma poco italiano è il suo respiro di scrittore, abituato al passo lungo dei sudamericani, reso più inquieto per via mitteleuropea: Bohumil Hrabal e Bruno Schulz sono i numi rispettivamente di Stramonio (2000) e di Un uomo che forse si chiamava Schulz (1998). «Un tempo nacqui in mezzo a un caldo di lana. Furono urla e fatica, in una notte di luglio inoltrato» scrive, dando voce a Schulz, Riccarelli – che in questo luglio inoltrato se n’è andato, a nemmeno cinquantanove anni. La sua vita era stata tagliata a metà da un trapianto di cuore e polmoni: ne racconta nel suo bellissimo libro d’esordio, Le scarpe appese al cuore (1995). Il «precedente cuore» di Ugo ha continuato a battere nel petto di una donna inglese e le ha permesso di diventare madre. Che Riccarelli avesse, in fondo, non uno ma due cuori, era chiaro incontrandolo. Poche persone ho conosciuto così trasparenti, generose e vitali. Così allegre. Era, l’allegria, la sua risposta alle salite della vita – e di salite i suoi libri sono pieni come i suoi giorni. Pendii in cui la terra fa resistenza e tutto dipende da un sovrappiù di slancio, di energia. Come nei racconti di L’angelo di Coppi (2001), anche sulle pagine della “Domenica” gli capitò di raccontare salite: storie di sportivi, di maratoneti e di scalatori. Il racconto con cui, nel 2004, iniziò la sua collaborazione a questo giornale era sul leggendario Bahamontes, lo scalatore spagnolo che vinse un Tour de France: «Quando la strada prendeva a salire subito gli montava dentro un’allegria sovrana, le gambe gli si scaldavano e cominciavano a girare, a dare strattoni, quasi a danzare sopra il pedale. Diventava un’aquila il fringuello, sulle salite sembrava davvero un’aquila reale». Nel ’54 – l’anno in cui Riccarelli nasceva – Bahamontes dette spettacolo sul passo della Romeyere: mentre aspettava la macchina della squadra, si fermò a un chiosco e prese un gelato. «E a chi, da quel giorno, gli citò quel gelato come il vezzo di un matto, una cosa ben strana che gli aveva negato gloria e vittoria, un eccesso commesso forse per far solo parlare, Bahamontes, rispose scuotendo le spalle. “Questa è la vita” diceva “la fortuna e il destino, la vittoria e la resa, l’esser pronti a sorridere o a costruire un’impresa. E va presa per mano, su una strada infinita, pedalando ogni giorno. In discesa e in salita”». Questo era Ugo Riccarelli. Noi suoi amici stavamo sul bordo della strada, a fare il tifo: per poi scoprire che a darci coraggio, a tirarci su, era sempre lui. Ci passava davanti con la sua bicicletta, si voltava a guardarci – e sorrideva.

[articolo tratto da tratto da  Domenica – Sole 24 Ore del 28.7.2013 ]

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