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Stefano Petrocchi per UGO RICCARELLI

agosto 6, 2013

In collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog: IN MEMORIA DI UGO RICCARELLI

Stefano Petrocchi per UGO RICCARELLI

(Pubblichiamo il contributo di Stefano Petrocchi: direttore della Fondazione Bellonci)

di Stefano Petrocchi (nella foto in basso)

Stefano PetrocchiL’ultima telefonata fra noi, a fine maggio, il giorno che all’Amore graffia il mondo è stato assegnato il Premio Campiello. Ne era felice, ci teneva a questo romanzo in cui nella figura di Signorina – uno dei suoi personaggi femminili più volitivi – faceva rivivere sua madre. Il giorno dopo che se ne è andato, gli organizzatori del premio comunicavano che l’opera restava in competizione anche per il Supercampiello, che si assegnerà a settembre. È bello che possa continuare ancora a farsi un po’ di strada, anche se chi l’ha messa al mondo non può più accompagnarla. Ci ricorda che è compito dei grandi libri vivere nella comunità dei lettori più a lungo di chi li ha scritti. E i libri di Ugo Riccarelli vivranno molto a lungo.
Ero preparato al fatto che da un momento all’altro non ci sarebbe stato più. Non ero preparato a non avere vicino, quando è successo, i suoi libri. Ad eccezione dell’ultimo, che ho sulla scrivania da quando è uscito, e del Dolore perfetto, presente sugli scaffali della biblioteca dove lavoro, gli altri sono finiti in uno scatolone per un trasloco inopportuno e molesto come solo i traslochi sanno essere. Così non ho potuto rileggere, da Stramonio, l’epigrafe tolta a Hrabal – me la ricordo significativa di tante cose, non solo per quel libro – e la pedalata in salita del grande ciclista nell’Angelo di Coppi e la presenza nelle prime pagine di Comallamore di tutta una serie di aggettivi e sostantivi che hanno a che fare con l’essere storto, sbilenco.
Provo ora a ricostruire certi caratteri della sua opera e, anche senza avere a portata di mano le sue parole, mi si va delineando un percorso limpido e riconoscibile, giocato tra un epos antiretorico, nato dal basso, alimentato e custodito soprattutto per via matrilineare (Riccarelli è uno dei pochi scrittori contemporanei per cui abbia senso la nozione di popolo) e il tema dell’handicap (nel senso sportivo di svantaggio) come ribaltamento della prospettiva normale, ordinaria, sulle cose, e come vita tenacemente attaccata alla vita. Due valori che prendono forza messi a contrasto con la violenza del potere, con il procedere indifferente del tempo storico, con la visione dominante dei vincitori, i quali – diceva Bufalino – non sanno quello che perdono.
Questa coerenza letteraria si riscontra anche nei libri che Riccarelli amava. Se le condizioni di salute già precarie non glielo avessero impedito, a maggio avrebbe concluso un ciclo di riletture di romanzi che in passato hanno vinto lo Strega condotte da autori premiati di recente. Aveva scelto La chimera di Sebastiano Vassalli, la storia di una ragazza povera del XVII secolo bruciata per stregoneria. Un romanzo storico, dunque, che racconta una figura di donna che viene in conflitto con un potere disumano.
Come quella dei suoi maestri Hrabal e Schulz, anche la vita di Ugo Riccarelli è destinata a essere letta nel tempo come un capitolo della sua opera, malgrado solo il suo primo libro (Le scarpe appese al cuore) sia di immediata ispirazione autobiografica. È stata l’esistenza fragile ed eroica di un uomo profondamente ironico, disponibile e gentile.

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Stefano Petrocchi (Rieti, 1971). Coordinatore dal 2006 dei progetti di promozione della lettura della Fondazione Bellonci, di cui assume la direzione nel 2013, ha curato la riedizione di varie opere di Maria Bellonci e la collezione edita da Il Sole 24 ORE “I capolavori del premio Strega”. Segretario del Comitato direttivo del Premio Strega, ha pubblicato nel 2014 il romanzo La polveriera (Mondadori), dedicato al premio e ai suoi protagonisti.

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