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Archive for settembre 2013

RICORDANDO ORESTE DEL BUONO

Letteratitudine ricorda Oreste Del Buono a dieci anni dalla scomparsa, proponendo la lettura di questo articolo pubblicato su Repubblica, dopo la morte dello scrittore (avvenuta il 30 settembre 2003). Di seguito, una nota biografica.

Oreste Del Buono (Poggio (Isola d’Elba), 8 marzo 1923 – Roma, 30 settembre 2003) è stato uno scrittore, giornalista, traduttore, critico letterario italiano.

Nativo di Poggio, nella parte occidentale dell’Isola d’Elba, e nipote dell’eroe toscano Teseo Tesei, studiò a Milano, dove visse durante la guerra. In quel periodo fu militare di Marina; catturato dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, trascorse un anno e mezzo di prigionia in Germania.
Traduttore prolifico, soprattutto dal francese, esperto di fantascienza, gialli, cinema, sport, pubblicità (sulla quale tenne una rubrica su Panorama). Tra le traduzioni, Il Cappotto di Gogol’, Madame Bovary di Gustave Flaubert, Un amore di Swann di Marcel Proust e L’azzurro del cielo di Georges Bataille, ma anche opere di André Gide, Guy de Maupassant, Michel Butor, Michel Tournier, Marguerite Yourcenar, Nathalie Sarraute, Denis Diderot, Benjamin Constant, Claude Gutman, e dall’inglese di Raymond Chandler, Robert Louis Stevenson, Arthur Conan Doyle, Oscar Wilde, Horace Walpole, Ian Fleming ecc.
Fece parte ma ai margini del gruppo 63, pubblicando nello stesso anno con la Feltrinelli Per pura ingratitudine. Altri suoi libri furono Racconto d’inverno (1945), Un intero minuto (1959), L’amore senza storie (1960), Né vivere né morire (1964), Un tocco in più (1966, con Gianni Rivera), I peggiori anni della nostra vita (1971), La parte difficile (1975, ma ripubblicato nel 2003 a cura di Daniele Brolli), Tornerai (1976), Un’ombra dietro il cuore (1978), Il comune spettatore (1979), Se m’innamorassi di te (1980), La talpa di città (1984), La nostra classe dirigente (1986), La debolezza di scrivere (1987), La vita sola (1989), Acqua alla gola (1992), Amici, amici degli amici, maestri (1994) ecc.
Svolse mansioni di “editor” presso numerose case editrici (Rizzoli, Bompiani, Garzanti, ecc.), facendo conoscere autori stranieri fino ad allora sconosciuti in Italia e curando e introducendo opere di autori italiani quali Leggi tutto…

MARIANNINA COFFA (30 settembre 1841 – 30 settembre 2013)

https://i1.wp.com/www.lerudita.com/components/com_virtuemart/shop_image/product/Ferita_all_ala_u_51c82d8658a07.jpgRicordiamo la poetessa Mariannina Coffa (Noto, 30 settembre 1841 – Noto, 6 gennaio 1878) nell’anniversario della nascita proponendo il romanzo a lei dedicato da Maria Lucia Riccioli intitolato “Ferita all’ala un’allodola” (L’Erudita edizioni)

Gli interventi di Lia Levi, Paolo Di Paolo e Luigi La Rosa – Il dibattito su LetteratitudineBlog – L’intervento dell’autrice a “Letteratitudine in Fm

Nota dell’autrice (2011-2013)

di Maria Lucia Riccioli

Rieditare un libro vuol dire spiegare le ragioni di un viaggio. L’imbarcarsi per nuovi lidi, nuove interpretazioni. Verso nuovi lettori.
Un romanzo è la storia di un incontro.
Mariannina Coffa ed io ci siamo sfiorate, incrociate. Tra i corridoi del Liceo “Matteo Raeli”. Tra i vicoli e le inferriate di
Noto e Ragusa. Tra marmi, versi e scartafacci d’archivio. Tra le note di spartiti belliniani e verdiani. Per poi incontrarci in queste pagine, intrise delle suggestioni di un’epoca amata e studiata in letteratura e in storia.
Anni di ricerche, di stesure e riscritture, di scoramenti e illuminazioni.
Poi, come per tutte le creature, anche quelle fatte di fogli, arriva il momento di spiccare il volo.
“Ferita all’ala un’allodola” ha viaggiato tra Noto e Siracusa, a Militello, a Catania, Acireale, Raffadali. Al Festival della Letteratura di Sciacca. A Palermo. A Portopalo, più a sud di Tunisi. A Roma.
Nelle librerie, tra i banchi delle scuole, in sale e palazzi. In una chiesa. Nei regni del virtuale.
Conservo. Inviti e sorrisi, commenti e petali di fiori. Complimenti e perplessità, domande curiose e recensioni. Fotografie. Video e commenti su Internet. La storia dell’accoglienza di un libro passa attraverso canali prevedibili e insoliti insieme, vecchi e nuovi.
Perché rieditare questo romanzo, quando ormai sono sopiti gli entusiasmi per il centocinquantesimo compleanno della nostra difficile unificazione? Leggi tutto…

CI LASCIA LO SCRITTORE CARLO CASTELLANETA

In seguito alle complicanze di una polmonite, ieri 28 settembre 2013, è morto a Palmanova lo scrittore Carlo Castellaneta.
Era nato a Milano l’8 febbraio 1930, da padre pugliese e madre milanese. Primo di quattro fratelli, inizia giovanissimo a lavorare, prima in una galleria d’arte poi alla Arnoldo Mondadori Editore come correttore di bozze. Nel 1958 Elio Vittorini, consulente della casa editrice, legge il manoscritto di “Viaggio col padre” e ne approva la pubblicazione. Inizia così una lunga e prolifica carriera di narratore (con romanzi tradotti in inglese, francese, spagnolo e tedesco), ma anche di giornalista, come collaboratore del Corriere della sera e di Storia illustrata, di cui fu anche direttore. Buona parte della sua opera è dedicata alla città di Milano. Castellaneta è stato anche presidente del Museo teatrale alla Scala. Dal suo romanzo “Notti e nebbie” è stata tratta l’omonima miniserie televisiva diretta da Marco Tullio Giordana su sceneggiatura dello stesso Castellaneta.

Approfondimenti su: Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, Il Sole24Ore
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BORGO PROPIZIO, di Loredana Limone

Borgo PropizioIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un brano del romanzo BORGO PROPIZIO, di Loredana Limone (Tea, 2013) e l’autoracconto del libro da parte dell’autrice

Belinda ha intenzione di ricominciare e Borgo Propizio, un paese in collina in un’Italia che può sembrare un po’ fuori dal tempo, le pare il luogo ideale per realizzare il suo sogno: aprire una latteria. Il borgo è decaduto e si dice addirittura che vi aleggi un fantasma… ma che importa! A eseguire i lavori nel negozio è Ruggero, un volenteroso operaio che potrebbe costruire grattacieli se glieli commissionassero (o fare il poeta se sapesse coniugare i verbi). Le sue giornate sono piene di affanni, tra attempati e tirannici genitori, smarrimenti di piastrelle e ritrovamenti di anelli… ma c’è anche una grande felicità: l’amore improvviso per Mariolina, che al borgo temeva di invecchiare zitella con la sorella Marietta, maga dell’uncinetto. Un amore che riaccende i pettegolezzi: dalla ciarliera Elvira alla strabica Gemma, non si parla d’altro, mentre in casa di Belinda la onnipresente zia Letizia ordisce piani, ascoltando le eterne canzoni del Gran Musicante. Intanto i lavori nella latteria continuano, generando sorprese nella vita di tutti…

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Dal romanzo BORGO PROPIZIO, di Loredana Limone (Tea, 2013)

Purtroppo, dopo le vacche grasse arrivano sempre le vacche magre e con gli anni la richiesta di lavori all’uncinetto, pezzi unici fatti a mano, diminuì. I corredi non contemplavano più simili manufatti perché le giovani spose preferivano moderni capi colorati da mettere in lavatrice e, se possibile, da non stirare; come bomboniere per i battesimi, le comunioni e i matrimoni, si sceglievano oggetti spesso inutili nei negozi dei numerosi centri commerciali spuntati un po’ dovunque come funghi. Velenosi, però.
Era finita – o comunque era sempre più in declino – la generazione di chi amava la tradizione. Il progresso, mostro ingordo, si stava mangiando tutto. Dilagavano, inoltre, i notevolmente più economici prodotti della Cina, la cui popolazione, si temeva, avrebbe invaso tutto il mondo. Lo diceva anche la televisione, che Marietta seguiva fedelmente.
Ecco perché, quando Mariolina, confidando nella riservatezza della sorella, la informò del negozio, Marietta mostrò grande meraviglia.
«Mah!» esclamò, prima di rimuginare tra sé e sé, cercando di non perdere i punti di un cruciale nodo d’amore per una tenda che sarebbe stato impossibile non ammirare nella vetrina di Fili Fatati dal 1888 e che di certo le avrebbe portato nuovo lavoro.
Ah, se le cose fossero andate diversamente, se la mamma non si fosse ammalata, se ci fosse stata una spinta al turismo, se la congiuntura economica (forse non c’entrava nulla, ma l’aveva sentita in tivù e le sembrava ci stesse bene)… Se così, se cosà, avrebbe potuto farlo lei, quel passo. Forse ci sarebbe voluto solo un po’ di coraggio. E un piccolo capitale, restituibile alla banca.
Ah, no, la banca no! Nemmeno a parlarne! Quegli strozzini! Di recente un poveraccio era stato spinto al suicidio: gli avevano preso perfino la casa. Senza cuore, le banche, meglio non averci nulla a che fare! Però… vicino al Municipio, in pieno borgo. D’accordo, un borgo decaduto. Tra un po’ sarebbe diventato un paese di anziani, per non dire di vecchi. E di fantasmi.
L’appellativo Propizio, per una qualche derivazione latina, si riferiva al fatto che i principi che lo avevano governato con gran fasto nei secoli passati, copiando gli antichi usi romani, consultavano il volo degli uccelli prima d’intraprendere qualcosa d’importante, e il puntuale arrivo dei volatili da oriente era considerato propiziatorio. Ma, da che Marietta aveva memoria, sarebbe stato meglio chiamarlo Borgo Impropizio o Borgo Infausto, o come peggio si preferiva, tanto il paese era vittima della superstizione. Anche se in effetti niente aveva dimostrato che fosse vero. Qualche coincidenza, forse. Ma proprio se ci si voleva credere. Fantasmi… Leggi tutto…

RACCONTI PER SIGNORA, di Piersandro Pallavicini

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo “La corniche #1” dell’ebook RACCONTI PER SIGNORA, di Piersandro Pallavicini (Feltrinelli Zoom)

“…un sabato pomeriggio, sul Lago Maggiore, affacciato al parapetto del lungolago, mentre rimiravo la riva opposta con un gelato in mano, ero stato folgorato dall’idea che Romanzo per Signora non dovesse finire lì. Che il suo carico di storie, di ricordi diventati racconto, di omaggi espliciti o velati meritasse altre parole.”
[P.P.]

Da quella folgorazione dell’autore nascevano i tre racconti satellite usciti in rete nel febbraio 2012 insieme a Romanzo per Signora, e dedicati agli scrittori che abitano il romanzo: Frederic Prokosch, Pier Vittorio Tondelli, Piero Chiara. Tre omaggi affettuosi, e tre racconti di difficile reperibilità, riuniti qui per la prima volta in un corpo unico e collegati da una nuova, lunga, inedita corniche fatta di aneddoti, retroscena e tenere confessioni.

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La corniche #1

Nel giugno del 2011 avevo da poco terminato l’ultima revisione di Romanzo per signora. Il file era nelle mani sicure di Feltrinelli, c’era già una data di uscita e i giri di bozze sarebbero cominciati qualche mese dopo.
In una situazione come questa, di solito, ci si ritrova con nessuna voglia di scrivere. Si è spossati dal romanzo appena terminato, è estate, ci sono i festival, le vacanze, le case in montagna, quelle sul lago. Si ha voglia di riposarsi, distrarsi, fare altro. Tutto fuorché la fatica dello scrivere. Invece, un sabato pomeriggio, per l’appunto sul Lago Maggiore a Porto Valtravaglia, dove abbiamo una piccola casa, affacciato al parapetto del lungolago, mentre rimiravo la riva opposta con un gelato in mano, sono stato folgorato dall’idea che Romanzo per signora non dovesse finire lì. Che il suo carico di storie, di ricordi diventati racconto, di omaggi espliciti o velati meritasse altre parole.
Da quel torpido pomeriggio col gelato che mi colava sulla mano, mentre l’aria calda sopra il lago disegnava fate morgane, è nata l’idea dei racconti-satellite: i Racconti per signora che trovate riuniti in questo eBook. Ho buttato il gelato, sono salito a casa. Sapevo che storia dovevo scrivere. Mi sono messo al computer e ho cominciato Viaggio a Grasse (un remake).
Ci sono scrittori il cui fantasma infesta felicemente il mio immaginario, e per Romanzo per signora quei fantasmi li avevo convocati per una seduta spiritica lunga quanto l’intera stesura. Pier Vittorio Tondelli è il primo, ed è l’autore che se non avessi letto, mai avrei cominciato a scrivere. Frederic Prokosch è il secondo, nel mio cuore legato indissolubilmente a Tondelli, grazie al quale l’ho conosciuto: senza il pezzo del caro Pier Vittorio su “Panta” intitolato Viaggio a Grasse, come prova a spiegare il mio “remake”, non avrei mai saputo chi fosse Frederic Prokosch e, probabilmente, non avrei scritto Romanzo per signora nei luoghi e con il contorno di personaggi con i quali è stato dato alle stampe. Piero Chiara è il terzo, scrittore scoperto nell’adolescenza e affetto letterario coltivato per tutta la vita, per ragioni di vicinanza sia di gusto che di territorio (Porto Valtravaglia è a sette chilometri dalla Luino di Chiara), la cui divertita carnalità ha ispirato in modo diretto almeno un paio di capitoli di Romanzo per signora.
Tondelli, Prokosch, Chiara compaiono esplicitamente, per nome e cognome, nel mio romanzo, in alcuni casi vivendo avventure immaginarie, in altri limitandosi a partecipare con pezzi delle loro biografie, in altri ancora ricevendo l’omaggio di una sorta di alter ego a loro ispirato. I racconti-satellite, i Racconti per signora, nella mia idea di quel giugno 2011 erano una felice conclusione del mio perdurante omaggiare, un talismano con cui accompagnare benevolmente l’uscita del libro, degli amuse bouche di lusso per chi non avesse ancora letto Romanzo per signora e dei bonbon pregiati per chi l’avesse già terminato. Leggi tutto…

NON SO NIENTE DI TE, di Paola Mastrocola

Non so niente di teOggi 26/9/2013 al TaoBuk di Taormina, alle 18,30, al San Domenico Palace, Paola Mastrocola presenta il romanzo “Non so niente di te” (Einaudi)

La libertà di non essere

di Dionea Mentis

Succede nei libri e succede nella vita: qualche volta una frase, una frase sola, semplice e saggia, finisce per rispondere a un grande interrogativo.
Paola Mastrocola nel suo “Non so niente di te” (Einaudi), per esempio, ne fa dire una così ad un pastore cieco ma felice. “Se non son gaie, le pecore, fanno una lana triste, e il latte anche non é buono”. Ed ecco una verità che vale tanto per gli animali, molto cari alla narrazione della Mastrocola, che per gli umani, che in questo romanzo vagano da una parte all’altra del mondo come un gregge sperso, alla ricerca di una verità che faccia loro da luce-guida. Umani dalle facce tristi perché hanno dimenticato come si fa ad essere felici.
Le pecore sono la grande metafora di questo libro scritto con quella leggerezza che tanto sarebbe piaciuta a Italo Calvino. Il protagonista é invece Filippo, giovane di una certa Italia alto borghese, dotato di genio e sensibilità, che suo malgrado fa della sua vita un vero e proprio giallo. Fil, come lo chiamano i suoi cari, getta nello scompiglio amici e parenti, presentandosi ad un convegno di Oxford accompagnato da un gregge di cento, forse duecento pecore. Sul perché di questa scelta, e sulle ragioni che lo hanno spinto negli ultimi tre anni a mentire all’amata famiglia, spetta al lettore scoprirlo, mettendo insieme i pezzi di un’ esistenza acerba, che inizialmente somiglia a quella di tanti brillanti giovani dei nostri tempi, figli di Skype e delle email, chiamati a studiare e vivere fuori dall’Italia.
Filippo é un genio dell’economia, studia a Londra e poi a Stanford, pubblica paper con i docenti e partecipa a grandi convegni. Peccato che nulla sia vero e che abbia incaricato l’amico Jeremy a vivere, al posto suo, il destino che altri avevano confezionato per lui. Leggi tutto…

Le Vetrine Letterarie di Naxoslegge 2013

Una delle novità delle VETRINE LETTERARIE di Naxoslegge 2013 riguarda l’introduzione di un tour guidato per i giorni 26, 27 e 28 settembre 2013.
Si avranno tre corse giornaliere, la prima alle 10,30 del mattino con partenza da p.zza San Pancrazio – Giardini Naxos e rientro alle 12,30.
La seconda alle 16,30 con partenza dal Terminal Bus – Taormina e rientro alle 18,30, e la terza alle 18,30 con partenza da p.zza
San Pancrazio – Giardini Naxos e rientro alle 20,30.
L’idea è quella di offrire un servizio minibus che accolga e accompagni i visitatori del “museo” Vetrine Letterarie.
A bordo ci saranno infatti due guide, una in italiano e l’altra in
inglese, che illustreranno le opere esposte.
La corsa delle 10,30 di sabato 28 verrà riservata alla giuria tecnica composta da 9 membri
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ZOO A DUE – intervista a Marino Magliani e Giacomo Sartori

ZOO A DUE (Perdisa Pop) – intervista a Marino Magliani e Giacomo Sartori

di Massimo Maugeri

Chi sono i due pappagalli ritratti in copertina dalla matita di Andrea Pazienza? È una delle cose che conto di chiedere a Marino Magliani e Giacomo Sartori, autori di questi sedici racconti popolati da animali e raccolti nel volume “Zoo a due” (edito da Perdisa Pop, con prefazione di Beppe Sebaste): racconti di cani, monologhi di orsi polari, bruchi, canarini e formiche. E, naturalmente, molto altro ancora. In estrema sintesi: buona letteratura (come conferma l’ingresso nella cinquina dei finalisti al Premio Letterario “Settembrini – Mestre”). Chi volesse gustarsi un assaggio, può farlo cliccando qui per leggere un paio di estratti dal libro.
Per il resto, vi invito a seguire questa chiacchierata con gli autori…

– Marino, Giacomo… come nasce “Zoo a due”? Diteci qualcosa sulla genesi del libro. Come è nata l’idea? Insomma, raccontate la vostra “versione dei fatti”…

(Marino Magliani) – Nel 2012 è uscito un mio libro per l’editore siciliano : Duepunti Edizioni. Si tratta di una collana, Zoo, curata da Giorgio Vasta e Dario Voltolini. Racconti animali di autori italiani contemporanei. Il mio animale era un topo, e il libro, piccolo e snello, un racconto appena lungo, giunse a Giacomo Sartori. Qualche tempo dopo mi capitò di leggere i suoi racconti animali. Galeotto fu dunque quel topo. Anche se devo dire che i miei cani abbaiavano già da tempo, randagi, da quando da ragazzo li vedevo abbandonati nel mio entroterra e mi chiedevo che fine avrebbero fatto dal giorno in cui sparivano anche dal luogo dell’abbandono. Tornavano dal padrone, lo cercavano, si facevano attrarre dal mare e salivano sul molo?

(Giacomo Sartori) – Da tempo aleggiava tra noi l’idea di fare qualcosa assieme, e poi Marino, molto più determinato di me in queste cose, è riuscito a trovare il modo per realizzare davvero un libro a due. Tra le altre cose è riuscito a convincermi che i miei racconti, scritti in realtà molto tempo fa, non erano impresentabili, come io credevo fermamente. Ma penso che in realtà il libro sia nato perché doveva nascere, per delle ragioni che mi sono sconosciute e che intuisco essere molto forti e per così dire necessarie. Nei rapporti forti tra le persone niente è mai casuale, e tanto più quando c’è di mezzo la scrittura, che pesca molto nel profondo. Io però di solito il vero senso delle cose lo colgo dopo. Quello che so adesso è che questo libro si configura per me, in un clima dove la letteratura agonizza, è schiacciata dalla non-letteratura, come un’operazione di “letteratura pura”. Di solito le incombenze legate alla pubblicazione vengono sempre a corrompere quelle che per me sono la purezza e la disciplina ascetica dell’atto dello scrivere. Qui non è successo, e è una magia della quale sono molto grato a Marino.

– Come vi siete ripartiti il “lavoro narrativo”?
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ZOO A DUE, di Marino Magliani e Giacomo Sartori (due brani tratti dal libro)

In esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo due stralci del volume ZOO A DUE, di Marino Magliani e Giacomo Sartori (Perdisa Pop)
Prefazione di Beppe Sebaste – Illustrazione di copertina di Andrea Pazienza

Finalista al Premio Letterario “Settembrini – Mestre”

Il libro
Sedici racconti popolati da animali che raziocinano e provano emozioni: uno zoo di sfide quotidiane, paure, speranze, sguardi diversi sul mondo. Due novelle di Marino Magliani raccontano la storia di due cani, padre e figlio. Il primo, “portato a perdere” dalla costa ligure sulle colline dell’entroterra, tenterà di tornare dal padrone, ma sarà attratto dal mare e imboccherà il molo. Il secondo, concepito proprio da quelle parti, risalirà alle stesse colline, come destinato a ripercorrere in altro modo il cammino del padre. In parallelo, quattordici racconti di Giacomo Sartori danno voce ad altrettanti monologhi improbabili: si va da un orso polare freddoloso a un enigmatico halobacterium; da un bruco che non vuol credere alla propria metamofosi a un canarino che in gabbia si sente al riparo; da una formica che detesta il socialismo a un unicorno che abita nelle pagine di un libro…

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frammento da “Il cane e il mare”, di Marino Magliani

Quando dopo molte ore si svegliò, il sole riprendeva la città alle spalle.
Sentiva il ventre infilzato dagli aghi di pino, il manto indurito dal salso. L’ora che precedeva il tramonto allungava le ombre verso la ringhiera. Il giorno aveva lasciato sul mare un liquido viola come certi insetti che prima di scappare sputano una cosa che assomiglia al sangue.
Per molto tempo il traffico dell’Aurelia non cessò.
Si alzò, si scrollò di dosso gli aghi di pino e sbadigliò. Poi andò a infilare il muso tra le sbarre della ringhiera. Qua e là, dove la scogliera non cadeva a picco, un pugno di terra teneva in vita un’agave dalle foglie mezze secche. L’orizzonte non si distingueva dal cielo.
Un volo di gabbiani affondò e risalì in tempo prima della scogliera.
Un giorno era stato là. Cos’aveva cercato?
La voce gli rispose che l’aveva mosso la necessità di ritrovare il padrone, ma lui non voleva sentirne più parlare di queste cose. La voce insisteva. Era questo insistere che lo indisponeva. Le cose andavano dette una volta sola. E poi forse un padrone non l’aveva neanche mai avuto.
E per cos’altro uno si convinceva a prendere il largo? La famosa costa dopo questa costa? Per questo si annegava laggiù?
Un uomo camminava sulle acque e l’aveva preso per mano…
Essere la macchina appena passata alle sue spalle che si lasciava guidare lungo l’Aurelia. C’erano dei giorni che si odiava. Se solo avesse potuto separarsi dalla bestia che interrogava di continuo l’aria e buttarla giù dallo strapiombo, sentirla gemere al fondo, infilzata sugli scogli appuntiti dal mare. Ma liberata la bestia, restava la stalla vuota.
Un tempo aveva avuto anch’egli l’opportunità di inseguire le macchine sul ciglio di una strada. I rimpianti, distribuiti lungo la linea dell’orizzonte, come la riga dei pini sull’Aurelia, ecco, verso sera, cosa distingueva il mare dall’aerea sostanza, i rimpianti.
C’era un bambino, l’aveva incontrato sul bordo di una terrazza che guardava il paese, poi l’aveva rivisto dalle parti del portico. Smise di tormentarsi e sospirò.
Seguì i voli dei gabbiani: ricevevano sui colpi d’ala l’ultima luce. Era quella che restava più a lungo, ma sempre invisibile come gli insetti nella fronda e le voci.

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l’incipit di “Pipì”, di Giacomo Sartori

Il mio padrone non è come molti altri padroni che si vedono al guinzaglio per la strada. Cammina tutto curvo in avanti, e inclinato da una parte come se trasportasse una gran valigia. Non è che sia vecchio, intendiamoci, è che fa una vita poco sana. Io cerco sempre di fargli fare delle corsette, di trascinarlo ai giardini pubblici. Leggi tutto…

Narrazioni di settembre… a Viagrande (Ct)

Sabato 28 settembre e domenica 29 settembre 2013, a Viagrande (CT), presso la Villa dei Principi Grifeo di Partanna via Garibaldi si svolgeranno… le narrazioni di settembre.
Di seguito, il programma.

Sabato 28 settembre

Ore 17.30 Presentazione del romanzo Effatà (Cavallo di ferro, Roma, 2013) di Simona Lo Iacono. Interviene Anna Pavone.

Ore 18.30 Reading del poeta Paolo Lisi dal suo libro E la colpa rimane (Passigli editore, Firenze, 2013). Interviene Maria Rita Pennisi

Ore 19.15 Presentazione del romanzo La penultima fine del mondo (Nottetempo, Milano, 2013) di Elvira Seminara. Interviene Rita Verdirame

Domenica 29 Settembre

Ore 17.30 Presentazione del romanzo Il condominio di Via della Notte (Sellerio editore, Palermo, 2013) di Maria Attanasio. Interviene Orazio Caruso

Ore 18.30 Reading del poeta Loretto Rafanelli dal suo libro L’Indice delle distanze (Jaca Book, Milano, 2013). Interviene Maria Rita Pennisi

Ore 19.15 Presentazione del romanzo Trinacria Park (Edizioni e/o, Roma, 2013) di Massimo Maugeri. Interviene Alfio Grasso

Letture Tiziana Giletto, Yvonne Dalìla Guglielmino, Sasha Di Maria
Suoni Antonella Furian, Nino Di Blasi
Immagine Alessio Grillo
Direzione artistica Maria Rita Pennisi & Orazio Caruso
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IN RICORDO DI ÁLVARO MUTIS

Ricordiamo lo scrittore e poeta colombiano Álvaro Mutis, scomparso oggi 23 settembre 2013

Álvaro Mutis e Fabrizio de André

Álvaro MutisBiografia di Álvaro Mutis (fonte wikipedia)

Álvaro Mutis Jaramillo (Bogotá, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 23 settembre 2013) è stato uno scrittore e poeta colombiano.
Ritenuto tra i maestri della letteratura ispanoamericana, ha ottenuto riconoscimenti e vinto premi in tutto il mondo.
Il padre, Santiago Mutis Dávila, già segretario della Presidenza della Repubblica Colombiana, seguendo la carriera diplomatica, si trasferì in Belgio nel 1925 insieme alla famiglia; pertanto Alvaro trascorse i suoi primi anni di vita a Bruxelles, dall’età di due anni fino alla scomparsa del padre, avvenuta quando egli aveva nove anni.
Ritornò quindi in Colombia, ma gli rimasero impressi i frequenti viaggi dell’infanzia, dall’Europa alla Colombia, per lo più compiuti su nave e poi anche utilizzando il treno, l’auto e il cavallo: molti sono i riferimenti a questi viaggi nella sua narrativa.
Interrotti gli studi che aveva iniziato presso i Gesuiti di San Michele a Bruxelles, rientrato in patria, non finì il liceo, distratto, stando a quanto egli stessi afferma, dal fatto che, leggendo moltissimi libri di storia, di letteratura e di viaggi, non poteva perdere tempo studiando.
Sposatosi con Mireya Durán all’età di diciannove anni, dalla quale ebbe tre figli, iniziò a scrivere mentre si impegnava in diverse occupazioni lavorative.
I suoi primi libri, pubblicati in Colombia, furono “La baldanza” (1948) e “Gli elementi del disastro” (1953).
Nel 1954 sposò la sua seconda moglie, María Luz Montané Zañartu, dalla quale ebbe un’altra figlia.
Trasferitosi in Messico nel 1956 per sfuggire al possibile arresto, a seguito di una querela per peculato, nel 1959 venne comununque chiuso nel carcere di Lecumberri, dove trascorse più di un anno e durante tale periodo scrisse i racconti “Saraya”, “L’ultimo viso”, “Prima che canti il gallo” e “La morte dello stratega”, chiamati “Cuentos de Lecumberri”.
Uscito dal carcere, nel 1966 si risposò, contraendo il suo terzo matrimonio con Carmen Miracle Feliú, e divenne agente nell’America Latina di diversi produttori (direttore vendite della Twentieth Century Fox, e poi della Columbia Pictures), e, senza smettere la sua passione per i viaggi, rimase legato all’industria del cinema fino al 1988: la sua voce meravigliosa lo ha fatto anche diventare il narratore spagnolo della serie “Gli intoccabili”, una delle interpretazioni più ricordate del film sebbene non fosse accompagnata dall’immagine del personaggio.
Andato in pensione, Leggi tutto…

DERIVE MEDITERRANEE. Il viaggio letterario di Enzo Rega nel Mediterraneo

Derive MediterraneeDERIVE MEDITERRANEE di Enzo Rega (L’Arca e L’Arco edizioni)

Derive mediterranee. Il viaggio letterario di Enzo Rega nel Mediterraneo.

di Simona Lo Iacono

Gli antichi cantastorie lo facevano sempre. Viaggiavano di paese in paese senza pregiudizi, con in tasca una bacchetta scomponibile per i propri cartelloni, l’aria affaticata, le punte delle scarpe polverose.
Non avevano che le storie per interpretare la realtà, i racconti tramandati sugli usci delle case, nelle notti d’estate o nelle albe protratte, quando sulla campagna imperversava la violenza delle stelle.
Il viaggio era per loro una condizione dell’anima, un percorso da cui stanare un significato arcano, un’emozione, una pausa nelle intemperie rovinose della vita. Ma soprattutto, il viaggio non poteva che essere interpretato dal racconto, dall’affabulazione miracolosa, da quella metamorfosi che è il tessere storie.
Così fa Enzo Rega nel suo saggio, “Derive mediterranee. Immagini letterarie da Napoli all’altra sponda” (l’arcael’arco edizioni).
Viaggiatore moderno, non può che leggere il suo mare e le terre che vi affiorano se non attraverso le storie degli altri, le testimonianze antiche e moderne dei romanzieri, dei saggisti, dei poeti. Come se l’anima dei popoli mediterranei, il suolo rastrellato dai piedi di mille generazioni, le acque solcate da ogni foggia di imbarcazione, e tempestate da misteri e miti, non fosse decodificabile di per sé, ma sempre e soltanto attraverso la parola incantatrice, il verso o il ricordo.

Enzo Rega interpella quindi gli scrittori come Goethe, i poeti come Atzeni, i romanzieri come Consolo, persino i filosofi come Platone, per rievocare le bellezze indomabili della Sicilia, le lande ruvide della Sardegna, i misteri di Napoli e dei napoletani, le assonanze profumate e poetiche di un mondo, quello del mediterraneo, i cui confini non dipendono dalle carte geografiche ma dalle piante, dai frutti, dagli olivi.
Come dice lo scrittore Predrag Matvejevic:” Il mediterraneo va fin dove cresce il fico, il mandorlo, il melograno, l’ulivo. Laddove il fico non dà più frutti non c’è più il mediterraneo, laddove il mandorlo diventa amaro, non c’è più il mediterraneo, laddove il melograno diventa acido non c’è più mediterraneo e laddove l’ulivo non sopporta più il freddo finisce il mediterraneo”.
Se non è terra politica ma poetica, allora, sembra avvertici Rega, non può che essere letta, e questa lettura forse, è anche l’unica strada in grado non solo di renderla intellegibile ma percorribile, proprio adesso che il nostro mare si affolla di altri viaggi, di mani tese e sguardi incrociati, preghiere di pace e invocazioni di libertà.
Forse, è alla letteratura che – ancora una volta – è affidato il destino di creare un ponte.

-Chiedo quindi ad Enzo Rega, cos’è il Mediterraneo? Leggi tutto…

LA DANZA DEL MONDO, di Maria Pia Ammirati (al Taobuk 2013)

La danza del mondoAl TaoBuk di Taormina domani, domenica 22 settembre, alle ore 18,30, sulla terrazza dell’Archivio Storico di Taormina, Maria Pia Ammirati presenterà il suo romanzo “La danza del mondo” (Mondadori).

L’amore non è giusto

di Dionea Mentis

Farsi male per poter dire di avere vissuto. Se c’è una cosa che le signore borghesi dei buoni romanzi hanno capito in secoli di letteratura, è che tutto val bene ogni rischio, ogni caduta, anche fatale, purché la sfida sia autentica. “La danza del mondo” di Maria Pia Ammirati (Mondadori) si apre con un tradimento coniugale. Lei è Linda, trentenne di buona famiglia che brucia in fretta la passione matrimoniale in un clima di “ordine e bellezza saturi”, ma anche quella per l’amante che ha il doppio della sua età. Sembra che per lei ogni cosa accada troppo in anticipo, o comunque nei tempi sbagliati. Ma sembra soprattutto che il destino le abbia già apparecchiato la vita.
Per questo Linda sceglie di scappare, con quattro soldi in tasca e senza cellulare, verso una meta vicina ma misteriosa: il sud dell’ Italia.

Il solito Ulisse in gonnella? No, perché la Sicilia che si ritroverà a vivere -terra magica e crudele, dove gioia, sesso ed orrore si mescolano con una naturalezza pirandelliana- non somiglia ad Itaca; qui non c’é nostalgia di casa, né l’avventura esaltante. Ne “La danza del mondo” il viaggio é metafora di smarrimento e rinascita. Gli incontri casuali sono scintille alchemiche. Le donne sono tutte vere, anche le peggiori. Gli uomini, quasi tutti padri mancati o inconsapevoli. Un viaggio moderno ma anche una discesa agli inferi che rimanda più a D’Arrigo che alle gesta dell’eroe.
Nel viaggio di Linda c’è tutta la danza della vita: il corpo, i suoi umori e i suoi afrori, il sangue, la maternità. Linda incontrerà anche lo stupro.
Eppure a Maria Pia Ammirati non interessa indugiare sul tema della violenza sulle donne (le avrebbe fatto comodo strizzare l’occhio ai dibattiti di questi mesi). L’urgenza è un’altra: Leggi tutto…

Il progetto editoriale di CORDERO

Pubblichiamo questa breve intervista rilasciata dall’editore Cordero in merito al suo progetto editoriale.
In questo post, gli estratti delle antologie “Sognavamo macchine volanti” (raccolta Sci-Fi a cura di Claudio Asciuti) e “Neronovecento” (raccolta noir a cura di Daniele Cambiaso)

La nascita di una nuova casa editrice è sempre una scommessa, soprattutto considerando i tempi difficili della nostra editoria. Tra i nuovi nati c’è anche la Cordero edizioni, che presenta un progetto editoriale pittosto variegato.
Incontriamo l’editore Cordero per porgli le seguenti domande…

– Cosa l’ha spinta, oggi, nell’era del self-publishing, a creare una nuova casa editrice?
Mi ha spinto sia l’interesse per la cultura che per le nuove tecnologie.
Vorrei infatti cercare di “coniugare” l’aspetto “antico”, prezioso dell’editoria “classica” con la modernità e quindi tutte le potenzialità offerte dal mondo dei bit.
E’ vero che, all’ interno di esso si è molto sviluppato il “self – publishing”, ma credo che questo nuovo modo di fare editoria sia, per certi versi, fine a se stesso poiché non può, per tutta una serie di ragioni anche, ma non solo, pratiche, essere esaustivo in termini di intrattenimento o trasmissione del sapere.
Questi compiti credo siano ancora saldo appannaggio delle case editrici poiché dispongono di un’idonea struttura multidisciplinare atta a svilupparli esaustivamente.

– Qual è il progetto editoriale di Cordero editore? Leggi tutto…

SMV – NERONOVECENTO

https://i0.wp.com/www.corderoeditore.com/components/com_virtuemart/shop_image/product/Sognavamo_macchi_50e7028fb7a76.jpgIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo i seguenti stralci relativi alle antologie SOGNAVAMO MACCHINE VOLANTI e NERONOVECENTO pubblicate dall’editore Cordero.

SOGNAVAMO MACCHINE VOLANTI – Antologia curate da Claudio Asciuti

Dall’introduzione del curatore:

In questo senso è nata l’idea di una fantascienza Anni Sessanta. La weltanschauung alla base di tutta l’operazione considera l’impossibilità di scrivere fantascienza nel e sul mondo odierno, perché il mondo odierno ha definito diversamente la sua mappa epistemologica e ogni tentativo di decrittarne gli enigmi si rivela fallimentare; chi legge fantascienza sa che, di anno in anno, i temi sono sempre eguali, le trovate sempre meno coinvolgenti, i cicli spuntano come funghi e si allungano in una sorta di paradosso di Zenone fantascientifico, e il genere altro non fa che commentare sé stesso. Inoltre per la grande massa di lettori (e per il grande pubblico cinematografico),  fantascienza identifica con immediatezza tutto quel mondo precedente la New Wave  cui abbiamo parlato.

Sognavamo macchine volanti è il titolo (dovuto all’inventiva di Stefano Roffo, uno dei nostri autori) che abbiamo scelto fra i tanti proposti, dal momento che con immediatezza evoca uno dei “miti” degli anni Sessanta: il sogno (inteso non solo come attività onirica, ma come aspirazione, desiderio e attività creatrice inconscia) e la macchina volante, concetto inteso nella sua estensione massima: aereo sperimentale, lanciatore, satellite, astronave, razzo, modulo di allunaggio, navetta spaziale, disco volante,  ma anche più semplicemente una di quelle tante macchine volanti che la tecnologia di allora proponeva: dall’hovercraft all’X-20 Dyna-Soar, antesignano delle navette spaziali; ai treni a levitazione elettromagnetica, fino ai propulsori jet personali che molti ricorderanno in mano a James Bond, nel fortunato Agente 007: Thunderball-Operazione tuono (Thunderball, 1965) diretto da Terence Young.

Mezzi di trasporto che che la tecnologia ha evoluto, o al contrario dimenticato. E titolo che ci permette di rileggere gli anni Sessanta non solo, come è d’uso, in quanto matrice delle inquietudini posteriori con tutto il seguente corredo di utopie più o meno politiche, ma anche come laboratorio di idee nuove, che la fantascienza, egualmente, ha evoluto, dimenticato, o come nel nostro caso, conservato in una sorta di inesausto archivio a cui attingere, di volta in volta, per costruire qualcosa di nuovo.

Gli anni Sessanta insomma sono trascorsi da più di mezzo secolo, ma non cessano di perturbarci nel loro esser matrice del mondo odierno.

 * * *

 

Dal racconto “Compagno di viaggio” di Franco Ricciardiello
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DRITTO AL CUORE, di Elisabetta Bucciarelli

In esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo le prime pagine del romanzo DRITTO AL CUORE, di Elisabetta Bucciarelli (edizioni e/o)

È difficile per l’ispettrice Maria Dolores Vergani godersi le vacanze nel piccolo villaggio montano sull’Alta Via se c’è un cadavere di mezzo. Nel bosco viene ritrovato il corpo di una donna nascosta fra le rocce. Nel frattempo una mucca viene uccisa prima del più importante incontro che decreterà la più forte e bella della valle. Nella piccola comunità a duemila metri di altitudine, l’ultimo villaggio Walser, partono le indagini: sarà proprio l’ispettrice Vergani con l’aiuto degli abitanti del comunità a dover fare luce su una catena di omicidi che dissemina cadaveri dai monti valdostani ai boschi lombardi. Un romanzo duro e spietato, destinato a colpire i lettori dritti al cuore.

* * *

Dal romanzo DRITTO AL CUORE, di Elisabetta Bucciarelli (edizioni e/o)

 

1.

La Casa era in alto. Per arrivarci si doveva risalire tutta la valle, affrontare trentasette tornanti, prendere una funivia. E ancora non bastava. D’estate c’era da cam minare una buona mezz’ora a piedi, fino a quota duemila. D’inverno servivano gli sci, oppure le ciaspole agganciate agli scarponi, al limite il gatto delle nevi.
Era costruita in legno e pietra. Legno di larice ormai quasi del tutto annerito. E pietra grigia, ancora perfetta in ogni sfumatura di colore, colonizzata dal muschio verde argenteo a nord e da qualche pianta a piccoli fiori gialli incuneata tra le
beole del tetto a sud.
Vecchia, la Casa, ma non ancora antica. Portava i simboli Walser, insieme a quelli di altre popolazioni meticcie. Cuori magri con la punta in basso che svirgolava a sinistra. Piccole fessure a tilde che riprendevano le orme degli animali, croci e cerchi.
Le finestre tagliate come occhi lasciavano entrare solo lame di luce, frange di tende corte come mutande decoravano i bordi superiori, aumentando il buio. La porta di legno era com posta da poche assi decise, larghe e robuste, inchiodate a vista. Pendevano, dalle travi in facciata, due paioli di rame per qualche scherzo lucidi come se venissero sfregati ogni giorno, accanto a trecce d’aglio, ciuffi di fiori secchi, due roncole arrug ginite, un rastrello di legno a cui mancava qualche dente, un’elica di pioli su cui erano appoggiati stracci, una sega, una camicia scozzese e altri oggetti la cui destinazione originaria era difficilmente riconoscibile.
Sulla destra dell’ingresso zampillava una fontana, che rovesciava in moto perpetuo l’acqua gelida del ghiacciaio in una larga vasca di pietra monolitica, il cui bordo era abbastanza spesso da ospitare un pezzo di sapone da bucato e una spazzola con fitti denti di ferro.
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MASSIMO CARLOTTO a Catania – 25 settembre 2013

INCONTRO CON MASSIMO CARLOTTO

Incontro con Massimo Carlotto

Mercoledì 25 settembre ore 18
Liberia Cavallotto – Viale Ionio 32, Catania

In collaborazione con il festival letterario logo naxos

autore del ciclo di romanzi

Le Vendicatrici
di Massimo Carlotto e Marco Videtta
Einaudi

Interviene Massimo Maugeri

vendicatrici-520

 
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TUTTI IN CLASSE, di Alex Corlazzoli

Tutti in classeIn esclusiva per Letteratitudine, e in collegamento con il forum permanente “Letteratitudine chiama scuola“, pubblichiamo le prime pagine del volume TUTTI IN CLASSE – Un maestro di scuola racconta, di Alex Corlazzoli (Einaudi, 2013)

«Con questo libro racconto, senza tanti giri di parole, la vita dei miei alunni. Sono decine di fotografie, di appunti raccolti in mensa, durante le lezioni di storia, italiano o educazione alla cittadinanza. Annotazioni di un maestro che ha scelto di stare dalla parte dei piccoli. E loro, i bambini, mi hanno concesso di svelare ciò che fanno su Facebook, come vivono l’amore, in che modo chattano e si messaggiano con il telefonino. Per la prima volta racconterò ciò che pensano delle loro mamme e dei loro papà, come vedono questa crisi economica e come sono pronti o meno ad affrontarla, che cosa desiderano ricevere davvero da Babbo Natale. Con una sola raccomandazione: non giudicare. Queste pagine non intendono commentare nulla, non registrano punti di vista, non vogliono dire se la loro generazione sia migliore o peggiore delle precedenti. Questo è “solo” un viaggio in un paese poco conosciuto».
Alex Corlazzoli

* * *

Dal volume TUTTI IN CLASSE – Un maestro di scuola racconta, di Alex Corlazzoli (Einaudi, 2013)

Premessa

Se non avessi fatto il maestro, non avrei mai potuto scoprire i bambini. Non ricordavo piú che cosa succede in una classe, durante l’intervallo, all’entrata e all’uscita, sopra e sotto i banchi. Quando guardi i bambini da fuori, non riesci a capire che cosa frulla nella loro testa, che cosa pensano di noi grandi: non puoi immaginare come batte il loro cuore, come vivono gli
affetti, gli amori, le ansie. Spesso non si raccontano nemmeno ai genitori, che credono di conoscerli solo perché li hanno concepiti. Li immagini fuori dal nostro mondo: il giornale, la politica, la crisi, la lotta alla mafia, la Costituzione, l’ambiente sono cose da adulti.
Mi hanno smentito fin dal giorno in cui ho messo piede in classe. Me la ricordo ancora, quella mattina: ero arrivato dopo aver fatto un incidente nel parcheggio della scuola con il fuoristrada di un agricoltore dall’accento bresciano, che era sceso apostrofandomi con un: «E lei dovrebbe insegnare a dei bambini?» Ecco il mio biglietto da visita. Sono entrato in aula e mi sono ritrovato davanti i volti di Massimo, Luigi, Michael, Anna, Francesca e tutti gli altri.
Ero passato dalla scrivania di una redazione, dove raccontavo il piccolo mondo antico di provincia, a un nuovo pianeta.
Ho capito subito che quella parte dell’emisfero era poco conosciuta da chi non aveva una vita scandita da campanelle, cartelle, astucci, lavagne, immaginazione e fantasia.
Con i bambini abbiamo imparato a conoscerci a vicenda, perché, in fondo, ciò che serve nella vita è mettersi in gioco.
Ho tolto la maschera del giornalista: non avevo piú bisogno di indossare l’abito elegante, come quando dovevo andare in procura o dal sindaco. Non mi serviva fingere, fare captatio benevolentiae come accade a noi grandi per ottenere un’informazione da scrivere. Nessun sotterfugio, con i bambini. Ecco, dovevo mostrarmi per quello che ero, e farmi dare il benvenuto nel loro pianeta.
Sia chiaro: non tutti entrano in questo mondo. Non è facile ottenere il visto per un ingresso. Ci sono maestri che passano una vita con i bambini senza mettere piede nel loro microcosmo.
Ho provato da subito con la sana follia. Per loro, abituati a molte «maestre dalla penna rossa», come avrebbe detto De Amicis, sembravo un insegnante fuori luogo: giocavo in classe, facevo la voce alla Piero Angela per spiegare storia, mi ribellavo alle regole del tempo contingentato per l’intervallo, parlavo nel loro gergo senza «morsicarmi la lingua» per qualche epiteto, non compilavo alcun registro ma pensavo ai viaggi d’istruzione da fare. Per loro è stato naturale iniziare a parlare con me: era come se dialogassero con un compagno, ma senza dimenticare mai che ero un maestro. Un maestro particolare, che aveva voglia di imparare, di scoprire, di andare alla ricerca. Proprio come loro.
Si sono accorti subito che mi portavo dietro un bagaglio pieno di esperienze, di errori, di fotografie di donne e uomini che avevo amato e che mi avevano segnato la strada (da Moro a Falcone e Borsellino), un paio di scarpe polverose che avevano calpestato le strade di ogni continente, e un biglietto, trovato a terra, con su scritta una frase attribuita a John Lennon: Leggi tutto…

NAXOSLEGGE 2013: dal 20 al 28 settembre – il programma definitivo

Il programma definitivo della III Edizione di NaxosLegge che si terrà a Giardini Naxos tra il 20 ed il 28 settembre

venerdì 20 settembre

Luciano-Canfora

ore 15.30 – Naxoslegge…..il potere.

Inaugurazione del sito dell’antico Arsenale navale di Naxos.

ore 16.30 – Museo archeologico di Naxos.

Apertura del Festival Naxoslegge.  Interviene Maria Rita Sgarlata.

Presentazione dei progetti Naxoslegge per Lampedusalegge e Allafacciadellignoranza, in collaborazione con Gruppo promotore UNICEF di Giardini Naxos

Presentazione del libro “Intervista sul potere (Laterza) di Luciano Canfora. Con l’autore interverranno Stella Barberi, Mauro Corsaro e Salvatore Nicosia. Coordina Maria Costanza Lentini.

ore18.30 – Lido di Naxos/ naxoslegge…la storia

Nell’anniversario dannunziano, Carmelo Causale converserà con Gabriel Marconi, autore dei romanzi “Le stelle danzanti” (Vallecchi) e “Fino alla tua bellezza” (Castelvecchi editore)

ore 19.30 – Lido di Naxos /naxoslegge..dal vivo. venerdì 20, a proposito del Ventre del teatro, “in collaborazione con Latitudini. rete della drammaturgia contemporanea”.

Nel ventre del teatro. Carmelo Bene e Giovanni Testori. . Conversazione con Carlo Coppola, curatore del libro”Figli di B.”(Fulvision editore). Interverranno Marcello Tacconelli, regista di “Digiuno a due voci”(anteprima nazionale). Introduce Gigi Spedale, coordina Vincenza di Vita.

sabato 21 settembre
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TAOBUK 2013: dal 21 al 27 settembre – il programma definitivo

Festival Internazionale del Libro di Taormina, in programma dal 21 al 27 Settembre

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Programma

IL PROGRAMMA DEL FESTIVAL IN VERSIONE PDF (Link Download)
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Il finale di CONCETTA STORY, di Aldo Formosa

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato il racconto “Concetta story” di Aldo Formosa invitando i lettori di Letteratitudine a scegliere uno dei quattro differenti finali indicati in coda al racconto. Il finale prescelto (a, b, c, d) doveva essere indicato scrivendo alla mail letteratitudinenews(at)gmail.com (entro il 15 settembre 2013)

Vi ringraziamo per le diverse decine di mail pervenute.

IL FINALE PRESCELTO E’ QUELLO DELLA LETTERA D).

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LA LUCE CHE ILLUMINA IL MONDO, di Paola Ronco

La luce che illumina il mondoIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo un brano tratto dal volume LA LUCE CHE ILLUMINA IL MONDO, di Paola Ronco (Indiana, 2013)

Il libro
L’architettura di una città rispecchia l’anima dei suoi abitanti, le stratificazioni sociali emergono dal grigiore di periferie dormitorio, volontariamente dimenticate ai limiti del comune interesse. La società guarda altrove, verso il lusso degenere delle isole felici dove il potere brinda al sicuro dei propri privilegi. Sumonno non fa eccezione. Neppure l’ennesima alluvione che colpisce i quartieri più poveri, seminando distruzione, riesce a smuovere i politici corrotti dalle loro mire individualiste. Sono due le fazioni che si dividono la città: da un lato il sindaco ad interim e imprenditore Costanzo Neri con i figli, il mondano e crudele Ramsete e il riservato e spirituale Osiride; dall’altro il re del crimine Florestano Leoni e la sua affascinante e pericolosa donna, Melissa. Ai padroni di Sumonno si oppone una serie di figure ciniche e scoraggiate ma ancora combattive: Maurilio, cliché del vecchio giornalista moralmente irreprensibile; Maria Sole, ex terrorista condannata a una vita in carcere; Toni, la silenziosa e tormentata guardia del corpo di Ramsete, raccordo inconsapevole dei destini di molti personaggi. C’è poi chi crede di dover riportare il bene attraverso una violenza simbolica. Gli adepti di un setta di ispirazione medievale, i Neo-catari, si danno fuoco per le strade in nome di un fanatico idealismo, ma anche loro rischiano di diventare pedine invischiate nelle trame di potere che permeano la città.

* * *

Il prologo di LA LUCE CHE ILLUMINA IL MONDO, di Paola Ronco (Indiana, 2013)

In principio c’è un uomo che cammina tra le macerie.
Il suo nome è destinato all’oscurità, l’abito è nero. Mette un passo davanti all’altro, senza fretta.
Dentro di sé ha memorizzato la sequenza precisa dei gesti, fatte sue le intenzioni, stanato ogni possibile imprevisto.
Il piano è chiaro, la preghiera è l’unica voce degna di accompagnarlo.
Intorno non c’è niente che possa richiamarlo indietro; vista da qui, la città di Sumonno è fango secco e fiume in ebollizione, è pioggia e strade senza nome.
Padre nostro che sei nei cieli.
L’uomo in nero parte da questo quartiere alluvionato che prende il nome di ZonaSviluppo; l’esondazione del Suluvio, la notte precedente, non l’ha impressionato né sorpreso. Da queste parti non è raro che la morte arrivi trasportata su onde di fango, da queste parti.
La testa leggera, il corpo svuotato dal digiuno rituale, cammina e non presta attenzione alle lamiere piegate dal peso della piena, inutile sfondo chiamato casa da persone abituate all’approssimazione.
«Non abbiate paura» ha detto il Perfetto nel buio della notte, e nessuno dei confratelli ha esitato, né ha pensato di poter rinviare il compimento del piano; l’esondazione, anzi, è parsa a tutti un segno ineluttabile del vero Dio.
Ora lo guardano passare, i confratelli, e gli rivolgono sguardi affettuosi che lui non intende ricambiare; lo guardano passare e, mentre innalzano la loro preghiera salmodiante come saluto e viatico, rimangono scenario immobile, chiazza nera che spicca tra le macerie fradice.
Non è l’unico, non lo sarà; il piano è grande, l’obiettivo preciso.
Sia santificato il tuo nome.
Il palcoscenico stabilito è un supermercato di confine, uno di quei magazzini inondati di luce fredda che riescono a essere ovunque identici e fuori posto; troppo banali per l’eleganza del centro, non abbastanza anonimi per eguagliare la periferia.
L’orario scelto non prevede una grande affluenza di pubblico, né lui la desidera; non è il protagonismo a dettare la scaletta, non deve esserlo.
I pochi spettatori ancora non sanno di essere stati scritturati. Sono anziani a caccia di offerte speciali, genitori dall’incedere stanco, impiegati in uscita dagli uffici, con i frigoriferi vuoti e poca voglia di cucinarsi qualcosa.
L’uomo in nero che cammina è una comparsa senza il nome sulla locandina che ha deciso di farsi attore principale. Almeno per un minuto.
Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Leggi tutto…

NEL VENTO, di Emiliano Gucci

Nel ventoIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo il primo capitolo del romanzo “Nel vento” di Emiliano Gucci (Feltrinelli, 2013, pagg. 131, euro 12)

Ascolta l’intervista di Emiliano Gucci rilasciata a Fahrenheit di RadioRai3

Il libro
Quanto tempo impiega un centometrista per correre la sua gara perfetta? Circa dieci secondi. Oppure una vita intera, il tempo di questo romanzo, se sui blocchi di partenza, nella mente di un uomo tormentato dal passato, si spalanca la voragine dei ricordi. Il protagonista sa fin da bambino di essere consegnato alla corsa, e lo sa perché la velocità è il solo rimedio possibile per scappare dai mostri che gli hanno portato via il fratello, ammazzato a bastonate dal padre, una mattina, sulla neve fresca, e poi Caterina, il suo unico amore. Telecamere, sponsor, pubblico eccitato, anabolizzanti e combine, ci sono tutti gli ingredienti che fanno di questa finale la gara definitiva; soltanto il vento della vittoria può riaccendere la luce su un futuro diverso. La solitudine del centometrista come sottile e spietato ritratto di una condizione di vita: l’estraneità a se stessi, ai propri bisogni più intimi; la necessità della corsa come smemoratezza, come anestetico. Emiliano Gucci trasforma il passo dell’atleta in una ventosa metafora: si corre per esorcizzare il vuoto, per la paura di fermarsi a pensare. Si corre e basta, senza nemmeno chiedersi il perché.

* * *

Il primo capitolo del romanzo “Nel vento” di Emiliano Gucci (Feltrinelli, 2013, pagg. 131, euro 12)

Nel 1992 mio padre uccise mio fratello nella neve. Nel
2007 ho perso Caterina per sempre. Io per questi motivi corro.
Ci penso mentre picchietto la punta delle scarpe chiodate
sui blocchi di partenza e ascolto il rumore che fa, lieve ma
riconoscibile nel baccano dello stadio. Mio fratello si teneva
le mani premute sulla testa spaccata e ansimava a fiotti. Sbatacchiò
con i gomiti e la schiena sui muri, sul mobile della
sala, fece cadere due sedie e poi riuscì ad aprire la porta finestra,
uscire nella neve. Lo vidi sbarrare gli occhi e precipitare
all’indietro, poi non lo vidi più. Non sentii neanche un rumore.
Sarebbe bastato sporgermi per guardarlo ancora, alzarmi
e muovere quei due passi che avrei dovuto compiere
prima, intervenendo, perché non si arrivasse a tanto. Invece,
paralizzato sulla sedia qualcosa scattò nella mia testa – ed era
il mio correre. Ci penso adesso mentre picchietto la punta
delle scarpe sui blocchi di partenza e poi faccio un passo indietro
e per un po’ non la picchietto più. Per me la concentrazione
è una cosa così: frequenze da sottrarre al mondo
d’intorno. Tutto fuorché pensare a ciò che sto facendo e che
tra poco accadrà: la gara definitiva. Io seduto su quella sedia,
al tavolo da pranzo, sotto il naso compiti di matematica, quaderno,
matita, gomma per cancellare, appunta-lapis incassato
in scatolina di metallo viola, due audiocassette registrate,
il diario che in quei mesi si faceva più segreto. La voce di mio
padre ridicola per natura che uscì come un sibilo. Prese la
stampella e la sbatté sulla testa di mio fratello, più volte, fino
al suono della tragedia. Neanche quello mi sbloccò. Paralizzato
sulla sedia desiderai di alzarmi e gettarmi fra loro ma
non lo feci. Soltanto abbassai gli occhi a rileggere quei numeri
sul quaderno di matematica come adesso li abbasso sulla
pista di tartan. Suppongo: una parte di me spinse davvero
per risolvere quell’equazione, un’altra continuò a gridare
muoviti, fai qualcosa, un’altra si godette la paralisi dello spavento.
Là dentro c’era la mia nuova verità: corri, da oggi corri
più veloce che puoi e per sempre. Leggi tutto…

ACCORDI MINORI, di Grazia Verasani

Accordi minoriIn esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo uno stralcio del volume ACCORDI MINORI, di Grazia Verasani (Gallucci, 2013).
In collegamento con il dibattito “Letteratura e musica” su LetteratitudineBlog

Una raccolta di voci, monologhi, racconti su artisti che hanno amato la musica fino alle estreme conseguenze: un eccesso di talento che li ha resi fragili nella vita e forti nell’arte, con la malinconia come marchio distintivo delle loro intense e spesso brevi esistenze. Un percorso irregolare che va da Janis Joplin a Dalida, da Jeff Buckley a Piero Ciampi, da Nico a Umberto Bindi, da Chet Baker a Ian Curtis, tutti uniti dallo stesso amore fatale ed esclusivo per la musica, e da un successo a volte troppo difficile da sopportare. Quasi come canzoni sovrapposte, dall’incontro ideale con queste anime inquiete e geniali nascono le tracce di “Accordi minori”.

* * *

Uno stralcio del racconto su Kurt Cobain tratto da ACCORDI MINORI, di Grazia Verasani (Gallucci, 2013)

Ho scritto una canzone e l’ho chiamata Downer.
Perché la depressione è una malattia, giusto doc?
Una bastardissima malattia. Oh, ma gli strizzacervelli amano gli artisti, eh?
Si appassionano alle loro sventure, ci vanno delicati.
«Signor Cobain, lei è una rockstar, lei scrive
canzoni, lei crea!». Non si può esagerare, con un
artista. Troppi antidepressivi ammazzano il talento,
e il talento è un dono di Dio. Un mulo fa il mulo,
un artista fa l’artista. A ognuno il suo destino. Non
è così che diceva? «Occorre trovare un equilibrio, mister Cobain.
Stabilizzare l’umore in modo appropriato. Sfregare
la lampada con un po’ di accortezza, altrimenti l’albero non dà più
i suoi frutti. Ha capito?». Ho capito.
Lei conosce Frances Farmer, dottore?
Era un’attrice. Una brava attrice. Sulla sua vita ci
hanno anche fatto un film con Jessica Lange. Frances
aveva una madre di merda. Già. Ed è passata da
un manicomio all’altro, da un elettroshock all’altro,
fino a essere lobotomizzata. Frances era di Seattle,
dottore. La mia Seattle. Una stella nascente, bellissima,
e di sinistra. E questo a Seattle non piaceva.
La tenevano ferma, le infilavano la camicia di
forza, più di novanta shock insulinici, e poi la violentavano
a turno, inservienti e militari, per ore e
ore, versandole alcol sui capelli, spegnendo cicche
sulla sua pelle, felici di raccontare in giro che si erano
fatti una star del cinema… Frances avrà la sua vendetta su
Seattle, cantavo. Lei tornerà come fuoco e brucerà
tutti i bugiardi… Leggi tutto…

LA CINQUINA FINALISTA DEL PREMIO NAZIONALE DI LETTERATURA NERI POZZA

Premio Neri Pozza: la cinquina dei finalistiPremio Nazionale di Letteratura Neri Pozza:

la cinquina dei finalisti

Battute finali, per il Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza. Ecco i cinque finalisti, tra i quali verrà scelto il romanzo inedito vincitore di questa prima edizione: Dentro c’è una strada per Parigi di Nòvita AmadeiLa letteratura tamil a Napoli di Alessio ArenaIl genio dell’abbandono di Wanda MarascoLa ricchezza di Marco MontemaranoIl bambino di Budrio diAngela Nanetti. I cinque inediti – scelti  dal comitato di lettura composto dagli agenti letterari Luigi Bernabò e Marco Vigevani, dagli scrittori e giornalisti Francesco Durante e Stefano Malatesta, dallo scrittore e critico letterario Silvio Perrella, dalla scrittrice Sandra Petrignani, dal direttore editoriale Giuseppe Russo – sono statipresentati giovedì 12 settembre (ore 19), a Milano nello Spazio Pal Zileri(main sponsor del Premio).

All’evento sono intervenuti Vittorio Mincato, presidente di Neri Pozza, il direttore marketing e comunicazione Forall-Pal Zileri Manuela Miola, Giuseppe Russo, direttore editoriale Neri Pozza, e Nicoletta Martelletto giornalista de Il Giornale di Vicenza, che ha raccontato il rapporto tra moda e letteratura, tracciando una storia dell’abbigliamento nella sua particolare funzione di strumento letterario per decifrare i personaggi. Intermezzi musicali di Ettore Martin e Michele Calgaro hanno accompagnato la serata. Tra gli autori finalisti c’è il vincitore, che sarà annunciato e premiato il 3 ottobre al Teatro Olimpico di Vicenza, progettato dall’architetto rinascimentale Andrea Palladio nel 1580. L’autore riceverà in premio un assegno di 25 mila euro e la sua opera sarà pubblicata da Neri Pozza Editore.

I cinque romanzi finalisti – scelti tra i dodici selezionati da una commissione designata dalla casa editrice, a loro volta tra i 1.781 i testi arrivati al concorso – evocano memorie e profonde solitudini. Come quella delle due donne protagoniste di Dentro c’è una strada per Parigi di Nòvita Amadei, con la capitale francese a fare da sfondo discreto di una storia di amicizia intergenerazionale e solidarietà femminile. Indaga le sfumature di un rapporto quasi filiale Il bambino di Budrio di Angela Nanetti, cheha come protagonista un trovatello talentuoso, accolto nel convento ed educato da Padre Giovanni, fino a quando le malelingue dell’ambiente ecclesiastico non diffonderanno pettegolezzi su questo bambino “posseduto dal Maligno”. Si spazia dalla Roma anni Settanta de La ricchezza di Marco Montemarano, per andare a fondo a indagare nella memoria – spesso fallace – e nell’identità di ognuno, ai sotterranei di una Napoli dove si muove la società segreta dell’Accademia Letteraria tamil raccontata daLa letteratura tamil a Napoli di Alessio Arena, tra realtà e leggenda. I romanzi scavano nell’emotività dei protagonisti e nei ricordi del passato, che fanno emergere nodi mai sciolti: come accade a Gemito, lo scultore che incarna l’indissolubile legame tra talento e follia in Il genio dell’abbandono di Wanda Marasco, sullo sfondo di una Napoli di fine Ottocento.

Il Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza, indetto nell’anno del centenario della nascita del fondatore della casa editrice e basato sul modello dei Premi letterari spagnoli, quasi tutti organizzati dagli editori, ha l’obiettivo di riportare al centro del lavoro editoriale l’attività di selezione e di valutazione dei talenti. Secondo Giuseppe Russo, ideatore del Premio, “questa prima edizione ha visto una partecipazione enorme, la più alta forse mai registrata in un concorso letterario italiano: ci sono pervenute ben 1781 opere che, nella loro varietà di temi e indirizzi, ci hanno fornito un quadro esauriente dello stato della nuova narrativa italiana. I romanzi della cinquina finalista presentano tutti una notevole qualità letteraria. Sono opere capaci di attrarre il lettore dalla prima all’ultima pagina e, insieme, in possesso di  sorprendente eleganza di stile e controllo della scrittura”. Nel segno dello spirito originario dell’editore Neri Pozza e della sua fede ostinata nella creatività del lavoro editoriale: “Saranno idee d’arte e di poesia… ma sono le sole capaci di sedurmi e interessarmi. – ripeteva infatti Neri Pozza – Il resto, per me, è buio e vanità”.

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I CINQUE LIBRI FINALISTI

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PORDENONELEGGE: 18 – 22 Settembre 2013

PORDENONELEGGE: 18 – 22 Settembre 2013

Festa del libro con gli autori

Finisce l’estate e la XIV edizione di pordenonelegge avviene al giro di boa di un anno durante il quale tutti noi ci siamo sforzati di “trasformare le difficoltà in opportunità”, come è suggerito da innumerevoli parti. Per la realtà del libro, l’opportunità vera rimane sempre quella di realizzare l’incontro tra chi scrive e chi ridà voce alla scrittura leggendo. Si sa che questo incontro avviene principalmente nell’esercizio solitario della lettura, ma è pur vero che c’è sempre una mediazione, un invito, un’esortazione che lo promuove. Ed è anche vero che la solitudine del lettore, se pure popolata di idee, paesaggi e personaggi, vuole liberarsi infine in una parola partecipata. I lettori si incontrano, a pordenonelegge, per trovare l’opportunità di condividere le parole dei libri, trasformando nel piacere di stare insieme, di conoscere e di scegliere tra le difficoltà che vengono da un mondo, quello dei libri, oggi incerto e a volte disorientante come lo è larga parte del presente. Difficile, in ogni caso, immaginare che tutto questo possa accadere senza la nostra disponibilità all’ascolto, e di qui al confronto e al cambiamento, a rompere davvero il guscio che imprigiona i gusti e le convinzioni consolidati, per rivelare la sostanza che costituisce il nostro nutrimento di lettori. Intanto, in un anno come questo, confidando che si stiano covando buone cose, è meglio un uovo anche domani.

I curatori
Alberto Garlini, Valentina Gasparet, Gian Mario Villalta

L’intero programma di Pordenonelegge 2013 è disponibile qui…
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DAVID FOSTER WALLACE nella casa stregata

A cinque anni dalla morte di DAVID FOSTER WALLACE, in esclusiva per Letteratitudine, ripubblichiamo uno stralcio del saggio DAVID FOSTER WALLACE NELLA CASA STREGATA di Carlotta Susca (Stilo editrice). In collegamento con il post su LetteratitudineBlog

La scheda del libro
David Foster Wallace è uno degli scrittori contemporanei canonizzati ‘dal basso’, da un popolo di lettori entusiasti e di internauti appassionati. Questa monografia offre spunti interpretativi sulla sua opera analizzando le tematiche wallaciane in maniera trasversale: da “Infinite jest” al postumo, incompiuto “Re pallido” passando per il romanzo giovanile e wittengesteiniano “La scopa del sistema”, e confrontando le tematiche dei racconti e dei saggi con quelle dei romanzi. Inserendosi nel dibattito sulla ‘morte del Postmoderno’ l’autrice delinea le caratteristiche, in campo letterario, della controversa corrente letteraria e offre spunti di riflessione sul “New Realism” e sull’Era dell’autenticità, che recentemente i critici hanno contrapposto al Postmoderno.

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Uno stralcio del saggio DAVID FOSTER WALLACE NELLA CASA STREGATA di Carlotta Susca (Stilo editrice)

2. Come la pensa Wallace sul Postmoderno, o perlomeno come la pensava ai tempi di Verso Occidente

Il personaggio D.L. di Verso Occidente, «scrittrice postmoderna» ferita nell’orgoglio dalle critiche di Ambrose ai suoi esperimenti di scrittura («L’inferno non conosce furia peggiore di quella di una postmodernista accolta con freddezza») abbandona il corso di scrittura del professore con il gesto teatrale di scrivere sulla lavagna una filastrocca di critica a Perso nella casa stregata:

For lovers, the Funhouse is fun

For phonies, the Funhouse is love.

But for whom, the proles grouse,

is the Funhouse a house?

Who lives there, when push come to shove?

Per gli innamorati, la Casa Stregata è divertente.

Per i falsi, quella casa è una passione.

Ma per chi, brontola l’uomo della strada,

quella casa è una vera abitazione?

Chi ci vive, se parliamo seriamente?

Già Barth si chiedeva chi fosse il beneficiario degli effetti della Casa Stregata che aveva costruito, infatti una delle due epigrafi a Verso Occidente è l’incipit del racconto di Barth: «Per chi è divertente la casa stregata del luna park?». ‘Per chi’ è l’interrogativo di tutto il racconto di Wallace: «For whom» si chiede in continuazione DeHeven, ma forse è solo «Vruuum», si scopre alla fine.

For whom? Che intendi?”, sta dicendo DeHaven a J.D.

“Continui a dirlo. A ripeterlo. Da due giorni interi. Avanti e indietro. For whom. Mi entra nella testa. Mi fa star male. Piantala”.

Vruuum. Sto dicendo vruuum, papà. È una composizione atonale a cui sto lavorando. Avrà a che fare coi motori, la velocità, la guerra-lampo. È un titolo. Il mio titolo”.

For whom, ‘per chi’, sono le prime due parole del più bel racconto del professor Ambrose”, dice Mark Nechtr.

Chi è il destinatario della Casa stregata? Per chi è scritta? Per il lettore?

Eppure la narrativa postmoderna spesso non sembra scritta a beneficio del lettore, a cui risulta, a volte, eccessivamente complessa, oscura o semplicemente fine a se stessa.

Il romanzo postmoderno spesso sembra come l’automobile su cui viaggia il sestetto di Verso Occidente, «un pastiche, assemblato in casa a partire da pezzi scroccati qua e là», con «pezzi di tutte le marche». Ciò che Wallace teme è che manchi un senso, che l’automobile postmoderna non trasporti nulla, che la realtà sia esclusa a monte nella scrittura narrativa postmoderna, perché ritenuta poco verosimile. Barth lo ribadisce spesso, lo fa anche nella Casa stregata («[…] e in letteratura la pura verità deve sempre cedere il passo a ciò che è plausibile») ma lo teorizza diffusamente anche nel suo romanzo L’opera galleggiante. Leggi tutto…

LO SCRITTORE CHE AMAVA LE STORIE

L' amore graffia il mondoDedicato alla memoria di Ugo Riccarelli, vincitore dell’edizione 2013 del Premio Campiello con il romanzo “L’amore graffia il mondo” (Mondadori).
In collegamento con il dibattito online su LetteratitudineBlog

di Massimo Maugeri

La ragazza osserva il vuoto. L’immagine è di profilo, in bianco e nero. Sullo sfondo, nuvolaglie anonime che non lasciano presagire nulla di buono. La prima volta che osservai quella copertina, lo sguardo della ragazza mi parve sereno. E in fondo è così anche adesso, nonostante la notizia della scomparsa dell’autore sia ancora fresca e il solco nell’anima profondo. Osserva il vuoto, la ragazza. Con i capelli tirati dal vento. Non c’è sorriso, ma nemmeno inquietudine. L’amore, a volte, graffia il mondo… ma non gli sguardi. Non sempre, almeno.
Il romanzo è “Per Antonio, che è andato appena un attimo di là”. È dedicato a lui, il libro. Lo scrittore lo precisa nella nota finale: “personaggi, luoghi, situazioni che a qualche lettore potessero sembrare veri o accaduti sono solo il frutto di una sintesi letteraria tra realtà e fantasia, di quella particolare capacità che appunto la letteratura possiede di fornire una verità altra raccontando storie. In altre parole, come ha scritto Antonio Tabucchi, al cui ricordo questo libro è dedicato, raccontando menzogne. “
Rileggo questa breve nota e penso: quant’è bravo. Vedi? mi dico. Riesce a trasformare in virtuoso lirismo letterario anche il classico riferimento al “puramente casuale” dietro cui, in genere, si cautela uno scrittore per proteggersi dall’eccesso di reale contenuto nelle storie. Quant’è bravo, sì. Lo sussurro tra me, consapevole della mia difficoltà a formulare la frase usando l’imperfetto. Continuo a pensarlo al tempo presente. Come se fosse ancora qui.
L’avevo incontrato qualche mese prima. Gli avevo chiesto di raccontarmi di lui, di spiegarmi com’è che era diventato scrittore, quali erano state le letture che lo avevano reso il romanziere del dolore perfetto. Fu una bella chiacchierata. La conservo nel cuore.
Mi raccontò della sua infanzia. Mi disse che era stata caratterizzata da una salute cagionevole che lo aveva costretto a trascorrere lunghe e noiose ore a riposo. Fu grazie a quei momenti di noia, che scoprì i libri e i mondi in essi contenuti. Divenne un lettore onnivoro. Imparò l’amore per le storie, ma anche l’amore per l’oggetto libro.
Ecco. Imparare l’amore per le storie. Fu proprio quello, il verbo che utilizzò. A pensarci adesso mi sembra una bellissima rivelazione, tutt’altro che scontata. Ed è anche una frase di grande ottimismo, capace di tappare le bocche dei tanti instancabili profeti che ciclicamente preconizzano la morte del romanzo. Finché ci sarà la possibilità di imparare l’amore per le storie, il romanzo vivrà.
Continuò a soffermarsi sul suo rapporto con il libro, che definì come reverenziale. Non fu un caso che il primo lavoro che intraprese fu quello di bibliotecario. Quando poi iniziò a scrivere, lo fece per proprio diletto: l’idea stessa di una possibilità di pubblicazione gli sembrava una sorta di eresia (tanto era l’amore e la devozione che provava verso i libri). A metà degli anni Novanta, però, una storia particolare bussò alla porta della sua anima. Era qualcosa che doveva venire alla luce. Quel libro, il primo nato, giunse al mondo con il titolo “Le scarpe appese al cuore” e segnò l’inizio del suo percorso letterario. Fu un libro fortunato: trovò casa presso un editore prestigioso (Feltrinelli) e ricevette gli apprezzamenti di un grande scrittore (Tabucchi). Non si trattava di una storia di finzione, ma del racconto di un’esperienza personale. Un cammino di dolore e speranza cominciato da bambino, con un’asma, e concluso, dopo anni di sofferenza, con un difficile – ma riuscito – trapianto di cuore e polmoni. Mentre lo ascoltavo pensai che, in effetti, quella stessa salute cagionevole che lo aveva indotto a imparare l’amore per le storie aveva anche favorito la sua metamorfosi da lettore a scrittore. Il dolore perfetto partiva da lì, e da lì avrebbe attraversato gran parte delle sue narrazioni, compresa quella confluita nel nuovo romanzo che (non lo sapevo ancora) sarebbe stato il suo ultimo capolavoro.
Continuammo a discutere di libri e di scrittura. Scoprii, con mia grande sorpresa, che la sua prima lettura importante fu “L’isola del tesoro” di Stevenson (che fu anche una delle mie prime letture), seguita da “Le botteghe color cannella” di Bruno Schulz (da cui nacque il suo “Un uomo che forse si chiamava Schulz”). E poi: Finger, Joseph Roth, Gadda (scoperta pirotecnica per la versatilità della scrittura), il maestro Tabucchi. E ancora Leggi tutto…

LA MOGLIE di Jhumpa Lahiri nella shortlist del Booker Prize

Il nuovo romanzo di Jhumpa Lahiri “The Lowland”, in italiano “La moglie”, in uscita in Italia giovedì 12 settembre è entrato nella shortlist del Man Booker Prize 2013. Il vincitore verrà proclamato a Londra il 15 ottobre.

Jhumpa Lahiri ha iniziato a pensare a questo romanzo tanti anni fa. Nel frattempo ha pubblicato tre libri molto fortunati, “L’interprete dei malanni”(vincitore nel 2000 del Premio Pulitzer), “L’omonimo” e “Una nuova terra”. Nella narrativa di Jhumpa Lahiri compare spesso il tema del dialogo e del confronto tra mondo occidentale e orientale, tra India e Stati Uniti, in una continua ricerca del significato di una appartenenza che trascende ormai per la scrittrice i limiti geografici e culturali dei paesi dove è nata e vissuta, e si concretizza in una aperta e sincera adesione al mondo dei libri e della letteratura, che reputa la sua vera casa.

Il nuovo romanzo “La moglie” scolpisce in maniera indelebile la figura di due fratelli, nati in un sobborgo di Calcutta, Subash e Udayan, che hanno una natura opposta: silenzioso e riflessivo l’uno, ribelle ed esuberante l’altro, avranno un destino diverso ma unito dalla figura di Gauri, la moglie di Udayan, che deciderà di seguire Subash in America dopo la morte di Udayan per mano della polizia. Sullo sfondo l’India che si ribella alle ingiustizie sociali e da vita al movimento maoista, l’America delle Università dove le donne hanno la possibilità di studiare e intraprendere delle carriere impensabili in India, e un intreccio famigliare fatto di sentimenti espressi e negati, di tradizioni, trasgressioni e di legami capaci di provocare conflitti e lacerazioni ma anche di ricomporli con la sapienza e la lenta accettazione del trascorrere inesorabile del tempo.
E’ la moglie che alla fine assume questo valore altamente emblematico, intorno alla quale ruotano tutti i personaggi del romanzo e che alla fine ci svela la grande bellezza e il mistero delle emozioni intense.

Jumpa Lahiri
La moglie – Guanda editore
traduzione di Federica Oddera
Pagine: 432
Prezzo € 17,00
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Simona Rondolini, finalista al XXVI Premio Calvino, pubblicherà con Elliot edizioni

Simona RondoliniSarà Elliot a pubblicare il romanzo di Simona Rondolini, finalista al XXVI Premio Calvino con il titolo “I costruttori di ponti”. L’uscita è prevista per marzo 2014

La menzione speciale della giuria
Una menzione speciale della Giuria va al romanzo “I costruttori di ponti” di Simona Rondolini per l’originalità della struttura, per la competenza con cui affronta complessi temi musicali, psicanalitici e animalistici, per il pregio di dare voce a un sentimento lacerato della vita, per l’eccellenza della scrittura. Rara è la sensibilità con cui l’autrice riesce a restituire la bellezza impervia delle sinfonie di Mahler come cruda e incisiva è la resa dello squallore della vita di fabbrica nell’atroce cornice di un macello. Il tutto fuso in un intreccio che partendo da un triangolo famigliare tormentato (padre, madre, figlia) perviene a una riconciliazione finale della protagonista con se stessa.
Dal comunicato della Giuria.

Un estratto dal romanzo Leggi tutto…

PREMIO CAMPIELLO 2013: il racconto della serata finale

Premio Campiello 2013: vince Ugo Riccarelli con L'amore graffia il mondoPREMIO CAMPIELLO 2013: il racconto della serata finale

di Francesca G. Marone

Per la prima volta trasmesso in diretta su RAI 5, il Premio Campiello si è svolto nella splendida cornice del Gran Teatro La Fenice di Venezia, durante una serata ben condotta da Neri Marcorè e dalla simpatica ed intelligente Geppi Cucciari. Dopo una partenza non troppo brillante, i due conduttori hanno saputo ben destreggiarsi fra consegne di premi ad ospiti illustri e intermezzi ironici che con leggerezza hanno strizzato l’occhio ad un mondo della cultura talvolta un po’ troppo ingessato. Qualche consiglio per chi non è molto avanti con le letture nell’ultimo periodo ed ha difficoltà ad ammetterlo in pubblico: se dovessero chiedervi cosa state leggendo in questo momento e voi non avete nulla sul comodino, rispondete sempre Italo Calvino, fa chic e non impegna, suggerisce Geppi. Se invece doveste trovarvi di fronte all’avvilimento di un tomo di troppe pagine da affrontare, abbandonate asserendo che dopo la pagina 320 è legittima difesa, consiglia Neri Marcorè.
Anche un “l’ho letto tanto tempo fa ed ora non lo ricordo più” potrebbe salvarvi da una mancata lettura imbarazzante. Insomma, non è detto che per amare la letteratura bisogna essere sempre seriosi e non potersi fare una risata su. Un sorriso bello, autentico come quello, peraltro profondamente commosso, della moglie di Ugo Riccarelli, vincitore di questa edizione del premio, con il suo bellissimo romanzo “L’amore graffia il mondo” . La signora ha ritirato il premio destinato allo scrittore scomparso prematuramente nel luglio scorso, dicendo che Ugo l’aveva fatta innamorare facendola ridere e portandole il caffè a letto. E a noi piace pensare che lui stia sorridendo pensando alla gioia di questo premio meritatissimo.
Qui di seguito il prospetto delle ultime votazioni che riguardano gli scrittori finalisti in ordine decrescente, cinque ottimi autori, tutti da leggere: Leggi tutto…

OMAGGIO A PIETRO BARCELLONA

Con grande affetto, dedichiamo questo post al filosofo e saggista catanese PIETRO BARCELLONA, scomparso il 7 settembre 2013 all’età di 77 anni.

Biografia

Pietro Barcellona (Catania, 12 marzo 1936 – 7 settembre 2013) è stato un docente, politico, filosofo, giurista, saggista italiano.
È stato docente di diritto privato e di filosofia del diritto presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Catania. È stato membro del Consiglio superiore della magistratura.
Si laurea in Giurisprudenza nel 1959. Nel 1963 consegue la libera docenza in Diritto Civile e insegna a Messina. Dal 1976 al 1979 è componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ha diretto il Centro per la Riforma dello Stato, fondato con Pietro Ingrao.
Nel 1979 è stato eletto deputato nelle file del Partito Comunista Italiano ed è stato membro della commissione giustizia della Camera fino al 1983.
A causa della sua formazione teorica materialista, ha suscitato nel 2010 molto scalpore la sua conversione al cristianesimo raccontata sul quotidiano Avvenire.
Autore di più di ottanta pubblicazioni, docente emerito di filosofia del diritto all’università di Catania, si è spento all’età di 77 anni nel settembre 2013.
(da Wikipedia Italia)

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Dal blog Anti UAAR: la conversione di Pietro Barcellona (post del 14 ottobre 2010)
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LETTERATITUDINE aderisce alla giornata di digiuno e preghiera per la pace

Pur condannando l’attacco con armi chimiche avvenuto a Damasco il 21 agosto, di cui il regime di Assad è ritenuto responsabile, Letteratitudine aderisce alla giornata di digiuno e preghiera a favore della pace proposta da Papa Francesco fissata per sabato 7 settembre


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Finale Premio Campiello 2013 – sabato, 7 settembre

Ricordiamo che nella serata di sabato 7 settembre, al Gran Teatro La Fenice di Venezia, si svolgerà la Cerimonia di Premiazione della 51ª edizione del Premio CampielloPresenteranno Neri Marcorè e Geppi Cucciari. L’evento andrà in diretta su Rai 5 a partire dalle h. 20.

Per approfondimenti, cliccare qui…
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ANIMALI DOMESTICI, di Bragi Ólafsson

Animali domesticiANIMALI DOMESTICI, di Bragi Ólafsson
(traduzione di Silvia Cosimini)
La Linea, Bologna, 2013 – pagg. 208 – euro 15

Collegato al forum permanente “Letteratura e musica” su LetteratitudineBlog

recensione di Claudio Morandini

“Animali domestici”, il secondo romanzo di Bragi Ólafsson (La Linea, 2013, traduzione di Silvia Cosimini), è stato salutato nel 2001 dalla critica internazionale come un romanzo “rock”, anche se in effetti non parla di rock, e anche se, a pensarci bene, l’ormai lontana militanza dell’autore nei Sugarcubes di Björk non è sufficiente a colorare di “rock” ogni cosa da lui fatta dentro la musica e fuori. Di rock (se vogliamo procedere per analogia e con una certa dose di approssimazione) può esserci lo spirito sbarazzino, quella sensazione da esecuzione in diretta propria di ogni buona schitarrata con gli amici (anche di quelle calibrate in giorni e giorni di postproduzione in studio); ci sono il ricorso insistito all’alcool e un costante retrogusto sessuale pieno di desideri e impacci da eterni adolescenti; e c’è il risuonare anche della musica, come no, di tanta musica.
Ma proprio qui, nei riferimenti musicali di cui abbonda il romanzo di Ólafsson, scopriamo che il rock è solo uno degli interessi, e che nel bagaglio di un musicista islandese curioso e colto, che ha militato in una formazione alternativa e inclassificabile come i Sugarcubes prima di fondare una sua etichetta discografica, si può trovare molto altro (nel suo bagaglio, o in quello dell’io narrante, Emil, a cui immaginiamo che l’autore abbia prestato senza problemi gusti e idiosincrasie).
Il romanzo è ambientato negli anni novanta, in un’epoca in cui il vinile non era ancora materiale da nicchia e condivideva gli stessi spazi con i cd e le musicassette, la musica si ascoltava nei walkman (come si dice walkman al plurale? ci si chiede in una pagina divertente, una delle tante), si facevano compilation registrandole dai dischi e non scaricando tracce a tonnellate dal web in modo più o meno legale. Emil rientra a Reykjavík da un viaggio e, per motivi che non staremo a dire, si ritrova prigioniero in casa propria, nascosto sotto il letto, mentre amici e conoscenti non tutti rassicuranti invadono uno dopo l’altro la sua abitazione, saccheggiano la sua dispensa, suonano i suoi dischi. La situazione, solo apparentemente statica, è in realtà assai movimentata, e diventa, pagina dopo pagina, irresistibilmente umoristica, in quel modo paradossale ed esasperante che sembra caratterizzare certa narrativa nordica.
Tra parentesi, non si può non simpatizzare con il protagonista, che torna da Londra con le valigie piene di libri (otto) e dischi di gusto (trentasei, più sette cassette), e che a volte, ma senza snobismo, sembra misurarsi con gli altri che incontra proprio attraverso questi misuratori del gusto (li conosceranno? li avranno mai ascoltati? li potrebbero capire? li potrebbero amare?).
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CONCETTA STORY, di Aldo Formosa

Pubblichiamo il racconto “Concetta story” di Aldo Formosa invitando i lettori di Letteratitudine a scegliere uno dei quattro differenti finali indicati in coda al racconto. Il finale prescelto (a, b, c, d) potrà essere indicato scrivendo alla mail letteratitudinenews(at)gmail.com (sarà possibile effettuare la scelta fino al 15 settembre 2013)

CONCETTA STORY, di Aldo Formosa

(romanzo breve… con tira e molla)

Nino, per Concetta, era bello ed emozionante “come una aurora boreale”. Esagerava, la picciotta. Ma agli estrogeni, si sa, non si comanda. Per seguitanza, dunque, Concetta non ci dormiva la notte, aveva il sonno agitato da turbamenti allariullé. Avòglia a girarsi e rigirarsi tra le lenzuola: Nino era sempre in primo piano, certe volte come uno sceriffo che stinnìcchia a revolverate una comarca di cowboy delinquenti per le strade polverose di Dodge City, solo contro tutti, e certe volte nella abbagliante armatura del prode Orlando che con la fida fusbèrta fa minnìtta di quelle funce nere dei cani infedeli a Roncisvalle.
La madre di Concetta ogni mattina le preparava forza di uova sbattute e miele di sulla, che a vederla così le piangeva il cuore. Finché un giorno si decise e le disse: “Ciàtu di l’alma mia, ma che ti pare giusto pirìre di questa maniera per un picciotto? Ce ne sono tanti che passano e spassano sotto il balcone…”.
“Amà – la interruppe Concetta – quelli passano e spassano per il passìo la sera, avanti e indietro fino alla piazza, mentre ridono e scherzano per i fatti loro, e a me non ci pensano proprio”.
“Si, vabbè… – accondiscese la madre che ormai le si erano scoperte le carte – però fatti una ragione, rassegnati, cercatene un altro…”.
“Amà, al cuore non si comanda” rispose Concetta trangugiando la colazione dalla cìchera e leccandosi il cucchiaio. La madre che poteva pipitiàre ancora? Si azzittì e continuò a sfaccendare. Concetta quel giorno si rimise sul letto a leggere il fotoromanzo in cui il giovanotto, destino cinico e baro, scopre la signorina mentre in un angolo si fa frugare dall’antipatico. “Tutti così gli uomini – pensò petulante – la testa ce l’hanno sempre in una cosa sola… Tutti, tranne Nino. Lui, no”. E, per disperazione, si inventò: “Lui, no. Lui è un angelo del paradiso…”. E, nell’estasi, ci mise il carico: “Uno spirito eletto…!”, come aveva trovato scritto in un libro.
Insomma, per portarla alle corte: lei smaniava e lui con la testa tra le nuvole.
Certo, Concetta di suo non era una cappiddìna che si mette in vista coi maschi. E, dicendo le cose come stanno, non era nemmeno una siluètta.

La natura le aveva messo addosso qualche chilo in più, che la madre provvedeva a mantenere abboffàndola.
Le cose giuste: davanti aveva un bel giardino fiorito che sosteneva con una quarta, di dietro la prominenza era armoniosamente generosa. Solo che i fianchi, povera picciotta, un poco la tradivano.
D’estate si incaponiva col due pezzi. Quando scendeva in spiaggia, sapendo dell’effetto, passava ancheggiando davanti al ragioniere Scrimizzi sdraiato sotto l’ombrellone: “La callipìgia…” biascicava allupàto il poveruomo coprendosi il ventre con l’accappatoio.
Concetta si dirigeva verso il gruppetto dove stazionava Nino assieme a Peppuccio, Agnese, Franco, Loredana e qualche altro, ragazzi che conosceva dalle scuole. Cercava lo sguardo di Nino, che invece vagava lontano all’orizzonte. La picciotta si inseriva in qualche sprazzo di conversazione tanto per fare sentire la voce, aspettando che Nino si girasse a guardarla.
“Ma perché – si chiedeva Concetta – perché non mi guarda?”. Certo, lui è delicato… Non mi guarda perché è timido… Vuoi vedere che ha soggezione… Ecco, com’è! Visto mi ha visto tante di quelle volte… Ma senza alluzzàrmi mai. Sarà affascinato di me, ma non lo vuole dimostrare: ecco com’è!”.
Squagliandosi in bocca questa caramella, Concetta in qualche maniera si acquietava e tornava al fotoromanzo.

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I MENENI

I Menenidi Domenico Trischitta

I menenini non sono meneghini ma meneni, abitanti di Mineo, tanto cari alle pagine di Capuana e Bonaviri, ma anche a quelle del drammaturgo Massimiliano Perrotta, meneno anche lui. Gente di Sicilia tra le più evocate in letteratura. Era inevitabile che lo scrittore, che è anche regista, mettesse a punto un’operazione teatrale pregevole, tanto da incuriosire e colpire un uomo di teatro del calibro di Walter Manfrè, regista visionario e di culto de “La confessione”, pietra miliare della drammaturgia contemporanea. Lo spettacolo, prodotto dal Consorzio “Calatino terra d’accoglienza”, è stato preceduto da un workshop di sei giorni che ha preparato gli attori, alcuni residenti e ragazzi ospiti del CARA. Il risultato è stato un affascinante allestimento per i vicoli di Mineo, appunto “ I Meneni”, interpretato da cinque attori professionisti, Orazio Alba, Matilde Masaracchio, Roberto Pensa, Sergio Spada e Luana Toscano, con la partecipazione di alcuni meneni autentici e ragazzi stranieri del centro di accoglienza “CARA”. La messa in scena di Manfrè, eterea, evita le sbavature e imbastisce un mosaico di scenette che colgono la forza evocativa di Mineo, provincia atavica che si espande come un’esplosione cosmica. Un itinerario labirintico che coglie l’essenza primordiale della memoria: il mondo che non esiste più e quello che viviamo adesso. L’accostamento dei quadri di rappresentazione, con l’essenziale scenografia di Sara Nussberger, sembra disordinato e casuale, ma è solo l’illusione che si ricompone in una categoria di unità di luogo e di spazio che coglie l’universale evocativo. I meneni spettatori interagiscono e partecipano agli umori dei meneni che stanno sulla scena, anzi in bilico tra ricordo e finzione. E nell’ultima stazione lo stesso autore si rivolge a loro, quasi un commiato dal sogno: “Cari meneni, ecco la mia evocazione di quel mondo dalle radici antiche, oggi in profonda trasformazione, che con piacere per tanti anni ho condiviso con voi. Quel mondo che merita di essere salvato – e non solo in pagine di teatro. Grazie per la qualità umana della vostra conversazione e per aver accolto la missione dialettica che avvertivo il bisogno di esercitare”.
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Yoani Sánchez – IN ATTESA DELLA PRIMAVERA (le prime pagine)

IN ATTESA DELLA PRIMAVERA
Gordiano Lupi – Yoani Sánchez
Edizioni Anordest – Prefazione di Mario Calabresi – Pag. 230 – Euro 12,90

Con riferimento a questo libro avevamo pubblicato la presentazione di Mario Calabresi (direttore de “La Stampa”). Pubblichiamo adesso le prime pagine del libro.

di Gordiano Lupi

Preambolo

Yoani Sánchez è diventata il simbolo di quel che può fare Internet in epoca moderna, una blogger cubana che raggiunge fama mondiale dando vita al blog Generación Y, vince premi prestigiosi, parla via mail con il Presidente degli Stati Uniti e polemizza su Twitter con Mariela Castro. Yoani descrive criticamente la realtà di Cuba sotto il regime comunista, con stile letterario ricco di metafore e riferimenti alla letteratura cubana anticonformista. Il simbolo della ribellione di Yoani e dei blogger che la seguono in questa avventura è il breve post L’utopia imposta: “Abito un’utopia che non è la mia. Per lei i miei nonni si sacrificarono e i miei genitori consegnarono i loro anni migliori. Io la porto sulle spalle senza potermela scrollare di dosso. Alcuni che non la vivono tentano di convincermi – da lontano – che devo conservarla. Senza dubbio, è alienante vivere un’illusione estranea, accollarsi il peso di ciò che altri sognarono. A coloro che mi imposero – senza consultarmi – questa illusione, voglio avvertirli, fin da questo momento, che non penso di lasciarla in eredità ai miei figli”.

Il governo cubano, composto da una vera e propria gerontocrazia, si vede spiazzare da una tecnologia che non conosce, ma è costretto ad apprezzare le potenzialità di Youtube, Internet e Twitter. Certo, non utilizza i ritrovati scientifici per agevolare la vita della popolazione, ma lo fa per tarpare le ali alle speranze di libertà, per diffamare chi cerca di portare conoscenze nuove tra la gente. Compaiono siti governativi gestiti da membri della Sicurezza di Stato, riviste digitali dirette da giornalisti di regime e canali televisivi come Islamiacu. Non è difficile capire a chi possa servire una simile operazione di controinformazione. In rete si possono vedere alcuni video girati a Camajuani, che riprendono le opinioni della direttrice di una scuola e di alcuni studenti della primaria e della secondaria. Possiamo ascoltare un’intervista stalinista che serve ad accusare Yoani Sánchez di attività controrivoluzionaria. Le voci degli intervistati affermano che la giornalista indipendente – con la scusa dell’Itinerario Blogger – si presenterebbe nelle scuole per fare proseliti e per diffamare il governo cubano. La direttrice afferma addirittura che “a Cuba esiste la democrazia e c’è piena libertà di parola, ogni cittadino può esprimere la sua opinione e viene sempre ascoltato dalle autorità”. La sua accusa nei confronti di Yoani è decisa: “Non fa lezioni di Internet ma si dedica alla propaganda politica di tipo controrivoluzionario. Noi sappiamo che la responsabilità della nostra situazione ricade sugli Stati Uniti, mentre lei vuol convincere i ragazzi che il solo colpevole è il governo cubano”.

I ragazzini rincarano la dose, dicono che Yoani ha parlato di cose che non volevano ascoltare, perché loro volevano apprendere i segreti di Internet, non sentire discorsi politici. Sono confessioni estorte, dichiarazioni costruite dalle autorità cubane, preoccupate di screditare il lavoro di Yoani agli occhi del mondo. Certo, fa male vedere quanto sia facile per il governo trovare collaborazione tra la gente che la blogger cerca di emancipare. E allora vediamo di scoprire la vera Yoani Sánchez, sveliamo il mistero di una coraggiosa blogger che un giorno decide di aprire uno spazio Internet per compiere quello che definisce un esorcismo personale contro le paure che rendono difficile la vita quotidiana.

Nascita, famiglia e infanzia
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FESTIVAL DELL’ERRANZA – 13/15 settembre – Chiostro San Domenico, Piedimonte Matese (CE)

FESTIVAL DELL’ERRANZA – 13/15 settembre – Chiostro San Domenico, Piedimonte Matese (CE)

di Roberto Perrotti, Ideatore e direttore artistico del Festival dell’Erranza

I motivi che hanno ispirato la nascita del Festival dell’Erranza sono simili a quelli che inducono un viandante a porsi in cammino. All’inizio la sua mente è affollata di emo- zioni contrastanti, ma dopo i primi passi, quando l’incedere avrà trovato il suo ritmo, le idee si saranno disposte in modo nuovo. Questo sarà il momento per riflettere sulla propria scelta. A noi è capitato qualcosa di simile. Dopo aver percorso un discreto cammino, conosciamo oggi la ragione della nostra scelta. Eccone una sintesi. Il Festival dell’Erranza è il luogo dove s’incontreranno viaggiatori, sportivi, filosofi, religiosi, scrittori, artisti per indagare sull’arte di girare il mondo, sulla necessità di mettersi in cammino, sulla tendenza al nomadismo, sull’entusiasmo all’esplorazione, sull’impulso al viaggio, sulla fatica del migrare, sull’impegno dello sportivo. Ascolteremo le loro narrazioni che solleciteranno la nostra attenzione verso i temi legati all’erranza. Nell’organizzare gli incontri abbiamo voluto armonizzare il contributo artistico con quello di ricerca, la riflessione filosofica con il resoconto di viaggio. Nella sua prima edizione, il Festival si svolge nel borgo antico di Piedimonte Matese, al cui Sindaco va la nostra gratitudine. Il paese, adagiato alle falde dell’Appennino Campano, è contiguo alla cittadina di Alife, tappa della Via Francigena del Sud. Il progetto, per sua fortuna, ha incontrato la sensibilità e l’intelligenza dell’Amministratore delegato della Banca Capasso Antonio, Salvatore Capasso, che ha voluto promuoverlo e valorizzarlo. Il tema di questa edizione è dedicato ai “passaggi di umanità”. Gli ospiti, seguendo ognuno la propria sensibilità, proveranno a interrogarsi sulla crisi di passaggio che investe la nostra contemporaneità, chiedendosi dove questa intende condurci, cosa emerge attraverso essa e quali sono i “passaggi” per affrontarla. ll Festival dell’Erranza compie in questo modo il suo primo passo con decisione e con cuore puro.

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