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Yoani Sánchez – IN ATTESA DELLA PRIMAVERA (le prime pagine)

settembre 3, 2013

IN ATTESA DELLA PRIMAVERA
Gordiano Lupi – Yoani Sánchez
Edizioni Anordest – Prefazione di Mario Calabresi – Pag. 230 – Euro 12,90

Con riferimento a questo libro avevamo pubblicato la presentazione di Mario Calabresi (direttore de “La Stampa”). Pubblichiamo adesso le prime pagine del libro.

di Gordiano Lupi

Preambolo

Yoani Sánchez è diventata il simbolo di quel che può fare Internet in epoca moderna, una blogger cubana che raggiunge fama mondiale dando vita al blog Generación Y, vince premi prestigiosi, parla via mail con il Presidente degli Stati Uniti e polemizza su Twitter con Mariela Castro. Yoani descrive criticamente la realtà di Cuba sotto il regime comunista, con stile letterario ricco di metafore e riferimenti alla letteratura cubana anticonformista. Il simbolo della ribellione di Yoani e dei blogger che la seguono in questa avventura è il breve post L’utopia imposta: “Abito un’utopia che non è la mia. Per lei i miei nonni si sacrificarono e i miei genitori consegnarono i loro anni migliori. Io la porto sulle spalle senza potermela scrollare di dosso. Alcuni che non la vivono tentano di convincermi – da lontano – che devo conservarla. Senza dubbio, è alienante vivere un’illusione estranea, accollarsi il peso di ciò che altri sognarono. A coloro che mi imposero – senza consultarmi – questa illusione, voglio avvertirli, fin da questo momento, che non penso di lasciarla in eredità ai miei figli”.

Il governo cubano, composto da una vera e propria gerontocrazia, si vede spiazzare da una tecnologia che non conosce, ma è costretto ad apprezzare le potenzialità di Youtube, Internet e Twitter. Certo, non utilizza i ritrovati scientifici per agevolare la vita della popolazione, ma lo fa per tarpare le ali alle speranze di libertà, per diffamare chi cerca di portare conoscenze nuove tra la gente. Compaiono siti governativi gestiti da membri della Sicurezza di Stato, riviste digitali dirette da giornalisti di regime e canali televisivi come Islamiacu. Non è difficile capire a chi possa servire una simile operazione di controinformazione. In rete si possono vedere alcuni video girati a Camajuani, che riprendono le opinioni della direttrice di una scuola e di alcuni studenti della primaria e della secondaria. Possiamo ascoltare un’intervista stalinista che serve ad accusare Yoani Sánchez di attività controrivoluzionaria. Le voci degli intervistati affermano che la giornalista indipendente – con la scusa dell’Itinerario Blogger – si presenterebbe nelle scuole per fare proseliti e per diffamare il governo cubano. La direttrice afferma addirittura che “a Cuba esiste la democrazia e c’è piena libertà di parola, ogni cittadino può esprimere la sua opinione e viene sempre ascoltato dalle autorità”. La sua accusa nei confronti di Yoani è decisa: “Non fa lezioni di Internet ma si dedica alla propaganda politica di tipo controrivoluzionario. Noi sappiamo che la responsabilità della nostra situazione ricade sugli Stati Uniti, mentre lei vuol convincere i ragazzi che il solo colpevole è il governo cubano”.

I ragazzini rincarano la dose, dicono che Yoani ha parlato di cose che non volevano ascoltare, perché loro volevano apprendere i segreti di Internet, non sentire discorsi politici. Sono confessioni estorte, dichiarazioni costruite dalle autorità cubane, preoccupate di screditare il lavoro di Yoani agli occhi del mondo. Certo, fa male vedere quanto sia facile per il governo trovare collaborazione tra la gente che la blogger cerca di emancipare. E allora vediamo di scoprire la vera Yoani Sánchez, sveliamo il mistero di una coraggiosa blogger che un giorno decide di aprire uno spazio Internet per compiere quello che definisce un esorcismo personale contro le paure che rendono difficile la vita quotidiana.

Nascita, famiglia e infanzia

Yoani nasce all’Avana il 4 settembre 1975 da una famiglia molto umile, nel quartiere di Centro Avana, un posto che dire popolare non rende l’idea, perché si vive in piccoli solar, case cadenti che rischiano di venir demolite dagli uragani, tra il cattivo odore delle fognature intasate, il pericolo dei furti e delle aggressioni. Non è vero che Cuba sia così sicura e tranquilla come la propaganda di Stato vorrebbe far credere. L’Avana ha i suoi quartieri pericolosi. Centro Avana è uno di questi. Bisogna esserci nati per riuscire a viverci, scendendo a patti con la varia umanità che lo popola, sopportando la presenza di protettori e prostitute, vagabondi e ubriaconi, vicini che gridano da un terrazzo all’altro e ragazzini che ti sfilano un portafogli di tasca con estrema abilità. Centro Avana è il quartiere più popolato della capitale. Non solo, conta il maggior numero di abitanti per chilometro quadrato di tutta Cuba. Nonostante tutto Yoani ama Avana Vecchia e Centro Avana. Per lei sono i quartieri della vera capitale, non profumano di formaggio parmigiano e di Chanel numero Cinque, ma di sudore, sofferenza, miseria, vita vera che scorre.

“Un’amica mi racconta che quando si sente depressa e non riesce a sopportare il quotidiano se ne va all’Avana Vecchia. Prende la sua borsa e si dirige verso quelle strade ristrutturate che le ricordano Barcellona, dove vivono i suoi figli, emigrati ormai da dieci anni. Mi fermo ad ammirare i campanili e le palazzine, mi sforzo di credere di non essere più qui, afferma con una punta di malinconia. Ma subito dopo mi dice sorridendo: Non ti sei resa conto che persino i venditori ambulanti della zona dicono pop-corn e non rosita de maíz, mentre strillano news invece di giornali?. Molti avaneri come la mia amica hanno trovato in questi luoghi rimessi a nuovo uno spazio per passeggiare insieme ai figli e per riposare all’ombra di una buganvillea. Quello che fino a una decina d’anni fa era un quartiere in rovina, oggi possiede vere e proprie isole di comodità e di bellezza, anche se intorno migliaia di persone si riforniscono d’acqua con i secchi e vivono in abitazioni con travi di legno che sostengono i tetti. Due giorni fa, mi sono recata in quella città turistica e un po’ civetta che mostra chiese a ogni angolo e sfoggia strade ben lastricate. Mi sono fermata un paio d’ore in uno degli ambienti più ricercati: la basilica minore del convento di San Francesco. Nella sala a forma di volta gli strumenti musicali si sentono in maniera così chiara che sembrano dentro le nostre teste. La sala era al gran completo quando alle sei in punto è cominciato il concerto in Mi Maggiore per violino e orchestra, composto da Bach. Dopo, gli abili musicisti dell’Orchestra da Camera dell’Avana hanno interpretato Mozart e per finire hanno eseguito la Sinfonia Semplice di Benjamin Britten. La cosa migliore della serata è stata la presenza del violinista Evelio Tieles, che è arrivato pieno di energia da Tarragona, città dove vive e compone. Quando sono tornata da quel viaggio in un’altra dimensione, il mio palazzo in stile jugoslavo mi è parso ancora più brutto e grigio. Gli schiamazzi delle persone affacciate ai balconi sembravano fuori luogo e invece dei torrioni del secolo diciottesimo spiccava un enorme bidone d’acqua in materiale prefabbricato. Sono entrata nell’ascensore tentando di assaporare le ultime note del contrabbasso e del violoncello, ricordando la bacchetta brillante del direttore d’orchestra. Mi è venuta in mente la mia amica in fuga proprio quando si è aperta la porta del tredicesimo piano. Uova! Uovaaaa!, gridava una venditrice illegale. In quel preciso istante mi sono resa conto di aver fatto ritorno, di essere di nuovo nell’altra Avana che sento mia, così dura, così reale, così soffocante.”

Yoani vive in Centro Avana fino a quindici anni. Suo padre Willy, nato nel 1954, fa il macchinista di treni fino alla crisi economica degli anni Novanta che manda in tilt il sistema ferroviario cubano. Si adatta a fare il riparatore di biciclette. Sua madre, nata nel 1957, lavora come impiegata in una stazione di taxi. I suoi genitori nascono poco prima della rivoluzione, consegnano gli anni migliori all’idea di una Cuba socialista, credono con tutto il cuore ai principi di giustizia che spinsero i barbudos alla ribellione sulla Sierra. Yoani ha una sorella di un anno più grande, Yunia, che nei primi giorni di giugno 2011 emigra a Miami, lasciandola un poco più sola…

“L’emigrazione si è portata via amici, conoscenti d’infanzia, vicini di casa del posto dove sono nata e persone che ho salutato una o due volte per strada. Un giorno mi ha tolto le zie paterne, i cugini, i colleghi con i quali ho condiviso la gioia di una laurea e persino il timido postino che mi portava la stampa una volta alla settimana. Non soddisfatta, ha fatto ancora di più, si è presa anche la persona più intima e vicina alla mia vita. Ricordo quando mia sorella mi raccontò che si era iscritta a una lotteria internazionale che metteva in palio visti d’uscita dal paese. Ho saputo come comportarmi sin dal primo momento, perché Yunia è sempre stata molto fortunata nel gioco d’azzardo. Racconta mia madre che il giorno in cui nacque, i medici e le infermiere si fecero il segno della croce nel vedere un neonato uscire dall’utero con il sacco amniotico quasi intatto. Sei venuta al mondo in una bisaccia, le dicevano, come se questo evento fosse stato in grado di garantirle benessere, amore e felicità. Va da sé che quest’Isola non sembrava il luogo ideale per la fortuna di mia sorella maggiore. Più di vent’anni fa lei è giunta alla stessa conclusione della maggior parte dei miei compatrioti. Come mettere radici in un paese dove si possono raccogliere pochi frutti? Non ho tentato neppure di convincerla, ma l’ho vista passare da una pratica a una fila per attendere un’autorizzazione, mentre sapevo che il momento del commiato si stava avvicinando. Finalmente, venerdì scorso, il suo aereo è decollato, portandosi via anche la mia unica nipote, mio cognato e una simpatica cagnolina che non hanno voluto abbandonare. Il giorno precedente mia madre gridava: Non sono preparata! Non sono preparata!, mentre mio padre nascondeva le lacrime, memore del detto che un vero uomo non piange. Non siamo mai prepararti alla separazione, mamma, soprattutto quando sappiamo che le persone amate si trovano a sole novanta miglia di distanza ma ci divide un abisso di restrizioni migratorie. Fai bene a piangere, papà, perché questo allontanamento non dovrebbe essere così definitivo, così straziante e così terminale”.

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